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Sky Italia

Messaggio da panorama » mar ott 20, 2015 4:40 pm

Sky perde l'Appello al Consiglio di Stato.
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adempimento degli obblighi di cui all’art. 1, terzo comma, del d.l. 31 gennaio 2007 n. 7 (cd. decreto Bersani), convertito con modificazioni nella legge 2 aprile 2007 n. 40, in tema di costi di recesso.
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SENTENZA ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 3 ,numero provv.: 201504773
- Public 2015-10-16 -


N. 04773/2015REG.PROV.COLL.
N. 09548/2009 REG.RIC.


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Terza)

ha pronunciato la presente
SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 9548 del 2009, proposto da:
Sky Italia S.r.l.,

in persona del legale rappresentante p.t.,
rappresentata e difesa dall'avv. Giuseppe Franco Ferrari, con domicilio eletto in Roma, Via di Ripetta n. 142;

contro
Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM),

in persona del legale rappresentante p.t.,
costituitasi in giudizio, per legge rappresentata e difesa dall'Avvocatura Generale dello Stato e domiciliata presso la sede della stessa, in Roma, Via dei Portoghesi n. 12;

per la riforma

della sentenza del T.A.R. per il Lazio, sede di Roma, Sezione III Ter n. 5360 del 1 giugno 2009, resa tra le parti, concernente adempimento degli obblighi di cui all’art. 1, terzo comma, del d.l. 31 gennaio 2007 n. 7 (cd. decreto Bersani), convertito con modificazioni nella legge 2 aprile 2007 n. 40, in tema di costi di recesso.

Visti il ricorso in appello ed i relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM);
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore, all'udienza pubblica del giorno 7 maggio 2015, il consigliere Dante D'Alessio;
Uditi per le parti, alla stessa udienza, l’avvocato Giuseppe Franco Ferrari e l'avvocato dello Stato Mario Antonio Scino;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

FATTO e DIRITTO

1.- Sky Italia S.r.l. (di seguito Sky) ha impugnato davanti al T.A.R. per il Lazio la delibera n. 484/08/Cons del 29 luglio 2008, con la quale l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, di seguito AGCOM, le ha ordinato di adempiere agli obblighi di cui all’art. 1, comma 3, del d.l. 31 gennaio 2007 n. 7 (cd. “decreto Bersani”), convertito con modificazioni nella legge 2 aprile 2007 n. 40, in tema di costi di recesso e di adeguare, quindi, le proprie condizioni generali di abbonamento alle indicate disposizioni.

1.1.- Sky ha impugnato anche gli atti presupposti e, in particolare, l’art. 6 delle Linee guida della Direzione Tutela dei Consumatori dell’AGCOM, esplicative per l’attività di vigilanza da effettuare ai sensi dell’art. 1, comma 4, della legge n. 40 del 2007, con particolare riferimento alle previsioni di cui all’art. 1, commi 1 e 3, della stessa legge, nonché il provvedimento di contestazione n. 9/08/Dit ed il relativo verbale di accertamento.

1.2.- A seguito degli esposti di una associazione di consumatori e di un privato e di verifiche ispettive, l’AGCOM aveva, infatti, accertato che Sky, nel determinare le condizioni generali di abbonamento, aveva ricompreso nella voce “costi”, da addebitare agli utenti che esercitavano il diritto di recesso, spese non pertinenti, in violazione dei limiti imposti dall’art. 1, comma 3, del decreto Bersani.

2.- Il T.A.R. per il Lazio, con sentenza della sede di Roma, Sezione III Ter, n. 5360 del 1 giugno 2009, ha respinto il ricorso.

3.- Sky ha appellato l’indicata sentenza ritenendola erronea sotto diversi profili.

All’appello si oppone AGCOM, che ne ha chiesto il rigetto.

All'udienza pubblica del 7 maggio 2015 la causa è stata trattenuta dal Collegio per la decisione.

4.- Prima di passare all’esame dei singoli motivi dell’appello è opportuno ricordare che il decreto legge 31 gennaio 2007, n. 7, recante misure urgenti per la tutela dei consumatori (c.d. “decreto Bersani”), convertito con modificazioni in legge 2 aprile 2007, n. 40, stabilisce tra l'altro, all'art. 1, comma 3, che «i contratti per adesione stipulati con operatori di telefonia e di reti televisive e di comunicazione elettronica, indipendentemente dalla tecnologia utilizzata, devono prevedere la facoltà del contraente di recedere dal contratto o di trasferire le utenze presso altro operatore senza vincoli temporali o ritardi non giustificati e senza spese non giustificate da costi dell'operatore e non possono imporre un obbligo di preavviso superiore a trenta giorni. Le clausole difformi sono nulle, fatta salva la facoltà degli operatori di adeguare alle disposizioni del presente comma i rapporti contrattuali già stipulati alla data di entrata in vigore del presente decreto entro i successivi sessanta giorni».

4.1.- Tale disposizione, come ha ricordato anche l’Avvocatura dello Stato, si inserisce in un contesto di liberalizzazioni del mercato delle comunicazioni elettroniche e contiene misure volte a promuovere la concorrenza e la tutela del consumatore, in particolar modo del contraente più debole, che nella sottoscrizione dei contratti per adesione risulta privo di un sostanziale potere di negoziazione.

4.2.- Il successivo comma 4 dell’art. 1 della legge n. 40 del 2007 assegna poi all’AGCOM la funzione di vigilanza sull'attuazione delle indicate disposizioni e ne sanziona le violazioni prevedendo l’applicazione dell'art. 98 del d. lgs. 1 agosto 2003, n. 259, recante il Codice delle comunicazioni elettroniche.

5.- In data 28 giugno 2007, la Direzione Tutela dei Consumatori dell'AGCOM pubblicava, sul sito dell’Autorità, le Linee guida per l’esercizio dell’attività di vigilanza, da effettuare ai sensi del citato comma 4 dell’art. 1 della legge n. 40 del 2007, con particolare riferimento alle disposizioni di cui all'art. 1, commi l e 3, della legge, per pervenire ad una migliore esplicazione del testo normativo, avuto riguardo anche alle finalità espresse dal provvedimento legislativo, che consistono nel promuovere una maggiore ed effettiva concorrenza fra le offerte disponibili sul mercato, per rafforzare il diritto di scelta dei consumatori ed agevolare il passaggio fra i vari operatori, sancendo il divieto di previsioni contrattuali, che, in sostanza, potrebbero trasformarsi in barriere o deterrenti per gli utenti al momento della scelta concorrenziale.

5.1.- Con riferimento al regime delle spese richieste in caso di recesso o trasferimento, il punto 6 delle Linee guida, in particolare, prevede che esse debbano essere conoscibili dalla lettura del contratto (par. 1); che l'utente non deve soggiacere a ''penali'' comunque denominate, in quanto sono ammessi solo gli importi "giustificati" da "costi" degli operatori (par. 2); che la Direzione verificherà che gli operatori pongano a carico degli utenti le sole "spese per cui sia dimostrabile un pertinente e correlato costo dai primi sopportato per procedere alla disattivazione o al trasferimento" (par. 3).

Inoltre, le Linee guida precisano che 'per essere in linea «con l'intenzione della Legge n. 40/2007, il concetto di pertinenza del costo dovrà essere interpretato in senso oggettivo ed imparziale, valido per tutti gli operatori e secondo criteri di causalità/strumentalità dei costi/ricavi», essendo pertinenti i ricavi e i costi attribuiti alle componenti e/o ai servizi in base all'analisi diretta della loro origine, cioè tenendo conto della causa che ha comportato il conseguimento del ricavo, il sostenimento del costo, l'acquisto di un'attività o l'insorgere di una passività.

6.- Sky, come ha ricordato anche nel suo appello, ha apportato quindi, dopo l'entrata in vigore della legge 40 del 2007, correttivi alle proprie previsioni contrattuali.

In particolare, dopo il 2 aprile 2007 ha introdotto una disciplina specifica per il recesso, in cui si prevedeva l'addebito, in relazione ai servizi pattuiti, del rimborso dei costi dell'operatore, secondo una Tabella allegata.

Nel giugno 2007, Sky ha apportato alcuni ulteriori correttivi alla disciplina contrattuale, prevedendo l'addebito dei costi dell'operatore sia per il caso di recesso antecedente ai primi dodici mesi che per i recessi anteriori alle successive scadenze annuali, con importi decrescenti in funzione della durata del rapporto contrattuale e nessuna previsione di addebito in caso di cessazione del contratto alla scadenza pattuita.

Tali indicazioni erano confermate nelle condizioni contrattuali applicate dopo il 10 ottobre 2007 ed in quelle applicate dopo il gennaio 2008.

7.- All’esito delle attività ispettive svolte dall'AGCOM in data 31 luglio, 1 agosto e 2 agosto 2007 anche a seguito della segnalazione dell’associazione Adiconsum e dell'esposto presentato dal signor Nicola Maggio in relazione ad un addebito applicato da Sky per il recesso anticipato, in data 27 marzo 2008 Sky riceveva da AGCOM la notifica di contestazione, con relativo verbale di accertamento.

7.1.- Sky forniva chiarimenti con numerose memorie (in data 28 aprile 2008, 9 maggio 2008 e 27 giugno 2008), volte a dimostrare che i costi addebitati in sede di recesso non erano ingiustificati o eccessivamente penalizzanti per il recedente, nonché attraverso la partecipazione ad audizioni (in data 10 e 19 giugno 2008).

Sky, in particolare, faceva presente di sostenere costi iniziali per l’instaurazione del rapporto contrattuale che non erano remunerati dall’utente né mediante il pagamento iniziale di un corrispettivo una tantum né mediante canoni corrisposti lungo l’arco del rapporto contrattuale, nonché costi finali connessi alla gestione del recesso.

Doveva pertanto a suo avviso ritenersi legittima, considerata la natura del rapporto contrattuale, la previsione di un recupero non solo dei costi di recesso in senso stretto, ma anche dei costi sostenuti per l’instaurazione del rapporto contrattuale e non recuperati.

7.2.- Ciò nonostante il procedimento si concludeva con l’impugnata delibera dell’AGCOM n. 484/08/Cons del 29 luglio 2008.

7.3.- AGCOM, dopo avere sostenuto che il modello di pricing operato da Sky risultava incompatibile con il valore della concorrenza che la legge Bersani ha inteso promuovere in quanto produttivo di ostacoli alla migrazione verso offerte più competitive o più gradite od allo scioglimento del vincolo contrattuale, ha ritenuto in particolare che i corrispettivi applicati al recesso nel modello contrattuale adottato dall’odierna appellante non fossero ad esso strettamente pertinenti, in quanto non giustificati con voci di costo e correlate attività afferenti al recesso stesso ed ha, quindi, imposto a Sky, entro il termine di 60 giorni:

1. di addebitare all'abbonato che esercita il recesso un importo complessivo non superiore alla somma tra il corrispettivo pagato agli Sky Service per il ritiro del singolo decoder e i corrispettivi pagati alla società fornitrice di servizi di logistica integrata per il recupero del decoder presso gli Sky Service, il suo invio al CA T ed il successivo trasporto ai magazzini Sky;

2. di non addebitare al cliente recedente alcun ulteriore importo;

3. di adeguare le previsioni delle proprie Condizioni Generali di Abbonamento e la Carta dei Servizi a tali indicazioni, indicando dettagliatamente le spese richieste agli utenti recedenti;

4. di pubblicizzare l'attuazione di detti adempimenti;

5. di dare comunicazione all'Autorità di quanto effettuato in ottemperanza a tali prescrizioni.

7.4.- In sostanza, come ha ricordato anche il giudice di primo grado, l’AGCOM ha ritenuto che Sky, per applicare correttamente l’art. 1, comma 3, del decreto Bersani, doveva, in caso di recesso di un abbonato, limitarsi a recuperare dall’utente i soli “costi” sostenuti nella fase terminale del rapporto e strettamente funzionali alla sua estinzione, con esclusione invece di quelli afferenti alla fase iniziale, sostenuti per attivare il servizio e che sulla base di un calcolo di mera convenienza economica (non scoraggiare il potenziale cliente chiedendogli al momento della sottoscrizione del contratto di abbonamento una somma per l’attivazione di non lieve importo) essa aveva invece deciso di recuperare frazionandoli nel tempo, così incidendo anche sulla fase del recesso.

8.- Avverso il citato provvedimento Sky ha prima proposto ricorso davanti al T.A.R. per il Lazio e poi appellato in questa sede la sentenza, n. 5360 del 1 giugno 2009, con la quale il Giudice di primo grado ha respinto il suo ricorso.

9.- Con il primo motivo di appello Sky ha sostenuto che erroneamente il giudice di primo grado ha ritenuto di sposare l'interpretazione restrittiva fatta propria dall’AGCOM, propugnata anche attraverso le Linee guida (pure impugnate), qualificando come illegittima l'applicazione della legge Bersani da essa posta in essere con l’addebito all’utente, in sede di recesso, di costi non direttamente legati da un rapporto causa-effetto al recesso medesimo, ma comunque sostenuti dall'operatore.

Secondo Sky l’interpretazione restrittiva data dall'AGCOM (e dal giudice di primo grado) al precetto dettato dall'art. 1, comma 3, della legge Bersani, secondo cui le spese richieste agli abbonati all'atto del recesso devono essere giustificate da costi effettivamente sostenuti dall'operatore solo all’atto del recesso, risulta in contrasto con la logica ermeneutica sia dell'interpretazione letterale che di quella sistematica.

9.1.- Sul piano letterale, infatti, non vi può essere dubbio, a suo avviso, che i costi dell'operatore, cui la legge si riferisce, non possono che essere tutti i costi comunque sostenuti per il servizio, si riferiscano essi alla fase iniziale, a quella di gestione od a quella del recesso stesso in senso stretto.

Circoscrivere esclusivamente a questi ultimi il rimborso cui l'operatore ha diritto significherebbe pretermettere la struttura del rapporto utenziale, isolando il momento del recesso come se esso fosse estraneo al sinallagma complessivo del negozio contrattuale e trattarlo come un dato a sé stante: ma questa logica, ha aggiunto Sky, si pone in contrasto, tra l’altro, con diversi principi costituzionali, in quanto porta a risultati che comprimono indebitamente e inutilmente l'iniziativa economica (oltre che l'autonomia contrattuale), rendendo l'attività di impresa non solo non remunerativa ma strutturalmente deficitaria.

9.2.- Sky ha aggiunto che, sul piano sistematico, la stessa legge Bersani, in tutti i casi in cui ha voluto introdurre oneri particolari a carico della parte erogatrice di prestazione, per lo più titolare della predisposizione di contratti per adesione, lo ha fatto non solo espressamente, e non in termini impliciti, ma in forma analitica e dettagliata, come era doveroso trattandosi di limitazioni all'attività economica in funzione di tutela di esigenze di tipo sociale (come ad esempio ha fatto nell'art. 1, comma 1, ove inibisce l'applicazione di costi fissi e di contributi per la ricarica di carte prepagate, anche via bancomat o in forma telematica, aggiuntivi rispetto al costo del traffico telefonico o del servizio richiesto).

9.3.- Sky ha quindi sostenuto, anche nella memoria presentata in vista dell’udienza di merito, che l’AGCOM, con il provvedimento gravato e avallato dalla sentenza del T.A.R. per il Lazio, evidentemente è intervenuta sul testo della norma in funzione additiva, introducendo, con una etero integrazione, un ulteriore elemento di definizione e delimitazione dei costi imputabili; mentre la norma deve essere interpretata in modo di corrispondere all’obiettivo legislativo di un sano equilibrio tra le esigenze contrapposte del consumatore e dell’economicità della gestione del fornitore.

10.- Il motivo non è fondato.

L’art. 1, comma 3, della legge n. 40 del 2007, nell’autorizzare l’operatore a richiedere all’utente che recede anticipatamente dal contratto il rimborso dei «costi sostenuti», intende riferirsi, anche secondo questa Sezione, alle (sole) spese effettivamente affrontate dal fornitore del servizio per la disattivazione dell’impianto ed in funzione della stessa.

Sono pienamente condivisibili quindi, sul punto, le conclusioni raggiunte dall’AGCOM e ritenute legittime dal T.A.R. con la sentenza appellata.

10.1.- Lo scopo della disposizione in questione, come si è già ricordato, è, infatti, quello di consentire all’utente, che intenda recedere dal rapporto prima della scadenza del termine contrattualmente fissato, di farlo liberamente, salvo preavviso non superiore a trenta giorni e quindi senza che lo stesso sia gravato di costi diversi da quelli che sono sostenuti dall’operatore per il recesso.

10.2.- Al fine di individuare i costi, ai quali il decreto Bersani fa riferimento, le Linee guida, approvate dalla Direzione tutela dei consumatori di AGCOM, correttamente hanno quindi fatto riferimento al concetto di “pertinenza del costo”.

11.- Sebbene, come Sky ha evidenziato, la disposizione in questione, nel far riferimento ai «costi sostenuti» oggetto di recupero nel caso di recesso anticipato, non specifichi anche che tali costi sono solo quelli sostenuti per la disattivazione, tuttavia si deve ritenere che la volontà del legislatore sia stata effettivamente, come ha ritenuto AGCOM, quella di escludere dal rimborso dovuto all’operatore costi non strettamente legati al recesso e quindi non pertinenti alla disattivazione degli impianti.

11.1.- Infatti, la tesi di Sky, secondo cui i costi dell’operatore ai quali si riferisce la legge non potrebbero che essere tutti i costi comunque sostenuti per il servizio, si riferiscano essi alla fase iniziale, a quella di gestione o a quella del recesso in senso stretto, finirebbe con lo svuotare di contenuto la previsione normativa, posto che in tal modo qualsiasi costo sostenuto dall’operatore nel corso della durata del rapporto contrattuale potrebbe essere addebitato all’utente che chiede di recedere, in aperto contrasto con lo spirito della norma, che, come si è detto, intende liberalizzare il recesso ed il possibile conseguente passaggio da un operatore ad un altro, prevedendo che l’utente paghi solo i costi del recesso.

11.2.- Era invece emerso in sede istruttoria che Sky, dopo l’entrata in vigore della disposizione dettata dal decreto Bersani e prima che AGCOM intervenisse con la delibera impugnata, aveva ritenuto di poter addebitare all’utente anche costi non pertinenti con il recesso (anche se effettivamente sostenuti per l’attivazione del servizio, con l’installazione del decoder, della smart card e della parabola), per importi che erano tutt’altro che irrilevanti (da 180 a 225 euro) e tali da rendere comunque difficile e “costoso” il recesso.

11.3.- L’Avvocatura dello Stato ha, in proposito, giustamente rilevato che, qualora fosse ritenuta legittima la politica di pricing praticata da Sky e sanzionata con la citata delibera, rimarrebbe sostanzialmente invariato il quadro precedente all’intervento legislativo, che prevedeva apposite penali per lo scioglimento anticipato del contratto; mentre, rimuovendo i vincoli temporali al rapporto contrattuale e scongiurando l’effetto deterrente delle penali per il recesso anticipato, il legislatore del 2007 ha inteso conseguire l’effetto di conferire maggiore dinamicità al mercato, restituendo all’utente la libertà di scegliere in qualsiasi momento, senza sopportare costi onerosi, l’offerta più aderente alle proprie esigenze.

12.- In conseguenza, mentre possono essere addebitati all’utente i costi che sono effettivamente sostenuti dall’operatore per il recesso, e quindi per la disattivazione dell’impianto concesso per consentire all’abbonato di fruire dei servizi oggetto del contratto, deve ritenersi non consentito agli operatori di inserire fra i costi richiesti per la disattivazione anche costi che sono ad essa estranei o non pertinenti come quelli sostenuti per l’attivazione del servizio, anche se non addebitati all’utente nel corso del rapporto.

12.1.- Peraltro, anche facendo applicazione delle ordinarie regole contabili, gran parte delle voci che secondo l’appellante costituiscono costi da addebitare agli utenti nel caso di recesso non possono definirsi pertinenti al recesso ma attengono ad altre fasi del rapporto contrattuale (costi di installazione, consegna del decoder e della smart card).

Né si può giustificare l’imputazione di tali costi al momento del recesso solo perché Sky, per proprie politiche commerciali volte ad incentivare la sottoscrizione di nuovi contratti, ha ritenuto di non porre a carico dell’utente i relativi costi al momento della stipula del contratto.

13.- Inconferenti risultano poi i richiami operati da Sky, anche nella memoria conclusiva, al Codice del consumo (e, in particolare all’art. 33, comma 2, lett. g), dovendosi escludere che la facoltà di recesso dal contratto ivi riconosciuta al consumatore, che vale a superare la presunzione di vessatori età delle contrarie clausole contrattuali, non possa essere legittimamente accompagnata, com’è proprio della disposizione dettata dal decreto Bersani nell’applicazione ritenuta corretta dall’AGCOM, a maggior tutela del consumatore, dalla ulteriore previsione che determinate fattispecie di contratti per adesione debbano altresì prevedere la facoltà del contraente “debole” di recedere dal contratto senza sopportare l’ònere di spese non giustificate dai pertinenti costi dell’operatore; d'altra parte, quasi tutte le disposizioni contenute del D.L. n. 7/07 perseguono anche, se non principalmente, la finalità di assicurare lo promozione della concorrenza e, tramite di essa, lo sviluppo di attività economiche e tra queste disposizioni vanno sicuramente inserite quelle (come l'art. 1, comma 3, l'art. 5 comma 4, l'art.8), che prevedono la possibilità di estinzione anticipata o comunque la trasferibilità del rapporto ad altro operatore del settore senza oneri, per le quali appare peraltro irragionevole ipotizzare, come meglio si vedrà più avanti, una limitazione dell'ambito applicativo ai contratti stipulati dai consumatori nel senso previsto dall'art. 3 del D.L.vo n. 206/05.

14.- Sky ha anche sostenuto che non c’è nell’ordinamento una norma che vieti di addebitare in un certo momento i costi sostenuti per l’attivazione del contratto.

In realtà, anche da tale osservazione non può ricavarsi l’illegittimità della delibera AGCOM oggetto del giudizio, che ha semplicemente e congruamente fatto applicazione di una norma, che, nel prevedere per l’utente un vero diritto potestativo di scioglimento unilaterale del rapporto, ha stabilito che possano essere rimborsati all’operatore solo i costi dallo stesso effettivamente sostenuti per consentire l’esercizio del diritto di recesso.

15.- Deve essere pertanto respinto il primo (e centrale) motivo dell’appello proposto da Sky dovendosi ritenere l’interpretazione data da AGCOM alla disposizione in questione coerente con il dettato legislativo.

16.- Tale statuizione, peraltro, come ha già ritenuto il T.A.R., non può considerarsi gravemente lesiva dell’iniziativa economica di impresa tenuto conto che non impedisce a Sky di prevedere diverse modalità contrattuali attraverso le quali può recuperare i costi sostenuti per l’attivazione del servizio (come risulta che Sky ha poi fatto dopo aver preso atto dei contenuti della delibera impugnata).

17.- Sky ha anche sostenuto che gli oneri per l’acquisto dell’infrastruttura necessaria per l’attivazione del contratto (decoder, scheda e parabola) costituiscono una obiettiva barriera all’ingresso ed al passaggio di un consumatore da un fornitore ad un altro, con conseguenze negative per l’allargamento del mercato ed anche per l’innovazione tecnologica.

Sky ha quindi aggiunto che la contestata interpretazione data al decreto Bersani dall’AGCOM costringe l’azienda a caricare i costi all’ingresso rendendo meno appetibile l’adesione e determinando così una grave discriminazione con gli operatori del digitale terrestre, che hanno anche beneficiato di contributi statali, con una conseguente alterazione della dinamica concorrenziale.

In particolare Sky ha sostenuto che in tal modo si vedrebbe oggetto di una duplice discriminazione: dopo essere stata penalizzata, nella delicata fase di transizione al digitale, dalla previsione degli aiuti di Stato per l’acquisto dei decoder digitali terrestri ritenuti illegittimi secondo quanto acclarato dalla Commissione europea, essa si vedrebbe ulteriormente discriminata laddove dovesse esserle impedito il recupero dei costi obiettivamente giustificati in relazione al modello di business adottato nell’esercizio della propria autonomia imprenditoriale.

18.- La delibera impugnata, ad avviso del Collegio, non può tuttavia ritenersi illegittima solo perché non tiene conto della diversità dei costi per l’accesso al servizio che Sky deve sopportare (e in qualche modo addebitare all’utenza) rispetto al principale concorrente che opera sul digitale terrestre.

Le considerazioni espresse da Sky sulla necessità di recuperare gli investimenti fatti sono invero condivisibili, così come appare innegabile l’oggettiva situazione in cui essa si trova, ch’è quella di dover concorrere in un mercato nel quale altri operatori hanno costi per l’accesso degli utenti inferiori ed hanno anche beneficiato di aiuti di Stato; ma, come ha ben sottolineato l’Avvocatura dello Stato, si tratta di problemi diversi, che non attengono all’oggetto del presente giudizio e la cui soluzione non può certo essere arbitrariamente rinvenuta nella prospettata elusione di una chiara disposizione di legge, che non vuole che ricadano sugli utenti i costi di un eventuale recesso dal contratto.

18.1.- Peraltro, quanto alla problematica degli aiuti di Stato, la difesa erariale ha correttamente evidenziato che gli aiuti per lo sviluppo del digitale terrestre previsti nelle leggi finanziarie per gli anni 2004 e 2005 sono stati dichiarati illegittimi dalla Commissione Europea proprio a seguito di un ricorso proposto da Sky, in quanto ritenuti tecnologicamente non neutri e perché creavano una indebita distorsione della concorrenza.

La Commissione Europea ha ritenuto invece che i contributi stanziati per il 2006 e per il 2007 risultavano compatibili con le regole della concorrenza intracomunitaria perché non escludevano alcuna piattaforma; e tuttavia Sky non ne ha potuto legittimamente beneficiare perché adotta una tecnologia chiusa e non aperta (come era richiesto a tal fine), ma di questo non si può certo dolere in questa sede.

18.2.- Dunque, come ben ha sostenuto la difesa erariale, se Sky ritiene di doversi lamentare dell’effetto distorsivo per il mercato determinato dai contributi statali al digitale terrestre, ha l’onere di contestarne la legittimità nelle sedi opportune; mentre non può agire, per compensare gli aiuti non concessi, attraverso una politica contrattuale, che, in contrasto col dettato legislativo, prevede costi rilevanti, e non pertinenti, per l’utente al momento del suo anticipato recesso dal contratto.

18.3.- Si deve aggiungere che, come ha ricordato il T.A.R., il passaggio dalla tecnica analogica a quella digitale è stata imposta ope legis e ciò può costituire una giustificazione al contributo dato dallo di Stato alle famiglie per l’acquisto dei decoder; mentre la sottoscrizione di un abbonamento con Sky rappresenta il frutto di una libera scelta del singolo utente, che, sulla base dei contenuti delle prestazioni offerte, chiede ad un operatore ulteriori determinati servizi.

19.- Sky ha contestato il provvedimento impugnato (e le Linee Guida di AGCOM) anche per aver escluso, fra i costi da addebitare all’utente che intende recedere, quelli sostenuti per il recupero della smart card e per il ricondizionamento dei decoder ritirati con il loro resettaggio ed aggiornamento e per aver stimato il possibile recupero di una spesa molto inferiore a quella determinata per la concorrente Mediaset (all’epoca € 30, poi ridotta ad € 8,34).

Anche tale censura non risulta fondata, tenuto conto del fatto che i costi sostenuti per il recupero della smart card appaiono irrilevanti alla luce del contestuale recupero anche del decoder; e ciò ne giustifica la loro mancata valutazione.

Quanto al resettaggio ed all’aggiornamento dei decoders restituiti, trattandosi di attività finalizzata alla loro consegna ad altri nuovi abbonati (o, come ha precisato in memoria Sky, per sostituire apparati guasti degli abbonati), si deve ritenere corretto che il costo sostenuto sia considerato non pertinente ai costi del recesso.

20.- Sky ha poi sostenuto l’illegittimità dell’impugnata delibera di AGCOM anche nella parte in cui prevede che le nuove disposizioni, così come restrittivamente interpretate, si applichino anche ai contratti in essere, con un effetto retroattivo che si pone in violazione della regola secondo la quale le norme che impongono discipline retroattive sono eccezionali e devono essere interpretate in modo restrittivo.

Sky ha aggiunto che sul punto sia la delibera impugnata sia, in parte qua, le Linee guida non trovano giustificazione nell’art. 1, terzo comma, del decreto Bersani, che, quando prevede la possibilità per l’operatore di «adeguare alle disposizioni del presente comma i rapporti contrattuali già stipulati alla data di entrata in vigore del presente decreto», intende riferirsi alle condizioni generali di contratto vigenti a quella data e non ai singoli contratti di abbonamento.

20.1.- Il motivo non è fondato.

La disposizione normativa in questione prevede, infatti, l’espressa applicazione dei suoi contenuti ai «rapporti contrattuali già stipulati alla data di entrata in vigore del …decreto».

Peraltro la stessa disposizione normativa concedeva chiaramente alle emittenti 60 giorni di tempo per adeguare i propri rapporti contrattuali (in essere) alle nuove disposizioni.

Sul punto, correttamente il T.A.R. ha poi osservato che, nel caso di prestazioni a carattere continuativo, il divieto di retroattività si pone con riferimento agli effetti già esauriti al momento dell’entrata in vigore della legge innovativa, ma non a quelli che insorgono in data successiva.

21.- Con il secondo motivo del suo appello Sky ha sostenuto che nessuno dei principali ordinamenti europei penalizza allo stesso modo gli operatori, per le spese sostenute, nei casi di recesso degli utenti.

In particolare, non viene inibito il rimborso di costi iniziali auto addossati dall’operatore in ragione dell’abbattimento delle barriere in entrata e dell’allargamento di un settore di mercato rilevante per la concorrenza all’apertura tecnologica ed all’innovazione.

Al contrario, si conclude, in tutti i principali ordinamenti europei, nel caso di fornitura gratuita delle attrezzature per la ricezione dei programmi televisivi a pagamento, gli utenti sono vincolati ad una durata minima del rapporto contrattuale proprio per consentire all’operatore di recuperare i costi sostenuti.
21.1.- La censura non è fondata.

Come ha giustamente osservato il T.A.R., la disparità di trattamento può rilevare sul piano giuridico solo se perpetrata tra operatori che agiscono all’interno dello stesso ordinamento e devono rispondere delle stesse regole.

Nella specie, la normativa comunitaria, nell’operare per l’armonizzazione degli ordinamenti nazionali, impone agli Stati membri un livello minimo di tutela del consumatore.

Ciò non inibisce però ai singoli Stati dell’Unione, con riferimento alle proprie particolari condizioni socio-economiche, di prevedere forme di tutela più ampie e rigorose in favore del contraente ritenuto più debole.

22.- Né ha rilievo in ordine alla corretta applicazione della disposizione in questione l’asserita disparità di trattamento con gli operatori di telefonia, posto che la determinazione dei costi che possono essere addebitati in caso di recesso tiene conto della natura specifica delle spese che riguardano ciascun settore.

23.- Con il terzo motivo di appello Sky ha sostenuto che fra i consumatori tutelati dal decreto Bersani non possono rientrare anche le piccole e medie imprese che costituiscono la tipica utenza professionale.

Nella memoria conclusionale Sky ha insistito nel sostenere che il d.l. n. 7 del 2007 detta misure urgenti per la tutela dei consumatori (e quindi si rivolge alle sole persone fisiche che agiscono per scopi estranei all’attività imprenditoriale); il consumatore non può quindi essere equiparato al contraente e tantomeno al contraente professionale, come ha ritenuto AGCOM.

Ancora una volta, ha aggiunto Sky, è stata invece proposta una lettura estensiva della norma, che ne determina una illegittima e inammissibile etero-integrazione.

23.1.- Anche tale motivo è infondato.

Il terzo comma dell’art. 1 della legge n. 40 del 2007, per la sua ampia formulazione, risulta, infatti, applicabile a tutti i contraenti di contratti per adesione nel settore dei servizi di comunicazione elettronica.

Peraltro la norma, come ha già ricordato il giudice di primo grado, non utilizza il termine consumatore” ma quello di “contraente”, che costituisce uno status che può essere indifferentemente assunto sia dalla persona fisica che da quella giuridica.

Ed invero anche le piccole imprese possono trovarsi in posizione di debolezza e necessitare di meccanismi di protezione nei rapporti che hanno con altre imprese (molto) più grandi come quelle che operano nel mercato della comunicazione elettronica.

E’ pur vero che il D.L. n. 7/07 è stato emanato al fine di adottare "misure urgenti per la tutela dei consumatori" oltre che per "la promozione della concorrenza, lo sviluppo delle attività economiche" e che il suo Capo I, all'interno del quale è inserito l'art. 1, si caratterizza per la rubrica "misure urgenti per la tutela dei consumatori", ma la nozione di consumatore cui fa riferimento il legislatore in tale decreto, per la mancanza di richiami al D.L.vo n. 206/05, per la mancanza di riferimenti, nelle singole previsioni contenute negli artt. 1 e ss., alla natura giuridica dei soggetti che stipulano i contratti per adesione considerati dal legislatore e per l'evidente perseguimento della finalità di garantire tutti i fruitori finali dei prodotti e servizi considerati, che si trovino a stipulare contratti tramite formulari con soggetti professionali di determinati settori commerciali (telefonico, assicurativo, bancario, ecc) senza possibilità concreta di modificare il contenuto di tali contratti, deve intendersi in senso ampio, ossia riferita a tutti i contraenti (deboli), che, per ottenere il servizio o il prodotto nel settore considerato, devono soggiacere alla contrattazione tramite formulari imposta dai soggetti professionali di tali settori, a prescindere quindi dalla loro natura giuridica e dalla loro forza economica

Si deve comunque aggiungere che l’AGCOM, in sintonia con l’obiettivo del decreto Bersani di assicurare in sede di stipula di contratti per adesione adeguata tutela al contraente debole, ha deliberato l’integrazione delle Linee Guida prevedendo che l’applicazione dei divieti contenuti nella disposizione in questione non si applicano alla clientela business di maggiori dimensioni che sottoscriva tali tipi di contratto, in quanto titolare di un potere negoziale che le consente di poter addivenire alla stipula di un contratto le cui clausole sono state concordate da entrambe le parti.

24.- Sky ha poi censurato (con il quarto motivo di appello) il provvedimento impugnato anche perché l’AGCOM, nell’imporle determinate azioni nonché la condotta da tenere in futuro per non incorrere in altre violazioni delle disposizioni normative in questione, si sarebbe arrogata poteri autorizzativi che non le competono.

La doglianza va respinta.

24.1.- In proposito, si è già prima ricordato che il comma 4 dell’art. 1 della legge n. 40 del 2007 espressamente assegna all’AGCOM il potere di vigilare sull’attuazione delle disposizioni di cui allo stesso articolo 1 e di stabilire le modalità attuative delle disposizioni di cui al comma 2. All’AGCOM la norma attribuisce anche il potere di sanzionare le violazioni delle disposizioni in questione, facendo applicazione dei poteri assegnati all’Autorità.

La norma ha pertanto evidentemente assegnato all’AGCOM il potere/dovere di vigilare sulla corretta applicazione delle disposizioni in questione e di sanzionare le violazioni riscontrate.

L’esercizio del potere di vigilanza, come avviene in altri ambiti dell’ordinamento, non si limita peraltro solo ad interventi successivi di carattere sanzionatorio (e ciò si evince dalla lettura della stessa disposizione normativa), ma include anche il potere di indirizzo sul corretto esercizio della funzione vigilata nel rispetto del dettato normativo (ed anche al fine di prevenire le sue possibili violazioni con le conseguenti sanzioni).

24.2.- Come ha sostenuto il T.A.R., l’attività dell’AGCOM si esplica quindi con riferimento «non tanto (e non solo) … al singolo caso segnalato dall’utente che ha denunciato l’addebito di somme a titolo di costi di recesso a suo avviso non dovute quanto alle condizioni generali di abbonamento e alle clausole nelle stesse contenute, con la conseguenza che ove queste non risultino rispettose dei principi dettati dal terzo comma dell’art. 1 D.L. n. 7 del 2007 correttamente l’Autorità interviene per la rimozione dell’illegittimità indicando la condotta che nel futuro l’operatore deve tenere per non incorrere in ulteriore violazioni della disposizioni normative in questione».

24.3.- Peraltro, come ha evidenziato l’Avvocatura dello Stato, i poteri esercitati dall’AGCOM nella fattispecie sono coerenti con le funzioni assegnate all’Autorità dalle norme che ne regolano l’attività (richiamate anche nella disposizione in questione).

25.- Sempre con il quarto motivo Sky ha anche sostenuto che l’AGCOM non ha condotto un’istruttoria adeguata sui costi astrattamente addebitabili per il servizio di recesso.

Vi sono, infatti, ha aggiunto Sky, altre numerose voci di costo direttamente pertinenti e correlate alle attività di disattivazione e trasferimento dei servizi (come la chiusura dell’utenza e la sua disabilitazione, il recupero e la distruzione della smart card), ch’essa aveva rinunciato ad addebitare all’abbonato al momento del recesso, per scelta discrezionale e ragioni di opportunità commerciale; e di ciò l’Autorità non avrebbe tenuto conto.

25.1.- Anche la censura di difetto di istruttoria non è fondata.

Come si è già ricordato, l’AGCOM ha emanato la delibera impugnata al termine di un’articolata e complessa istruttoria, nella quale, come emerge dalla documentazione in atti, Sky ha avuto modo, sia depositando memorie (in data 28 aprile 2008, 9 maggio 2008 e 27 giugno 2008) sia partecipando ad apposite audizioni (in data 10 e 19 giugno 2008), di spiegare le sue ragioni e di indicare all’AGCOM i costi che effettivamente sostiene per il recesso.

Sulla base dell’istruttoria compiuta l’AGCOM ha quindi ritenuto che buona parte dei corrispettivi che venivano richiesti ai clienti al momento del recesso costituivano il rimborso di costi legati all’attivazione del servizio (impianto satellitare, consegna e attivazione del decoder e della smart card) e quindi ad attività evidentemente legate ad una fase diversa dal recesso dal rapporto.

Non può quindi ritenersi viziata la delibera in questione per difetto di istruttoria.

25.2.- Per quanto riguarda poi alcune voci di costo, in relazione alle quali Sky ha lamentato il mancato riconoscimento della possibilità di addebito, si deve ritenere che tali voci siano state ragionevolmente ritenute dall’AGCOM non rilevanti e comunque incluse nei costi sostenuti per la disattivazione e il ritiro del decoder e della smart card.

26.- Sky ha sostenuto poi, con il quinto motivo, proposto in primo grado e riproposto in appello in via incidentale e subordinata, che la disciplina normativa in questione è affetta da illegittimità costituzionale per la violazione degli articoli 41, 21, 23, 3 e 97 e 117, comma 2 lett. e) della Costituzione, per la compressione della libertà di iniziativa economica che imporrebbe la remunerazione dei costi come presupposto per la realizzazione del giusto profitto concorrenziale, configurandosi in caso contrario un prelievo patrimoniale senza titolo, con l’alterazione della concorrenza e il pregiudizio per un settore di mercato di fondamentale importanza per la comunicazione.

Le disposizioni di legge in questione, come interpretate dall’AGCOM, ha aggiunto Sky, determinano uno spostamento dei costi a carico dell’utente e nella fase iniziale di attivazione del servizio e costituiscono, quindi, una inammissibile barriera all’ingresso o al passaggio ad altri operatori nel mercato dei servizi televisivi.

26.1.- Anche tale motivo non è fondato.

Premesso che, mentre l’appellante lamenta che la pronuncia appellata non si è soffermata “su tutti i profili messi in luce dalla ricorrente”, svolge poi espliciti argomenti solo con riguardo agli artt. 41 e 21 Cost. (al più implicitamente all’art. 23 Cost.), non potendo ritenersi ammissibili presunte deduzioni di incostituzionalità non espressamente rapportate al singolo parametro costituzionale pretesamente violato (che non può essere certo evocato per implicito), valga in proposito rilevare quanto segue.

La ritenuta (dall’Autorità) illegittimità dell’imposizione di costi di recesso non pertinenti e quindi non giustificati, non implica affatto che i costi sostenuti per l’accesso al servizio (per la fornitura e l’attivazione di parabola, decoder e smart card) non possano essere posti diversamente a carico dell’utente attraverso legittimi sistemi di recupero, come ha sostenuto l’Avvocatura dello Stato.

Non può dirsi quindi violata la libertà di iniziativa economica imprenditoriale degli operatori, visto che il decreto Bersani non inibisce loro di recuperare le spese sostenute per il recesso anticipato, ma esclude solo il recupero di voci di costo che ad esso sono causalmente e temporalmente estranee.

Come ha affermato il T.A.R., l’operatore può, quindi, legittimamente recuperare tutte le spese, sia quelle sostenute nella fase iniziale (ma facendole rientrare nel prezzo per l’attivazione dell’abbonamento o nel canone mensile), sia quelle direttamente affrontate per il recesso (facendole rientrare nel “costo del recesso”).

Resta a quel punto a carico dell’operatore solo l’alea per il mancato guadagno conseguente ad un possibile recesso anticipato ma si tratta di un «evento il cui avverarsi è incerto e che… rientra nel rischio d’impresa».

26.2.- Non sussiste neanche un’ingiusta equiparazione, relativamente ai costi di recesso, della disciplina legislativa delle telecomunicazioni a quella della telefonia, a prescindere dal fatto che non risulta che gli operatori telefonici chiedano un corrispettivo di recesso ai proprio clienti per la copertura di pregressi costi di consegna, installazione e attivazione degli apparati presso le loro abitazioni.

26.3.- Non sussiste poi nemmeno la lamentata lesione alla piena concorrenzialità del mercato determinata dalla maggiore onerosità dei costi, che verrebbero ad essere inizialmente addebitati agli utenti per effetto della determinazione dell’AGCOM.

Non può invero negarsi che Sky, che opera con la tecnica satellitare, sostiene costi diversi e maggiori (per l’attivazione del servizio dei singoli abbonati) da quelli sostenuti dagli operatori concorrenti che operano sul digitale terrestre; ma ciò non esclude che Sky, come è del resto notorio, svolga un’attività pienamente concorrenziale grazie alla qualità tecnica delle trasmissioni ed alla qualità dei contenuti commerciali offerti.

Come ha ricordato anche l’Avvocatura dello Stato, la concorrenzialità in materia è del resto sempre più determinata dalla personalizzazione e dalla diversificazione dell’offerta commerciale.

I maggiori costi sostenuti da Sky per l’attivazione non giustificano peraltro, come si è detto, l’addebito degli stessi nella diversa fase del recesso dal contratto, che il legislatore ha voluto rendere esente da qualsiasi condizionamento legato anche alla rilevanza dei possibili costi inerenti alle fasi di attivazione ed esecuzione del contratto.

27. In conclusione, per tutti gli esposti motivi, l’appello deve essere respinto.

Considerata la novità e la rilevanza delle questioni trattate le spese del presente grado di giudizio possono essere integralmente compensate fra le parti.

P.Q.M.

il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sull'appello come in epigrafe proposto (n. 9548 del 2009), lo respinge.

Dispone la compensazione integrale fra le parti delle spese e competenze del presente grado di giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 7 maggio 2015 con l'intervento dei magistrati:
Salvatore Cacace, Presidente FF
Bruno Rosario Polito, Consigliere
Angelica Dell'Utri, Consigliere
Dante D'Alessio, Consigliere, Estensore
Alessandro Palanza, Consigliere


L'ESTENSORE IL PRESIDENTE





DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 16/10/2015



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Re: Sky Italia

Messaggio da panorama » gio ott 29, 2015 9:42 pm

SENTENZA N. 210
ANNO 2015


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:
- Alessandro CRISCUOLO Presidente
- Giuseppe FRIGO Giudice
- Paolo GROSSI ”
- Giorgio LATTANZI ”
- Aldo CAROSI ”
- Marta CARTABIA ”
- Mario Rosario MORELLI ”
- Giancarlo CORAGGIO ”
- Giuliano AMATO ”
- Silvana SCIARRA ”
- Daria de PRETIS ”
- Nicolò ZANON ”
ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 38, comma 5, del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177 (Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici), come sostituito dall’art. 12 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 44 (Attuazione della direttiva 2007/65/CE relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti l’esercizio delle attività televisive), promosso dal Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, nel procedimento vertente tra Sky Italia srl, Autorità garante per le comunicazioni e Reti Televisive Italiane spa, con ordinanza del depositata il 17 febbraio 2014 e iscritta al n. 104 del registro ordinanze del 2014, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 27, prima serie speciale, dell’anno 2014.

Visti gli atti di costituzione di Sky Italia srl, di Reti Televisive Italiane spa, nonché gli atti di intervento di Italia 7 Gold srl e del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza del 6 ottobre 2015 il Giudice relatore Giuliano Amato;

uditi gli avvocati Felice Vaccaro per Italia Sette Gold srl, Roberto Mastroianni, Luisa Torchia e Mario Siragusa per Sky Italia srl, Francesco Saverio Marini e Gian Michele Roberti per Reti Televisive Italiane spa e l’avvocato dello Stato Stefano Varone per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto

1.− Con ordinanza del 17 febbraio 2014, il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio ha sollevato – in riferimento agli artt. 3, 41 e 76 della Costituzione − questione di legittimità costituzionale dell’art. 38, comma 5, del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177 (Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici), come sostituito dall’art. 12 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 44 (Attuazione della direttiva 2007/65/CE relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti l’esercizio delle attività televisive).

La disposizione censurata prevede che «La trasmissione di spot pubblicitari televisivi da parte di emittenti a pagamento, anche analogiche, non può eccedere per l’anno 2010 il 16 per cento, per l’anno 2011 il 14 per cento, e, a decorrere dall’anno 2012, il 12 per cento di una determinata e distinta ora d’orologio;
un’eventuale eccedenza, comunque non superiore al 2 per cento nel corso dell’ora, deve essere recuperata nell’ora antecedente o successiva».

La disposizione in esame stabilisce quindi − per le emittenti televisive a pagamento − limiti orari alla trasmissione di spot pubblicitari più restrittivi di quelli stabiliti per le emittenti cosiddette “in chiaro”.

Ad avviso del giudice rimettente, essa si porrebbe in contrasto in primo luogo con l’art. 76 Cost., poiché tale misura sarebbe del tutto innovativa e non giustificata da alcuna previsione della stessa legge delega, né da una ratio implicita della direttiva cui la disposizione dovrebbe dare attuazione.

Viene, inoltre, denunciato il contrasto con l’art. 3 Cost., per l’intrinseca irrazionalità della disposizione, che introdurrebbe un’ingiustificata differenziazione tra i limiti orari di affollamento pubblicitario applicabili alle emittenti televisive a pagamento e quelli applicabili alle emittenti in chiaro, nonostante l’unicità del mercato in cui le stesse operano; ed infine, con l’art. 41 Cost., poiché la disposizione incide sulla libertà di iniziativa economica delle emittenti televisive a pagamento in difetto di una chiara ed inequivoca finalità sociale, che giustifichi l’intervento normativo in questione.

2.− Il giudice a quo riferisce di essere chiamato a decidere in ordine al ricorso proposto da Sky Italia spa (di seguito, «Sky») al fine di ottenere l’annullamento della delibera con cui l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha irrogato alla ricorrente una sanzione amministrativa pecuniaria, in conseguenza del superamento dei limiti di affollamento pubblicitario stabiliti dall’art. 38, comma 5, del d.lgs. n. 177 del 2005.

2.1.– Il TAR Lazio riferisce di avere rinviato alla Corte di giustizia dell’Unione europea, ai sensi dell’art. 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), fatto a Roma il 25 marzo 1957, alcune questioni interpretative, relative alla compatibilità del richiamato art. 38, comma 5, con la normativa comunitaria. Tali questioni sono state risolte con sentenza del 18 luglio 2013 in causa C-234/12, in cui la Corte di giustizia ha affermato che la normativa italiana sulla pubblicità televisiva – nel prescrivere limiti orari di affollamento pubblicitario più bassi per le emittenti televisive a pagamento rispetto a quelli stabiliti per le emittenti in chiaro – è conforme al diritto dell’Unione, sempre che sia rispettato il principio di proporzionalità, circostanza che deve essere verificata dal giudice del rinvio.

2.2.− Nel giudizio, riassunto a cura della parte ricorrente, il TAR Lazio ritiene la questione non manifestamente infondata, in relazione alla violazione dei parametri di cui all’art. 76 Cost. e agli artt. 3 e 41 Cost.

2.2.1.− Quanto alla violazione dell’art. 76 Cost. per eccesso di delega, il TAR Lazio osserva che la legge 7 luglio 2009, n. 88 (Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee − Legge comunitaria 2008), ha delegato il Governo ad adottare i decreti legislativi recanti le norme occorrenti per dare attuazione, tra le altre, alla direttiva 11 dicembre 2007, n. 2007/65/CE (Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 89/552/CEE del Consiglio relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti l’esercizio delle attività televisive).

I principi e i criteri direttivi generali della delega sono previsti all’art. 2 della legge n. 88 del 2009, ma è l’art. 26 a dettare i criteri specifici, i quali sarebbero riferiti, peraltro, alla sola attività di product placement e alla relativa disciplina sanzionatoria.

D’altra parte, la direttiva da attuare, pur contenendo puntuali disposizioni in tema di pubblicità televisive e televendite, non conterrebbe la previsione di alcuna differenziazione – quanto ai tetti di affollamento pubblicitario − tra emittenti televisive a pagamento ed emittenti televisive in chiaro.

E tuttavia il nuovo art. 38 del d.lgs. n. 177 del 2005, come sostituito dall’art. 12 del d.lgs. n. 44 del 2010, mentre lascia invariati i limiti di affollamento pubblicitario per la concessionaria del servizio pubblico, nonché quelli delle emittenti televisive in chiaro, introdurrebbe per la prima volta − riguardo ai limiti di affollamento pubblicitario − una differenziazione tra emittenti in chiaro ed emittenti a pagamento.

Ad avviso del giudice a quo, il legislatore delegato non è stato autorizzato ad introdurre alcuna modifica ulteriore rispetto a quelle previste dalla direttiva n. 2007/65/CE. L’ambito della delega sarebbe espressamente circoscritto alle modifiche che tale direttiva ha apportato alla precedente. Viceversa, la previsione di limiti più stringenti per le emittenti a pagamento sarebbe una misura del tutto innovativa, non giustificata da alcuna previsione, né da alcuna ratio implicita, della direttiva da attuare, né della legge delega.

Tale natura innovativa impedirebbe di ricondurre la disposizione in esame ad un’ipotesi di delega di coordinamento, la quale consente interventi modificativi solo in via strumentale, ossia ove necessario ai fini del coordinamento della normativa previgente con quella introdotta con la legge delega. Resterebbe esclusa, pertanto, la possibilità di introdurre per questa via innovazioni sostanziali alla disciplina previgente.

Inoltre, ad avviso del giudice a quo, la «revisione» o il «riordino», in quanto possono comportare l’introduzione di innovazioni della preesistente disciplina, esigono comunque la previsione di principi e criteri direttivi, idonei a circoscrivere le scelte discrezionali del Governo.

Viene quindi richiamata la giurisprudenza costituzionale in merito ai rapporti fra legge delega e norma attuativa, evidenziando la necessità che l’interpretazione dei principi e dei criteri direttivi sia effettuata in riferimento alla ratio della legge delega, tenendo conto del contesto normativo in cui gli stessi sono inseriti e delle finalità che ispirano la delega ed suoi i principi e i criteri direttivi.

Il giudice a quo si dichiara consapevole che la delega legislativa non esclude ogni discrezionalità del legislatore delegato e che l’art. 76 Cost. non osta all’emanazione di norme che rappresentino un ordinario sviluppo e, se del caso, un completamento delle scelte espresse dal legislatore delegante; nell’attuazione della delega è quindi possibile valutare le situazioni giuridiche da regolamentare ed effettuare le scelte conseguenti, nella fisiologica attività di riempimento che lega i due livelli normativi.

Tuttavia, ad avviso del TAR rimettente, l’innovazione introdotta dal d.lgs. n. 44 del 2010 non sarebbe qualificabile come operazione di «completamento», né di «riempimento». La disposizione censurata non troverebbe, infatti, alcun «ancoraggio» nella legge delega, risultando viceversa adottata in violazione dei principi e criteri direttivi della stessa.

2.2.2.− Quanto al denunciato contrasto con l’art. 3 Cost., il TAR Lazio evidenzia che con la disposizione in esame viene introdotta un’ingiustificata differenziazione tra i tetti orari di affollamento pubblicitario applicabili alle emittenti televisive a pagamento e quelli applicabili alle emittenti televisive in chiaro. Tale differenziazione non terrebbe conto dell’unicità del mercato di riferimento.

2.2.3.− Riguardo alla violazione dell’art. 41 Cost., il TAR Lazio rileva che la disposizione censurata inciderebbe oggettivamente sulla libertà di iniziativa economica dell’emittente televisiva a pagamento, in difetto di una chiara ed inequivoca finalità generale, che giustifichi la misura in questione.

3.– Nel giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile e comunque infondata.

3.1.− L’Avvocatura generale dello Stato osserva che effettivamente non si rinvengono, né fra i criteri di cui all’art. 2, né fra quelli di cui all’art. 26 della legge n. 88 del 2009, specifiche indicazioni quanto ai limiti di affollamento pubblicitario nei rapporti fra le emittenti televisive a pagamento e quelle gratuite. Ciò non significherebbe, tuttavia, che il legislatore delegato abbia ecceduto la delega. Infatti, sia l’oggetto, sia i principi ed i criteri direttivi, vanno rinvenuti attraverso una valutazione complessiva della disposizione delegante, da coordinare con la normativa europea da attuare, tenendo presente che quanto più i principi ed i criteri direttivi sono analitici, tanto più ridotti risultano i margini di discrezionalità del legislatore delegato.

I criteri della legge delega vanno, quindi, coordinati con i precetti posti dalla direttiva europea di cui la norma censurata costituisce attuazione. Nel caso in esame, ad avviso dell’Avvocatura generale dello Stato, il legislatore delegato avrebbe correttamente applicato tali criteri, circoscrivendo l’ambito della delega, così da perseguire le finalità che l’hanno determinata, ma anche consentendo di valutare le particolari situazioni giuridiche da regolamentare, nella fisiologica attività di “riempimento” che lega i due livelli normativi.

D’altra parte, la Corte di giustizia, nella sentenza resa nell’ambito del medesimo giudizio, ha affermato che «per garantire un’integrale ed adeguata protezione degli interessi della categoria di consumatori costituita dai telespettatori, gli Stati membri conservano la facoltà di richiedere ai fornitori di servizi di media soggetti alla loro giurisdizione di rispettare norme più particolareggiate o più rigorose e, in alcuni casi, condizioni differenti nei settori coordinati da tale direttiva, purché tali norme siano conformi al diritto dell’Unione e, in particolare, ai suoi principi generali».

Nella normativa europea di riferimento, sarebbe quindi centrale la tutela dell’utente, quale consumatore, ed è in questa prospettiva che la Corte di giustizia inquadra il tema dei limiti di affollamento pubblicitario, rilevando che le disposizioni che prevedono tali limiti mirano ad instaurare una tutela equilibrata degli interessi finanziari delle emittenti televisive e degli inserzionisti, da un lato, e degli interessi degli aventi diritto, ossia gli autori e i realizzatori, e della categoria di consumatori, rappresentata dai telespettatori, dall’altro.

Nel caso di specie, la Corte di giustizia ha ritenuto che l’equilibrata tutela di tali interessi sia diversa per le emittenti a pagamento rispetto alle emittenti in chiaro, essendo diverse le rispettive posizioni sul piano finanziario. Mentre le prime ricavano introiti dagli abbonamenti sottoscritti dai telespettatori, le seconde non beneficiano di una siffatta fonte di finanziamento diretto e devono finanziarsi con le entrate della pubblicità televisiva o mediante altre fonti. Una simile differenza è, in linea di massima, tale da porre le emittenti televisive a pagamento in una situazione oggettivamente diversa per quanto riguarda l’incidenza economica dei limiti di affollamento pubblicitario sulle modalità di finanziamento delle emittenti stesse.

Ad avviso dell’Avvocatura generale dello Stato, sarebbe, dunque, la stessa disciplina europea a prevedere, quale strumento di tutela del consumatore, la differenziazione fra i limiti pubblicitari fra le emittenti televisive in chiaro e quelle a pagamento.

Il legislatore delegato, nell’attuare la direttiva, avrebbe avuto come criterio di riferimento proprio questa esigenza di tutela del consumatore. Tale criterio sarebbe stato, quindi, legittimamente trasposto nell’art. 38 del d.lgs. n. 177 del 2005. Risulterebbe, pertanto, smentita la premessa logica del TAR Lazio, secondo la quale la previsione di limiti differenziati e più restrittivi per le emittenti a pagamento costituirebbe misura del tutto innovativa ed eccedente i limiti della delega.

3.2.− D’altra parte, con riferimento alla violazione dell’art. 3 Cost., l’Avvocatura generale dello Stato osserva che non contrasta con i principi di uguaglianza e di ragionevolezza prevedere discipline differenti per situazioni diverse. Il principio generale di uguaglianza richiede, da un lato, l’eguaglianza di trattamento a parità di condizioni e, dall’altro, una regolamentazione differenziata, ma non arbitraria, per diversità di situazioni.

Le emittenti televisive in chiaro e quelle a pagamento sarebbero soggetti diversi, operanti in mercati diversi e in situazioni diverse. Diversa sarebbe la relazione tra operatori e consumatori; diverse le modalità di finanziamento, e quindi gli obiettivi degli operatori (ricavi pubblicitari a fronte di ricavi dagli abbonamenti); diversa anche l’offerta, sul piano qualitativo e quantitativo, di contenuti televisivi.

La previsione di discipline differenziate per situazioni diverse, a tutela dei consumatori, non sarebbe dunque in contrasto, bensì in sintonia con il principio di parità di trattamento.

3.3.− Quanto alla dedotta violazione dell’art. 41 Cost., l’Avvocatura generale dello Stato eccepisce, in via preliminare, l’inammissibilità della questione per la genericità dell’ordinanza di rinvio.

Nel merito, la difesa statale osserva che la disciplina nazionale è attuazione di quella europea, nella quale la tutela dei consumatori, ed in particolare dei telespettatori, contro l’eccessiva pubblicità costituisce un aspetto essenziale.

Nel caso di specie, i principi e i criteri direttivi delle disposizioni relative all’affollamento pubblicitario mirano ad instaurare una tutela equilibrata degli interessi finanziari delle emittenti televisive, da un lato, e degli interessi degli utenti, dall’altro, al fine di garantire un bilanciamento tra le contrapposte posizioni, in ossequio alla stessa direttiva comunitaria.

4.− Con memoria depositata il 15 luglio 2014, si è costituita la società Reti televisive italiane spa (di seguito, «RTI spa»), parte controinteressata nel giudizio a quo, la quale ha chiesto che sia dichiarata la manifesta infondatezza della questione sollevata dal TAR Lazio.

4.1.− Con riferimento alla denunciata violazione dell’art. 76 Cost., RTI spa osserva che l’art. 26 della legge n. 88 del 2009, riferito specificamente alla direttiva n. 2007/65/CE, prevede che il recepimento abbia luogo «attraverso le opportune modifiche al testo unico della radiotelevisione, di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177». Il Governo è stato inoltre delegato ad introdurre nel decreto legislativo le modifiche «opportune», per assicurare, secondo la discrezione del legislatore delegato, la coerenza dell’ordinamento interno alla ratio della direttiva.

Ad avviso di RTI spa, la scelta del legislatore delegato sarebbe corretta, in considerazione non solo dell’ampiezza delle modificazioni apportate alla precedente direttiva, ma anche della circostanza che, nel dettare una nuova cornice normativa in materia di pubblicità radiotelevisiva, la direttiva n. 2007/65/CE ha previsto norme di armonizzazione minimale, lasciando agli Stati il compito di intervenire con opportune previsioni di dettaglio. La legge delega ha pertanto riconosciuto al Governo la necessaria discrezionalità ai fini del recepimento della precitata direttiva.

Si sottolinea che la ratio delle previsioni in tema di affollamento pubblicitario consisterebbe nella tutela dei telespettatori (e degli autori dei programmi), avverso l’eccessivo affollamento pubblicitario, e nel bilanciamento con gli interessi di natura finanziaria delle emittenti. Ciò troverebbe conferma nella pronuncia della Corte di giustizia resa nel caso in esame, laddove si riconosce che la normativa nazionale che prevede la modulazione di tetti di affollamento pubblicitario si iscrive nell’attuazione della direttiva da parte dello Stato membro e forma oggetto di controllo di compatibilità ai sensi della stessa direttiva e del principio di eguaglianza. La medesima pronuncia ha affermato la compatibilità della disciplina nazionale alla direttiva, tenuto conto delle diverse esigenze di tutela che, rispettivamente, connotano le emittenti a pagamento e quelle in chiaro.

4.2.− Per le medesime ragioni, RTI spa evidenzia l’infondatezza della questione di legittimità costituzionale formulata in riferimento all’art. 3 Cost. Viene in particolare rilevato che la pronuncia della Corte di giustizia ha escluso il contrasto della norma interna con il principio europeo di parità di trattamento, in quanto gli interessi coinvolti dall’emittenza gratuita ed a pagamento sono diversi, sia dal lato dell’utente, sia da quello dell’emittente.

4.3.− Quanto all’ulteriore profilo di illegittimità costituzionale relativo alla violazione dell’art. 41 Cost., RTI spa osserva che l’intervento normativo in esame sarebbe giustificato da una chiara ed inequivoca finalità sociale, individuata dalla stessa Corte di giustizia nell’esigenza di assicurare la parità di trattamento in senso sostanziale, attraverso la modulazione dei tetti di affollamento pubblicitario rispetto a categorie di emittenti, le quali versino in condizioni oggettivamente diverse. Verrebbe infatti correttamente prevista una tutela dei consumatori di servizi televisivi a pagamento contro la “doppia imposizione” (canone di abbonamento − esposizione alla pubblicità in misura massima pari a quella consentita alla televisione gratuita). Anche tale censura sarebbe pertanto infondata.

4.4.− Nella memoria depositata il 14 settembre 2015, RTI spa ha eccepito l’inammissibilità della questione, evidenziando che − per effetto dell’intervento puramente demolitorio invocato dal giudice a quo − la normativa residua risulterebbe inficiata da vizi di costituzionalità assai più gravi e intollerabili di quelli ravvisati dallo stesso remittente.

Infatti, in forza del residuo articolato, le uniche emittenti assoggettate ai limiti di affollamento pubblicitario sarebbero la concessionaria pubblica (4% dell’orario settimanale di programmazione e 12% ogni ora) e le emittenti in chiaro (15% dell’orario giornaliero di programmazione e 18% ogni ora).

Verrebbe meno ogni limitazione per le emittenti a pagamento. Esse infatti non potrebbero essere ricondotte – in via di interpretazione estensiva − entro il perimetro delle norme recate dagli altri commi, le quali non sono generali, ma ciascuna espressamente riferita alla concessionaria pubblica o alle emittenti in chiaro; e neppure potrebbero esservi ricondotte in via analogica, posta la totale diversità delle fattispecie.

4.4.1.− RTI spa deduce, inoltre, che la normativa di risulta si porrebbe, altresì, in contrasto con la normativa europea, nonché con l’obbligo di dare piena e completa attuazione alla direttiva 10 marzo 2010, n. 2010/13/UE (Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti la fornitura di servizi di media audiovisivi – direttiva sui servizi di media audiovisivi), che ha sostituito la precedente direttiva n. 2007/65/CE.

Infatti, se la Corte procedesse all’annullamento dell’art. 38, comma 5, così come richiesto dal remittente, si creerebbe un ambito soggettivo − quello delle emittenti a pagamento − sottratto a qualsivoglia limite di affollamento pubblicitario. Siffatta eventualità sarebbe in contrasto con la normativa europea, la quale impone un tetto massimo a tutte le emittenti, sia pur modulabile dagli Stati membri. Ciò porrebbe l’Italia in una situazione di inadempimento rispetto all’obbligo di attuazione della direttiva (a termine peraltro già ampiamente scaduto) e, dunque, di violazione degli obblighi europei.

4.4.2.− Nel merito, RTI spa ha ribadito le ragioni a sostegno del’infondatezza della violazione dell’art. 76 Cost., evidenziando che le scelte del legislatore delegato sarebbero già state riconosciute pienamente aderenti alla direttiva n. 2007/65/CE dalla Corte di giustizia, la quale ha stabilito che la differenziazione sancita dalle norme nazionali costituisce legittima espressione della discrezionalità degli Stati, coerente con i contenuti e gli obiettivi della disciplina europea.

In particolare, con specifico riguardo alla disciplina dell’affollamento pubblicitario, le modifiche introdotte dalla direttiva n. 2007/65/CE avrebbero esteso la discrezionalità degli Stati membri, in considerazione dell’esigenza di assicurare adeguate risorse finanziarie alla televisione in chiaro, come risulterebbe anche dai lavori preliminari della stessa direttiva.

4.4.3.− RTI ribadisce l’infondatezza delle ulteriori censure, relative alla violazione degli artt. 3 e 41 Cost., evidenziando che la norma in esame non solo non sarebbe in contrasto con gli evocati parametri costituzionali, ma sarebbe viceversa illegittimo (proprio in riferimento agli artt. 3 e 41 Cost.) l’assoggettamento di tutte le emittenti a un medesimo limite, esito cui chiaramente tende il petitum del giudice rimettente. Si realizzerebbe, infatti, un trattamento uguale di situazioni obiettivamente diverse, con conseguente violazione dell’art. 3 Cost.

Per le stesse ragioni − connesse alla oggettiva differenza fra emittenti televisive a pagamento ed emittenti in chiaro − sarebbe configurabile, in modo inequivoco, la «finalità sociale» che giustifica la misura normativa in esame, anche ai fini dell’art. 41 Cost.

5.− Con memoria depositata l’11 luglio 2014, è intervenuta nel giudizio di costituzionalità la società Italia 7 Gold srl, chiedendo che la questione sollevata dal TAR Lazio venga dichiarata irrilevante ed infondata.

5.1.− La società interveniente riferisce di gestire dal 1999 la trasmissione di programmi e di pubblicità nazionale in contemporanea da parte di concessionari privati per la radiotelediffusione in ambito locale. La società riferisce di essere soggetta, ai sensi dell’art. 12 del d.lgs. n. 44 del 2010, a limiti di affollamento pubblicitario identici a quelli delle emittenti in chiaro in ambito nazionale.

Sarebbe pertanto ravvisabile, in capo alla interveniente, un interesse qualificato ad opporsi ad iniziative giudiziarie di soggetti concorrenti, che appaiono in contrasto al principio di equilibrata tutela degli interessi in gioco, delle emittenti, degli inserzionisti, degli autori dei programmi e dei consumatori (i telespettatori); si sottolinea, a questo riguardo, che – in riferimento ai principi e agli obiettivi delle disposizioni relative all’affollamento pubblicitario televisivo − gli interessi finanziari delle emittenti televisive a pagamento sono diversi da quelli delle emittenti televisive in chiaro, le quali non beneficiano dei proventi degli abbonamenti sottoscritti dai telespettatori.

L’interesse all’intervento dell’esponente, ancorché estranea al giudizio a quo, per sostenere la legittimità della norma in discussione, sarebbe quindi inerente in modo diretto ed immediato al rapporto sostanziale dedotto in giudizio. Infatti, dall’accoglimento della questione potrebbe derivare un aumento della percentuale di spot pubblicitari consentiti a Sky, con grave pregiudizio per l’attività della società interveniente. Ciò costituirebbe altresì violazione degli artt. 21 e 41 Cost.

5.2.− Nel merito, viene contestata la dedotta discriminazione delle emittenti a pagamento, rispetto alle emittenti in chiaro; d’altra parte, un aumento della percentuale di pubblicità consentita alle emittenti a pagamento sarebbe inammissibile, in quanto sarebbe pregiudicata la raccolta degli altri operatori nazionali in chiaro, i quali non possono contare sul sostegno proveniente dai rapporti di abbonamento.

Si osserva inoltre che, come affermato dalla Corte di giustizia, la direttiva 3 ottobre 1989, n. 89/552/CEE (Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio, relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti la fornitura di servizi di media audiovisivi – direttiva sui servizi dei media audiovisivi) non ha l’obiettivo di una completa armonizzazione, ma stabilisce solo «prescrizioni minime»; gli Stati membri conservano, quindi, «la facoltà di richiedere ai fornitori di servizi di media», «di rispettare norme più particolareggiate e più rigorose e, in alcuni casi, condizioni differenti nei settori coordinati da tale direttiva». Ciò dimostrerebbe l’infondatezza della denunciata violazione dell’art. 76 Cost., per eccesso di delega.

Considerazioni analoghe varrebbero anche in ordine all’asserita lesione dell’art. 3 Cost., da ritenersi insussistente, stante la facoltà del legislatore nazionale di imporre condizioni differenti, nel rispetto delle direttive comunitarie.

L’eventuale accoglimento della questione sollevata dal TAR Lazio si porrebbe perciò in contrasto con gli obiettivi delle norme comunitarie e nazionali relative all’affollamento pubblicitario, nonché con gli artt. 41 e 21 Cost., poiché arrecherebbe un danno irreparabile ai soggetti autorizzati alle trasmissioni in contemporanea e non terrebbe conto dell’utilità sociale di tale attività, in quanto espressione del pluralismo televisivo.

5.3.− In prossimità dell’udienza pubblica, Italia 7 Gold srl ha depositato una memoria in cui ha insistito perché la questione di legittimità dell’art. 38, comma 5, del d.lgs. n. 177 del 2005 sia dichiarata irrilevante, o comunque infondata.

5.3.1.− Sono stati ribaditi gli argomenti a sostegno della legittimazione all’intervento, in considerazione della titolarità di un interesse qualificato, immediatamente inerente al rapporto sostanziale di cui si discute, interesse suscettibile di essere inciso direttamente dall’esito del giudizio costituzionale.
L’eventuale accoglimento della questione di legittimità costituzionale determinerebbe, infatti, un aumento dei quantitativi di spot pubblicitari trasmessi da Sky e finirebbe per erodere la già limitata quota di pubblicità nazionale fino ad oggi conquistata dalla parte interveniente. Da ciò conseguirebbe, da un lato, la violazione del legittimo affidamento in ordine alla vigenza della disposizione censurata, dall’altro, l’esposizione della stessa interveniente al rischio della risoluzione dei rapporti contrattuali con gli operatori consorziati, così mettendo in pericolo la sua stessa sopravvivenza.

6.− La società Sky Italia srl è intervenuta nel giudizio di costituzionalità con memoria depositata il 15 luglio 2014, in cui ha chiesto l’accoglimento della questione di legittimità costituzionale sollevata dal TAR per il Lazio.

6.1.− La parte ricorrente ritiene, in primo luogo, che l’introduzione, da parte del legislatore delegato, di una disciplina dei limiti di affollamento pubblicitario differenziata per le emittenti a pagamento violi l’art. 76 Cost., sotto due diversi profili: l’eccesso di delega rispetto all’oggetto e la violazione dei principi e dei criteri direttivi.

Sotto il primo profilo, si osserva che l’oggetto della delega consiste nel dettare le «norme occorrenti per dare attuazione», tra le altre, alla direttiva n. 2007/65/CE, recante modifiche alla direttiva n. 89/552/CEE in materia di esercizio delle attività televisive (art. l, comma l, della legge n. 88 del 2009). Ad avviso di Sky, i principi e i criteri direttivi per l’esercizio della delega, non prevedono che il legislatore delegato introduca alcuna modifica ulteriore rispetto a quelle apportate dalla direttiva n. 2007/65/CE alla direttiva n. 89/552/CEE. Un intervento sulla disciplina della comunicazione e della pubblicità commerciale, coperta da riserva di legge (artt. 21 e 41 Cost.), non avrebbe potuto realizzarsi in assenza di un preciso riferimento nella legge delega.

La disposizione censurata sarebbe estranea rispetto alle previsioni della direttiva n. 2007/65/CE, la quale nulla dispone in punto di differenziazione dei tetti di affollamento pubblicitario tra emittenti televisive in chiaro ed emittenti televisive a pagamento.

Tale differenza di trattamento sarebbe in aperta contraddizione con gli obiettivi di liberalizzazione e di incremento della concorrenza che la direttiva n. 2007/65/CE ha voluto perseguire nel modificare la precedente disciplina della pubblicità televisiva. In particolare, nel considerando n. 57 della direttiva viene ritenuto ingiustificato «il mantenimento di una normativa dettagliata in materia di inserimento di spot pubblicitari a tutela dei telespettatori», in considerazione delle «maggiori possibilità per gli spettatori di evitare la pubblicità grazie al ricorso a nuove tecnologie quali i videoregistratori digitali personali ed all’aumento della scelta di canali».

La previsione di limiti più stringenti per le emittenti televisive a pagamento costituisce quindi una misura innovativa e non giustificata da alcuna previsione, né da alcuna ratio implicita, della legge di delega. Di qui il suo contrasto con l’art. 76 Cost.

6.2.− Con riferimento alla violazione dell’art. 3 Cost., Sky ritiene del tutto ingiustificata la differenziazione dei limiti orari di affollamento pubblicitario rispettivamente applicabili alle emittenti televisive a pagamento e a quelle in chiaro.

L’unicità del mercato della raccolta pubblicitaria sul mezzo televisivo rappresenterebbe un dato acquisito nella prassi applicativa nazionale e europea, non sussistendo alcuna differenza tra modelli aziendali che giustifichi l’imposizione di limiti differenziati per le emittenti a pagamento e le emittenti in chiaro.

In definitiva, la norma censurata avrebbe natura discriminatoria e realizzerebbe, come vero obiettivo, una conformazione del mercato della raccolta pubblicitaria sul mezzo televisivo diversa da quella che si realizzerebbe in base alle pure dinamiche concorrenziali. L’effetto sarebbe quello di consolidare i vincoli all’ingresso o alla crescita dei concorrenti nel mercato italiano e quindi di perpetuare, ovvero di rafforzare, la situazione di stabile duopolio, tradizionalmente rinvenuta nel settore.

Una giustificazione dell’intervento in esame non sarebbe ravvisabile nella finalità di garantire gli utenti delle emittenti a pagamento. Infatti, tale finalità di tutela non si concilierebbe con la libertà del telespettatore stesso di accedere al rapporto − di tipo sinallagmatico e consensuale − che lo lega alla piattaforma televisiva a pagamento. Ad avviso della società ricorrente, la possibilità di esercitare il diritto di recesso varrebbe ad attribuire al consumatore il più efficace mezzo di tutela nei confronti dell’eccessiva pubblicità. L’esigenza di protezione degli utenti sarebbe, quindi, inidonea a fondare la legittimità del trattamento differenziato.

Inoltre, il canone della ragionevolezza risulterebbe violato poiché la misura adottata risulterebbe palesemente sproporzionata e incongrua.

In primo luogo, la norma non sarebbe giustificata da alcuna esigenza di tutela di interessi di rango costituzionale. Sicché nell’eventuale bilanciamento tra la libertà di iniziativa economica, sotto il profilo della capacità di vendita degli spazi pubblicitari, e interessi di rango inferiore, questi ultimi risulterebbero in ogni caso recessivi.

D’altra parte, una misura che rafforza la posizione dominante di un operatore, Mediaset, già favorito nel mercato della pubblicità televisiva dalla posizione di debolezza del principale concorrente (RAI), non realizzerebbe l’interesse superiore dei telespettatori a confrontarsi con un sistema radiotelevisivo pluralistico e concorrenziale.

6.3.− La disposizione dell’art. 38, comma 5, si porrebbe, altresì, in contrasto con l’art. 41 Cost., incidendo sulla libertà di iniziativa economica dell’emittente televisiva a pagamento, in assenza di alcuna chiara finalità sociale che giustifichi un simile intervento.

L’inasprimento dei limiti orari di affollamento pubblicitario determinerebbe, a carico delle emittenti televisive a pagamento, una significativa limitazione della capacità di vendita degli spazi pubblicitari agli inserzionisti − che costituisce pacificamente un’attività di impresa, tutelata dall’art. 41 Cost. − in assenza di ragioni di utilità sociale dichiarate o, comunque, implicitamente ricavabili dall’intervento normativo nel suo complesso.

La disposizione censurata avrebbe ingiustamente favorito − sul mercato della raccolta pubblicitaria − le emittenti televisive in chiaro, avvantaggiando in particolare il soggetto che − ancor prima dell’introduzione della misura in esame − già deteneva una posizione dominante all’interno di tale mercato, con conseguente violazione dell’art. 41 Cost.

6.4.− In prossimità dell’udienza pubblica, Sky ha depositato una memoria in cui ha eccepito l’inammissibilità dell’intervento di Italia 7 Gold srl nel giudizio incidentale di costituzionalità, evidenziando che la stessa non sarebbe titolare di un interesse immediatamente inerente al rapporto sostanziale dedotto in giudizio.

6.4.1.− Con riferimento alla violazione dell’art. 76 Cost., la società ricorrente ha ribadito le ragioni a sostegno della ritenuta estraneità della norma censurata sia rispetto alle previsioni della direttiva n. 2007/65/CE, sia rispetto alla legge delega n. 88 del 2009.

Quanto al primo profilo, Sky ritiene che la direttiva non preveda affatto la distinzione in base alla tipologia di operatori. Nessuna disposizione consentirebbe, d’altra parte, l’introduzione di misure conformative della libertà di impresa e del libero dispiegarsi della concorrenza, come la previsione di limiti di affollamento pubblicitario differenziati. Ad avviso della società ricorrente, la direttiva persegue, all’opposto, obiettivi di liberalizzazione.

Quanto al secondo profilo, viene rilevato che la possibilità assegnata al legislatore delegato di apportare «opportune modifiche al testo unico della radiotelevisione» per recepire le disposizioni europee in materia di product placement non fornirebbe alcuna copertura alla norma censurata, la quale si presenterebbe come innovativa ed eccentrica, sia rispetto alla materia del product placement, sia rispetto alle previsioni della direttiva n. 2007/65/CE. Ad avviso della ricorrente, la disposizione censurata non costituirebbe affatto una disposizione «occorrente» a dare attuazione alla direttiva n. 2007/65/CE, come invece richiede l’art. l della legge delega.

6.4.2.− Con riferimento alla violazione dell’art. 3 Cost., Sky ribadisce che la disparità di trattamento operata attraverso i limiti di affollamento pubblicitario differenziati sarebbe tanto più grave in considerazione dell’intenzione del legislatore di garantire alle emittenti televisive private maggiori entrate pubblicitarie, nonché della circostanza che la disposizione in esame finirebbe per rappresentare una misura di protezione in favore del gruppo Mediaset, già dominante nel mercato della raccolta pubblicitaria.

6.4.3.− Infine, quanto alla denunciata violazione dell’art. 41 Cost., Sky esclude che ragioni di utilità sociale giustificative della misura controversa siano ravvisabili nell’esigenza di tutelare i telespettatori dagli eccessi di pubblicità e, in particolare, di offrire una speciale protezione agli utenti delle emittenti televisive a pagamento, soggetti ad una sorta di doppia imposizione (canone di abbonamento – esposizione alla pubblicità in misura massima pari a quella consentita alla televisione gratuita). Infatti, la presunta esigenza di una tutela rafforzata degli utenti delle emittenti a pagamento non sarebbe contenuta né nel testo della norma censurata, né emergerebbe dai suoi atti preparatori.

Considerato in diritto

1.− Con ordinanza del 17 febbraio 2014, il Tribunale amministrativo regionale per il Lazio ha sollevato – in riferimento agli artt. 3, 41 e 76 della Costituzione − questione di legittimità costituzionale dell’art. 38, comma 5, del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177 (Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici), come sostituito dall’art. 12 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 44 (Attuazione della direttiva 2007/65/CE relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti l’esercizio delle attività televisive).

La disposizione censurata prevede che «La trasmissione di spot pubblicitari televisivi da parte di emittenti a pagamento, anche analogiche, non può eccedere per l’anno 2010 il 16 per cento, per l’anno 2011 il 14 per cento, e, a decorrere dall’anno 2012, il 12 per cento di una determinata e distinta ora d’orologio; un’eventuale eccedenza, comunque non superiore al 2 per cento nel corso dell’ora, deve essere recuperata nell’ora antecedente o successiva».

La disposizione in esame stabilisce quindi − per le emittenti televisive a pagamento − limiti orari alla trasmissione di spot pubblicitari più restrittivi di quelli previsti per le emittenti cosiddette “in chiaro”.

Ad avviso del giudice rimettente, essa si porrebbe in contrasto, in primo luogo, con l’art. 76 Cost., poiché tale misura sarebbe del tutto innovativa e non giustificata da alcuna previsione della legge delega, né da una ratio implicita della direttiva cui la disposizione dovrebbe dare attuazione.

Viene, inoltre, denunciato il contrasto con l’art. 3 Cost., per l’intrinseca irrazionalità della disposizione, che introdurrebbe un’ingiustificata differenziazione tra i limiti orari di affollamento pubblicitario applicabili alle emittenti televisive a pagamento e quelli applicabili alle emittenti in chiaro, nonostante l’unicità del mercato di riferimento; ed infine, con l’art. 41 Cost., poiché la disposizione inciderebbe sulla libertà di iniziativa economica delle emittenti televisive a pagamento, in difetto di una chiara ed inequivoca finalità sociale che giustifichi l’intervento normativo in questione.

2.− In via preliminare, va ribadito quanto statuito con l’ordinanza della quale è stata data lettura in pubblica udienza, allegata al presente provvedimento, in ordine all’inammissibilità dell’intervento spiegato dalla società Italia 7 Gold srl.

Per costante giurisprudenza di questa Corte, sono ammessi ad intervenire nel giudizio incidentale di legittimità costituzionale, oltre al Presidente del Consiglio dei ministri e, nel caso di legge regionale, al Presidente della Giunta regionale, le parti del giudizio principale.

L’intervento di soggetti estranei a quest’ultimo giudizio è ammissibile soltanto per i terzi titolari di un interesse qualificato, inerente in modo diretto e immediato al rapporto sostanziale dedotto in giudizio e non semplicemente regolato, al pari di ogni altro, dalla norma o dalle norme oggetto di censura (ex plurimis, ordinanza emessa all’udienza del 7 ottobre 2014, confermata con sentenza n. 244 del 2014; ordinanza letta all’udienza dell’8 aprile 2014, confermata con sentenza n. 162 del 2014; ordinanza letta all’udienza del 23 aprile 2013, confermata con sentenza n. 134 del 2013; ordinanza letta all’udienza del 9 aprile 2013, confermata con sentenza n. 85 del 2013).

Nella specie, Italia 7 Gold srl non è parte del giudizio principale, sorto a seguito del ricorso, proposto da Sky Italia srl, per l’annullamento della delibera con cui l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ha irrogato alla ricorrente una sanzione amministrativa pecuniaria, né risulta essere titolare di un interesse qualificato, inerente in modo diretto e immediato al rapporto sostanziale dedotto in giudizio.

Da quanto esposto consegue l’inammissibilità dell’intervento indicato.

3.− Sempre in via preliminare, l’eccezione di inammissibilità della questione, sollevata dalla Avvocatura generale dello Stato, in riferimento alla denunciata violazione dell’art. 41 Cost., è infondata.

Non sussiste, infatti, la lamentata genericità dell’ordinanza di rinvio.

La fattispecie concreta risulta descritta in modo sufficiente (per quanto rileva ai fini di causa) e viene individuato con chiarezza il petitum, volto ad ottenere la dichiarazione d’illegittimità costituzionale della disposizione censurata, ritenuta in contrasto (tra gli altri) con il parametro costituzionale dell’art. 41 Cost., in quanto inciderebbe oggettivamente sulla libertà di iniziativa economica delle emittenti televisive a pagamento, in difetto di una chiara ed inequivoca finalità generale, atta a giustificare la misura in questione.

4.− La questione di legittimità costituzionale dell’art. 38, comma 5, del d.lgs. n. 177 del 2005, per violazione dell’art. 3 Cost., deve essere, invece, dichiarata inammissibile.

4.1.− Secondo la prospettazione dell’ordinanza di rimessione, l’introduzione di limiti orari di affollamento pubblicitario differenziati per le emittenti televisive a pagamento, rispetto a quelli per le emittenti televisive in chiaro, non terrebbe conto dell’unicità del mercato di riferimento e costituirebbe, pertanto, una misura discriminatoria, che penalizza in maniera ingiustificata le emittenti televisive a pagamento.

Il parametro di cui all’art. 3 Cost. viene invocato dal giudice rimettente sotto il duplice versante della violazione del principio di eguaglianza e dell’intrinseca irragionevolezza della norma impugnata.

4.2.− Al fine di eliminare tale ingiustificata ed irragionevole disparità di trattamento, il giudice a quo richiede un intervento puramente demolitorio della disposizione dell’art. 38, comma 5, del d.lgs. n. 177 del 2005.

Ne consegue che, laddove la stessa fosse annullata, le uniche emittenti televisive assoggettate a specifici limiti di affollamento pubblicitario sarebbero la concessionaria pubblica (art. 38, comma 1) e le emittenti in chiaro (art. 38, comma 2).

Verrebbe meno, quindi, ogni limitazione per le emittenti a pagamento, le quali non potrebbero essere ricondotte nell’ambito applicativo delle altre disposizioni dell’art. 38, che specificamente riguardano la concessionaria pubblica e le emittenti in chiaro.

Anche laddove si ritenessero applicabili i limiti previsti «in ogni caso» dal precedente comma 4 dell’art. 38, tale soluzione non sarebbe coerente con il petitum formulato dal giudice a quo, volto ad realizzare il recupero della legalità costituzionale attraverso una piena equiparazione dei limiti di affollamento pubblicitario per le emittenti a pagamento e per quelle in chiaro.

4.3.− In definitiva, l’esito prefigurato dal rimettente – l’equiparazione delle emittenti a pagamento a quelle in chiaro, quanto ai limiti di affollamento pubblicitario − non potrebbe scaturire dalla caducazione dal contesto normativo dell’art. 38 della disposizione censurata. L’intervento correttivo invocato, afferente al solo comma 5, non varrebbe a ricondurre ad omogeneità le situazioni poste a raffronto e sarebbe, quindi, inidoneo a garantire la realizzazione del risultato avuto di mira dal rimettente, conseguibile non per decisione della Corte, ma attraverso la rimodulazione legislativa dei limiti di affollamento.

Ciò è motivo di inammissibilità della questione (sentenze n. 163 e n. 30 del 2014; ordinanze n. 200 del 2000; n. 259 del 1998).

Tale profilo di inammissibilità, in quanto fondato sulla ritenuta inidoneità dell’intervento invocato ad eliminare il prospettato vulnus al principio dell’art. 3 Cost., non si estende alle ulteriori censure formulate dal rimettente in riferimento a diversi parametri costituzionali, che devono pertanto essere esaminate partitamente.

5.− Nel merito, la questione di legittimità costituzionale sollevata in riferimento all’art. 76 Cost., non è fondata.

5.1.− La previsione di limiti più stringenti di affollamento pubblicitario per le emittenti a pagamento costituirebbe, ad avviso del giudice a quo, violazione dei principi e criteri della legge delega, in quanto si tratterebbe di una misura del tutto innovativa, non giustificata da alcuna previsione espressa, né da alcuna ratio implicita della legge delega (legge 7 luglio 2009, n. 88, recante «Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee − Legge comunitaria 2008»), e della stessa direttiva alla quale il d.lgs. n. 44 del 2010 ha dato attuazione.

5.2.− In linea generale, va ribadito come, secondo la giurisprudenza costituzionale costante, il contenuto della delega non possa essere individuato senza tenere conto del sistema normativo nel quale la stessa si inserisce, poiché soltanto l’identificazione della sua ratio consente di verificare, in sede di controllo, se la norma delegata sia con essa coerente (ex plurimis, sentenze n. 134 del 2013, n. 272 del 2012, n. 230 del 2010, n. 98 del 2008, n. 163 del 2000).

La disposizione censurata è stata introdotta dall’art. 12 del d.lgs. n. 44 del 2010, adottato in esecuzione della delega conferita dalla legge n. 88 del 2009. Con essa, il Governo è stato delegato ad adottare i decreti legislativi recanti le norme occorrenti per dare attuazione, tra le altre, alla direttiva 11 dicembre 2007, n. 2007/65/CE (Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica la direttiva 89/552/CEE del Consiglio relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti l’esercizio delle attività televisive).

5.3.− Al di là del fatto che, con specifico riferimento all’attuazione di tale direttiva, il legislatore delegante ha conferito al Governo uno spazio di intervento particolarmente ampio, autorizzando l’adozione delle modifiche ritenute «opportune» (art. 26) e non solo «occorrenti» (art. 2, comma 1, lettera b), ciò che più conta è che, nel caso di delega per l’attuazione di una direttiva comunitaria, i principi che quest’ultima esprime si aggiungono a quelli dettati dal legislatore nazionale e assumono valore di parametro interposto, potendo autonomamente giustificare l’intervento del legislatore delegato (sentenze n. 134 del 2013 e n. 32 del 2005).

Nell’individuazione del contenuto precettivo della direttiva rilevano il considerando n. 32, che richiama l’obiettivo della armonizzazione minimale, il n. 59, che ribadisce la necessità di mantenere limiti orari di affollamento − attesa la loro preminenza sui limiti giornalieri – e, nella parte dispositiva, l’art. 3.

Quest’ultimo consente agli Stati membri di stabilire, per i fornitori di servizi di media soggetti alla loro giurisdizione, norme più particolareggiate o più rigorose nei settori coordinati dalla direttiva, purché tali norme siano conformi al diritto comunitario.

All’interno dei limiti tracciati dal diritto dell’Unione europea, risultano quindi espressamente consentite disposizioni nazionali più rigorose in materia di pubblicità televisiva.

Di questa possibilità si è avvalso il legislatore delegato, nello stabilire limiti di affollamento pubblicitario differenziati per le emittenti a pagamento.

5.4.− La conformità al diritto europeo della nuova modulazione − introdotta dalla disposizione censurata − dei limiti di affollamento pubblicitario televisivo è stata positivamente accertata dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea 18 luglio 2013, in causa C-234/12, resa nel caso in esame e avente natura vincolante nei confronti del giudice rimettente.

In tale pronuncia, l’obiettivo perseguito dalle direttive in materia di fornitura di servizi di media audiovisivi viene espressamente individuato nella tutela equilibrata degli interessi finanziari delle emittenti televisive e degli inserzionisti, da un lato, e degli interessi degli aventi diritto − autori e realizzatori − e della categoria di consumatori, ossia i telespettatori, dall’altro (paragrafo 18 della sentenza della Corte di giustizia 18 luglio 2013, in causa C-234/12).

La ricerca di tale equilibrio deve tenere conto della diversità degli interessi finanziari delle emittenti televisive a pagamento rispetto a quelli delle emittenti televisive in chiaro. Infatti, mentre le prime ricavano introiti dagli abbonamenti sottoscritti dai telespettatori, le seconde non beneficiano di una siffatta fonte di finanziamento diretto e devono finanziarsi con le entrate della pubblicità televisiva o mediante altre fonti (paragrafo 20 della sentenza della Corte di giustizia 18 luglio 2013, in causa C-234/12).

Le emittenti televisive a pagamento si pongono, pertanto, in una situazione oggettivamente diversa da quella delle emittenti in chiaro, quanto all’incidenza economica dei limiti all’affollamento pubblicitario sulle modalità di finanziamento delle stesse emittenti. È stata, quindi, esclusa la violazione del principio della parità di trattamento nella previsione, da parte del legislatore nazionale, di limiti orari di affollamento pubblicitario, differenziati in funzione della tipologia di emittenti (paragrafi 21 e 23 della sentenza della Corte di giustizia 18 luglio 2013, in causa C-234/12).

L’art. 38 del d.lgs. n. 177 del 2005 − nel modulare i limiti di affollamento pubblicitario in funzione delle oggettive diversità degli operatori – risulta coerente con la ratio della direttiva (come espressamente individuata dalla Corte di giustizia), in quanto volta a realizzare la equilibrata tutela degli interessi delle emittenti televisive, da un lato, e di quelli dei consumatori - telespettatori, dall’altro.

La disposizione censurata rientra, pertanto, nell’area di operatività della direttiva comunitaria, come definita dalla Corte di giustizia con la sentenza 18 luglio 2013, e rientra, altresì, nel perimetro tracciato dal legislatore delegante.

Da ciò discende l’infondatezza della censura formulata in riferimento alla violazione dell’art. 76 Cost., sotto il profilo dell’eccesso di delega.

6.− Del pari non fondata, infine, è la questione di legittimità costituzionale sollevata in riferimento all’art. 41 Cost.

Il legislatore statale può e deve mantenere forme di regolazione dell’attività economica volte a garantire, tra l’altro, la coerenza dell’ordinamento interno con gli obiettivi di armonizzazione stabiliti dalle direttive europee; in tal senso, la libertà d’iniziativa economica può essere anche «ragionevolmente limitata» (art. 41, commi 2 e 3, Cost.), nel quadro di un bilanciamento con altri interessi costituzionalmente rilevanti (sentenza n. 242 del 2014).

Nel caso in esame, la disciplina nazionale oggetto di censura si conforma a quella europea, nella quale − come sottolineato dalla stessa Corte di giustizia nella sentenza 18 luglio 2013, in causa C-234/12 − i principi e i criteri direttivi delle disposizioni relative all’affollamento pubblicitario televisivo mirano a realizzare la protezione dei consumatori, ed in particolare dei telespettatori, oltre che la tutela della concorrenza e del pluralismo televisivo. In tali obiettivi si ravvisa, in modo inequivoco, quella «finalità sociale» che appare in sé idonea a giustificare la misura normativa in esame.

PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE

1) dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 38, comma 5, del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177 (Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici), come sostituito dall’art. 12 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 44 (Attuazione della direttiva 2007/65/CE relativa al coordinamento di determinate disposizioni legislative, regolamentari e amministrative degli Stati membri concernenti l’esercizio delle attività televisive), promossa – in riferimento all’art. 3 della Costituzione – dal Tribunale amministrativo regionale per il Lazio con l’ordinanza indicata in epigrafe;

2) dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 38, comma 5, del d.lgs. n. 177 del 2005, come sostituito dall’art. 12 del d.lgs. n. 44 del 2010, promossa – in riferimento agli artt. 76 e 41 Cost. – dal Tribunale amministrativo regionale per il Lazio con l’ordinanza indicata in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 7 ottobre 2015.

F.to:
Alessandro CRISCUOLO, Presidente
Giuliano AMATO, Redattore
Gabriella Paola MELATTI, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 29 ottobre 2015.

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Re: Sky Italia

Messaggio da panorama » gio nov 19, 2015 7:22 pm

Sky, clausola illegittima: se disdici paghi un mese in più. Class action Altroconsumo
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Hai disdetto Sky dal 2009 in poi?

Per una clausola illegittima inserita nel contratto stipulato con Sky hai pagato fino a un mese di abbonamento in più.

Tale clausola, in caso di disdetta anticipata, consente a Sky di prolungare il contratto oltre i 30 giorni previsti dalla Legge Bersani, facendo pagare fino a un mese in più rispetto a quello in cui l’azienda ha ricevuto la comunicazione di recesso inviata dal consumatore.

Altroconsumo lancia class action contro l’azienda: si chiede il risarcimento di 86 euro e l’annullamento della clausola.

Secondo la Legge Bersani il contratto deve concludersi entro 30 giorni dalla comunicazione di recesso da parte del consumatore; il preavviso, quindi, deve essere calcolato in giorni e non in relazione al mese successivo alla ricezione della disdetta, come invece fa illegittimamente Sky.

Sky fa pagare un mese in più se la disdetta non viene comunicata entro una precisa data del mese precedente.

Ad esempio una disdetta che giunge il 2 di agosto determina un illegittimo prolungamento del contratto fino il 30 settembre, ovvero 29 giorni in più rispetto a quanto previsto dalla Legge Bersani.

L’Associazione ha lanciato un’azione collettiva per rendere questa clausola nulla e per aiutare tutti i consumatori che hanno disdetto un contratto con Sky dal 2009 al 2015 ad ottenere un risarcimento.

La richiesta per tutti i partecipanti all’azione è di 86 euro (ovvero il costo medio di due mesi di abbonamento) più gli interessi maturati.

E’ possibile partecipare gratuitamente per avere giustizia.

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