Servizio civile ai cittadini italiani e stranieri ?

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Servizio civile ai cittadini italiani e stranieri ?

Messaggio da panorama » lun ott 13, 2014 10:51 pm

Quesito.
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09/10/2014 201401091 Definitivo 2 Adunanza di Sezione 09/07/2014


Numero 03089/2014 e data 09/10/2014


REPUBBLICA ITALIANA
Consiglio di Stato
Sezione Seconda

Adunanza di Sezione del 9 luglio 2014

NUMERO AFFARE 01091/2014

OGGETTO:
Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Ufficio legislativo.

Interpretazione dell’articolo 3, comma 1, del d.lgs. 5 aprile 2002, n. 77, che limita l’accesso al servizio civile ai cittadini italiani; possibilità di disapplicare tale disposizione, nella parte in cui limita l'accesso al servizio civile ai cittadini italiani, per il contrasto con la normativa comunitaria in materia di parità di trattamento tra cittadini nazionali e stranieri. Quesito.

LA SEZIONE
Vista la relazione trasmessa con nota prot. n. 29/0002649 in data 12/06/2014, con la quale il Ministero del lavoro e delle politiche sociali - Ufficio legislativo, ha chiesto il parere del Consiglio di Stato sull’affare consultivo in oggetto;
Esaminati gli atti e udito il relatore, consigliere Gerardo Mastrandrea;

Premesso.

Con relazione trasmessa con nota prot. n. 29/0002649 in data 12/06/2014 il Ministero del lavoro e delle politiche sociali - Ufficio legislativo ha chiesto il parere di questo Consiglio di Stato, circa l’interpretazione dell’articolo 3, comma 1, del d.lgs. 5 aprile 2002, n. 77, il quale, nel testo modificato dal comma 5 dell’articolo 42, del D.L. 21 giugno 2013, n. 69, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, testualmente, prevede che: “1. Sono ammessi a svolgere il servizio civile, a loro domanda, senza distinzioni di sesso i cittadini italiani che, alla data di presentazione della domanda, abbiano compiuto il diciottesimo anno di età e non superato il ventottesimo.”.

In particolare, il Ministero interpellante chiede:

1) se tale disposizione, nella parte in cui limita l’accesso al servizio civile ai cittadini italiani, si ponga in contrasto con gli articoli 18 e 24 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (concernenti, rispettivamente, la non discriminazione dei cittadini dell’Unione e la libera circolazione dei lavoratori), nonché con l’articolo 24 della direttiva 2004/38/CE (per quanto riguarda i cittadini comunitari e i loro familiari), con l’articolo 11 della direttiva 2003/109/CE (per quanto riguarda i cittadini extracomunitari lungosoggiornanti), con l’articolo 26 della direttiva 2004/83/CE, ora abrogato e sostituito dall’articolo 26 della direttiva 2011/95/UE, di analogo contenuto (per quanto riguarda i beneficiari di protezione internazionale);

2) in caso di risposta positiva al quesito precedente, se, nell’emanare due bandi straordinari concernenti, rispettivamente, la selezione di volontari da impiegare nei progetti di accompagnamento dei grandi invalidi e dei ciechi civili (ai sensi dell’articolo 1, della legge n. 288/2002, dell’articolo 40 della legge n. 289/2002 e del d.P.C.M. 4 novembre 2009, pubblicato sulla G.U. n. 40 del 18 febbraio 2010), e la selezione di volontari da impiegare nei progetti autofinanziati dalle Regioni (ai sensi dell’articolo 11, co. 1, lett. b) della legge n. 64/2001), il Dipartimento della gioventù del servizio civile nazionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri possa disapplicare l’articolo 3, comma 1, del d.lgs. n. 77 del 2002, consentendo anche ai cittadini stranieri di accedere al servizio civile.

Precisa il Ministero interpellante che il Dipartimento della gioventù e del servizio civile nazionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, nei bandi emanati per la selezione dei volontari del servizio civile nazionale, ha sempre previsto il requisito della cittadinanza italiana, e, conseguentemente, negato l’accesso dei cittadini stranieri, ritenendo che tale servizio, quale modalità alternativa di difesa dello Stato, con mezzi ed attività non militari, anche dopo aver acquisito carattere volontario a seguito della sospensione della leva obbligatoria, è ispirato al dovere di difendere la Patria, di cui all’articolo 52 Cost. La limitazione dell’accesso al servizio civile dei soli cittadini italiani, operata dall’articolo 3, comma 1, del predetto d.lgs. n. 77 del 2002, è stata, quindi, reputata giustificata in quanto la difesa della Patria non può che essere riservata a questi ultimi.

Tale circostanza, prosegue l’Amministrazione richiedente, ha determinato l’insorgenza di un cospicuo contenzioso innanzi al Giudice ordinario, poiché i cittadini stranieri hanno impugnato i bandi in questione, dai quali erano esclusi, a motivo del loro asserito carattere discriminatorio.

In particolare, Il Tribunale di Milano, con ordinanza R.G. 14219/2013, notificata il 25 novembre 2013, ha dichiarato il carattere discriminatorio dell’articolo 3 dell’ultimo bando nazionale, emanato per l’anno 2013 (pubblicato sul sito istituzionale del predetto Dipartimento in data 4/10/2013), nella parte in cui richiedeva il possesso del requisito della cittadinanza italiana.

Lo stesso Dipartimento, al fine di dare esecuzione alla predetta ordinanza, con decreto del 4/12/2013, ha riaperto i termini per la presentazione delle domande di partecipazione per i cittadini stranieri, fissandolo al 16/12/2013 e precisando che la valutazione di tali domande di partecipazione sarebbe stata effettuata con riserva, poiché si attendeva l’esito del giudizio di appello instaurato a seguito dell’impugnazione della predetta ordinanza.

L’Amministrazione richiedente, fornisce, quindi, informazioni circa gli orientamenti giurisprudenziali, non del tutto conformi, formatisi sulla questione dell’accesso dei cittadini stranieri al servizio civile, nonché sullo scambio di corrispondenza con la Commissione europea.

In particolare, il Tribunale e la Corte di appello di Brescia, in primo e in secondo grado, con riferimento al contenzioso concernente il bando del 2011, hanno affermato il carattere non discriminatorio del requisito concernente il possesso della cittadinanza italiana, mentre la Corte d’appello di Milano, con riferimento al medesimo bando del 2011, ha ritenuto che il requisito in questione avesse carattere discriminatorio.

Avverso tali pronunzie risultano pendenti giudizi in grado d’appello.

La Commissione europea ha aperto due casi EU Pilot (cd. procedure di “pre-infrazione”) nei confronti dell’Italia, ritenendo che il requisito della cittadinanza italiana per l’accesso al servizio civile, previsto dall’art. 3, co. 1, del d.lgs. n. 77 del 2002, abbia carattere discriminatorio.

Un primo caso (n. 1178/10/JLSE) è stato aperto per l’asserita non conformità della citata disposizione agli articoli 18 e 24 del Trattato sul funzionamento dell’UE e all’articolo 24 della direttiva 2004/38/CE, a causa dell’esclusione dei cittadini comunitari e dei loro familiari dall’accesso al servizio civile: la risposta fornita dalle autorità italiane è stata rigettata dalla Commissione europea in data 08/11/2010, anche se, allo stato, non risulta ancora aperta una procedura di infrazione.

Successivamente, in un secondo caso (n. 5832/13/HOME), la Commissione ha ritenuta che la disposizione di diritto interno di cui trattasi si ponga in contrasto con l’articolo 11 della direttiva 2003/109/CE) (concernente i cittadini extracomunitari lungosoggiornanti) e con l’articolo 26 della direttiva 2004/83/CE (concernente i beneficiari di protezione internazionale): il Dipartimento della gioventù e del servizio civile nazionale, con nota in data 13/01/2014, n. 0000866 ha fornito le proprie argomentazioni a sostegno della compatibilità con l’ordinamento comunitario della normativa di diritto interno ribadendo che la limitazione dell’accesso al servizio civile nazionale ai soli cittadini italiani è coerente con la mission dell’istituto (la “difesa della Patria”, mantenuta anche nel passaggio dalla forma obbligatoria a quella volontaria), che si identifica con quella delle Forze Armate, nell’ambito delle quali non è ammessa la partecipazione di cittadini stranieri. Ciò tenuto conto, da un lato, del fatto che il fondamento del servizio civile va rinvenuto, come affermato dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 228/2004), non già nell’articolo 2 Cost. concernente il principio di solidarietà sociale, diversamente dall’istituto dei servizi civili regionali, istituiti nelle singole regioni, secondo la distinzione evidenziata sempre dal Giudice delle leggi (sentenza n. 309/2013), bensì nella cura di “interessi unitari e nazionali”, riconducibili alla “difesa della Patria”, di cui all’articolo 52 Cost. – il che ne giustifica la riserva ai soli cittadini italiani -, dall’altro, della circostanza che le disposizioni delle sopra richiamate direttive (nonché quelle dei decreti legislativi adottati per dare ingresso nell’ordinamento italiano ai principi affermati dal legislatore europeo – d.lgs. n. 3/2007 e d.lgs. n. 251/2007) afferiscono all’esercizio di diritti connessi a materie, quali l’attività lavorativa, l’istruzione e la formazione professionale, del tutto estranee al servizio civile nazionale che non è assimilabile ad un rapporto di lavoro.

In conclusione, l’interpellante Ministero del lavoro e delle politiche sociali, precisato che il Governo ha intenzione di procedere ad una riforma della normativa concernente il servizio civile, mediante un apposito disegno di legge delega (in corso di predisposizione) e che tale riforma prevede che al servizio civile possano accedere anche i cittadini stranieri, rappresentato, altresì, che sia il Tribunale di Milano (nella cennata ordinanza R.G. 14219/2013), sia la Commissione Europea (nei due descritti casi EU Pilot) hanno osservato che l’istituto del servizio civile, ai sensi dell’articolo 1, comma 1, della legge n. 64/2001, è riconducibile non solo al dovere di difendere la Patria (art. 52, Cost.), ma anche ai doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale (art. 2, Cost.), gravanti non solo sui cittadini italiani, ma anche sui cittadini stranieri che risiedono nel nostro Paese e, infine, prospettata la difficoltà di sostenere la conformità alla normativa comunitaria de qua della disposizione dell’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 77/2002, che, in quanto limitante ai cittadini italiani l’accesso a un istituto riconducibile alla formazione professionale, dovrebbe essere disapplicata, ha ritenuto, in ogni caso, data l’urgenza di emanare i predetti bandi straordinari, di acquisire il parere di questo Consiglio sulle questioni rappresentate.

Considerato.

Ritiene il Collegio che per fornire adeguata risposta ai quesiti posti dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali non possa prescindersi dall’esame della regolamentazione dell’istituto del servizio civile, così come evolutasi nell’ordinamento italiano, e della prevalente giurisprudenza della Corte Costituzionale via via formatasi sul tema.

A seguito dell'emanazione della legge 15 dicembre 1972 n. 772 ("Norme per il riconoscimento della obiezione di coscienza"), in Italia si ebbe per la prima volta una disciplina dell'obiezione di coscienza nonché l'istituzione del servizio civile, obbligatorio, alternativo e sostitutivo a quello militare.

L’art. 1, comma 1 della predetta legge – «Gli obbligati alla leva che dichiarano di essere contrari in ogni circostanza all'uso personale delle armi per imprescindibili motivi di coscienza possono essere ammessi a soddisfare l'obbligo del servizio militare nei modi previsti dalla presente legge» –, che trovava il proprio presupposto fondante di rango costituzionale nell’articolo 52 Cost., rendeva chiaro come il servizio civile fosse un istituto alternativo attraverso il quale il cittadino obiettore di coscienza poteva assolvere all’obbligo di leva ai fini della difesa della Patria.

E che tale fosse all’epoca la ratio della disciplina del servizio civile fu definitivamente chiarito negli anni ottanta dello scorso secolo, allorquando la citata legge fu in più occasioni scrutinata dalla Corte Costituzionale, che, nella sentenza n. 164/1985, ebbe modo di affermare che “La legge che, con il dare riconoscimento e, quindi, ingresso all'obiezione di coscienza, ha previsto per gli obbligati alla leva la possibilità di venire ammessi a prestare, in luogo del servizio militare armato, servizio militare non armato o servizio sostitutivo civile, non si traduce assolutamente in una deroga al dovere di difesa della Patria, ben suscettibile di adempimento attraverso la prestazione di adeguati comportamenti di impegno sociale non armato. Quanto ai rapporti con il servizio militare obbligatorio … il fatto che sia stata demandata al legislatore ordinario la determinazione dei modi e dei limiti del relativo obbligo, ovviamente nel rispetto degli altri precetti costituzionali, consente di affermare che, a determinate condizioni, il servizio militare armato può essere sostituito con altre prestazioni personali di portata equivalente, riconducibili anch'esse all'idea di difesa della Patria.”. Nondimeno, già nella stessa sede la Consulta aveva modo di evidenziare che “il servizio militare ha una sua autonomia concettuale e istituzionale rispetto al dovere ex art. 52, primo comma, della Costituzione, che può essere adempiuto anche attraverso adeguate attività di impegno sociale non armato”.

Nello stesso senso, ossia quello della “portata equivalente” del servizio civile e del servizio militare, aventi entrambi la funzione di difesa della Patria, anche se perseguita con modalità diverse, convergevano le ulteriori considerazioni espresse dal Giudice delle Leggi che, con la sentenza n. 470/1989, dichiarò l'illegittimità costituzionale dell'art. 5 comma 1, della legge n. 772/1972 nella parte in cui prevedeva che i giovani ammessi all'obiezione di coscienza prestassero il relativo servizio per un periodo superiore di otto mesi alla durata del servizio di leva cui sarebbero stati tenuti, rinvenendo in tale norma una ingiustificata disparità di trattamento.

Negli anni seguenti, divenuto il servizio civile una risorsa sociale per il Paese, il Parlamento varò la legge 8 luglio 1998, n. 230, con la quale l'obiezione di coscienza venne riconosciuta diritto del cittadino e si stabilì che i cittadini che prestavano il servizio civile godessero degli stessi diritti di coloro che svolgevano il tradizionale servizio militare.

Il provvedimento, che abrogava la legge n. 772 del 1972, all'articolo 1 statuiva che:

“1. I cittadini che, per obbedienza alla coscienza, nell'esercizio del diritto alle libertà di pensiero, coscienza e religione riconosciute dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, opponendosi all'uso delle armi, non accettano l'arruolamento nelle Forze armate e nei Corpi armati dello Stato, possono adempiere gli obblighi di leva prestando, in sostituzione del servizio militare, un servizio civile, diverso per natura e autonomo dal servizio militare, ma come questo rispondente al dovere costituzionale di difesa della Patria e ordinato ai fini enunciati nei «Princìpi fondamentali» della Costituzione…”.

Iniziava, così, a svilupparsi l’attuale configurazione dell’istituto del servizio civile “diverso per natura e autonomo dal servizio militare” e come questo rispondente non soltanto al “dovere costituzionale di difesa della Patria”, ma anche “ordinato ai fini enunciati nei “Principi fondamentali” della Costituzione”.

Significativa, in tal senso, è anche la contestuale sottrazione dell'amministrazione di tale servizio al Ministero della difesa e il suo affidamento alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, ove veniva costituito, appunto, un apposito Ufficio Nazionale per il Servizio Civile.

In attuazione della delega contenuta all’articolo 3, comma 1, “Trasformazione progressiva dello strumento militare in professionale”, della legge 14 novembre 2000 n. 331 “Norme per l'istituzione del servizio militare professionale”, veniva, quindi, emanato il decreto legislativo 8 maggio 2001, n. 215, che, all’articolo 7, comma 1, sanciva la sospensione del servizio obbligatorio di leva a decorrere dal 1° gennaio 2007, data, in seguito anticipata al 1° gennaio 2005 (art. 1, legge 23 agosto 2004, n. 226).

Successivamente, il Parlamento approvava la legge 6 marzo 2001, n. 64, che istituiva il Servizio Civile Nazionale: un Servizio finalizzato, come indica lo stesso articolo 1 della legge istitutiva, a:
“a) concorrere, in alternativa al servizio militare obbligatorio, alla difesa della Patria con mezzi ed attività non militari;
b) favorire la realizzazione dei princìpi costituzionali di solidarietà sociale;
c) promuovere la solidarietà e la cooperazione, a livello nazionale ed internazionale, con particolare riguardo alla tutela dei diritti sociali, ai servizi alla persona ed alla educazione alla pace fra i popoli;
d) partecipare alla salvaguardia e tutela del patrimonio della Nazione, con particolare riguardo ai settori ambientale, anche sotto l'aspetto dell'agricoltura in zona di montagna, forestale, storico-artistico, culturale e della protezione civile;
e) contribuire alla formazione civica, sociale, culturale e professionale dei giovani mediante attività svolte anche in enti ed amministrazioni operanti all'estero”.

Al tradizionale scopo del concorso alla “difesa della Patria”, che, come si è visto, aveva caratterizzato la nascita del servizio civile in Italia, a livello di legislazione primaria, si affiancavano, quindi, nuove finalità di assistenza o di utilità sociale o di promozione culturale e professionale volte a favorire la realizzazione dei princìpi costituzionali di solidarietà sociale.

La legge n. 64/2001, all’articolo 2, comma 1, sanciva che a decorrere dalla data della sospensione del servizio obbligatorio militare di leva, il servizio civile fosse prestato su base esclusivamente volontaria e, al comma 2 del medesimo articolo conteneva una delega al Governo per l’emanazione di decreti legislativi aventi ad oggetto: la individuazione dei soggetti ammessi a prestare volontariamente servizio civile; la definizione delle modalità di accesso a detto servizio; la durata del servizio stesso, in relazione alle differenti tipologie di progetti di impiego; i correlati trattamenti giuridici ed economici. Al comma 3 del medesimo articolo 2, veniva stabilito che la delega avrebbe dovuto essere esercitata nel rispetto dei principi di cui all’articolo 1 e secondo una serie di criteri tra i quali l’ “ammissione al servizio civile volontario di uomini e donne sulla base di requisiti oggettivi e non discriminatori”; la “funzionalità dei benefici riconosciuti ai volontari nel favorire lo sviluppo formativo e professionale e l'ingresso nel mondo del lavoro, tenendo conto di quanto previsto per i volontari in ferma delle Forze armate” (lettera c);
l’ “utilità sociale del servizio civile nei diversi settori di impiego, anche in enti ed amministrazioni operanti all'estero” (lettera d); la “funzionalità e adeguatezza della durata del servizio civile, nei diversi settori di impiego, nel rispetto dei criteri di cui alle lettere c) e d)” (lettera e).

Nell’intento del legislatore la predetta legge avrebbe dovuto operare secondo una prima fase nella quale convivevano due servizi civili, uno “obbligatorio” per gli obiettori di coscienza ed uno per i “volontari” e una fase successiva destinata ai soli volontari.

In attuazione della delega conferita dalla legge n. 64/2001, veniva emanato il d.lgs. n. 77/2002 che all’articolo 14 recava la previsione del “ripristino” del servizio civile regolato dalla legge n. 230 del 1998 in casi eccezionali (guerra, gravissima crisi internazionale).

Si rendeva, pertanto, operativo il “nuovo” servizio civile, secondo la disciplina del d.lgs. 5 aprile 2002, n. 77, su base volontaria, aperto alle donne e accessibile tramite pubblico concorso, caratterizzato da finalità, indicate nella legge istitutiva, molto più ampie rispetto a quelle che connotavano l’istituto in origine.

La coesistenza delle due fasi cessava nel momento in cui si registrava l’abolizione di fatto del servizio di leva obbligatorio (si è già accennato alla circostanza che la legge 23 agosto 2004, n. 226 aveva anticipato la sospensione del servizio obbligatorio di leva a decorrere dal 1° gennaio 2005) con ciò determinandosi la conseguente cessazione del servizio civile obbligatorio sostitutivo e la configurazione del servizio civile come servizio esclusivamente volontario, non avente più alcun collegamento con la prestazione militare.

Nell’anno 2004, la Corte Costituzionale (sentenza n. 228), chiamata a scrutinare la legittimità costituzionale di alcune disposizioni della suddetta legge n. 64/2001, pose nuovamente l’accento sulla previsione contenuta nel primo comma dell'art. 52 della Costituzione, “che configura la difesa della Patria come sacro dovere del cittadino, il quale ha una estensione più ampia dell'obbligo di prestare servizio militare”. In questo contesto la Corte collocava pure la scelta legislativa che, a seguito della sospensione della obbligatorietà del servizio militare (art. 7 del d.lgs. 8 maggio 2001, n. 215), “configura il servizio civile come l'oggetto di una scelta volontaria, che costituisce adempimento del dovere di solidarietà (art. 2 della Costituzione), nonché di quello di concorrere al progresso materiale e spirituale della società (art. 4, secondo comma, della Costituzione). La volontarietà riguarda, infatti, solo la scelta iniziale, in quanto il rapporto è poi definito da una dettagliata disciplina dei diritti e dei doveri, contenuta in larga parte nel d.lgs. n. 77 del 2002, che permette di configurare il servizio civile come autonomo istituto giuridico in cui prevale la dimensione pubblica, oggettiva e organizzativa. D'altra parte il dovere di difendere la Patria deve essere letto alla luce del principio di solidarietà espresso nell'art. 2 della Costituzione, le cui virtualità trascendono l'area degli “obblighi normativamente imposti”, chiamando la persona ad agire non solo per imposizione di una autorità, ma anche per libera e spontanea espressione della profonda socialità che caratterizza la persona stessa. In questo contesto, il servizio civile tende a proporsi come forma spontanea di adempimento del dovere costituzionale di difesa della Patria.”.

Gli obiter dicta contenuti nella richiamata sentenza (successivamente confermati nella pronunzia n. 431/2005), pur indicando che è nel dovere di “difesa della Patria”, di cui il servizio militare e il servizio civile costituiscono forme di adempimento volontario, che i due servizi trovano la loro matrice unitaria, nondimeno forniscono una lettura delle evoluzioni normative e giurisprudenziali che già avevano consentito di ritenere che la “difesa della Patria” non si risolvesse soltanto in attività finalizzate a contrastare o prevenire una aggressione esterna, potendo comprendere anche attività di impegno sociale non armato, stabilendo, definitivamente che accanto alla difesa “militare”, che è solo una forma di difesa della Patria, può ben dunque collocarsi un'altra forma di difesa, per così dire, “civile”, che si traduce nella prestazione dei già evocati comportamenti di impegno sociale non armato.

Il concetto di “difesa della Patria”, quindi, ha assunto un respiro ben più ampio da quello stricto sensu riconducibile, all’articolo 52 Cost., che, nella mutata prospettiva, deve essere riletto alla luce dei principi costituzionali di cui agli articoli 2 e 4, Cost..

In definitiva, l’evoluzione diacronica del servizio civile ha visto mutare quello che inizialmente era un istituto sostitutivo del servizio militare di leva il cui fondamento costituzionale era indiscutibilmente l’art. 52 della Costituzione, in un istituto a carattere volontario a cui si accede per pubblico concorso e avente finalità più ampie, che ricomprendono i doveri inderogabili di solidarietà sociale e i doveri di concorrere al progresso materiale e spirituale della società previsti rispettivamente dagli articoli 2 e 4 Cost., gravanti non solo sui cittadini italiani, ma anche sui cittadini stranieri che risiedono nel nostro Paese.

Quanto alla natura giuridica, il servizio civile, pur non costituendo un rapporto di lavoro (a ciò ostando il disposto dell’articolo 9, che al comma 1 stabilisce che “1. L'attività svolta nell'àmbito dei progetti di servizio civile non determina l'instaurazione di un rapporto di lavoro..”), restando escluso che lo stesso possa svolgersi per mezzo di poteri autoritativi o certificativi, va considerato quale esperienza formativa volta a favorire l’ingresso nel mondo del lavoro, al pari dell’istituto del tirocinio, dovendosi, pertanto, ritenere riconducibile alla categoria della formazione professionale.

E’ rilevante, quindi, quanto sostenuto dai competenti servizi della Commissione europea, nei casi EU Pilot illustrati in narrativa, laddove si fa rilevare che il servizio civile ha un importante scopo di formazione ed istruzione, costituendo una vera e propria attività connessa all’occupazione («un’opportunità d’istruzione e di formazione professionale che prepara l’accesso al lavoro»), che non comporta l’esercizio di pubblici poteri.

Non è revocabile in dubbio, pertanto, che la disposizione di cui all’articolo 3, comma 1, del d.lgs. n. 77 del 2002, il cui tenore letterale appare inequivocabile a motivo dell’espresso richiamo ai “cittadini italiani” e non suscettibile di un’interpretazione costituzionalmente orientata nel senso del riferimento del termine “cittadini” anche ai soggetti stranieri, vada disapplicata poiché incompatibile con il divieto, sancito dalla normativa di matrice europea, per gli Stati membri, di prevedere per i cittadini stranieri (siano essi comunitari, extracomunitari lungosoggiornanti o beneficiari di protezione internazionale), anche in ordine alla formazione professionale, un trattamento diverso rispetto a quello stabilito per i cittadini nazionali.

Alla luce di quanto precede, nelle more dell’auspicabile sollecito adeguamento della normativa concernente il servizio civile, che, secondo quanto preannunciato dal Ministero interpellante, verrà fatta confluire in un apposito disegno di legge delega (in corso di predisposizione), la quale prevederà che al servizio civile possano accedere anche i cittadini stranieri, ad avviso della Sezione, in relazione al quesito sub n. 2), occorre che il Dipartimento della gioventù del servizio civile nazionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, nell’emanare i due bandi straordinari indicati in premesse, disapplicando l’articolo 3, comma 1, del d.lgs. n. 77 del 2002, consenta anche ai cittadini stranieri di accedere al servizio civile.
Ciò, evidentemente, non tralasciando, a fronte della sopprimenda differenziazione basata sulla titolarità o meno dello “status civitatis”, di salvaguardare il principio di parità di trattamento anche rispetto al possesso degli altri requisiti per l’accesso al servizio civile.

P.Q.M.

Esprime il parere richiesto nei sensi di cui in parte motiva.



L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
Gerardo Mastrandrea Antonio Catricala'




IL SEGRETARIO
Marisa Allega



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Re: Servizio civile ai cittadini italiani e stranieri ?

Messaggio da panorama » gio giu 25, 2015 6:10 pm

(Disciplina del Servizio civile nazionale a norma dell’articolo 2 della L. 6 marzo 2001, n. 64).
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SENTENZA N. 119
ANNO 2015


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:
- Alessandro CRISCUOLO Presidente
- Paolo Maria NAPOLITANO Giudice
- Giuseppe FRIGO ”
- Paolo GROSSI ”
- Giorgio LATTANZI ”
- Aldo CAROSI ”
- Marta CARTABIA ”
- Mario Rosario MORELLI ”
- Giancarlo CORAGGIO ”
- Giuliano AMATO ”
- Silvana SCIARRA ”
- Daria de PRETIS ”
- Nicolò ZANON ”
ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, del decreto legislativo 5 aprile 2002, n. 77 (Disciplina del Servizio civile nazionale a norma dell’articolo 2 della L. 6 marzo 2001, n. 64), promosso dalla Corte di cassazione, sezioni unite civili, nel procedimento vertente tra la Presidenza del Consiglio dei ministri e l’ASGI − Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, e APN – Avvocati per niente ONLUS, con ordinanza del 1° ottobre 2014, iscritta al n. 222 del registro ordinanze del 2014, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 51, prima serie speciale, dell’anno 2014.

Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nella camera di consiglio del 13 maggio 2015 il Giudice relatore Giuliano Amato.

Ritenuto in fatto

1.– Con ordinanza del 1° ottobre 2014, le sezioni unite civili della Corte di cassazione, hanno sollevato − in riferimento agli artt. 2, 3 e 76 della Costituzione − questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, del decreto legislativo 5 aprile 2002, n. 77 (Disciplina del Servizio civile nazionale a norma dell’articolo 2 della L. 6 marzo 2001, n. 64), nella parte in cui − prevedendo il requisito della cittadinanza italiana − esclude i cittadini stranieri regolarmente soggiornanti in Italia dalla possibilità di essere ammessi a prestare il servizio civile.

2.− La Corte di cassazione premette che la questione di legittimità costituzionale è sorta nell’ambito di un giudizio promosso, ai sensi dell’art. 44 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero), da un cittadino pachistano, unitamente all’ASGI − Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, e all’APN − Avvocati per niente ONLUS, per denunciare la natura discriminatoria del bando, pubblicato il 20 settembre 2011, per la selezione di volontari da impiegare in progetti di servizio civile. L’art. 3 di tale bando, in applicazione della disposizione censurata, richiede − tra i requisiti e le condizioni di ammissione − il possesso della cittadinanza italiana.

La natura discriminatoria di tale art. 3 è stata dichiarata dal Tribunale ordinario di Milano, sezione lavoro, con ordinanza del 12 gennaio 2012, con la quale è stato, inoltre, ordinato alla Presidenza del Consiglio dei ministri di sospendere le procedure di selezione e di modificare il bando, consentendo l’accesso anche agli stranieri regolarmente soggiornanti in Italia.

Il giudice a quo riferisce di essere, quindi, investito della decisione in ordine al ricorso proposto dalla Presidenza del Consiglio dei ministri per la cassazione della sentenza con la quale la Corte d’appello di Milano ha respinto l’impugnazione avverso la citata ordinanza del Tribunale di Milano.

Ciò premesso, le sezioni unite rilevano che il successivo acquisto della cittadinanza italiana da parte del ricorrente e l’integrale svolgimento degli effetti del bando hanno determinato la sopravvenuta perdita di ogni utilità derivabile alle parti dall’accoglimento o dal rigetto del ricorso. Inoltre, con la prestazione del servizio civile da parte dei volontari selezionati, la vicenda concreta appare del tutto esaurita, né vi sarebbe spazio per l’accertamento dell’illegittimità del bando a fini risarcitori, non avendo i ricorrenti avanzato domanda in tal senso.

La Corte di cassazione ritiene quindi che in tale contesto siano venute meno le condizioni per pronunciare sul ricorso, il quale appare destinato alla definizione con una sentenza, in rito, di inammissibilità per sopravvenuto difetto di interesse.

2.1.− Nondimeno, ad avviso delle sezioni unite, l’inammissibilità del ricorso, nonché la particolare importanza del thema decidendum, giustificano una pronuncia d’ufficio ai sensi dell’art. 363, terzo comma, cod. proc. civ., con l’enunciazione − nell’esercizio della funzione nomofilattica assegnata alla Corte di cassazione − del principio di diritto nell’interesse della legge sulla questione trattata nella causa di merito.

La particolare importanza della questione, ai sensi dell’art. 363, terzo comma, cod. proc. civ., viene desunta, oltre che dall’esistenza di un contrasto tra i giudici di merito, dalla novità della questione per la giurisprudenza della Corte di cassazione, quale organo chiamato ad assicurare l’esatta osservanza della legge, la sua uniforme interpretazione e l’unità del diritto oggettivo nazionale, e quindi a garantire certezza del diritto ed eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge.

Ad avviso del giudice a quo, l’esercizio di tali funzioni sarebbe ancor più rilevante nel caso in esame, in quanto la mancanza di un principio di diritto investe un settore nevralgico della vita sociale, nel quale sono coinvolti numerosi giovani, operatori ed enti e vengono in gioco i diritti fondamentali della persona nell’ambito del rapporto con gli altri.

Viene, inoltre, sottolineata l’esigenza di una risposta chiarificatrice in funzione nomofilattica, tenuto conto dell’attitudine della questione in esame a ripresentarsi in casi futuri, nei nuovi bandi per il servizio civile nazionale che l’amministrazione intenda pubblicare, come sarebbe dimostrato proprio dall’esperienza successiva, ed in particolare dalla correzione, da parte dell’amministrazione, del successivo bando del 4 ottobre 2013, con riapertura dei termini in favore degli stranieri titolari di permesso di soggiorno, ma con riserva dell’esito del relativo giudizio.

2.2.− La Corte di cassazione esclude la possibilità di risolvere la questione attraverso un’interpretazione costituzionalmente orientata. Il dettato normativo dell’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 77 del 2002, risulta univoco e va in direzione opposta a quella − inclusiva, aperta e non discriminatoria − ritenuta possibile dai giudici del merito nei due precedenti gradi di giudizio.

Infatti, la disposizione censurata − nel prevedere i requisiti di ammissione al servizio civile nazionale − stabilisce che possano accedervi i cittadini italiani. In un contesto tecnico, volto a fissare i requisiti di ammissione al servizio civile nazionale, il testo della disposizione censurata richiamerebbe una nozione giuridico-formale di «cittadino italiano» − quella prevista dalla legge 5 febbraio 1992, n. 91 (Nuove norme sulla cittadinanza) − la quale non consente il riferimento ad una nozione, ampia e deformalizzata, di «cittadinanza di residenza», capace di accogliere nel suo ambito tutti i soggetti, ivi inclusi gli stranieri, che appartengono in maniera stabile e regolare alla comunità.

2.3.− La Corte di cassazione ritiene che sussista, altresì, la rilevanza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 77 del 2002, in considerazione della necessità di applicare tale disposizione ai fini della formulazione del principio di diritto nell’interesse della legge ai sensi dell’art. 363, terzo comma, cod. proc. civ., ossia ai fini della pronuncia di una regola di giudizio che − sebbene non influente nella concreta vicenda processuale − serva tuttavia come criterio di decisione di casi analoghi o simili.

Tra il quesito di costituzionalità e la definizione del giudizio mediante l’esercizio della funzione nomofilattica nell’interesse della legge, sussisterebbe pertanto un rapporto di pregiudizialità.

2.4.− In punto di non manifesta infondatezza, le sezioni unite osservano che il servizio civile nazionale − con la definitiva emancipazione dal necessario riferimento al servizio militare obbligatorio − si configura, secondo la giurisprudenza costituzionale, come «l’oggetto di una scelta volontaria che costituisce adempimento del dovere di solidarietà (art. 2 della Costituzione), nonché di quello di concorrere al progresso materiale e spirituale della società (art. 4, secondo comma, della Costituzione)» (sentenza n. 228 del 2004).

2.4.1.− La Corte di cassazione ritiene dunque che il dovere di difesa della Patria, letto in connessione con l’art. 2 Cost., non si risolva in attività finalizzate a contrastare o prevenire un’aggressione esterna al territorio dello Stato e dei suoi confini, ma sia ora esteso sino a ricomprendere forme spontanee di impegno sociale non armato, volte alla salvaguardia e alla promozione dei valori comuni e fondanti il nostro ordinamento.

Il servizio civile nazionale, quale «forma spontanea di adempimento del dovere costituzionale di difesa della Patria» (sentenza n. 228 del 2004), si colloca in tale contesto. Esso permette, infatti, di partecipare in modo attivo alla costruzione di una democrazia sana e di nuove forme di cittadinanza, consentendo di colmare il divario tra i bisogni collettivi e le risposte pubbliche, in un’ottica di promozione e di tutela dei diritti, soprattutto dei soggetti più vulnerabili e svantaggiati.

Ad avviso delle sezioni unite, il servizio civile costituisce un istituto di integrazione, di inclusione e di coesione sociale, volto a favorire la costruzione di una più matura coscienza civile delle giovani generazioni. Esso rappresenta, inoltre, una forma di salvaguardia e di tutela del patrimonio comune, sia esso ambientale, paesaggistico o monumentale, attraverso attività finalizzate alla promozione di un senso di responsabilità e di rispetto nell’uso e nella valorizzazione dei beni comuni.

Così ricostruita la ratio dell’istituto, le sezioni unite ritengono che la disposizione dell’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 77 del 2002, contrasti con gli artt. 2 e 3 Cost.

Infatti, poiché le attività svolte nell’ambito dei progetti di servizio civile nazionale rappresentano diretta realizzazione del principio di solidarietà, l’esclusione dei cittadini stranieri dalla possibilità di prestare il servizio civile nazionale precluderebbe il pieno sviluppo della persona e l’integrazione nella comunità di accoglienza, impedendo loro di concorrere a realizzare progetti di utilità sociale e, di conseguenza, di sviluppare il valore del servizio a favore degli altri e del bene comune.

Si tratterebbe, secondo le sezioni unite, di un’esclusione non proporzionata, né ragionevole. Infatti, l’attività di impegno sociale che la persona è chiamata a svolgere nell’ambito del servizio civile «deve essere ricompresa tra i valori fondanti dell’ordinamento giuridico, riconosciuti, insieme ai diritti inviolabili dell’uomo, come base della convivenza sociale normativamente prefigurata dal Costituente» (sentenza n. 309 del 2013). Al riguardo, viene evidenziato che agli stranieri regolarmente soggiornanti nel territorio dello Stato è riconosciuto il godimento «dei diritti in materia civile attribuiti al cittadino italiano» (art. 2, comma 2, del d.lgs. n. 286 del 1998).

2.4.2.− La norma censurata si porrebbe in contrasto anche con l’art. 76 Cost., per violazione del criterio direttivo della legge 6 marzo 2001, n. 64 (Istituzione del servizio civile nazionale). In particolare, l’art. 2, comma 3, lettera a), di tale legge delega prevedeva l’«ammissione al servizio civile volontario di uomini e donne sulla base di requisiti oggettivi e non discriminatori». Viceversa, l’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 77 del 2002, fissando il requisito della cittadinanza italiana nella disciplina per l’accesso al servizio civile nazionale, introduce un requisito di ammissione che avrebbe carattere discriminatorio, in quanto preclude al cittadino straniero, regolarmente soggiornante in Italia, la possibilità di un pieno dispiegamento della libertà e dell’eguaglianza.

A conferma di tale interpretazione, viene evidenziato che l’art. 4 della stessa legge delega n. 64 del 2001 ha previsto il requisito della cittadinanza soltanto nel periodo transitorio, ossia «fino alla data di efficacia dei decreti legislativi di cui all’articolo 2». Da ciò si ricaverebbe, a contrario, che l’art. 2, comma 3, lettera a), della legge delega, una volta superato il periodo transitorio, non ammetterebbe distinzioni sulla base del criterio della nazionalità.

D’altra parte, ad avviso della Corte di cassazione, la scelta del legislatore delegato non sarebbe giustificata dalla previsione contenuta nel primo comma dell’art. 52 Cost., che configura la difesa della Patria, come «sacro dovere del cittadino». Viene, al riguardo, richiamata la giurisprudenza costituzionale che ha ritenuto che la portata normativa dell’art. 52 Cost. è «quella di stabilire in positivo, non già di circoscrivere in negativo i limiti soggettivi del dovere costituzionale». L’art. 52 Cost. escluderebbe quindi la possibilità di prevedere per alcuno il privilegio di un’esenzione immotivata dall’obbligo di leva (sentenza n. 172 del 1999).

Si osserva, inoltre, che il servizio civile esprime la vocazione sociale e solidaristica di chi intenda spontaneamente accedervi. Ciò escluderebbe il rischio di un conflitto potenziale tra opposte lealtà: la partecipazione dello straniero regolarmente soggiornante in Italia ad una comunità di diritti, più ampia e comprensiva di quella fondata sulla cittadinanza in senso stretto, postula che anch’egli, senza discriminazioni in ragione del criterio della nazionalità, sia legittimato, su base volontaria, a restituire un impegno in termini di servizio a favore di quella stessa comunità.

3.− È intervenuta nel giudizio l’Avvocatura generale dello Stato, per conto del Presidente del Consiglio dei ministri, ed ha concluso per l’inammissibilità o, in subordine, per l’infondatezza della questione sollevata dalle sezioni unite civili della Corte di cassazione.

3.1.− In via preliminare, la difesa erariale ha eccepito l’inammissibilità della questione di legittimità costituzionale, poiché difetterebbe il requisito della rilevanza della questione. Infatti, per ammissione della stessa Corte rimettente, la vicenda processuale oggetto del giudizio a quo si sarebbe ormai esaurita per sopravvenuto difetto di interesse, con conseguente inefficacia di un’eventuale pronuncia di accoglimento sulle sorti del giudizio principale.

L’Avvocatura generale dello Stato evidenzia, d’altra parte, che la possibilità di pronunciare un principio di diritto su una questione ritenuta di «particolare importanza», ai sensi dell’art. 363 cod. proc. civ., riveste carattere di eccezionalità rispetto ai principi generali, come ritenuto dalla stessa Corte di cassazione.

L’esercizio di tale particolare potere non consentirebbe, quindi, di derogare alle disposizioni di cui all’art. 23 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), in ordine ai requisiti per l’accesso della questione dinanzi alla Corte costituzionale. Infatti, la norma eccezionale dell’art. 363, terzo comma, cod. proc. civ., non potrebbe essere addirittura “traslata” in un ordine di giudizio “altro” dal giudizio civile, quale quello di costituzionalità, per il quale non opera alcuna deroga alle norme ordinarie sulle condizioni di ammissibilità, tra le quali − in primis − la rilevanza.

3.2.− Osserva, inoltre, l’Avvocatura generale dello Stato che l’eventuale pronuncia di costituzionalità in ordine alla norma censurata sarebbe priva di concreto interesse, sia perché non sarebbero state più bandite procedure per il servizio civile nazionale, sia perché è in corso di esame, in sede parlamentare, la riforma del cosiddetto “Terzo settore”.

Nel 2014 è stato presentato un disegno di legge, di iniziativa governativa, che prevede la valorizzazione delle attività solidaristiche e d’interesse generale, al fine di sostenere la libera iniziativa dei cittadini associati per perseguire il bene comune ed elevare i livelli di cittadinanza attiva, coesione e protezione sociale.

A questi fini, il disegno di legge prevede la delega al Governo a realizzare il riordino e la revisione della disciplina in materia di servizio civile nazionale, con l’istituzione del servizio civile «universale», non riservato ai soli cittadini, finalizzato alla difesa non armata, ai sensi degli artt. 52, primo comma, e 11 Cost., attraverso la promozione di attività di solidarietà.

Considerato in diritto

1.– Con ordinanza del 1° ottobre 2014, le sezioni unite civili della Corte di cassazione hanno sollevato − in riferimento agli artt. 2, 3 e 76 della Costituzione − questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, del decreto legislativo 5 aprile 2002, n. 77 (Disciplina del Servizio civile nazionale a norma dell’articolo 2 della L. 6 marzo 2001, n. 64), nella parte in cui − prevedendo il requisito della cittadinanza italiana − esclude i cittadini stranieri regolarmente soggiornanti in Italia dalla possibilità di essere ammessi a prestare il servizio civile.

2.− L’eccezione di inammissibilità della questione di legittimità costituzionale per difetto di rilevanza è infondata.

2.1.− Al riguardo, si osserva che l’ordinanza di rimessione è stata emessa nell’ambito di un giudizio destinato ad essere definito con una pronuncia, in rito, di inammissibilità per sopravvenuto difetto di interesse. E tuttavia l’inammissibilità del ricorso e la particolare importanza della questione giustificano, ad avviso della Corte di cassazione, l’enunciazione del principio di diritto nell’interesse della legge ai sensi dell’art. 363, terzo comma, del codice di procedura civile.

In base a tale disposizione, in presenza di un ricorso inammissibile, la Corte di cassazione è investita del potere di decidere essa stessa se esaminare ugualmente la questione, enunciando − qualora la ritenga di interesse generale − il principio di diritto, ossia una regola di giudizio che − sebbene non influente nella concreta vicenda processuale − serva tuttavia come criterio di decisione di casi futuri.

Il potere conferito dall’art. 363, terzo comma, cod. proc. civ., esalta il ruolo nomofilattico che è proprio della Corte di cassazione. L’istituto delinea un tipo di giudizio svincolato dall’esigenza di composizione degli interessi delle parti, ed interamente rivolto alla soddisfazione dell’interesse − generale ed oggettivo − all’esatta interpretazione della legge.

2.2.− Nella preliminare verifica della tenuta di tale impostazione rispetto ai principi che regolano l’accesso al sindacato di costituzionalità, primo fra tutti il requisito della rilevanza della questione rispetto al giudizio a quo, va condivisa la motivazione con cui la Corte di cassazione assume di essere chiamata, nel peculiare ambito processuale disegnato dall’art. 363, terzo comma, cod. proc. civ., a fare necessaria applicazione della normativa della cui costituzionalità dubita.

La verifica dei limiti di accesso al servizio civile, come delineati dalla disposizione censurata, costituisce per la Corte di cassazione un passaggio ineludibile ai fini della formulazione del principio di diritto ai sensi dell’art. 363, terzo comma, cod. proc. civ., ossia ai fini della pronuncia di quella regola di giudizio che − sebbene non influente nella concreta vicenda processuale – è destinata a valere come criterio di decisione di casi futuri.

In ciò viene ravvisato il rapporto di pregiudizialità tra il quesito di costituzionalità rivolto a questa Corte e la definizione del giudizio mediante l’esercizio della funzione nomofilattica nell’interesse della legge.

2.3.− Al riguardo, non è un ostacolo l’astrazione del giudizio di cui all’art. 363, terzo comma, cod. proc. civ., rispetto alla composizione degli interessi sostanziali fatti valere nelle precedenti fasi del giudizio a quo, né rileva la circostanza che tale pronuncia nomofilattica sia improduttiva di effetti sui provvedimenti dei giudici dei precedenti gradi del giudizio. La nozione di concretezza cui è legata la rilevanza della questione non si traduce, infatti, nella necessità di una concreta utilità per le parti del giudizio di merito, come rilevato da questa Corte nella sentenza n. 10 del 2015.

Ciò discende dalla circostanza che il giudizio di legittimità costituzionale si svolge oltre che nell’interesse privato, anche e in primo luogo in quello pubblico e per questo non lo influenzano le vicende del processo che lo ha occasionato.

2.4.− E d’altra parte, va riconosciuta la legittimazione della Corte di cassazione, in sede di enunciazione del principio di diritto nell’interesse della legge, ai sensi dell’art. 363, terzo comma, cod. proc. civ., a sollevare la questione di costituzionalità.

Infatti, così com’è indubitabile che la Corte di cassazione sia organicamente inserita nell’ordine giudiziario, altrettanto indubitabile è l’inerenza alla funzione giurisdizionale dell’enunciazione del principio di diritto da parte del giudice di legittimità, quale massima espressione della funzione nomofilattica che la stessa Corte di cassazione è istituzionalmente chiamata a svolgere.

Va del resto esclusa la necessità che il procedimento a quo si concluda con una decisione che abbia tutti gli effetti usualmente ricondotti agli atti giurisdizionali. La funzione nomofilattica svolta dalla Corte di cassazione con l’enunciazione del principio di diritto, ai sensi dell’art. 363, terzo comma, cod. proc. civ., costituisce, infatti, espressione di una giurisdizione che è (anche) di diritto oggettivo, in quanto volta a realizzare l’interesse generale dell’ordinamento all’affermazione del principio di legalità, che è alla base dello Stato di diritto.

2.5.− L’accesso al sindacato di costituzionalità attraverso il giudizio di cui all’art. 363, terzo comma, cod. proc. civ., se non determina quindi alcun superamento del carattere pregiudiziale della questione, neppure modifica il modello incidentale del controllo di legittimità.

L’incidentalità, infatti, discende dal compito della Corte di cassazione di enunciare il principio di diritto sulla base della norma che potrà risultare dalla pronuncia di illegittimità costituzionale e che sarà, in ogni caso, “altro” rispetto ad essa. È in tal modo che si realizza l’interesse generale dell’ordinamento alla legalità costituzionale attraverso l’incontro ed il dialogo di due giurisdizioni che concorrono sempre – e ancor più in questo caso − alla definizione del diritto oggettivo. Ed è un dialogo che si rivela particolarmente proficuo, specie laddove sia in gioco l’estensione della tutela di un diritto fondamentale.

3.− Nel merito, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 77 del 2002, in riferimento all’art. 76 Cost., è infondata.

3.1.− Il giudice a quo ravvisa il contrasto dell’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 77 del 2002, con il criterio direttivo di cui all’art. 2, comma 3, lettera a), della legge delega 6 marzo 2001, n. 64 (Istituzione del servizio civile nazionale), il quale prevede l’ammissione al «servizio civile volontario di uomini e donne sulla base di requisiti oggettivi e non discriminatori».

Tuttavia, il tenore letterale della disposizione, la sua genesi e la collocazione sistematica concorrono a riferirne la ratio alla finalità di eliminare le differenze di genere ai fini dell’accesso al servizio civile. La novità della disposizione in esame è rappresentata, infatti, sia dal carattere volontario della prestazione, in quanto non più disciplinata in termini di alternatività rispetto al servizio di leva obbligatorio, sia dall’apertura dell’accesso alle donne. Essa risulta, quindi, espressamente volta ad escludere quei criteri selettivi per l’ammissione al servizio civile che possano introdurre una discriminazione sulla base dell’identità di genere dell’aspirante.

Non si ravvisa, pertanto, il contrasto della disposizione dell’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 77 del 2002 – nella parte in cui delimita l’accesso dei cittadini italiani al servizio civile − con tale criterio direttivo e, conseguentemente, con il parametro di cui all’art. 76 Cost.

4.− La questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 77 del 2002 − in riferimento agli artt. 2 e 3 Cost. – è, invece, fondata.

4.1.− L’istituto del servizio civile ha subito una rilevante trasformazione a seguito dei ripetuti interventi legislativi che ne hanno modificato i contorni. Dall’originaria matrice di prestazione sostitutiva del servizio militare di leva, che trovava il suo fondamento costituzionale nell’art. 52 Cost., esso si qualifica ora come istituto a carattere volontario, al quale si accede per pubblico concorso. L’ammissione al servizio civile consente oggi di realizzare i doveri inderogabili di solidarietà e di rendersi utili alla propria comunità, il che corrisponde, allo stesso tempo, ad un diritto di chi ad essa appartiene.

In realtà, è lo stesso concetto di «difesa della Patria», nell’ambito del quale è stato tradizionalmente collocato l’istituto del servizio civile, ad evidenziare una significativa evoluzione, nel senso dell’apertura a molteplici valori costituzionali.

Come già affermato da questa Corte, il dovere di difesa della Patria non si risolve soltanto in attività finalizzate a contrastare o prevenire un’aggressione esterna, ma può comprendere anche attività di impegno sociale non armato. Accanto alla difesa militare, che è solo una delle forme di difesa della Patria, può dunque ben collocarsi un’altra forma di difesa, che si traduce nella prestazione di servizi rientranti nella solidarietà e nella cooperazione a livello nazionale ed internazionale (sentenza n. 228 del 2004).

In coerenza con tale evoluzione, questa Corte ha già richiamato la necessità di una lettura dell’art. 52 Cost. alla luce dei doveri inderogabili di solidarietà sociale di cui all’art. 2 Cost. (sentenza n. 309 del 2013).

L’esclusione dei cittadini stranieri, che risiedono regolarmente in Italia, dalle attività alle quali tali doveri si riconnettono appare di per sé irragionevole.

Inoltre, sotto un diverso profilo, l’estensione del servizio civile a finalità di solidarietà sociale, nonché l’inserimento in attività di cooperazione nazionale ed internazionale, di salvaguardia e tutela del patrimonio nazionale, concorrono a qualificarlo – oltre che come adempimento di un dovere di solidarietà – anche come un’opportunità di integrazione e di formazione alla cittadinanza.

Come già affermato da questa Corte, l’attività di impegno sociale che la persona è chiamata a svolgere nell’ambito del servizio civile «deve essere ricompresa tra i valori fondanti dell’ordinamento giuridico, riconosciuti, insieme ai diritti inviolabili dell’uomo, come base della convivenza sociale normativamente prefigurata dal Costituente» (sentenza n. 309 del 2013). Occorre sottolineare, d’altra parte, che il godimento «dei diritti in materia civile attribuiti al cittadino italiano», è riconosciuto agli stranieri regolarmente soggiornanti nel territorio dello Stato (art. 2, comma 2, del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, recante «Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero»).

L’esclusione dei cittadini stranieri dalla possibilità di prestare il servizio civile nazionale, impedendo loro di concorrere a realizzare progetti di utilità sociale e, di conseguenza, di sviluppare il valore del servizio a favore del bene comune, comporta dunque un’ingiustificata limitazione al pieno sviluppo della persona e all’integrazione nella comunità di accoglienza.

PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, del decreto legislativo 5 aprile 2002, n. 77 (Disciplina del Servizio civile nazionale a norma dell’articolo 2 della L. 6 marzo 2001, n. 64), nella parte in cui prevede il requisito della cittadinanza italiana ai fini dell’ammissione allo svolgimento del servizio civile;

dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, del d.lgs. n. 77 del 2002, sollevata, in riferimento all’art. 76 della Costituzione, dalla Corte di cassazione, sezioni unite civili, con l’ordinanza indicata in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 13 maggio 2015.

F.to:
Alessandro CRISCUOLO, Presidente
Giuliano AMATO, Redattore
Gabriella Paola MELATTI, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 25 giugno 2015.

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