Sblocco tetto salariale pensionati ante 2015

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Re: Sblocco tetto salariale pensionati ante 2015

Messaggio da panorama » mar giu 04, 2019 3:17 pm

Per tutti i colleghi andati in pensione dal 2011 al 2014 (c.d.: blocco contrattuale) e che chiedono se conviene fare o meno ricorso circa gli aumenti per la promozione al grado Superiore in quel quadriennio o per gli Assegni Funzionali, allego una delle tante sentenze della CdC, in questo caso, quella della CdC della Calabria n. 29/2019 del 25/02/2019.

Quindi date una attenta lettura.
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Re: Sblocco tetto salariale pensionati ante 2015

Messaggio da panorama » mar giu 04, 2019 3:20 pm

La sentenza sopra allegata tratta:

1) - il sig. M. C., già Brigadiere Capo dell’Arma dei Carabinieri in congedo dal 1 luglio 2014, rappresenta che in data 31 dicembre 2012 otteneva la promozione al grado di Brigadiere Capo, ma in a seguito alla disposizione di cui all’art. 9, comma 1, del D.L. n. 78/2010, convertito nella L. n. 122/2010, non gli venivano corrisposti gli incrementi stipendiali in quanto “le progressioni di carriera comunque denominate eventualmente disposte negli anni 2011, 2012 e 2013 hanno effetto per i predetti anni ai fini esclusivamente giuridici”. Inoltre, non gli veniva erogato nemmeno il c.d. assegno funzionale.

2) - Anche il trattamento pensionistico erogato a decorrere dal 1 luglio 2014 ha subito gli effetti del mancato adeguamento, così come pure il trattamento di fine rapporto (TFR)

3) - Pertanto chiede l’accoglimento del presente ricorso con la condanna delle Amministrazioni al pagamento delle differenze retributive sia sulla pensione in godimento e sull’assegno funzionale e sia sul TFR.

La CdC scrive:

4) - Con il presente ricorso parte ricorrente chiede il riconoscimento del proprio diritto alla riliquidazione del trattamento di fine rapporto, della pensione e dell’assegno funzionale in relazione all’aumento retributivo dovutogli per l’avanzamento di grado e non corrisposto durante il c.d. blocco retributivo di cui ai commi 1 e 21 dell’art. 9 del D.L. n. 78/2010.

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Re: Sblocco tetto salariale pensionati ante 2015

Messaggio da panorama » lun feb 10, 2020 6:08 pm

Blocco 2011 - 2014

La CdC Lazio con sentenza n. 57/2020 accoglie è richiama anche il Decreto Legislativo 94/2017.

I ricorrenti Ufficiali della GdiF collocati in congedo per limiti di servizio tra l'1/01/2011 al 31/12/2014.
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Re: Sblocco tetto salariale pensionati ante 2015

Messaggio da panorama » lun feb 10, 2020 6:50 pm

La CdC Toscana con sentenza 122/2019 boccia il ricorso di questo Ufficiale e si commenta anche il D.Lgs 94/2017

1) - Il ricorrente è Ufficiale delle Forze Armate collocato in aspettativa per riduzione quadri e, successivamente, ha chiesto di cessare dal servizio ex art. 909, IV comma, D.Lgs 66/2010 e, pertanto, dal 1.5.2015 si trova nello stato di ausiliaria.
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Sezione SEZIONE GIURISDIZIONALE TOSCANA Esito SENTENZA Materia PENSIONISTICA

Anno 2019 Numero 122 Pubblicazione 13/03/2019

Sentenza
n. 122/2019

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE DEI CONTI
SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA REGIONE TOSCANA
in composizione monocratica nella persona del Consigliere, dott. Pia Manni, in funzione di Giudice unico delle pensioni, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio iscritto al n. 61195 del registro di Segreteria, introdotto con ricorso depositato il 20.11.2018 e proposto dal Sig.:
F.. Andrea, nato a …….., residente in …… (PI), via ……., c.f. …….
rappresentato e difeso dall’avv. Giovanni Malinconico del Foro di Latina avvgiovannimalinconico@puntopec.it per delega in calce al ricorso

contro
MINISTERO DELLA DIFESA, Direzione Generale della previdenza e della leva, in persona del legale rappresentante pro tempore, domiciliata ex lege presso l’Avvocatura dello Stato in Roma, via dei Portoghesi 12

ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in Firenze, viale Belfiore 28/a presso gli Avv.ti Ilario Maio e Antonella Francesca Paola Micheli, che lo rappresentano e difendono in forza di procura generale alle liti del Presidente pro-tempore dell’Istituto

per
il ricalcolo del trattamento di quiescenza percepito dal ricorrente per il periodo 1° aprile 2015-31 ottobre 2015, con il riconoscimento di tutte le classi stipendiali biennali e le relative quote mensili maturate nel periodo in servizio e fino al raggiungimento dei limiti di età, comprese quelle maturate nel periodo 2011-2015 e per il ricalcolo del trattamento pensionistico con il riconoscimento di tutte le classi stipendiali biennali e le relative quote mensili maturate nel periodo in servizio, comprese quelle maturate nel periodo 2011-2015, con decorrenza dalla data di collocamento in riserva .

Visto l’atto introduttivo del giudizio;
Visti gli altri atti e documenti di causa;
Uditi alla pubblica udienza del 19 febbraio 2019, celebrata con l’assistenza del Segretario Simonetta Agostini, l’avv. Emanuele Brilli per il ricorrente, l’avv. Antonella Francesca Paola Micheli per l’INPS, nessuno presente per il Ministero della Difesa.

Ritenuto in
FATTO

Il ricorrente è Ufficiale delle Forze Armate collocato in aspettativa per riduzione quadri e, successivamente, ha chiesto di cessare dal servizio ex art. 909, IV comma, D.Lgs 66/2010 e, pertanto, dal 1.5.2015 si trova nello stato di ausiliaria. La Direzione generale della Previdenza e della leva del Ministero della Difesa gli ha riconosciuto il trattamento pensionistico senza considerare le classi biennali stipendiali e le relative quote mensili maturate nel periodo 2011-2015. Il ricorrente ha diffidato la predetta Direzione a ricalcolare il trattamento di quiescenza. La Direzione ha inoltrato la diffida alla Direzione generale per il personale militare e alla Direzione di Commissariato Militare Marittimo Roma. In data 1.11.2015 il ricorrente è stato collocato in riserva e a partire da tale data ha iniziato a percepire il trattamento pensionistico erogato dall’INPS, trattamento che non considera le classi biennali stipendiali e le relative quote mensili maturate nel periodo 2011-2015. Il ricorrente ha, quindi, diffidato l’INPS a ricalcolare il trattamento con il riconoscimento di tutte le classi biennali stipendiali e le relative quote mensili maturate durante il periodo di servizio. Nessuno dei predetti enti ha risposto.

Con il ricorso in epigrafe il ricorrente ha chiesto in via principale di ordinare al Ministero della Difesa, Direzione Generale della previdenza e della leva, di ricalcolare il trattamento di quiescenza percepito per il periodo 1.4.2015-31.10.2015, con il riconoscimento di tutte le classi stipendiali biennali e le relative quote mensili maturate nel periodo in servizio e fino al raggiungimento dei limiti di età, comprese quelle maturate nel periodo 2011-2015, con decorrenza dalla data di collocamento in ausiliaria; di ordinare all’INPS di ricalcolare il trattamento pensionistico con il riconoscimento di tutte le classi stipendiali biennali e le relative quote mensili maturate nel periodo in servizio, comprese quelle maturate nel periodo 2011-2015, con decorrenza dalla data di collocamento in riserva, con gli interessi dal dovuto sino all’effettivo soddisfo e in via incidentale, nel caso non si ritenga operabile un’interpretazione costituzionalmente orientata del quadro normativo di riferimento, di sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’art. 9, comma 21, secondo periodo, D.L. 78/2010, nonché dell’art. 1, lett. a), DPR 122/2013 e dell’art. 1, comma 256, L. 190/2014, nella parte in cui prevedono che gli anni 2011-2015 non siano utili ai fini della maturazione delle classi stipendiali biennali e delle relative quote mensili, per violazione degli artt. 3, 36, 53 e 97 Cost.

Con memoria depositata in data 14.1.2019 il ricorrente, ribadite le argomentazioni già esposte nel ricorso e richiamata giurisprudenza favorevole di questa Corte, ha chiesto, ad integrazione della domanda di ricalcolo del trattamento di quiescenza già formulata nel ricorso, di maggiorare le somme dovute mediante rivalutazione monetaria dal giorno della debenza del singolo rateo al soddisfo e, in via incidentale, di sollevare la questione di legittimità costituzionale, oltre che delle norme sopraindicate, anche dell’art. 11, comma 7, D.Lgs n. 94 del 2017 nella parte in cui prevedono che gli anni 2011-2015 non siano utili ai fini della maturazione delle classi stipendiali biennali e delle relative quote mensili, per il solo personale cessato dal servizio dal 1° gennaio 2011 al 31 dicembre 2017, per violazione degli artt. 3, 36, 53 e 97 Cost.

L’INPS si è costituito in giudizio con memoria depositata in data 14.1.2019. Sostiene l’Istituto che l’art. 9 d.l. 2010/78, conv. in l. 2010/122 si inserisce in un piano più ampio con il quale il legislatore ha inteso dettare misure urgenti per assicurare una maggiore stabilità a livello economico finanziario al paese. Il limite stabilito dalla predetta norma ha una valenza di carattere generale finalizzata a garantire l’invarianza dei trattamenti retributivi nel triennio di riferimento. Solo dal 1.1.2016 è intervenuto lo sblocco di tale situazione e sono ripresi gli aumenti contrattuali del pubblico impiego, le progressioni di carriera e il rinnovo perequativo delle pensioni. Tale ripresa ha interessato soltanto coloro che erano in servizio a quella data. Coloro che erano già cessati dal servizio non possono invece chiedere il riconoscimento di aumenti di classi e scatti stipendiali di anzianità di servizio che non sono maturate neppure per coloro che erano ancora in servizio alla data del 1.1.2016. Allo stesso modo quanto previsto dall’art. 11, comma 7, d.lgs 2017/94 interessa soltanto coloro che erano in servizio a tale data e non coloro che, come i ricorrenti, sono cessati dal servizio prima del 2018. Conseguentemente, secondo l’INPS, i ricorrenti, che sono cessati dal servizio nel corso della vigenza del blocco, non possono beneficiare, neanche ai fini pensionistici, degli aumenti stipendiali derivanti dai meccanismi di adeguamento retributivo per il personale non contrattualizzato in quanto i predetti meccanismi non si applicano per gli anni 2011-2015. Se così non fosse, il risparmio economico derivante dalla disposizione del blocco verrebbe vanificato. Quanto, infine, alla pretesa illegittimità costituzionale dell’art. 9, comma 21, secondo periodo, d.l. n. 78/2010 e delle successive norme che hanno prorogato il blocco, osserva il convenuto che la Corte costituzionale, con sentenza n. 200/2018, ha dichiarato non fondata la questione.

Chiede, quindi, in via preliminare il rigetto della domanda di rimessione degli atti alla Corte Costituzionale e, nel merito, il rigetto di tutte le domande e in ogni caso, il rigetto della domanda di condanna al pagamento di interessi e rivalutazione monetaria e di somme arretrate con decorrenza anteriore al quinquennio della domanda, con ogni consequenziale statuizione in ordine alle spese di lite.

Il Ministero non si è costituito.

All’udienza del 22 gennaio 2019, su istanza del ricorrente, è stato concesso un termine per il deposito dell’ordinanza della sezione Lombardia di trasmissione degli atti alla Corte costituzionale per la decisione della stessa questione di legittimità formulata con il ricorso introduttivo. In data 19.2.2019 il ricorrente ha depositato copia dell’ordinanza n. 4/2019 con la quale la Corte dei conti, sez. Lombardia, in giudizio analogo a quello in oggetto, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 9, comma 21, secondo periodo, d.l. 2010/78, conv. dall’art. 1, comma 1, L. 2010/122; dell’art. 16, comma 1, lett. b) d.l. 2011/98 conv. dall’art. 1, comma 1, L. 2011/111, come specificato dall’art. 1, comma 1, lett. a), primo periodo, DPR 2013/122; dell’art. 1, comma 256, L. 2014/190 anche in considerazione dell’art. 11, comma 7, D.lgs 2017/94 “per contrasto con l’art. 3 della Costituzione, nella parte in cui dette norme, per il personale di cui all’art. 3 D.Lgs 2001/165, e successive modificazioni, cessato dal servizio dal omissis al omissis, non prevedono la valorizzazione in quiescenza, a far data dalla cessazione dal servizio, degli emolumenti pensionabili derivanti dalle progressioni stipendiali automatiche che sarebbero spettate in relazione alle classi ed agli scatti che sarebbero maturati nel periodo dal omissis al omissis”.

Considerato in
DIRITTO

Il ricorrente ha chiesto il ricalcolo del trattamento di quiescenza erogato dal Ministero della Difesa per il periodo 1 aprile 2015-31.10.2015 e di quello pensionistico erogato dall’INPS a decorrere dal 1.11.2015.

Per quanto riguarda il trattamento erogato dal Ministero della Difesa il ricorrente ha chiesto che la pensione di cui gode sia ricalcolata sulla base di quanto previsto dall’art. 1873 del D.Lgs 66/2010 il quale stabilisce che: “Agli ufficiali dirigenti che cessano dalla posizione di aspettativa per riduzione dei quadri competono, in aggiunta a qualsiasi altro beneficio spettante:

a) il trattamento pensionistico che sarebbe loro spettato qualora fossero rimasti in servizio fino al limite di età, compresi gli aumenti periodici e i passaggi di classe di stipendio commisurati al trattamento percepito all’atto della cessazione…”.

L’art. 9, comma 21, D.L. 78/2010, conv. in L. 122/2010, tuttavia, prevede che: “Per le categorie di personale di cui all’art. 3 D.Lgs n. 165 del 2001 ss.mm. che fruiscono di un meccanismo di progressione automatica degli stipendi, gli anni 2011, 2012 e 2013 non sono utili ai fini della maturazione delle classi e degli scatti di stipendio previsti dai rispettivi ordinamenti”, previsione estesa agli anni 2014 e 2015 dal DPR 122/2013 e dalla L. 190/2014. L’Amministrazione, pertanto, non ha riconosciuto al ricorrente le classi stipendiali biennali e le relative quote mensili maturate per il periodo 2011-2015. Sulla base delle suddette norme, anche l’INPS, secondo il ricorrente erroneamente, ha calcolato il trattamento pensionistico senza comprendere le classi biennali stipendiali e le relative quote mensili maturate nel periodo 2011-2015.

Secondo il ricorrente le norme che hanno stabilito il predetto c.d. “blocco” si potrebbero interpretare nel senso che la maturazione delle classi e degli scatti di stipendio non avvenga negli anni 2011-2015 ma a partire dal 1.1.2016. Tale interpretazione non è condivisibile in quanto la scelta del legislatore, con il “blocco” è stata quella di realizzare un taglio alla spesa, piuttosto che un rinvio, né la norma prevede il differimento del ricomputo a data successiva a quella coperta dal “blocco” e “se un incremento stipendiale…non è mai entrato nella base retributiva…e contributiva del ricorrente, non può dunque coerentemente entrare a far parte della corrispondente base pensionabile” (sez. Lombardia, 7.6.2018 n. 120).

Il ricorrente ha sollevato dubbi di costituzionalità con riferimento all’art. 9, comma 21, secondo periodo, d.l. 78/2010, dell’art. 1, comma 1, lett. a) DPR 122/2013 e dell’art. 1, comma 256, L. 190/2014. In merito, con la citata ordinanza n. 4/2019, la Corte dei conti, sez. Lombardia, in giudizio analogo a quello in oggetto, ha rimesso la questione della legittimità delle predette norme alla Corte costituzionale.

Ritiene questo Giudice che la questione debba essere risolta sulla base dei principi già dettati dalla Corte Costituzionale e ancora recentemente affermati con la sentenza n. 200/2018.

La legittimità di queste norme, infatti, è già stata affermata dalla Corte costituzionale (Corte Cost. 304-310/2013; 178/2015; 96/2016 e 200/2018) in quanto la giurisprudenza costituzionale ha affermato che i sacrifici imposti ai dipendenti pubblici attraverso la previsione di blocchi stipendiali sono consentiti, purchè eccezionali e funzionali alle esigenze di contenimento della spesa pubblica. Analoghe considerazioni valgono con riferimento agli effetti dell’entrata in vigore dell’art. 11, comma 7, D.Lgs 94/2017 il quale dispone che “In fase di prima applicazione del presente decreto legislativo, gli ufficiali superiori e gli ufficiali generali sono reinquadrati, a decorrere dal 1° gennaio 2018, nelle rispettive posizioni economiche, tenendo in considerazione gli anni di servizio effettivamente prestato”. Per effetto di tale norma, lamenta il ricorrente, tutti gli ufficiali rimasti in servizio al 1° gennaio 2018 sono stati reinquadrati, recuperando così tutte le classi biennali stipendiali e le quote mensili, comprese quelle del periodo di blocco, mentre il blocco delle progressioni automatiche di stipendio varrebbe all’infinito per il personale andato in quiescenza dal 1° gennaio 2011 al 31 dicembre 2017. Tuttavia, come si ritiene in giurisprudenza “La valorizzazione, a fini pensionistici, di periodi non coperti da contribuzione rientra nella discrezionalità del legislatore e la sua mancanza non appare irragionevole in considerazione delle esigenze di contenimento della spesa e di salvaguardia degli equilibri di finanza pubblica evidenziate dalla giurisprudenza costituzionale” (sez. Piemonte, 16.10.2018 n. 110).

Per quanto le citate pronunce della Corte Costituzionale abbiano riguardato l’art. 9, comma 21, terzo periodo (blocco degli aumenti retributivi derivanti da progressioni di carriera comunque disposte) “non v’è dubbio che i principi ivi affermati debbano ritenersi applicabili, per identità di ratio, anche alla disposizione recata dal secondo periodo dell’art. 9, comma 21 (blocco dei meccanismi di progressione automatica delle retribuzioni fondati su classi e scatti di stipendio) che forma oggetto di specifica disamina nel presente giudizio…non assume alcun significativo rilievo la circostanza che l’incremento stipendiale consegua a meccanismi di progressione automatica ovvero a progressioni di carriera comunque denominate, la previsione recata dal secondo periodo dell’art. 9, co. 21 del DL n. 78/2010, interpretata alla stregua dei criteri dettati dalla Corte Costituzionale con riferimento al terzo periodo della medesima norma, consente di escludere, per le posizioni degli odierni ricorrenti, la violazione del parametro costituzionale di uguaglianza rispetto alla posizione di coloro che sono stati collocati in quiescenza dopo la scadenza del periodo di blocco delle retribuzioni” (sez. Friuli Venezia Giulia, 12.12.2018 n. 111).

Il ricorso deve, quindi essere respinto.

La complessità della questione giustifica la compensazione delle spese di giudizio.

P.Q.M.

la Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Regione Toscana, in composizione monocratica di giudice unico delle pensioni, definitivamente pronunciando sul ricorso proposto dal sig. Andrea F.., respinge il ricorso.

Spese compensate.

Così deciso in Firenze, nella camera di consiglio del 19 febbraio 2019.
IL GIUDICE
F.TO dott. Pia Manni


Depositato in Segreteria il 13/03/2019


Il Direttore della Segreteria
f.to Paola Altini

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Re: Sblocco tetto salariale pensionati ante 2015

Messaggio da panorama » sab feb 15, 2020 9:18 pm

allego la lettera del CGA CC. - Ufficio Legislazione - n. 235/171-1-2008 datata 31/12/2014

Oggetto: Sblocco stipendiale "effetti sul trattamento economico del personale in servizio ed in congedo".

N.B.: spiega tutto per quel periodo.
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Re: Sblocco tetto salariale pensionati ante 2015

Messaggio da panorama » lun feb 17, 2020 7:29 pm

allego una notizia del 17/10/2014 di un collega del Cocer CC. che a suo tempo è pervenuta in merito alla Legge di stabilità 2015.
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Re: Sblocco tetto salariale pensionati ante 2015

Messaggio da Sempreme064 » mer feb 19, 2020 3:27 am

Prima il blocco 2010/2014 governo berlysca 2010/2011 Novembre.
Poi:
Primi commenti all’intesa con il Governo Renzu 2012 2016

Ieri, 30 novembre 2016, è stata sottoscritta l’intesa per sbloccare i contratti del pubblico impiego. Dopo tutti questi anni, quasi alla vigilia del 4 dicembre c’è stata l’intesa (caratterizzata da un mini vertice tra i sindacati confederali dopo pranzo, insieme al ministro Madia). Il Ministro Madia pare abbia precisato che il protocollo avrebbe valore per tutti i comparti pubblici. Si parla quindi di una somma di 850 milioni per il rinnovo dei contratti statali. Un’altra somma prevede 850-900 milioni di euro per le forze dell’ordine e all’interno di questa ci sono 480 milioni per la proroga degli 80 euro; 100-170 per le assunzioni; 40 per la forestale e 250 per il riordino delle carriere. Dunque una cifra quasi uguale per una quantità diversa di addetti dei due macro settori. Sull’aumento di 85 euro poi c’è da dire che si tratta di una cifra media che sembra essere l’assorbimento dell’attuale bonus Renzi.. Non si è tenuto minimamente conto della perdita pro capite sugli stipendi che i lavoratori hanno subito e che ammonta a più di 4000 euro pro capite dal 2010. Le parti dovranno riunirsi ancora per altre sfaccettature legate alla malattia, ma pare che l’incentivo per la produttività sia legato all’assiduità della presenza al lavoro. Infine, sarà anche stabilito l’ambito di applicazione delle norme rispetto al contratto di lavoro. Altri approfondimenti sui singoli aspetti saranno forniti a breve. Ma certo è che per i dipendenti statali non si parla né di carriera né di riordino…



Poi presa per er xxxxxxx con tanto di sindacati che erano felici del raggiungimento dell'intesa...
Se era in altro paese la rivoluzione

P. S. Non intasate i tribunali di ricorsi che lavorano solo per noi.. Tra art 44/54 accolti non accolti, ricorsi stipendiali accolti non accolti, assegni accolti non accolti. Etc etc
Vi fanno ammalare.....
Per finire non si può prendere 1370 euro con 36 anni contributi e dare 800 euro a chi non fa un Caz.
Buona notte. Che Italia

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Re: Sblocco tetto salariale pensionati ante 2015

Messaggio da panorama » lun giu 22, 2020 3:14 pm

Ricorso Accolto,

- progressione in carriera avvenuta durante il blocco retributivo, perpetrato ad opera dell’art. 9 della legge 122/2010

La CdC Lazio precisa:

1) - Solo con l’art. 11, comma 7, del D. Lgs. 29 maggio 2017, n 94, si è stabilito che “gli ufficiali superiori e gli ufficiali generali sono reinquadrati, a decorrere dal 1 gennaio 2018, nelle rispettive posizioni economiche, tenendo in considerazione gli anni di servizio effettivamente prestato” e, pertanto, anche il servizio prestato negli anni 2011-2015.

2) - Occorre inoltre considerare che, per effetto della recente disposizione di cui all’art. 11, comma 7, del D. Lgs. 94/2017, innanzi citato, il complessivo assetto normativo viene ora a evidenziare un’ingiustificata disparità di trattamento pensionistico tra soggetti che vantano identiche situazioni retributive, vale a dire tra gli ufficiali cessati dal servizio dopo la fine del cd. “blocco retributivo” ma anteriormente al 1 gennaio 2018, e quelli cessati dal servizio dopo tale data.

3) - Invero, la base pensionabile dei primi è calcolata su di una classe e scatto diversi da quelli che sarebbero loro spettati in assenza del “blocco retributivo”, mentre gli ufficiali cessati dal servizio dopo l’1 gennaio 2018, per effetto del “reinquadramento“ nelle rispettive posizioni economiche operato dal D. Lgs. 94/2017, beneficiano di una base pensionabile calcolata tenendo conto delle classi e scatti che avrebbero conseguito in difetto del “blocco retributivo” .
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Sezione SEZIONE GIURISDIZIONALE LAZIO Esito SENTENZA Materia PENSIONISTICA

Anno 2020 Numero 86 Pubblicazione 10/02/2020

Sent 86/2020

REPUBBLICA ITALIANA
In nome del Popolo Italiano
LA CORTE DEI CONTI
SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA REGIONE LAZIO
In composizione monocratica nella persona del Giudice dott.ssa Marzia de Falco in funzione di Giudice Unico delle pensioni ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Sul ricorso iscritto al n. 76057 del registro di segreteria proposto da X. X. e Y. Y., rappresentati e difesi, giusta mandato in atti, dall’avv.to Mario Bacci, contro: MEF, Comando Generale Guardia di Finanza e INPS;

Ritenuto in
FATTO

Col ricorso introduttivo del giudizio i ricorrenti, già appartenenti al Corpo della GdF e collocati in congedo per limiti di servizio tra l’1/01/2011 ed il 31/12/2014, premesso che nel periodo in questione era intervenuto il cd. blocco del tetto stipendiale ossia degli incrementi correlati alle progressioni in carriera conseguite nel medesimo periodo, chiedeva a questa Corte il riconoscimento del proprio diritto all’attribuzione degli emolumenti pensionabili derivanti dalla progressione in carriera avvenuta durante il blocco retributivo, perpetrato ad opera dell’art. 9 della legge 122/2010; ciò, ai fini della determinazione della base di calcolo della pensione.

In subordine, chiedeva rimettersi gli atti alla Corte Costituzionale.

Si costituiva l’INPS ed eccepiva preliminarmente il proprio difetto di legittimazione passiva; nel merito, chiedeva il rigetto del ricorso.

Si costituiva la GdF, chiedendo il rigetto del ricorso.

Non si costituiva il MEF.

Il giudizio è quindi passato in decisione con la lettura del dispositivo in udienza ed il contestuale deposito della motivazione.

Considerato in
DIRITTO


Sussiste la legittimazione passiva dell’INPS, nella propria qualità di ordinatore secondario di spesa, da cui discende l’opportunità che l’accertamento venga eseguito anche nei confronti dello stesso.

Nel merito, la domanda avente ad oggetto l’accertamento della spettanza degli incrementi stipendiali ai fini pensionistici, incrementi negati dalla legge 122/2010 relativamente al periodo 2011-2014, è fondata e va accolta.

L’art. 9, comma 21, del D.L. 78/2010 ha disposto che, per le categorie di personale sottratte alla privatizzazione e che “fruiscono di un meccanismo di progressione automatica degli stipendi, gli anni 2011, 2012 e 2013 non sono utili ai fini della maturazione delle classi e degli scatti di stipendio previsti dai rispettivi ordinamenti”.

Tale disposizione è stata prorogata dapprima sino al 31 dicembre 2014 e poi, dall’art. 1, comma 256, della l. 190/2014, sino al 31 dicembre 2015.

Di conseguenza, gli anni 2011-2015 non sono stati considerati utili ai fini della maturazione delle classi e degli scatti previsti dal proprio ordinamento, così che dal 1 gennaio 2016 la maturazione delle classi e degli scatti è ripresa, ma senza considerare utile, ai fini della loro maturazione, il servizio prestato negli anni 2011-2015.

Solo con l’art. 11, comma 7, del D. Lgs. 29 maggio 2017, n 94, si è stabilito che “gli ufficiali superiori e gli ufficiali generali sono reinquadrati, a decorrere dal 1 gennaio 2018, nelle rispettive posizioni economiche, tenendo in considerazione gli anni di servizio effettivamente prestato” e, pertanto, anche il servizio prestato negli anni 2011-2015.

La normativa in oggetto, posta dall’amministrazione a fondamento del mancato riconoscimento dell’incremento retributivo, è stata più volte portata all’esame della Corte Costituzionale.

Non ignora questo giudice che, con sentenza 200/2018, la Consulta ha ritenuto la censura di costituzionalità non fondata, qualificando l’art. 9, co. 21, del D.L. 78/2010 in termini di norma conformativa della retribuzione dei pubblici dipendenti nel quadriennio in questione, “che integra temporaneamente e in via eccezionale la disciplina, legale o contrattuale, del trattamento retributivo, per perseguire la finalità di contenerne il costo complessivo”.

Secondo la Consulta “il fluire del tempo differenzia il regime pensionistico prima e dopo la scadenza del quadriennio e giustifica il fatto che, per i dipendenti collocati in quiescenza nel quadriennio, la retribuzione pensionabile debba tener conto della retribuzione ‘spettante’ secondo la disciplina applicabile ratione temporis… una volta sterilizzati ex lege, per effetto della disposizione censurata, gli automatismi retributivi nel quadriennio in questione, la retribuzione utile ai fini previdenziali è quella risultante dall’applicazione di tale regola limitativa, senza che a tal fine rilevi il momento del collocamento in quiescenza”.

Copiosa giurisprudenza costituzionale si è parimenti pronunciata nel senso della legittimità di tale normativa, ma sul solo presupposto che il sacrificio imposto ai dipendenti fosse temporalmente limitato (C. Cost. nn. 304/2013; 310/2013; 154/2014). La legittimità costituzionale è stata cioè argomentata proprio in ragione del carattere eccezionale, transeunte, temporalmente limitato dei sacrifici richiesti ai dipendenti pubblici.
Va invece rilevato che, laddove tali sacrifici si estendano al trattamento pensionistico, riducendone la base, il sacrificio –legittimo solo in quanto transeunte- che incide sul trattamento retributivo, si risolve in un sacrificio permanente, destinato a perpetuarsi per tutto il periodo di fruizione della pensione.

Occorre inoltre considerare che, per effetto della recente disposizione di cui all’art. 11, comma 7, del D. Lgs. 94/2017, innanzi citato, il complessivo assetto normativo viene ora a evidenziare un’ingiustificata disparità di trattamento pensionistico tra soggetti che vantano identiche situazioni retributive, vale a dire tra gli ufficiali cessati dal servizio dopo la fine del cd. “blocco retributivo” ma anteriormente al 1 gennaio 2018, e quelli cessati dal servizio dopo tale data.

Invero, la base pensionabile dei primi è calcolata su di una classe e scatto diversi da quelli che sarebbero loro spettati in assenza del “blocco retributivo”, mentre gli ufficiali cessati dal servizio dopo l’1 gennaio 2018, per effetto del “reinquadramento“ nelle rispettive posizioni economiche operato dal D. Lgs. 94/2017, beneficiano di una base pensionabile calcolata tenendo conto delle classi e scatti che avrebbero conseguito in difetto del “blocco retributivo” .

La retribuzione del solo personale ancora in servizio al 1 gennaio 2018 è dunque venuta a riespandersi per effetto non del “fluire del tempo”, ma del reinquadramento retributivo disposto dalla norma del 2017 solo per i detti ufficiali, per i quali soltanto sono stati interamente rimossi gli effetti del blocco.

L’effetto pregiudizievole, dunque, nel momento in cui si ripercuote sul trattamento pensionistico, viene a connotarsi di una definitività che appare estranea alla volontà del legislatore del 2010, come interpretata dalla Corte Costituzionale; peraltro, il pregiudizio è stato poi limitato per legge (del 2017) ai soli ufficiali collocati in quiescenza anteriormente al 1 gennaio 2018.

Il quadro normativo così delineato non appare conforme al dettato costituzionale, in particolare ai principi di cui agli artt. 3, 36 e 38 Cost.

Al fine di scongiurare tale contrasto, si impone un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art 9, comma 21, del D.L. 78/2010, che tenga conto:
1) dell’esigenza di contenere temporalmente il sacrificio imposto dal “blocco retributivo” entro limiti certi e ragionevoli, evitandosi così l’irragionevolezza di una protrazione illimitata degli effetti pregiudizievoli per tutto il residuo periodo di vita del lavoratore;

2) dell’intento ripristinatorio palesemente espresso dal legislatore nel successivo art. 11 del D. Lgs. 94/2017.

Per tali ragioni, e conformemente alla recente giurisprudenza contabile richiamata dal ricorrente (Sez. Lazio, 278/2017; Sez. Calabria, 13/2018; Sez. Lombardia 1/2019), si ritiene doversi accogliere la domanda, come proposta dal ricorrente, così superandosi il precedente orientamento negativo.

Va quindi accertato il diritto del ricorrente alla riliquidazione del trattamento pensionistico, tenendo conto, a tali fini, delle classi e degli scatti giuridicamente conseguiti negli anni 2011-2015, pur non beneficiando di alcun incremento stipendiale.

Segue altresì il pagamento delle somme dovute a titolo di arretrati per i maggiori ratei, oltre alla maggior somma tra rivalutazione e interessi legali, con decorrenza dalla data del congedo.

Data la complessità della questione e le oscillazioni giurisprudenziali, si ritiene sussistano giusti motivi per compensare tra le parti le spese di giudizio.

P.Q.M.

LA CORTE DEI CONTI
SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA REGIONE LAZIO

In composizione monocratica, definitivamente pronunciando, accoglie il ricorso e, per l’effetto, accerta il diritto del ricorrente alla riliquidazione del trattamento pensionistico, tenendo conto, a tali fini, delle classi e degli scatti giuridicamente conseguiti negli anni 2011-2015, pur non beneficiando di alcun incremento stipendiale.

Condanna l’INPS al pagamento delle somme dovute a titolo di arretrati per i maggiori ratei, oltre alla maggior somma tra rivalutazione e interessi legali, con decorrenza dalla data del congedo.

Compensa le spese.
Così deciso in Roma, nella pubblica udienza del giorno 20/12/2019, mediante lettura del dispositivo e contestuale deposito della motivazione.
IL GIUDICE UNICO
f.to Dr. Marzia de Falco


DEPOSITATA IN SEGRETERIA 10/02/2020


p. Il Direttore della segreteria
f.to Dott. Alessandro VINICOLA

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Re: Sblocco tetto salariale pensionati ante 2015

Messaggio da panorama » mar giu 23, 2020 3:24 pm

CdC Sicilia con sentenza n. 237/2020 pubblicata il 16/06/2020, rigetta il ricorso del collega CC. sul 2° assegno funzionale.
Solo i moderatori e gli Utenti del gruppo Sostenitori possono visualizzare i file allegati.

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Re: Sblocco tetto salariale pensionati ante 2015

Messaggio da Zenmonk » mar giu 23, 2020 8:55 pm

Un inchino a tutti gli esseri senzienti cui l'umile Monaco divenuto immanente ed immateriale unisce le scuse per non aver compreso se la sezione Lazio CdC abbia aperto una porta, mentre la sezione CdC Sicilia potrebbe averla chiusa. Sarebbe utilissimo sapere anche se la sentenza della sezione Lazio possa dispiegare effetti nei confronti di chi come lo scrivente è stato riformato per causa di servizio nel mese di settembre 2015. Grazie.

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Re: Sblocco tetto salariale pensionati ante 2015

Messaggio da Zenmonk » ven giu 26, 2020 6:32 pm

Il Monaco equanime osserva che il proprio quesito, sebbene legittimo, pertinente e formulato educatamente, non viene degnato di una risposta dal signore nonchè esimio Collega Panorama, invece attivo nel riscontrare ogni altro post.
Questo modo di fare connota un animo turbato da preferenze e repulsioni, motivo per cui il Monaco auspica che Panorama possa superare i suoi tormenti e trovare la serenità, raggiungendo l’equanimità.

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Re: Sblocco tetto salariale pensionati ante 2015

Messaggio da panorama » sab giu 27, 2020 12:07 am

Il CdS ribalta la sentenza del Tar Lazio Sez. 1Q, è accoglie l'Appello dell'Amministrazione.

La sentenza del Tar Lazio trattava il ricorso del ricorrente "dirigente generale della Polizia di Stato in quiescenza" per il seguente argomento:

Blocco triennio 2011-2013, inoltre, il meccanismo di blocco è stato poi prorogato anche per l’anno 2014, dal d.P.R. n. 122 del 2014.

PER L'ANNULLAMENTO

1) - del provvedimento, disposto, tra le altre fonti, ai sensi e per gli effetti della Legge 23 dicembre 2005 n. 266 art. 1, comma 260, lettera b) — del Decreto Legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito con modificazioni nella Legge 30 luglio 2010, n. 122 e del Decreto Legge 26 marzo 2011, n. 27, convertito con modificazioni nella legge 23 maggio 2011, n. 74; di promozione alla qualifica di dirigente generale dal 19.11.2013, giorno precedente la cessazione dal servizio, ai soli fini giuridici senza alcuna determinazione riguardo al trattamento economico, agli effetti pensionistici, previdenziale e di fine servizio derivanti dall’interruzione del rapporto di pubblico impiego.

E PER L’ACCERTAMENTO

2) - del diritto del ricorrente al riconoscimento e percezione — sino al soddisfo - anche degli effetti economici derivanti ex lege dal decreto di promozione oggetto dell'odierno gravame, avente natura di provvedimento amministrativo con effetti economici di natura pensionistica e previdenziale, con corresponsione delle correlate somme dovute anche a titolo di trattamento di fine servizio.

Il CdS precisa:

3) - Va premesso che sulle questioni controverse tra le parti si è pronunciata la consolidata giurisprudenza di questo Consiglio, che il Collegio condivide e fa propria, anche ai sensi dell’art. 74, comma 1, secondo periodo, del codice del processo amministrativo (cfr. Sez. IV, nn. 2315, n.. 2687 e 3464 del 2020).

4) - Il collocamento in congedo dell’appellato è avvenuto nel vigore di una disposizione che, nell’ambito degli interventi per il contenimento della spesa pubblica, ha previsto il cosiddetto blocco dei meccanismi di adeguamento retributivo, della progressione automatica per classi e scatti di stipendio, delle progressioni di carriera, comunque denominate.

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SENTENZA sede di CONSIGLIO DI STATO, sezione SEZIONE 4, numero provv.: 202003835

Pubblicato il 15/06/2020

N. 03835/2020 REG. PROV. COLL.
N. 06622/2019 REG. RIC.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente
SENTENZA

Sull’appello n. 6622 del 2019, proposto dal Ministero dell'Interno e dal Ministero dell'Economia e delle Finanze, in persona dei rispettivi Ministri pro tempore, rappresentati e difesi dall'Avvocatura Generale dello Stato, presso i cui uffici sono domiciliati ex lege in Roma, alla via dei Portoghesi, n. 12;

contro
Il signor Vincenzo Ortolano, rappresentato e difeso dall'avvocato Gaetano Buscemi, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso lo studio dell’avvocato Maurizio Barca in Roma, via Cola di Rienzo, n. 162;

per la riforma
della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, Sede di Roma (Sezione Prima), n. 5493/2019, resa tra le parti;


Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio del signor Vincenzo Ortolano;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza del giorno 11 giugno 2020 il pres. Luigi Maruotti;
Visto l’art. 84 del decreto legge n. 18 del 2020, convertito nella legge n. 27 del 2020;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO e DIRITTO

1. Il presente giudizio ha ad oggetto il provvedimento del 19 novembre 2013, con il quale il Ministero dell’Interno ha conferito all’appellato la promozione alla qualifica superiore, il giorno precedente al suo collocamento in quiescenza, ai soli fini giuridici, con esclusione di benefici economici.

2. Con il ricorso di primo grado n. 2294 del 2014 (proposto al TAR per il Lazio, Sede di Roma), l’interessato ha impugnato tale provvedimento, deducendo la violazione dell’art. 9, comma 21, del d.l. n. 78 del 2010, convertito con modificazioni nella legge n. 122 del 2010, e prospettando, in subordine, la questione di legittimità costituzionale di tale comma 21, se interpretato nel senso che non ha previsto l’attribuzione di benefici economici.

3. Il Ministero intimato, costituitosi in giudizio, ha contestato la prospettazione di parte ricorrente, evidenziando che l’atto impugnato ha dato applicazione alla normativa vigente, n considerazione della sospensione dei meccanismi di adeguamento retributivo per il personale non contrattualizzato di cui all’art. 3 del d.l. n. 165 del 2001, per il triennio 2011-2013, triennio nel quale si è collocato l’avanzamento di carriera dell’interessato.

4. Il TAR, con la sentenza appellata, ha accolto il ricorso, evidenziando che la normativa applicata dal Ministero – nel disciplinare l’avanzamento di carriera - soltanto per questa prevedrebbe il “blocco” dell’adeguamento retributivo e di ogni altro emolumento economico, mentre la progressione di carriera oggetto della controversia è stata disciplinata dall’art. 1, comma 260, della legge n. 266 del 2005, approvata per soddisfare un’esigenza perequativa e di ristoro economico di quei dipendenti pubblici che, come l’interessato, all’esito di una modifica normativa disposta dal d. lgs. n. 165 del 2001 sono “rimasti per il periodo di 5 anni in un grado soppresso…con incidenza diretta sul trattamento pensionistico”.

Conseguentemente, il TAR ha annullato in parte qua il provvedimento impugnato ed ha accertato l’obbligo dell’Amministrazione di attribuire al ricorrente gli effetti economici derivanti dalla sua promozione a dirigente generale.

5. Il Ministero dell’Interno ha proposto appello avverso l’indicata sentenza, deducendo che la normativa che ha imposto il “blocco” dell’adeguamento economico derivante dalle promozioni degli impiegati dello Stato (art. 9, comma 21, del d.l. n. 78 del 2010) non consentirebbe di differenziare le promozioni derivanti dall’applicazione della disciplina di carattere generale quelle promozioni, quale quella dell’appellato, derivante dall’applicazione di una normativa speciale.

6. In data 12 settembre 2019, si è costituito in giudizio l’appellato, il quale ha sostanzialmente ripercorso le argomentazioni poste a base della sentenza impugnata ed ha insistito per il rigetto dell’appello.

7. All’udienza dell’11 giugno 2020, la causa è stata trattenuta per la decisione.

7.1. Va premesso che sulle questioni controverse tra le parti si è pronunciata la consolidata giurisprudenza di questo Consiglio, che il Collegio condivide e fa propria, anche ai sensi dell’art. 74, comma 1, secondo periodo, del codice del processo amministrativo (cfr. Sez. IV, nn. 2315, n.. 2687 e 3464 del 2020).

7.2. Le disposizioni sul blocco degli effetti economici conseguenti agli avanzamenti di carriera hanno avuto la dichiarata finalità di sterilizzare tali effetti nei rapporti in corso, per contingenti esigenze di finanza pubblica, contenimento del disavanzo di bilancio e salvaguardia del suo equilibrio, nell’arco del triennio da esse indicato.

7.3. Il collocamento in congedo dell’appellato è avvenuto nel vigore di una disposizione che, nell’ambito degli interventi per il contenimento della spesa pubblica, ha previsto il cosiddetto blocco dei meccanismi di adeguamento retributivo, della progressione automatica per classi e scatti di stipendio, delle progressioni di carriera, comunque denominate.

Infatti, l’art. 9, comma 21, del decreto legge n. 78 del 2010, convertito con modificazioni nella legge n. 122 del 2010, ha così disposto:

«I meccanismi di adeguamento retributivo per il personale non contrattualizzato di cui all’articolo 3, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, così come previsti dall’articolo 24 della legge 23 dicembre 1998, n. 448, non si applicano per gli anni 2011, 2012 e 2013 ancorché a titolo di acconto, e non danno comunque luogo a successivi recuperi. Per le categorie di personale di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 e successive modificazioni, che fruiscono di un meccanismo di progressione automatica degli stipendi, gli anni 2011, 2012 e 2013 non sono utili ai fini della maturazione delle classi e degli scatti di stipendio previsti dai rispettivi ordinamenti. Per il personale di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 e successive modificazioni le progressioni di carriera comunque denominate eventualmente disposte negli anni 2011, 2012 e 2013 hanno effetto, per i predetti anni, ai fini esclusivamente giuridici. Per il personale contrattualizzato le progressioni di carriera comunque denominate ed i passaggi tra le aree eventualmente disposte negli anni 2011, 2012 e 2013 hanno effetto, per i predetti anni, ai fini esclusivamente giuridici».

Il meccanismo di blocco è stato poi prorogato anche per l’anno 2014, dal d.P.R. n. 122 del 2014.

In ragione dell’applicazione congiunta di queste due disposizioni, all’appellato è stata riconosciuta la qualifica superiore ai fini esclusivamente giuridici.

7.4. Sulla normativa da applicare al caso di specie, la Corte Costituzionale ha avuto modo di pronunciarsi con la sentenza n. 200 del 2018.

Nel richiamare questa sentenza, le sentenze n. 2315 e n. 3464 del 2020 della Sezione hanno avuto modo di osservare che:

“a) al fine di contenere le spese, tutto il pubblico impiego è stato coinvolto da una articolata regola di conformazione della retribuzione “spettante”, nel triennio 2011-2013, prorogato all’anno 2014: per il pubblico impiego non contrattualizzato la retribuzione è determinata senza tener conto né dei meccanismi di adeguamento retributivo, né delle «progressioni di carriera comunque denominate»; simmetricamente, per il lavoro pubblico contrattualizzato, la retribuzione è determinata senza tener conto né delle «progressioni di carriera comunque denominate», né dei passaggi tra le aree, che sono parimenti assimilabili a progressioni di carriera; si sono aggiunte altre misure di contenimento delle spese, quale il blocco della contrattazione collettiva con conseguente congelamento dei livelli retributivi (art. 9, comma 17), per il pubblico impiego contrattualizzato, prevedendo anche che, per il successivo triennio (2013-2015), la contrattazione sarebbe stata possibile per la sola parte normativa e «senza possibilità di recupero per la parte economica»;

b) la disposizione dettata per contenere la spesa per il pubblico impiego (art. 9, comma 21, del d.l. n. 78 del 2010, citato) non ha comportato un prelievo straordinario su una retribuzione più elevata, ma ha introdotto una regola per conformare la “retribuzione spettante” ai pubblici dipendenti nel quadriennio in questione, andando ad integrare, sia pure temporaneamente e in via eccezionale, la disciplina, legale o contrattuale, del trattamento retributivo, per perseguire la finalità di contenerne il costo complessivo;

c) sulla base di tale presupposto, le «esigenze di politica economica giustificano interventi che…comprimono solo temporaneamente gli effetti retributivi della progressione in carriera» (sentenza n. 96 del 2016), sempre che la retribuzione ‘di risulta’ assicuri comunque il rispetto del canone di proporzionalità e sufficienza di cui all’art. 36 Cost., rispetto ad una adeguatezza complessiva della retribuzione (sentenze nn. 310 e 304 del 2013; n. 154 del 2014), cosi risultando giustificata la regola legale conformativa della retribuzione dei pubblici dipendenti comportante il congelamento delle retribuzioni; mentre è costituzionalmente illegittimo (sentenza n. 178 del 2015) il regime di sospensione della contrattazione collettiva, ma soltanto a partire dal giorno successivo alla sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, con conseguente conferma indiretta del blocco per il periodo precedente;

d) il contenimento della retribuzione nel quadriennio suddetto ha comportato, come conseguenza, che la retribuzione calcolata con il criterio limitativo è stata anche la base di calcolo della contribuzione previdenziale ed è quella rilevante al fine della quantificazione del trattamento pensionistico, sia nel generalizzato sistema contributivo, sia in quello residuale ancora retributivo; mentre, il differenziale tra la retribuzione percepita (perché “spettante” in ragione del criterio limitativo) e quella che altrimenti sarebbe stata percepita dal pubblico dipendente, ove tale criterio non fosse stato applicabile, rappresenta una quota di retribuzione virtuale non rilevante ai fini pensionistici, perché non spettante né percepita, salvo eccezioni espressamente previste dallo stesso art. 9 (comma 1 e comma 22), non ricorrenti nella fattispecie;

e) la questione all’attenzione della Corte è stata posta rispetto alla disparità di trattamento tra i dipendenti collocati in quiescenza nel quadriennio di blocco stipendiale e quelli collocati dopo (e prima), nella parte in cui non è prevista, in favore dei dipendenti pubblici, cessati dal servizio nell’arco temporale della cristallizzazione degli incrementi retributivi, la «valorizzazione in quiescenza, a decorrere dalla data di cessazione del blocco, degli emolumenti pensionabili derivanti dalle progressioni di carriera conseguite durante il blocco stesso»;

f) è determinante la considerazione che il “fluire del tempo” differenzia il regime pensionistico prima e dopo la scadenza del quadriennio e giustifica il fatto che per i dipendenti collocati in quiescenza nel quadriennio la retribuzione pensionabile debba tener conto della retribuzione “spettante” secondo la disciplina applicabile ratione temporis, mentre per i dipendenti collocati dopo (e prima) la scadenza del quadriennio il parametro di riferimento è la retribuzione spettante fino alla data del loro pensionamento;

f1) una volta sterilizzate ex lege, per effetto dell’art. 9, le retribuzioni in caso di progressioni in carriera nel quadriennio, la retribuzione utile ai fini previdenziali è quella risultante dall’applicazione di tale regola limitativa, senza che a tal fine rilevi il momento del collocamento in quiescenza, se nel corso del quadriennio o successivamente alla sua scadenza, perché la ricaduta sul piano del rapporto previdenziale è generalizzata;

g) né è ipotizzabile una disparità di trattamento del dipendente collocato in quiescenza nel corso del quadriennio, che subirebbe a tempo indeterminato il rigore della regola la quale, invece, congelerebbe solo temporaneamente gli incrementi retributivi, perché questo sarebbe plausibile solo se la regola limitativa avesse natura di prelievo straordinario sulle retribuzioni in caso di progressione di carriera e si riespandesse la retribuzione una volta cessata l’operatività del prelievo per quelli ancora in servizio; natura di prelievo già esclusa in altre pronunce (sentenze n. 154 del 2014 e n. 304 del 2013);

h) infatti, il pubblico dipendente promosso nel ‘periodo di cristallizzazione’ ha diritto a quella retribuzione che percepiva prima della promozione e questa rileva sul piano (contributivo e) previdenziale, al fine di quantificare il trattamento pensionistico al quale il dipendente stesso ha diritto;

i) in definitiva, la circostanza che, superato il quadriennio, al dipendente “promosso” sia attribuita una retribuzione superiore, rilevante anche sul piano (contributivo e) previdenziale e del trattamento pensionistico, si giustifica – senza che perciò sia leso il principio di eguaglianza – per l’incidenza del “fluire del tempo” che costituisce sufficiente elemento idoneo a differenziare situazioni non comparabili e a rendere applicabile alle stesse una disciplina diversa;

j) solo il legislatore, nell’esercizio discrezionale delle scelte di politica economica e di compatibilità con l’esigenza di equilibrio della finanza pubblica, potrebbe prevedere, come richiedeva il remittente, la riliquidazione dei trattamenti pensionistici dei pubblici dipendenti, collocati in quiescenza nel quadriennio del blocco degli incrementi stipendiali, e che nello stesso periodo abbiano conseguito una progressione di carriera o un passaggio a un’area superiore”.

7.5. In considerazione della motivazione della sentenza della Corte Costituzionale, questo Consiglio, con la suindicata sentenza n. 2315 del 7 aprile 2020, ha dunque accolto l’appello del Ministero.

7.6. Con le ulteriori sentenze n. 2687 e n. 3464 del 2020, questo Consiglio ha ribadito che ragioni di carattere testuale, logico-sistematiche e di specialità temporale, depongono per l’accoglimento della identica tesi sostenuta in quel giudizio dal Ministero dell’Interno.

In dettaglio, è stato statuito che:

“a) In primo luogo, l’art. 9, comma 21, parla di “progressioni di carriera comunque denominate”.

E’ evidente l’ampiezza della locuzione, indistintamente riferita a tutte le vicende attinenti al rapporto di lavoro non privatizzato tali da determinare, quale che ne sia il nomen juris, una “progressione di carriera”.

A sua volta, l’espressione “progressione di carriera” richiama l’avanzamento nella scala gerarchica o, comunque, nell’ordine verticale delle qualifiche, ossia un movimento verso l’alto concretante l’acquisizione di una posizione (ordinamentale o funzionale) più elevata nell’ambito dell’Ente.

A tenore di tale ampia portata precettiva dell’art. 9, comma 21, d.l. n. 78, non vi sono margini per ritenerne escluso l’istituto della “promozione alla vigilia”.

b) Ciò, oltretutto, cozzerebbe con profili d’ordine logico-sistematico.

Invero, la ratio del d.l. n. 78, palesemente volta a garantire un risparmio di spesa all’Erario, vale a fortiori per le promozioni “alla vigilia”, ben più onerose per lo Stato rispetto alle ordinarie promozioni per così dire “effettive”: l’istituto de quo, infatti, trova applicazione nella parte finale della vita lavorativa del dipendente interessato e, dunque, consente l’acquisizione dei gradi apicali nella rispettiva carriera, connotati da livelli retributivi generalmente elevati, quanto meno rispetto alla media del pubblico impiego.

Oltretutto, la “promozione alla vigilia”, prescindendo in toto da qualunque valutazione comparativa o, comunque, meritocratica, determina l’erogazione di migliori trattamenti economici (e previdenziali) che non conseguono ad un procedimento selettivo o, comunque, valutativo, ma, di contro, sono attribuiti indistintamente dalla legge a tutti i soggetti che si trovino nelle condizioni previste.

c) Infine, in un’ottica di rapporto strutturale fra disposizioni di legge, a ben vedere quella speciale è proprio la norma recata dal d.l. n. 78, che detta la disciplina (appunto, speciale) di tutte le progressioni in carriera, comunque denominate, che siano state disposte negli anni 2011, 2012 e 2013 (poi anche 2014).

Proprio in quanto norma speciale ratione temporis, dunque, è questa che deve trovare applicazione per le “progressioni in carriera, comunque denominate”, disposte nel triennio (poi quadriennio) in discorso”.

8. Il Collegio ritiene che l’appello del Ministero va pertanto accolto (non ravvisandosi, alla luce delle deduzioni delle parti e degli atti processuali, ragioni che possano indurre a discostarsi da quanto statuito con riferimento ai casi analoghi), sicché – in riforma della sentenza impugnata – il ricorso di primo grado va respinto.

9. Sussistono giusti motivi per compensare le spese dei due gradi di giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) accoglie l’appello n. 6622 del 2019 e, in riforma della sentenza impugnata, respinge il ricorso di primo grado.

Compensa tra le parti le spese dei due gradi del giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso dal Consiglio di Stato, con sede in Roma, Palazzo Spada, nella camera di consiglio del giorno 11 giugno 2020, ai sensi dell’art. 84 del decreto legge n. 18 del 2020, convertito nella legge n. 27 del 2020, con l'intervento dei magistrati:
Luigi Maruotti, Presidente, Estensore
Luca Lamberti, Consigliere
Alessandro Verrico, Consigliere
Nicola D'Angelo, Consigliere
Silvia Martino, Consigliere


IL PRESIDENTE, ESTENSORE
Luigi Maruotti





IL SEGRETARIO

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Re: Sblocco tetto salariale pensionati ante 2015

Messaggio da panorama » sab giu 27, 2020 12:42 am

Anno 2019

Sezione SEZIONE GIURISDIZIONALE LIGURIA Anno 2019 Numero 113

SENTENZA 113/2019

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE DEI CONTI
SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA REGIONE LIGURIA
Il Giudice Unico Consigliere Maria Riolo

ha pronunciato la seguente
SENTENZA

nel giudizio pensionistico iscritto al n. 20622 del registro di Segreteria, proposto da OMISSIS, nato il OMISSIS a OMISSIS, C. F. OMISSIS, elettivamente domiciliato in La Spezia, Via Vittorio Veneto n. 277, presso lo studio dell’Avv. Barbara Tripi che lo rappresenta e difende (avvbarbaratripi@pec.it), contro l’I.N.P.S. e contro il Ministero della Difesa.

Uditi nella pubblica udienza del 14 giugno 2019, per la parte ricorrente l’Avv. Barbara Tripi; il difensore dell’I.N.P.S. Avv. Alberto Fuochi.

Ritenuto in
FATTO

Il sig. OMISSIS, Sottotenente di Vascello della Marina Militare, collocato in congedo assoluto per infermità dal 3/11/2014, ha proposto ricorso per lamentare la mancata “omogeneizzazione stipendiale dei più 23 anni” previsti dall’art. 1802, comma 3, del D. Lgs. n. 66/2010 che ha recepito l’art. 5, comma 3 bis della legge n. 231 dell’8/8/1990.

Il ricorrente ha addotto di aver maturato il diritto a tale omogeneizzazione stipendiale in data 3/7/2014 e di non aver potuto percepire a detta data il beneficio in questione a causa del blocco stipendiale in atto per gli anni 2011/2013, successivamente prorogato con il D.P.R. n. 122/2013 anche per l’anno 2014.

Il ricorrente ha esposto di aver presentato domanda all’Amministrazione della Difesa in data 15/2/2016 per conseguire dall’1/1/2015 (data di cessazione del blocco stipendiale) l’aggiornamento del trattamento pensionistico in conformità a quanto effettuato per i colleghi in servizio ai quali è stato attribuito, dall’1/1/2015, il trattamento stipendiale previsto per i 23 anni di servizio, non corrisposto prima per effetto del blocco.

L’Amministrazione della Difesa, a fronte della domanda, ha frapposto, la competenza dell’I.N.P.S. in materia pensionistica.

L’Interessato ha proposto anche domanda all’I.N.P.S. che si è espresso nel senso che la pensione va calcolata tenendo conto degli elementi stipendiali forniti dall’Amministrazione con il modello PA04 e che la modifica degli elementi indicati nel modello va richiesta all’Amministrazione stessa.

Il difensore del ricorrente chiede al giudice di accertare e dichiarare, con effetto dall’1/1/2015, il diritto del sig. OMISSIS all’attribuzione dello stipendio e del trattamento economico propri del grado rivestito, per effetto della progressione di carriera conseguita il 3/7/2014, ai fini della determinazione della base contributiva e di calcolo della pensione.

A sostegno di detta domanda il ricorrente ha addotto sostanzialmente che la legge di stabilità del 2015 sblocca e ripristina un diritto bloccato e non fa distinzioni tra coloro che erano in servizio e quelli che hanno acquisito lo stesso diritto in servizio e per ragioni di salute siano stati collocati in congedo assoluto prima della cessazione del blocco.

Con memoria prodotta il 14/6/2019 si è costituito in giudizio l’I.N.P.S. che ha chiesto il rigetto del ricorso.

In udienza le parti hanno insistito come in atti.

Dopo la trattazione il giudizio è stato definito con sentenza, dando lettura del dispositivo in aula.

Considerato in
DIRITTO

Il ricorrente, cessato dal servizio a decorrere dal 3/11/2014, chiede la valorizzazione in quiescenza del beneficio “dell’omogeneizzazione stipendiale dei più 23 anni” previsto dall’art. 1802 del D. Lgs. 15 marzo 2010 n. 66, e dallo stesso maturato il 3/7/2014, durante la vigenza del blocco degli effetti economici dei meccanismi di progressione automatica degli stipendi o dei benefici delle progressioni di carriera comunque denominate. Il blocco in argomento è stato previsto per gli anni 2011, 2012, 2013, dall’art. 9, comma 21, del D.L. 31 maggio 2010 n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010 n. 122; blocco, questo, prorogato fino al 2014 per effetto dell’art. 16, comma 1, lettera b), del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 15 luglio 2011, n. 111, e del D.P.R. 4 settembre 2013, n. 122, art. 1, comma 1, lett. a), contenente il regolamento di attuazione del D.L. n. 98/2011.

L’interessato, alla data di cessazione dal servizio, pur avendo maturato l’anzianità che avrebbe dato titolo al c.d. beneficio dell’omogeneizzazione, non ha potuto percepire tale beneficio a causa del blocco di cui sopra e, conseguentemente, non ha titolo alla valorizzazione in quiescenza dello stesso beneficio.

Ai sensi, infatti, dell’art. 1866 del codice dell’ordinamento militare, D. Lgs. 15 marzo 2010, n. 66, e dell’art. 53 de D.P.R. 29 dicembre 1973 n. 1092, la base pensionabile si determina con riferimento allo stipendio e agli emolumenti retributivi pensionabili integralmente percepiti in attività di servizio. Anche per effetto delle disposizioni in materia di ampliamento della base contributiva e pensionabile previste dall’art. 2, commi 9, 10 e 11 della legge 8 agosto 1995, n. 335, il trattamento di quiescenza va rapportato alla contribuzione versata durante il rapporto lavorativo e quindi agli emolumenti percepiti in servizio.

Il quadro normativo di riferimento non consente interpretazioni dalle quali possa discendere l’accoglimento del ricorso.

La problematica di cui alla presente fattispecie è assimilabile a quella già esaminata da questo giudice che, con ordinanza n. 1/2017, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 9, comma 21, terzo periodo, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122; dell’art. 16, comma 1, lettera b), del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 15 luglio 2011, n. 111, come specificato dall’art. 1, comma 1, lettera a), primo periodo, del D.P.R. 4 settembre 2013, n. 122 (Regolamento in materia di proroga del blocco della contrattazione e degli automatismi stipendiali per i pubblici dipendenti, a norma dell’articolo 16, commi 1, 2 e 3, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111), per contrasto con l’art. 3 della Costituzione nella parte in cui dette norme non hanno previsto, nei confronti dei soggetti che sarebbero cessati dal servizio nell’arco temporale della “cristallizzazione”, la valorizzazione in quiescenza, a decorrere dalla data di cessazione del blocco, degli emolumenti pensionabili derivanti dalle progressioni di carriera conseguite durante il blocco stesso.

Con la sentenza n. 200/2018, la Corte Costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale prospettata da questo giudice, concludendo la motivazione della sentenza stessa nel senso che “Spetterebbe comunque al legislatore, nell’esercizio discrezionale delle scelte di politica economica e di compatibilità con l’esigenza di equilibrio della finanza pubblica, prevedere eventualmente quanto richiede il giudice rimettente: la riliquidazione dei trattamenti pensionistici dei pubblici dipendenti, collocati in quiescenza nel quadriennio del blocco degli incrementi stipendiali, e che nello stesso periodo abbiano conseguito una progressione di carriera o un passaggio ad un’area superiore”.

In conclusione, il ricorso va respinto perché il quadro normativo di riferimento non consente la valorizzazione in quiescenza di benefici che l’interessato non percepiva alla data di cessazione dal servizio.

P.Q.M.

La Corte dei conti, Sezione Giurisdizionale regionale per la Liguria, in composizione monocratica, definitivamente pronunciando

RESPINGE

Il ricorso iscritto al n. 20622, proposto da OMISSIS
Le spese si compensano
Così provveduto in Genova il 14 giugno 2019.
IL GIUDICE
(Maria Riolo)

Depositato in Segreteria il 18 giugno 2019.

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Re: Sblocco tetto salariale pensionati ante 2015

Messaggio da panorama » dom giu 28, 2020 1:33 pm

La quì sotto sentenza della CdC Sez. 1^ d'Appello, nasce da quella della CdC Lazio n. 278/2017 firmata dal Giudice dott.ssa Marzia de Falco il cui ricorrente era I'Ammiraglio Ispettore capo della Marina Militare, che chiedeva la rideterminazione del trattamento pensionistico ad esso spettante, in relazione al grado rivestito al momento della cessazione dal servizio (5/8/2014) o, quantomeno, dal 1/1/2015.

N.B.: appello del Ministero della Difesa accolto.
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Sezione PRIMA SEZIONE CENTRALE DI APPELLO Anno 2020 Numero 3

3/2020

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
CORTE DEI CONTI
SEZIONE PRIMA GIURISDIZIONALE CENTRALE D’APPELLO
composta dai Sigg.ri magistrati:
dott. Agostino CHIAPPINIELLO Presidente
dott. Enrico TORRI Consigliere
dott.ssa Fernanda FRAIOLI Consigliere relatore
dott.ssa Elena TOMASSINI Consigliere
dott.ssa Giuseppina MIGNEMI Consigliere

ha pronunciato la seguente
SENTENZA

nel giudizio pensionistico d’appello iscritto al n. 54193 del Registro di Segreteria, proposto dal Ministero della Difesa – PREVIMIL, rappresentato dalla Direttrice Generale dott.ssa Maura PAOLOTTI.

avverso
la sentenza n. XXX/XXXX depositata il 9 ottobre 2017 della Sezione Giurisdizionale della Corte dei conti per la Regione Lazio

contro
T.M. rappresentato e difeso dagli avv.ti Alba GIORDANO e Umberto VERDACCHI, elettivamente domiciliato presso lo studio della prima, in Roma, Via Muzio Clementi n. 58.

Visti gli atti introduttivi e tutti i documenti di causa.
Uditi nella pubblica udienza del 28 novembre 2019 la relatrice, Consigliere Fernanda FRAIOLI, la dott.ssa Iris MAROCCHINI, su delega scritta dell’avv.ssa Marzia LETTIERI BARBATO, per il Ministero della Difesa-PREVIMIL e l’avv. Umberto VERDACCHI per l’appellato.

FATTO

Con sentenza n. 278/2017 del 9 ottobre 2017, la Sezione Giurisdizionale per il Lazio accoglieva il ricorso di T.M. diretto a richiedere la rideterminazione del trattamento pensionistico spettantegli, in relazione al grado rivestito al momento della cessazione dal servizio (5 agosto 2014) o, quantomeno dal 1 gennaio 2015.

La sentenza di prime cure ha dichiarato tale diritto tenuto conto degli incrementi stipendiali che sarebbero spettati in relazione alla progressione di carriera verificatisi negli anni dal 2011 al 2014, con effetto dalla data di cessazione dal servizio avvenuta il 5 agosto 2014.

Il T., Ammiraglio Ispettore capo (SAN) della Marina Militare, risulta essere cessato dal servizio permanente per raggiunti limiti di età dal 6 agosto 2014 e, al contempo, collocato in ausiliaria ai sensi del Codice dell’Ordinamento Militare.

Durante il periodo di ausiliaria è stato rideterminato il trattamento provvisorio con provvedimento successivamente modificato, in relazione ad una base pensionabile cristallizzata al trattamento economico spettante nel grado di Contrammiraglio alla data del 31 dicembre 2010, in applicazione dell’art. 9, co. 1 e 21, del D.L. 31 maggio 2010, n. 78, conv. con modif. dalla Legge 30 luglio 2010, n. 122.

Con il ricorso il T. ha contestato la determinazione pensionistica provvisoria, chiedendone la riliquidazione nella parte in cui la base pensionabile e gli altri assegni pensionabili, in applicazione della normativa che ha disposto il blocco delle progressioni di carriera a decorrere dal 1 gennaio 2011 (blocco prorogato fino al 31 dicembre 2014), sono stati definiti prendendo in considerazione il grado di Contrammiraglio, rivestito alla data di entrata in vigore della norma, anzichè il grado di Ammiraglio Ispettore Capo, conseguito ai soli fini giuridici, in data 8 febbraio 2014.

Ha proposto appello il Ministero della Difesa adducendo violazione e falsa applicazione dell’art. 9, co. 21, terzo periodo del D.L. n. 78/2010, conv. con modif., dall’art. 1, co. 1 della Legge n. 122/2010, oltre a carenza di motivazione o motivazione apparente.

Si è costituito il T. che ha chiesto il rigetto dell’appello del Ministero e di dichiarare rilevante e non manifestamente infondata l’eccezione di illegittimità costituzionale proposta con il ricorso introduttivo del primo grado di giudizio.

All’odierna pubblica udienza, le parti si sono richiamate agli atti depositati.

Al termine della discussione la causa è stata trattenuta in decisione.

DIRITTO

L’appello odierno del Ministero della Difesa, tende all’annullamento della sentenza di prime cure che ha riconosciuto il diritto del ricorrente alla rideterminazione della base pensionabile tenuto conto degli incrementi stipendiali che gli sarebbero spettati in relazione alla progressione di carriera verificatasi nel periodo 2011/2014, con effetto dalla cessazione dal servizio avvenuta il 5 agosto 2014.

Tanto perché, ritiene il Ministero, che il GUP abbia errato nel riconoscere il diritto a detta rideterminazione prendendo in considerazione il grado di Ammiraglio Ispettore Capo, conseguito, ai soli fini giuridici, in data 8 febbraio 2014 (in costanza di servizio), anziché quello di Contrammiraglio, rivestito alla data di entrata in vigore del D.L. n. 78/2010, conv. con modif., dall’art. 1, co. 1 della Legge n. 122/2010.

L’appello è fondato.

Deve ritenere il Collegio che con la sentenza n. XXX/XXXX del 15 novembre 2018, la C. C.le, su rimessione della Sezione Giurisdizionale per la Regione Liguria, ha dichiarato la costituzionalità della legge (in forma diretta del blocco delle progressioni di carriera ed in forma indiretta di quella su classi e scatti ed assegno funzionale) eliminando, così, qualsivoglia possibilità di rivendicazione legata al blocco stipendiale da parte dei pensionati andati a riposo nel periodo di interesse del T. (1 gennaio 2011/31 dicembre 2014).

Hanno statuito i giudici di legittimità – proprio in un caso esattamente sovrapponibile a quello odierno – che “la regola limitativa degli incrementi stipendiali – applicabile nel giudizio a quo per il tramite del rinvio del combinato disposto dell’art. 16, comma 1, lettera b), del d.l. n. 98 del 2011, e dell’art. 1, comma 1, lettera a), primo periodo, del d.P.R. n. 122 del 2013 – è posta dall’art. 9, comma 21, del d.l. n. 78 del 2010, dichiaratamente al fine di contenere le spese in materia di impiego pubblico, come risulta dalla stessa rubrica della disposizione.

Tale disposizione stabilisce: «I meccanismi di adeguamento retributivo per il personale non contrattualizzato di cui all’articolo 3, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, così come previsti dall’articolo 24 della legge 23 dicembre 1998, n. 448, non si applicano per gli anni 2011, 2012 e 2013 ancorché a titolo di acconto, e non danno comunque luogo a successivi recuperi. Per le categorie di personale di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 e successive modificazioni, che fruiscono di un meccanismo di progressione automatica degli stipendi, gli anni 2011, 2012 e 2013 non sono utili ai fini della maturazione delle classi e degli scatti di stipendio previsti dai rispettivi ordinamenti. Per il personale di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 e successive modificazioni le progressioni di carriera comunque denominate eventualmente disposte negli anni 2011, 2012 e 2013 hanno effetto, per i predetti anni, ai fini esclusivamente giuridici. Per il personale contrattualizzato le progressioni di carriera comunque denominate ed i passaggi tra le aree eventualmente disposte negli anni 2011, 2012 e 2013 hanno effetto, per i predetti anni, ai fini esclusivamente giuridici”.

L’obbligo di sinteticità dettato dall’art. 5, co. 2 del CGC impone di limitare la fedele riproduzione di questa importante pronuncia al passo riportato, purtuttavia si ritiene sufficiente per affermare che il giudice di prime cure abbia errato nell’asserire che il diritto del T. doveva essere riconosciuto perché lo stesso non aveva potuto avvantaggiarsi della cessazione della vigenza della norma penalizzatrice a decorrere dal 1 gennaio 2015 (diversamente dai colleghi collocati in quiescenza successivamente a tale data) “per una circostanza del tutto casuale” nella quale identifica la cessazione dal servizio per raggiunti limiti di età nel 2014.

Non sarà superfluo rilevare che la ratio legis – siccome ribadito dalla sentenza di cui sopra – è evidentemente quella di contenimento della spesa pubblica che non si vede come si possa superare, non soltanto con una chiara violazione di una norma di legge dal carattere eccezionale, ma adducendo quale motivazione che il sacrificio imposto al ricorrente avrebbe determinato conseguenze pregiudizievoli in forma permanente.

Ciò, peraltro, dopo aver evocato alcune delle pronunce del giudice delle leggi che hanno riconosciuto la legittimità delle norme di cui trattasi!

E, come se non bastasse, ha anticipato gli effetti del diritto così riconosciuto al 6 agosto 2014 – ovvero in pieno blocco stipendiale per tutti coloro che erano in servizio – creando una disparità opposta, atteso che per chi era rimasto in servizio il blocco terminava il 31 dicembre 2014 ed il ripristino dell’efficacia economica degli incrementi retributivi ricominciavano a decorre dal 1 gennaio 2015.

Tanto premesso, il ricorso deve essere accolto e, per l’effetto, riformata la sentenza di primo grado.

Le medesime motivazioni, supportano, infine, la dichiarazione di inammissibilità della proposta questione di legittimità costituzionale dell’appellato, vieppiù sostenute della conclusione che si legge nella sentenza della Corte Costituzionale, ovvero che “spetterebbe comunque al legislatore, nell’esercizio discrezionale delle scelte di politica economica e di compatibilità con l’esigenza di equilibrio della finanza pubblica, prevedere eventualmente quanto richiede il giudice rimettente: la riliquidazione dei trattamenti pensionistici dei pubblici dipendenti, collocati in quiescenza nel quadriennio del blocco degli incrementi stipendiali, e che nello stesso periodo abbiano conseguito una progressione di carriera o un passaggio a un’area superiore”.

Le spese legali seguono la soccombenza e vengono liquidate in favore del Ministero della Difesa come in dispositivo.

Non vi è luogo a provvedere, invece, sulle spese di giustizia, stante la loro gratuità, siccome statuito dal legislatore all’art. 10 della legge 11 agosto 1973, n. 533 ed esteso alla generalità dalla giurisprudenza contabile (ex multis, Sez. III, 9 gennaio 2018, n. 6; Sez. I App., 1 marzo 2013, n. 165 e 6 marzo 2013, n. 187; id. 23 novembre 2009, n. 648; Sez. III App., 1 ottobre 2007, n. 272).

P.Q.M.

definitivamente pronunciando, ogni contraria istanza ed eccezione reiette,

· dichiara inammissibile la proposta questione di legittimità costituzionale,

· accoglie l’appello e, per l’effetto, riforma la sentenza di cui in epigrafe,

· liquida le spese in favore del Ministero della Difesa nella misura di €. 500,00.

Manda alla segreteria per gli adempimenti di competenza.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 28 novembre 2019.
IL GIUDICE ESTENSORE IL PRESIDENTE
F.to Fernanda FRAIOLI F.to Agostino CHIAPPINIELLO


Depositata in segreteria il 8 gennaio 2020


Il Dirigente
(F.to dott. Sebastiano ROTA)

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Re: Sblocco tetto salariale pensionati ante 2015

Messaggio da panorama » dom giu 28, 2020 4:29 pm

La CdC Puglia rigetta il ricorso dei ricorrenti, tutti Ufficiali delle Forze Armate, lamentano che l’Amministrazione abbia illegittimamente riconosciuto loro un trattamento di quiescenza inferiore a quanto previsto dalla normativa vigente.

1) - Premettono di essere stati tutti, con la sola eccezione dell’Amm. XXX, collocati in Aspettativa per riduzione quadri (di seguito anche A.R.Q.) e, successivamente, di avere richiesto di cessare dal servizio ex art. 909, quarto comma, D Lgs n. 66 del 2010 (di seguito anche Codice dell’ordinamento militare o C.O.M.).
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Sezione SEZIONE GIURISDIZIONALE PUGLIA Anno 2020 Numero 181

Sentenza n.181/2020

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE DEI CONTI
SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA PUGLIA
in composizione monocratica, in persona del Cons. Marcello Iacubino, ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di pensione, iscritto al n. 34485 del registro di segreteria,

ad istanza di:
XXX (XXX); XXX (XXX); XXX (XXX); XXX (XXX); XXX (XXX); XXX (XXX); XXX (XXX); XXX (XXX), tutti rappresentati e difesi dall’Avv. Giovanni Malinconico del Foro di Latina giusta procura in atti (pec: avvgiovannimalinconico@puntopec.it, fax 0773.412656);

CONTRO
MINISTERO DELLA DIFESA, DIREZIONE GENERALE DELLA PREVIDENZA E DELLA LEVA, in persona del legale rappresentante pro-tempore, domiciliata ex lege presso l’Avvocatura dello Stato in Roma alla Via dei Portoghesi n. 12.

Oggetto: rideterminazione del trattamento pensionistico.

Esaminati gli atti e i documenti tutti della causa.
Visto il Codice di giustizia contabile (“c.g.c.”) approvato con d.lgs. 26 agosto 2016, n. 174, in particolare gli artt. 151 e ss.
Udito nella pubblica udienza del 5 marzo 2020 l’Avv. Antonio Savino (per delega dell’avv. Giovanni Malinconico) per la parte ricorrente (Amministrazione non comparsa), come da verbale in atti.

Ritenuto in
FATTO

1. – Con il ricorso in epigrafe, ritualmente depositato e notificato, gli odierni ricorrenti, tutti Ufficiali delle Forze Armate, lamentano che l’Amministrazione abbia illegittimamente riconosciuto loro un trattamento di quiescenza inferiore a quanto previsto dalla normativa vigente.

Premettono di essere stati tutti, con la sola eccezione dell’Amm. XXX, collocati in Aspettativa per riduzione quadri (di seguito anche A.R.Q.) e, successivamente, di avere richiesto di cessare dal servizio ex art. 909, quarto comma, D Lgs n. 66 del 2010 (di seguito anche Codice dell’ordinamento militare o C.O.M.).

L’Amm. XXX è stato invece collocato in ausiliaria ex art. 924 C.O.M. per aver raggiunto i limiti di età.

Ad ogni modo, tutti i ricorrenti si trovano tutti nello stato di ausiliaria di cui all’art. 886 C.O.M. A loro avviso, essendo il trattamento di quiescenza spettante in tale situazione quello previsto dall’art. 1873 C.O.M. – il quale attribuisce il trattamento pensionistico che sarebbe loro spettato qualora fossero rimasti in servizio fino al limite di età, compresi gli aumenti periodici e i passaggi di classe di stipendio – la Direzione generale della previdenza e della leva del Ministero della Difesa (di seguito anche Previmil), sarebbe incorsa in errore quando ha riconosciuto loro il trattamento pensionistico senza considerare le classi biennali stipendiali e le relative quote mensili maturate nel periodo 2011 – 2015.

In diritto sostengono la natura irragionevole della interpretazione offerta dall’Amministrazione riguardo all’art. 9, comma 21, D.L. n. 78 del 2010 (conv. con mod. in Legge n. 122 del 2010) relativo al blocco degli stipendi (anni 2011-2014), il quale prevede che: “Per le categorie di personale di cui all’art. 3 D. Lgs n. 165 del 2001 ss. mm. che fruiscono di un meccanismo di progressione automatica degli stipendi, gli anni 2011, 2012 e 2013 non sono utili ai fini della maturazione delle classi e degli scatti di stipendio previsti dai rispettivi ordinamenti.” Tale previsione è stata successivamente estesa agli anni 2014 e 2015, rispettivamente dal D.P.R. n. 122 del 2013 e dalla Legge n. 190 del 2014.

Dopo previa diffida inviata a Previmil, hanno adito questa Corte per accogliere le seguenti conclusioni: - in via principale, ordinare al Ministero della Difesa, di ricalcolare il trattamento di quiescenza percepito dai ricorrenti con il riconoscimento di tutte le classi stipendiali biennali e le relative quote mensili maturate nel periodo in servizio e fino al raggiungimento dei limiti di età, comprese quelle maturate nel periodo 2011 – 2015, con decorrenza dalla data di collocamento in Ausiliaria; - in via incidentale, per l’ipotesi che non si ritenga operabile un’interpretazione costituzionalmente orientata del quadro normativo di riferimento, sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’art. 9, comma 21, secondo periodo, D.L. n. 78 del 2010, nonché dell’art. 1, comma 1, lett. a), D.P.R. n. 122 del 2013 e dell’art. 1, comma 256, Legge n. 190 del 2014, nella parte in cui prevedono che gli anni 2011 - 2015 non siano utili ai fini della maturazione delle classi stipendiali biennali e delle relative quote mensile, per violazione degli artt. 3, 36, 53 e 97 Cost.

2. – Il Ministero della Difesa si è costituito in giudizio in data 25.2.20, sostenendo la infondatezza della pretesa di parte avversa sulla base del chiaro disposto normativo di cui dall'art. 9, comma 21, secondo periodo, del D.L. 31 maggio 2010 n. 78, il quale stabilisce che, per il personale in regime di diritto pubblico di cui all’articolo 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n.165, e successive modificazioni, destinatario di progressione automatica degli stipendi (e in tale ambito è riconducibile la posizione degli Ufficiali dirigenti e di quelli provvisti di trattamento economico ”dirigenziale”), gli anni 2011, 2012, 2013 (poi anche 2014 e 2015) non sono utili ai fini della maturazione delle classi e scatti di stipendio previsti dai rispettivi ordinamenti; e sulla base della sentenza della Corte Costituzionale n. 200, depositata il 15/11/2018. Con vittoria di spese e competenze di lite, quantificate in complessive € 3.000,00.

3. – La causa è stata discussa in data odierna; al riguardo, l’avv. Savino, in un breve intervento, ha insistito per l’accoglimento del ricorso, segnalando alcune decisioni in senso favorevole rese dalle Sezioni Calabria e Umbria di questa Corte. In subordine ha chiesto la disposizione della c.d. sospensione impropria del giudizio, avendo già le Sezioni Abruzzo e Lombardia rimesso, su identica questione, la fattispecie al vaglio della Consulta (che dovrebbe riunirsi per decidere in data 22.4.2020).

Il giudizio è stato quindi definito con sentenza – provvedendosi all’esito della camera di consiglio a dare lettura in udienza del dispositivo e a esporre le ragioni di fatto e di diritto – depositata nell’ordinario termine di legge.

Considerato in
DIRITTO

1. – La questione giuridica sottoposta al vaglio del presente giudizio riguarda l’accertamento del diritto dei ricorrenti al ricalcolo del trattamento pensionistico con riconoscimento nel trattamento di quiescenza, di tutte le classi stipendiali biennali e delle quote mensili maturate nel periodo in ausiliaria, anche in vigenza dell'art. 9, comma 21, del D.L. n. 78 del 2010, conv. in L. n. 122 del 2010.

Nel merito, tale questione va risolta alla luce dei principi affermati nella sentenza n. 200/2018 della Corte costituzionale, che ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell'art. 9, comma 21, del D.L. n. 78 del 2010 (per tale motivo non si ritiene necessario disporre la sospensione c.d. impropria del giudizio richiesta in via subordinata da parte ricorrente, per quanto alcune Sezioni, come la Lombardia, abbiano già sollevato - con ordinanza n. 4/2019 del 18 gennaio 2019 - questione di legittimità costituzionale).

Il Giudice delle leggi, nel ritenere infondata la questione sollevata, ha osservato che «II contenimento della retribuzione nel quadriennio suddetto ha comportato, come conseguenza, che la retribuzione calcolata con il criterio limitativo in questione è stata anche la base di calcolo della contribuzione previdenziale ed è quella rilevante al fine della quantificazione del trattamento pensionistico, sia nel generalizzato sistema contributivo, sia in quello residuale, ancora retributivo. Il differenziale tra la retribuzione percepita (perché “spettante” in ragione del criterio limitativo suddetto) e quella che altrimenti sarebbe stata percepita dal pubblico dipendente, ove tale criterio non fosse stato applicabile, rappresenta una quota di retribuzione virtuale non rilevante ai fini pensionistici, perché non spettante né percepita».

Va evidenziato, inoltre, che laddove il legislatore ha voluto – ma non nel caso di specie – ha espressamente previsto la mancata applicazione delle riduzioni e dei tagli stipendiali anche a fini previdenziali, e che «Né, in generale, per il pubblico impiego è prevista alcuna contribuzione figurativa su tale quota differenziale, altrimenti necessaria ove in ipotesi essa dovesse rilevare ai fini pensionistici».

La stessa Corte, inoltre, nel dichiarare la non fondatezza delle questioni di costituzionalità ha osservato che spetta «al legislatore, nell'esercizio discrezionale delle scelte di politica economica e di compatibilità con l’esigenza di equilibrio della finanza pubblica, prevedere eventualmente la riliquidazione dei trattamenti pensionistici dei pubblici dipendenti, collocati in quiescenza nel quadriennio del blocco degli incrementi stipendiali, e che nello stesso periodo abbiano conseguito una progressione di carriera o un passaggio a un'area superiore».

Considerato che l'art. 9, comma 21, dispone un principio generale volto a disporre il blocco della retribuzione dei pubblici dipendenti nel quadriennio in questione, alcuna differenza sorge se l'incremento stipendiale consegua a progressioni automatiche ovvero a progressioni di carriera.

2. – Alla luce di quanto sopra esposto, il ricorso va respinto (in termini, cfr. anche Sez. Toscana, sent. n. 384/2019).

La costituzione di parte resistente a mezzo di propri funzionari consente, nel regime precedente alla modifica del comma 2 dell’art. 158 c.g.c., la compensazione delle spese di lite tra le parti.

PER QUESTI MOTIVI

la Sezione Giurisdizionale della Corte dei conti per la Regione Puglia, in composizione monocratica, definitivamente pronunciando sul ricorso in epigrafe, disattesa ogni altra deduzione, eccezione e domanda, lo rigetta.

Spese compensate.

Così deciso, in Bari, all’esito della pubblica udienza del 5 marzo 2020.
IL GIUDICE
f.to (Marcello Iacubino)


Depositata in Segreteria il 06/03/2020


Il Funzionario di Cancelleria
f.to (dott. Pasquale ARBORE)

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