Legge urbanistica

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Legge urbanistica

Messaggio da panorama » mer apr 13, 2016 4:23 pm

Il Tar di Catania coinvolge la Corte Costituzionale circa la materia sulla Legge urbanistica per fare chiarezza:
nei giudizi di legittimità costituzionale degli articoli da 124 a 137 del decreto-legge luogotenenziale 19 agosto 1917, n. 1399 (Approvazione del testo unico delle disposizioni di legge emanate in conseguenza del terremoto del 28 dicembre 1908), e dell’art. 1, comma 2, del decreto legislativo 1° dicembre 2009, n. 179 (Disposizioni legislative statali anteriori al 1° gennaio 1970, di cui si ritiene indispensabile la permanenza in vigore, a norma dell’articolo 14 della legge 28 novembre 2005, n. 246),

(N.B.: due centri urbani – città di Messina e Reggio Calabria – organicamente riprogettati dopo la distruzione comune del 1908 e (non ancora) completamente ricostruiti.

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ORDINANZA N. 88
ANNO 2016


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:
- Paolo GROSSI Presidente
- Giuseppe FRIGO Giudice
- Alessandro CRISCUOLO ”
- Giorgio LATTANZI ”
- Aldo CAROSI ”
- Marta CARTABIA ”
- Mario Rosario MORELLI ”
- Giancarlo CORAGGIO ”
- Giuliano AMATO ”
- Silvana SCIARRA ”
- Daria de PRETIS ”
- Nicolò ZANON ”
- Franco MODUGNO ”
- Augusto Antonio BARBERA ”
- Giulio PROSPERETTI ”
ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nei giudizi di legittimità costituzionale degli articoli da 124 a 137 del decreto-legge luogotenenziale 19 agosto 1917, n. 1399 (Approvazione del testo unico delle disposizioni di legge emanate in conseguenza del terremoto del 28 dicembre 1908), e dell’art. 1, comma 2, del decreto legislativo 1° dicembre 2009, n. 179 (Disposizioni legislative statali anteriori al 1° gennaio 1970, di cui si ritiene indispensabile la permanenza in vigore, a norma dell’articolo 14 della legge 28 novembre 2005, n. 246), promossi dal Tribunale amministrativo regionale per la Sicilia, sezione staccata di Catania, con due ordinanze del 15 ottobre 2013 ed una del 20 gennaio 2014, rispettivamente iscritte ai nn. 41, 42 e 134 del registro ordinanze 2014 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 15 e 36, prima serie speciale, dell’anno 2014.

Visti gli atti di costituzione delle società Crescenti Costruzioni srl e Madonna Nuova srl, in liquidazione;

udito nell’udienza pubblica del 22 marzo 2016 il Giudice relatore Nicolò Zanon;

udito l’avvocato Antonio Saitta, per le società Crescenti Costruzioni srl e Madonna Nuova srl, in liquidazione.

Ritenuto che il Tribunale amministrativo regionale per la Sicilia, sezione staccata di Catania, con tre ordinanze di analogo tenore, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 della Costituzione e 14, primo comma, lettere f) ed s), del regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455 (Approvazione dello statuto della Regione siciliana), convertito dalla legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2, questioni di legittimità costituzionale degli articoli da 124 a 137 del decreto-legge luogotenenziale 19 agosto 1917, n. 1399 (Approvazione del testo unico delle disposizioni di legge emanate in conseguenza del terremoto del 28 dicembre 1908), nonché, in riferimento all’art. 76 Cost., dell’art. 1, comma 2, del decreto legislativo 1° dicembre 2009, n. 179 (Disposizioni legislative statali anteriori al 1° gennaio 1970, di cui si ritiene indispensabile la permanenza in vigore, a norma dell’articolo 14 della legge 28 novembre 2005, n. 246);

che le questioni di legittimità costituzionale sono state sollevate nel corso di giudizi instaurati per l’annullamento: di provvedimenti amministrativi aventi ad oggetto l’indizione di gare per l’aggiudicazione di comparti edificatori relativi a determinati isolati «ai sensi degli artt. 127 e ss. del TU 19 agosto 1917, n. 1399» (giudizi iscritti al reg. ord. n. 41, n. 42 e n. 134 del 2014); di determinazioni dirigenziali di approvazione di «atti di stima» di immobili ricadenti nei suddetti comparti edificatori (giudizi iscritti al reg. ord. n. 42 e n. 134 del 2014); di provvedimenti di espropriazione e di occupazione permanente di aree nonché di approvazione di piani di divisione in comparti edificatori (giudizio iscritto al reg. ord. n. 134 del 2014);

che, secondo i rimettenti, in punto di rilevanza, i ricorsi non potrebbero essere decisi «senza sollevare questione di legittimità costituzionale degli articoli da 124 a 137 compresi nel D.L.Lgt. 1399/1917, nonché dell’art. 1, comma 2, del D. Lgs. 179/2009, nella parte in cui sottrae il D.L.Lgt. 1399/1917 all’effetto abrogativo di cui all’articolo 2 del decreto-legge 22 dicembre 2008, n. 200»;

che, per i giudici a quibus, da un lato, il dato testuale dell’art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 179 del 2009 – oltre che «l’orientamento stabile» assunto dalla giurisprudenza pur dopo la legge regionale siciliana 27 dicembre 1978, n. 71 (Norme integrative e modificative della legislazione vigente nel territorio della Regione siciliana in materia urbanistica), che avrebbe disciplinato l’istituto del comparto edificatorio nell’ambito dell’ordinamento siciliano – osterebbe alla decisione di ritenere abrogato il d.l. lgt. n. 1399 del 1917; dall’altro lato, alcune delle censure contenute nei ricorsi presupporrebbero proprio l’applicazione del d.l. lgt. n. 1399 del 1917;

che, quanto alla non manifesta infondatezza, i giudici rimettenti dubitano, in primo luogo, della compatibilità delle norme impugnate con il principio di ragionevolezza, prospettando un «[e]ccesso di potere legislativo per irragionevolezza», giacché l’utilizzo di una norma emergenziale risalente al 1917, ai fini della gestione dell’attuale assetto urbanistico, sarebbe intrinsecamente irragionevole, «in considerazione della natura temporanea ed “a termine” delle norme di natura emergenziale», oltre che del «mutato assetto urbanistico ed edilizio della Città di Messina e degli intervenuti mutamenti dell’ordinamento giuridico»;

che, per giustificare una deroga sine die alla legislazione ordinaria, non sarebbero sufficienti le esigenze di snellimento procedurale rispetto alla legislazione successiva in materia di comparti edificatori, di cui all’art. 23 della legge 17 agosto 1942, n. 1150 (Legge urbanistica), ed all’art. 11 della legge regionale siciliana n. 71 del 1978;

che, sempre a giudizio dei rimettenti, tale irragionevolezza non potrebbe essere superata dalla «sottrazione all’effetto abrogativo» del d.l. lgt. n. 1399 del 1917 – originariamente previsto dall’art. 2, comma 1, del decreto-legge 22 dicembre 2008, n. 200 (Misure urgenti in materia di semplificazione normativa), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 18 febbraio 2009, n. 9 – «operata a mezzo dell’art. 1, comma 2, del D.Lgs. 1 dicembre 2009, n. 179 (cd. decreto “salvaleggi”)»;

che, infatti, la sottrazione all’effetto abrogativo non sarebbe avvenuta per una valutazione in concreto della indispensabilità delle norme, ma in considerazione del fatto che l’art. 14, comma 17, lettera a), della legge 28 novembre 2005, n. 246 (Semplificazione e riassetto normativo per l’anno 2005), prescrive la permanenza in vigore delle disposizioni contenute, tra l’altro, in ogni testo normativo – quale appunto quello in esame – recante «nell’epigrafe la denominazione codice ovvero testo unico»;

che i giudici a quibus dubitano, altresì, della compatibilità delle norme censurate del d.l. lgt. n. 1399 del 1917 con l’art. 14, primo comma, lettere f) ed s), dello statuto siciliano, che attribuisce alla Regione competenza legislativa esclusiva in materia di «urbanistica» e di «espropriazione per pubblica utilità»;

che, a parere dei rimettenti, la Regione siciliana avrebbe disciplinato, a mezzo dell’art. 11 della legge regionale n. 71 del 1978, la materia della formazione dei comparti edificatori con previsioni «radicalmente diverse da quelle degli artt. 124 e ss. del D.L.Lgt. 1399/1917», sicché, per il principio della «naturale cedevolezza» delle norme della legge ordinaria statale rispetto alle successive disposizioni dello statuto speciale e delle relative norme di attuazione, la legge regionale n. 71 del 1978 ben potrebbe essere considerata direttamente applicabile alla formazione dei comparti della città di Messina, ma a ciò osterebbe il «diritto vivente» orientatosi nel senso contrario della perdurante vigenza del d.l. lgt. n. 1399 del 1917 (sono citate: la sentenza della Corte di cassazione, sezioni unite civili, 3 dicembre 1990, n. 11552; la sentenza della Corte di cassazione, sezioni unite civili, 12 gennaio 1988, n. 133; la sentenza del Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione siciliana 28 gennaio 1993, n. 8);

che, con riferimento all’art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 179 del 2009, i giudici a quibus prospettano la violazione dei limiti imposti per l’esercizio della delega, ritenendo che la sottrazione del d.l. lgt. n. 1399 del 1917 all’effetto abrogativo (disposto dal d.l. n. 200 del 2008, come convertito), operata dalla norma censurata, sia legata non ad una valutazione in concreto della indispensabilità delle norme, ma alla circostanza che l’art. 14, comma 17, lettera a), della legge n. 246 del 2005, prescriveva la permanenza in vigore delle disposizioni contenute in ogni altro testo normativo recante «nell’epigrafe la denominazione codice ovvero testo unico», laddove il precedente comma 14 dell’art. 14 della medesima legge delega imponeva al Governo di escludere, nell’individuare le disposizioni legislative statali pubblicate anteriormente al 1° gennaio 1970 ritenute ancora indispensabili, quelle che avessero «esaurito la loro funzione» o fossero «prive di effettivo contenuto normativo» o «comunque obsolete»;

che nei giudizi sono intervenute le società Crescenti Costruzioni srl e Madonna Nuova srl, in liquidazione, parti costituite nei giudizi a quibus, sostenendo l’infondatezza delle sollevate questioni di legittimità costituzionale e prospettando, in via preliminare, l’inammissibilità delle stesse;

che, in particolare, secondo le intervenienti, le ordinanze di rimessione nulla riferiscono in ordine alle controversie che, dinanzi ai giudici a quibus, hanno dato origine alle questioni di legittimità costituzionale, rendendo impossibile qualsivoglia accertamento sulla rilevanza e, in particolare, sul necessario rapporto di pregiudizialità tra la soluzione delle sollevate questioni di legittimità costituzionale e la definizione dei giudizi;

che l’inammissibilità deriverebbe anche dal fatto che i rimettenti hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale in riferimento «a ben tredici articoli» del d.l. lgt. n. 1399 del 1917, senza che sia possibile evincere quale di questi debba essere concretamente applicato alla fattispecie;

che, quanto al merito, secondo le intervenienti le censure sollevate dai giudici a quibus contrasterebbero con il divieto di sindacare la discrezionalità del legislatore, in quanto l’intero d.l. lgt. n. 1399 del 1917 sarebbe stato inserito nell’Allegato 2 al d.lgs. n. 179 del 2009 su espressa richiesta della Presidenza del Consiglio dei ministri e del Ministero degli interni, con una scelta del tutto consapevole del legislatore delegato, in forza della creazione, ad opera del testo unico del 1917, di un modello particolare di comparto edificatorio, che non potrebbe essere considerato espressione di una normativa solo emergenziale, quanto piuttosto frutto di una legge speciale riferita a due centri urbani – città di Messina e Reggio Calabria – organicamente riprogettati dopo la distruzione comune del 1908 e (non ancora) completamente ricostruiti;

che, con riferimento al parametro statutario evocato, le intervenienti hanno contestato l’esistenza di un “diritto vivente” nel senso indicato dai rimettenti;

che, quanto al prospettato eccesso di delega che vizierebbe l’art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 179 del 2009, il d.l. lgt. n. 1399 del 1917, secondo le intervenienti, rientrerebbe perfettamente nella previsione del comma 17 dell’art. 14 della legge delega n. 246 del 2005, che impone al legislatore delegato di mantenere in vita i testi unici, senza necessità di accertare alcun requisito di indispensabilità.

Considerato che il Tribunale amministrativo regionale per la Sicilia, sezione staccata di Catania, con tre ordinanze di analogo tenore, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 della Costituzione e 14, primo comma, lettere f) ed s), del regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455 (Approvazione dello statuto della Regione siciliana), convertito dalla legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2, questioni di legittimità costituzionale degli articoli da 124 a 137 del decreto-legge luogotenenziale 19 agosto 1917, n. 1399 (Approvazione del testo unico delle disposizioni di legge emanate in conseguenza del terremoto del 28 dicembre 1908), nonché, in riferimento all’art. 76 Cost., dell’art. 1, comma 2, del decreto legislativo 1° dicembre 2009, n. 179 (Disposizioni legislative statali anteriori al 1° gennaio 1970, di cui si ritiene indispensabile la permanenza in vigore, a norma dell’articolo 14 della legge 28 novembre 2005, n. 246);

che, quanto alle censure rivolte agli articoli da 124 a 137 del d.l. lgt. n. 1399 del 1917, i giudici rimettenti dubitano, in primo luogo, della compatibilità delle disposizioni censurate con il principio di ragionevolezza, giacché intrinsecamente in contrasto con tale principio sarebbe l’utilizzo di una norma emergenziale risalente al 1917, ai fini della gestione dell’attuale assetto urbanistico ed edilizio della città di Messina;

che, in secondo luogo, i giudici a quibus dubitano della compatibilità delle stesse disposizioni del d.l. lgt. n. 1399 del 1917 con l’art. 14, primo comma, lettere f) ed s), dello statuto siciliano, che attribuisce alla Regione competenza legislativa esclusiva in materia di «urbanistica» e di «espropriazione per pubblica utilità», competenza di cui la Regione siciliana avrebbe fatto uso, disciplinando, a mezzo dell’art. 11 della legge regionale siciliana 27 dicembre 1978, n. 71 (Norme integrative e modificative della legislazione vigente nel territorio della Regione siciliana in materia urbanistica), la materia della formazione dei comparti edificatori, con previsioni diverse da quelle degli artt. 124 e seguenti del d.l. lgt. n. 1399 del 1917;

che, con riferimento all’art. 1, comma 2, del d.lgs. n. 179 del 2009, i giudici a quibus lamentano la violazione dei limiti imposti per l’esercizio della delega, e quindi dell’art. 76 Cost., ritenendo che la sottrazione del d.l. lgt. n. 1399 del 1917 all’effetto abrogativo (disposto dal decreto-legge 22 dicembre 2008, n. 200, recante «Misure urgenti in materia di semplificazione normativa», convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 18 febbraio 2009, n. 9), operata dalla norma censurata, sia legata non ad una valutazione in concreto della indispensabilità delle norme, ma alla mera circostanza che l’art. 14, comma 17, lettera a), della legge 28 novembre 2005, n. 246 (Semplificazione e riassetto normativo per l’anno 2005), prescriva la permanenza in vigore delle disposizioni contenute in testi normativi recanti «nell’epigrafe la denominazione codice ovvero testo unico»; mentre il precedente comma 14 dell’art. 14 della medesima legge delega, nell’individuare le disposizioni legislative statali da mantenere in vigore, imporrebbe al Governo di escludere quelle che abbiano esaurito la loro funzione o siano prive di effettivo contenuto normativo o risultino comunque obsolete (lettera b);

che le tre ordinanze di rimessione sollevano identiche questioni, sicché i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione;

che le descritte questioni di legittimità costituzionale sono manifestamente inammissibili, per due assorbenti ragioni;

che, in primo luogo, ciascuna delle ordinanze di rimessione elenca una serie di provvedimenti amministrativi impugnati, senza illustrarne lo specifico contenuto e senza indicare il titolo di legittimazione che fonda l’interesse dei privati ad impugnarli;

che, nell’ambito del d.l. lgt. n. 1399 del 1917, i censurati articoli da 124 a 137 recano «Norme speciali per i comparti del piano regolatore di Messina», e delineano una complessa procedura volta a facilitare la ricostruzione delle aree di quella città distrutte dal terremoto del 1908;

che tale procedura è scandita in fasi e ricomprende specifiche disposizioni dedicate all’espropriazione e alla riassegnazione dei beni compresi nel comparto, ma nessuna delle ordinanze di rimessione chiarisce in quale fase di tale procedura ha origine il contenzioso oggetto di ciascuno dei giudizi a quibus;

che le evidenziate lacune rendono perciò impossibile verificare se le disposizioni censurate debbano essere effettivamente applicate per definire i giudizi principali e se le ragioni esposte a sostegno del dubbio di costituzionalità abbiano attinenza con l’oggetto di ciascuno dei medesimi giudizi;

che, dunque, tutte le ordinanze di rimessione risultano carenti in punto di descrizione delle fattispecie concrete oggetto dei ricorsi che danno origine ai giudizi principali;

che tale carenza si traduce in un difetto di motivazione sulla rilevanza delle questioni di legittimità costituzionale sollevate, con conseguente manifesta inammissibilità di queste ultime (ex plurimis, tra le ultime, sentenze n. 241 e n. 185 del 2015, n. 98 del 2014; ordinanze n. 25 del 2016, n. 270, n. 209, n. 207, n. 162, n. 161, n. 147, n. 121, n. 104, n. 90 e n. 36 del 2015), del resto espressamente eccepita – proprio per questa ragione – dalle parti private intervenute;

che, in secondo luogo, tutte le ordinanze di rimessione dubitano della legittimità costituzionale di un gruppo di disposizioni (ben quindici) contenute nel d.l. lgt. n. 1399 del 1917, le quali vengono censurate in blocco, senza una distinta disamina dei loro rispettivi contenuti, nonostante esse disciplinino, come già evidenziato, differenti fasi della procedura speciale dettata, per i comparti del piano regolatore della città di Messina, in vista della ricostruzione successiva al terremoto del 1908;

che, in tal modo, i rimettenti utilizzano i giudizi a quibus come mere occasioni per contestare la legittimità costituzionale di un intero settore della normativa recata dal d.l. lgt. n. 1399 del 1917, ma, così facendo, omettono del tutto di individuare – come è invece loro onere, alla luce della costante giurisprudenza di questa Corte (ex plurimis, sentenza n. 218 del 2014; ordinanze n. 101 del 2015, n. 21 del 2003, n. 337 del 2002 e n. 97 del 2000) – le singole disposizioni, o parti di esse, la cui presenza nell’ordinamento determinerebbe la lamentata violazione dei parametri costituzionali e statutari evocati;

che, anche sotto questo profilo, si evidenzia un insuperabile difetto di motivazione sulla rilevanza delle questioni sollevate, cui consegue la manifesta inammissibilità delle stesse, come espressamente eccepito – pure per questa ragione – dalle parti private intervenute.

PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE

riuniti i giudizi,

dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale degli articoli da 124 a 137 del decreto-legge luogotenenziale 19 agosto 1917, n. 1399 (Approvazione del testo unico delle disposizioni di legge emanate in conseguenza del terremoto del 28 dicembre 1908), in riferimento agli artt. 3 della Costituzione e 14, primo comma, lettere f) ed s), del regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 455 (Approvazione dello statuto della Regione siciliana), convertito dalla legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2, e dell’art. 1, comma 2, del decreto legislativo 1° dicembre 2009, n. 179 (Disposizioni legislative statali anteriori al 1° gennaio 1970, di cui si ritiene indispensabile la permanenza in vigore, a norma dell’articolo 14 della legge 28 novembre 2005, n. 246), in riferimento all’art. 76 Cost., sollevate dal Tribunale amministrativo regionale per la Sicilia, sezione staccata di Catania, con le ordinanze indicate in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 22 marzo 2016.

F.to:
Paolo GROSSI, Presidente
Nicolò ZANON, Redattore
Roberto MILANA, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 13 aprile 2016.



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Re: Legge urbanistica

Messaggio da panorama » gio ago 31, 2017 1:22 pm

ricorso straordinario al PdR respinto.

Tutelati i diritti di terzi.

N.B.: fate valere questi diritti e Norme.
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1) - ordine di demolizione di opere edili costruite senza permesso, e ......, di rigetto della richiesta di permesso di costruzione in sanatoria.

Con il presente Parere il CdS precisa:

2) - Il provvedimento di diniego della richiesta di permesso di costruire in sanatoria del ..... non poteva non tener conto del diritto fatto valere dal confinante, in ordine alla necessità del rispetto della distanza dagli altri fabbricati.

3) - Né può essere condivisa la tesi del ricorrente secondo cui la disposizione di cui all’art. 11, comma 3, del d.P.R. n. 380/2001 (“il rilascio del permesso di costruire non comporta limitazione dei diritti di terzi”) non incide sul diritto del confinante a far valer il proprio diritto all’osservanza delle distanze prescritte dalla normativa;
- ) - al contrario, vale il principio per cui l’amministrazione è tenuta ad accertare la conformità dell’opera alla disciplina urbanistica, e a non ledere eventuali diritti di terzi che siano stati fatti valere o siano individuabili.

4) - Risultano anche infondate le doglianze circa la carenza di attualità dell’interesse pubblico nonché di motivazione e di istruttoria, in quanto il decorso del tempo dalla realizzazione dell’abuso edilizio non è rilevante e l’ordine di demolizione di un’opera abusiva costituisce atto dovuto e vincolato che non necessita di particolare motivazione (Cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 4 marzo 2013, n. 1268 e Sez. VI, 4 marzo 2013, n. 1886).
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PARERE ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 1 ,numero provv.: 201701890 - Public 2017-08-30 -

Numero 01890/2017 e data 29/08/2017 Spedizione


REPUBBLICA ITALIANA
Consiglio di Stato
Sezione Prima

Adunanza di Sezione del 14 giugno 2017

NUMERO AFFARE 02331/2016

OGGETTO:
Ministero delle infrastrutture e dei trasporti dipartimento per le infrastrutture.

Ricorso straordinario al Presidente della Repubblica proposto dal signor L. F., nato a …… e residente ad Angiari, per l’annullamento dei provvedimenti del Comune di Angiari 10 gennaio 2013 n. 169, recante ordine di demolizione di opere edili costruite senza permesso, e 25 settembre 2012 n. 5236, di rigetto della richiesta di permesso di costruzione in sanatoria.

LA SEZIONE
Vista la relazione trasmessa nota 15 dicembre 2016 n. 12705, con la quale il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, dipartimento per le infrastrutture, gli affari generali ed il personale ha chiesto il parere del Consiglio di Stato;

visto il ricorso, notificato al Comune di Angiari a mezzo del servizio postale il 21 gennaio 2013 (data di spedizione);

viste le controdeduzioni del Comune di Angiari;

visto il parere interlocutorio n. 683/2017 adottato nell’adunanza del 22 febbraio 2017, con il quale questa Sezione ha disposto incombenti istruttori;

vista la nota 11 aprile 2017 n. 3876, con la quale il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha trasmesso la documentazione richiesta;

esaminati gli atti e udito il relatore, consigliere Antimo Prosperi.

Premesso.

Il signor F.. è proprietario di una ….. ubicata nel territorio comunale di Angiari, contraddistinta al catasto fabbricati al foglio …, mappale …..e inserita nel vigente strumento urbanistico in zona residenziale di completamento.

Alla fine dell’anno 2009, il signor F.. procedeva alla costruzione di una tettoia in legno di 5,10 mt. per 6,25 per ricovero di autoveicoli. Riferisce il signor F.. di aver proceduto alla realizzazione del predetto manufatto dopo aver acquisito l’assenso verbale del confinante signor B.. e di aver realizzato l’opera a distanza inferiore ai 5 metri previsti dal regolamento comunale.

Il Comune, a seguito di esposto ricevuto da parte del signor B.. nel marzo 2012, disponeva un sopralluogo in data 22 marzo 2012 della polizia municipale da cui risultava che all’interno della proprietà dei signori L. F. e A. B. era “stata realizzata e posta in opera nell’autunno 2009 una tettoia in legno ad uso ricovero autovetture in assenza di permesso autorizzativo. Il manufatto è costituito da una struttura travi-pilastri in legno, aperta sui quattro lati ad esclusione di un piccolo vano ripostiglio di mq. 6,30 collocato sull’angolo a nord-ovest e con copertura inclinata realizzata in assito con sovrapposta una guaina bituminosa, avente una superficie coperta di mq. 28,36, un’altezza media di ml. 2,325 ed un volume complessivi di mc. 65,90, rispettando i limiti stereometrici consentiti”.

Pertanto il responsabile dell’area tecnica del Comune emetteva la prima ordinanza di demolizione della predetta tettoia prot. n. 3022 del 7 giugno 2012.

Successivamente il signor F.., in data 3 settembre 2012, presentava richiesta di permesso di costruzione in sanatoria dell’opera di che trattasi. Tale richiesta, a seguito di preavviso di diniego in data 4 settembre 2012, veniva respinta con provvedimento del Comune prot. n. 5236 del 25 settembre 2012, impugnato con il presente ricorso, in quanto il manufatto non rispettava la distanza dal confine e mancava l’autorizzazione del confinante. Conseguentemente, il Comune emetteva la nuova ordinanza di demolizione prot. n. 169 del 10 gennaio 2013, anch’essa oggetto di impugnativa.

Il ricorso è affidato ai seguenti motivi.

A. Con riferimento al diniego di sanatoria:

1. Violazione e falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 11 e 36 del d.P.R. 380/2001 – eccesso di potere per mancanza dei presupposti – difetto di istruttoria – carenza di motivazione.

Il ricorrente sostiene che ai sensi dell’art. 36 del d.P.R. n. 380/2001, il permesso di costruire in sanatoria ha “come unico presupposto l’accertamento amministrativo di conformità della costruzione realizzata agli strumenti urbanistici ed edilizi vigenti al momento della realizzazione delle opere ed a quello di presentazione della domanda” e che ai sensi dell’art. 11, n. 3, dello stesso d.P.R. n. 380/2001 – secondo cui il “rilascio del permesso di costruire non comporta limitazioni dei diritti di terzi” – l’autorizzazione edilizia in sanatoria non incide sul diritto del vicino a ottenere l’osservanza delle distanze prescritte dalla normativa. Di conseguenza, sempre secondo il ricorrente, il provvedimento di sanatoria di irregolarità urbanistiche “esplica i suoi effetti soltanto sul piano dei rapporti pubblicistici-amministrativi, e non ha alcuna incidenza nei rapporti fra privati”. Inoltre, il manufatto andrebbe inquadrato nella categoria delle pertinenze e non violerebbe le distanze con i fabbricati di terzi in quanto è posto ad una distanza inferiore dal confine ai cinque metri previsti dal regolamento comunale.

B. Con riferimento all’ordinanza di demolizione:

1. Illegittimità derivata

2. Violazione e falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 3, 10, 22, 33 e 37 del d.P.R. n. 380/2001 – Eccesso di potere per mancanza di presupposti; violazione del giusto procedimento.

L’ordinanza di demolizione del Comune sarebbe, in primo luogo, viziata da illegittimità derivata in relazione ai profili di illegittimità denunciati in ordine al provvedimento di diniego di sanatoria.

Il ricorrente sostiene che la tettoia in questione non può essere ricondotta nell’ambito degli interventi che, ai sensi dell’art. 10, primo comma, del d.P.R. n. 380/2001, sono sottoposti al preventivo permesso di costruire, ma, più correttamente, a quelli sottoposti a preventiva denuncia di inizio attività ai sensi dell’art. 22, primo comma, dello stesso d.P.R. in quanto trattasi di un manufatto di dimensioni molto modeste e amovibile.

3. Eccesso di potere per difetto di motivazione, carenza di istruttoria – Mancanza di comparazione dell’interesse pubblico con quello privato – Carenza di attualità dell’interesse pubblico.

Il ricorrente, pur riconoscendo che i provvedimenti che dispongono la demolizione di opere edilizie, “costituendo atto dovuto ad applicazione vincolata”, non necessitano normalmente di particolare motivazione, tuttavia, quando l’amministrazione procede ad accertare l’abuso a notevole distanza di tempo dalla realizzazione delle opere, occorre una valutazione comparativa degli interessi coinvolti, che deve essere esplicitata nella motivazione del provvedimento. Nella fattispecie, invece, il Comune si è limitato a giustificare il provvedimento sulla base dell’assenza del consenso scritto da parte del proprietario confinante.

Il Comune di Angiari, nel controdedurre ha rappresentato che:

- gli uffici tecnici comunali avevano effettuato il sopralluogo presso la proprietà del signor F.. a seguito di un esposto del confinante signor B.. che segnalava la realizzazione di un’opera costruita abusivamente, non a distanza di legge;

- il Comune si è limitato ad eccepire un diritto che era già stato fatto valere da un soggetto terzo legittimamente interessato; la clausola “fatti salvi i diritti dei terzi”, come precisato dalla giurisprudenza amministrativa, non vuol dire negare un diritto di cui si è già a conoscenza;

- in assenza di un autorizzazione scritta del confinante, il Comune ha legittimamente respinto la domanda di permesso di costruire in sanatoria;

- dalla documentazione fotografica risulta che, contrariamente a quanto asserito dal ricorrente, il manufatto non è né di modeste dimensioni né facilmente rimovibile bensì costituisce “un’opera autonoma e ben definita che altera il prospetto dell’edificio principale e aumenta la volumetria”; le dimensioni e le caratteristiche del manufatto escludono che lo stesso abbia natura di pertinenza;

- interesse pubblico alla rimozione dell’abuso edilizio, non viene meno con il passare del tempo in quanto, come affermato dalla giurisprudenza amministrativa, l’abuso edilizio ha carattere permanente.

Il Ministero riferente ha concluso perché il ricorso sia respinto in quanto infondato.

Considerato

Risulta dalla richiamata documentazione e dalle fotografie in atti che, diversamente da quanto asserito dal ricorrente (secondo il quale la tettoia realizzata sarebbe “di dimensioni molto modeste, ma anche opera assolutamente precaria e perciò rimovibile in qualsiasi momento, non risultando né imbullonata, né, tantomeno, cementata al muro dell’abitazione principale”), il manufatto, realizzato senza il permesso di costruire, come verificato in sede di sopralluogo da parte della polizia municipale, ha “una superficie coperta di mq. 28,36, una altezza media di ml. 2,325 e un volume complessivo pari a mc. 65,90”. D’altra parte il ricorrente non ha fornito la prova dell’assenso del confinante signor B.. alla realizzazione dell’opera, ma anzi lo stesso confinante ha presentato un esposto al comune in cui segnalava la presenza di un’opera costruita abusivamente e non a distanza di legge.

La domanda di permesso di costruire in sanatoria in data 3 settembre 2012 costituisce implicitamente un riconoscimento da parte del ricorrente della necessità del permesso di costruire per il manufatto realizzato.

Il provvedimento di diniego della richiesta di permesso di costruire in sanatoria del 25 settembre 2012 non poteva non tener conto del diritto fatto valere dal confinante, in ordine alla necessità del rispetto della distanza dagli altri fabbricati.

Né può essere condivisa la tesi del ricorrente secondo cui la disposizione di cui all’art. 11, comma 3, del d.P.R. n. 380/2001 (“il rilascio del permesso di costruire non comporta limitazione dei diritti di terzi”) non incide sul diritto del confinante a far valer il proprio diritto all’osservanza delle distanze prescritte dalla normativa; al contrario, vale il principio per cui l’amministrazione è tenuta ad accertare la conformità dell’opera alla disciplina urbanistica, e a non ledere eventuali diritti di terzi che siano stati fatti valere o siano individuabili.

Per i suddetti motivi, e per le caratteristiche e le dimensioni del manufatto, cadono le censure sollevate relativamente all’ordinanza di demolizione del 10 gennaio 2013.

Risultano anche infondate le doglianze circa la carenza di attualità dell’interesse pubblico nonché di motivazione e di istruttoria, in quanto il decorso del tempo dalla realizzazione dell’abuso edilizio non è rilevante e l’ordine di demolizione di un’opera abusiva costituisce atto dovuto e vincolato che non necessita di particolare motivazione (Cfr. Cons. Stato, Sez. VI, 4 marzo 2013, n. 1268 e Sez. VI, 4 marzo 2013, n. 1886).

Pertanto, il ricorso va respinto.


P.Q.M.

esprime il parere che il ricorso debba essere respinto.



L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
Antimo Prosperi Mario Luigi Torsello




IL SEGRETARIO
Luisa Calderone

panorama
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Re: Legge urbanistica

Messaggio da panorama » mer mag 30, 2018 11:54 am

Ricorso straordinario al PdR ACCOLTO
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1) - la costruzione della parte controinteressata si trova ad una distanza inferiore a mt 10 prevista dall’articolo 9 del decreto ministeriale 2 aprile 1968, n. 1444, ritenendo tale distanza inderogabile e prevalente su eventuali previsioni contrastanti.


Il CdS ribadisce:

2) - In materia di distanza tra fabbricati, per costante giurisprudenza (Consiglio di Stato, sez. IV, 23 giugno 2017 n. 3093; 8 maggio 2017 n. 2086; 29 febbraio 2016 n. 856; Corte Cass. civ. sez. II, 14 novembre 2016 n. 23136), la disposizione contenuta nell’ art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968 ha carattere inderogabile poiché si tratta di norma imperativa la quale predetermina, in via generale ed astratta, le distanze tra le costruzioni, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza.

3) - In particolare, è stato chiarito che, l’art. 9, comma 2, del D.M. 2 aprile 1968, n. 1444, essendo stato emanato su delega della L. 17 agosto 1942, n. 1150, art. 41-quinquies (c.d. legge urbanistica), aggiunto dalla L. 6 agosto 1967, n. 765, art. 17, ha efficacia di legge dello Stato, sicché le sue disposizioni in tema di limiti inderogabili di densità, altezza e distanza tra i fabbricati prevalgono sulle contrastanti previsioni dei regolamenti locali successivi, ai quali si sostituiscono per inserzione automatica ( Corte cassazione, Sez. U, Sentenza n. 14953 del 07 luglio 2011).

4) - Si è affermato di conseguenza che “nella delimitazione dei rispettivi ambiti di competenza − statale in materia di “ordinamento civile” e concorrente in materia di “governo del territorio” − il punto di equilibrio è stato rinvenuto nell’ultimo comma dell’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968, ritenuto più volte dotato di “efficacia precettiva e inderogabile” (Corte costituzionale, sent. 10 maggio 2012, n. 114; ordinanza 19 maggio 2011, n. 173).

N.B.: leggete il tutto qui sotto.

P.S.: Sicuramente Il comune potrebbe essere chiamato al risarcimento dei danni che, oltre alle distanze fra costruzioni, bisogna pensare al mancato soleggiamento ed eventuale deprezzamento all'immobile frontista. Chissà se si ravvisa anche qualche reato penale, poiché ogni progetto riporta il grafico circoscritto delle costruzioni ivi esistenti.

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PARERE ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 1 ,numero provv.: 201801399 - Public 2018-05-29 -

Numero 01399/2018 e data 25/05/2018 Spedizione


REPUBBLICA ITALIANA
Consiglio di Stato
Sezione Prima

Adunanza di Sezione del 9 maggio 2018


NUMERO AFFARE 00459/2018

OGGETTO:
Ministero delle infrastrutture e dei trasporti - dipartimento per le infrastrutture, i sistemi informativi e statistici.


Ricorso straordinario al Presidente della Repubblica proposto dalla signora Teresa Lo Presti, nata a Messina il ……., residente a Bologna, contro il Comune di Peio e nei confronti delle signore Maria Teresa Dalla Torre e Fiorentina Dalla Torre, per l’annullamento della concessione ad edificare n. 6/2016, ricevuta in data 22 agosto 2016, di concessione ad edificare.

LA SEZIONE
Vista la relazione prot. n. 3049 del 22 febbraio 2018 con la quale il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti - dipartimento per le infrastrutture, i sistemi informativi e statistici - ha chiesto il parere del Consiglio di Stato sull'affare consultivo in oggetto;

visto il ricorso notificato a mezzo del servizio postale il 23 dicembre 2016 (data di spedizione);

esaminati gli atti e udito il relatore, consigliere Saverio Capolupo;


La ricorrente ha acquistato nel 1992 un maso, risalente al 1700, nel borgo di Strombiano nella valle di Peio che ha ristrutturato integralmente pur mantenendo le stesse caratteristiche tipologiche.

Detto maso, collocato in zona classificata centro storico, confina dal lato della parete finestrata con la costruzione dei vicini, signore Dalla Torre.

L’istante nel 2016 constatava che i vicini avevano iniziato alcuni lavori dal lato della parete finestrata.

A seguito di accesso agli atti, la signora Lo Presti veniva a conoscenza dell’avvenuto rilascio della concessione ad edificare impugnata per la sistemazione esterna e la realizzazione di un manufatto accessorio all’abitazione di proprietà.

Provvedeva, quindi, ad inviare una lettera di intimazione all’ente territoriale, affinché annullasse, in autotutela la concessione, alla provincia di Trento, quale ente sovraordinato, nonché ai titolari del titolo abilitativo.

Il Comune non forniva alcuna risposta.

I proprietari confinanti, per contro, producevano una relazione tecnica del progettista e del direttore dei lavori.

Con l’odierno gravante la ricorrente impugna il provvedimento, deducendone la illegittimità, per violazione del decreto ministeriale 2 aprile 1968, n. 1444.

Il Ministero riferente ritiene il ricorso infondato.

Il Comune di Peio ha presentato proprie controdeduzioni.

La ricorrente ha prodotto memoria di replica.

Considerato

1. La signora Lo Presti lamenta che la costruzione della parte controinteressata si trova ad una distanza inferiore a mt 10 prevista dall’articolo 9 del decreto ministeriale 2 aprile 1968, n. 1444, ritenendo tale distanza inderogabile e prevalente su eventuali previsioni contrastanti.

Evidenzia, poi, che per i nuovi edifici deve essere rispettata la distanza minima assoluta di 10 mt tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti.

Nel caso in esame si tratterebbe di una nuova costruzione a nulla rilevando che si sia in presenza di un manufatto in legno realizzato con funzione di divisorio delle proprietà sul confine, in quanto l’opera è fissata al suolo non transitoriamente e, quindi, deve essere considerata come una vera costruzione.

2. L’ente territoriale in sede di controdeduzioni sostiene che la disciplina applicabile al caso in esame sia quella fissata dall’articolo 873 del codice civile, confermata dall’articolo 7 dell’allegato 2 al codice dell’urbanistica e dell’edilizia nonché delle norme tecniche di attuazione del comune di Peio. Eccepisce, inoltre, la mancanza di qualsiasi violazione dell’articolo 9 del decreto ministeriale n. 1444/1968 in quanto la disciplina ivi dettata è applicabile alle nuove costruzioni ricadenti in zone diverse da quelle del centro storico.

Il Comune ritiene, altresì, che ai sensi dell’art. 58 della legge della Provincia autonoma di Trento 4 marzo 2008, n. 1 la giunta provinciale è abilitata a prevedere “nell’esercizio delle prerogative legislative primarie della Provincia” limiti e distanze fra fabbricati dai confini di proprietà in deroga a quanto previsto dal decreto del Ministro dei Lavori Pubblici 2 aprile 1968, numero 1444.

3. L’articolo 9 del decreto ministeriale n. 1444/1968 prevede le distanze minime diversificate tra fabbricati per le diverse zone territoriali omogene (comma 1) e le distanze minime tra fabbricati tra i quali siano interposte strade destinate al traffico dei veicoli (con esclusione della viabilità a fondo cieco al servizio di singoli edifici o di insediamenti) (comma 2).

In materia di distanza tra fabbricati, per costante giurisprudenza (Consiglio di Stato, sez. IV, 23 giugno 2017 n. 3093; 8 maggio 2017 n. 2086; 29 febbraio 2016 n. 856; Corte Cass. civ. sez. II, 14 novembre 2016 n. 23136), la disposizione contenuta nell’ art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968 ha carattere inderogabile poiché si tratta di norma imperativa la quale predetermina, in via generale ed astratta, le distanze tra le costruzioni, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza.

In particolare, è stato chiarito che, l’art. 9, comma 2, del D.M. 2 aprile 1968, n. 1444, essendo stato emanato su delega della L. 17 agosto 1942, n. 1150, art. 41-quinquies (c.d. legge urbanistica), aggiunto dalla L. 6 agosto 1967, n. 765, art. 17, ha efficacia di legge dello Stato, sicché le sue disposizioni in tema di limiti inderogabili di densità, altezza e distanza tra i fabbricati prevalgono sulle contrastanti previsioni dei regolamenti locali successivi, ai quali si sostituiscono per inserzione automatica ( Corte cassazione, Sez. U, Sentenza n. 14953 del 07 luglio 2011).

Anche la giustizia amministrativa ha ribadito tale principio con l’ulteriore precisazione che i citati limiti inderogabili trovano applicazione con riferimento alle nuove costruzioni, quale deve essere considerata quella oggetto del presente gravame (vigendo per il centro storico il generale divieto di realizzazione di costruzioni ex novo) intendendosi per tali gli edifici (o parti o sopraelevazioni di essi) “costruiti per la prima volta” e non già edifici preesistenti per i quali, in sede di ricostruzione, non avrebbe senso prescrivere distanze diverse (Consiglio di Stato, sez. IV, 4 agosto 2016 n. 3522).

Tali distanze sono coerenti con il perseguimento dell’interesse pubblico e non già con la tutela del diritto dominicale dei proprietari degli immobili finitimi alla nuova costruzione, tutela che è invece assicurata dalla disciplina predisposta, anche in tema di distanze, dal codice civile.

Invero, ai sensi dell’art. 41-quinquies della legge 17 agosto 1942 n. 1150, nella formulazione in vigore dal 30 giugno 2003, i richiamati limiti inderogabili sono imposti ai fini della formazione di nuovi strumenti urbanistici o della revisione di quelli esistenti. Ciò significa che essi sono previsti dalla norma primaria per la “nuova” pianificazione urbanistica e non già per intervenire sull’esistente.

4. Con riferimento all’asserito potere di deroga della Provincia ai principi generali di cui al D.M. n. 1444/1968, la Corte Costituzionale ha affermato che “la disciplina delle distanze minime tra costruzioni rientra nella materia dell’ordinamento civile e, quindi, attiene alla competenza legislativa statale; alle Regioni è consentito fissare limiti in deroga alle distanze minime stabilite nelle normative statali, solo a condizione che la deroga sia giustificata dall’esigenza di soddisfare interessi pubblici legati al governo del territorio.

Dunque, se da un lato non può essere del tutto esclusa una competenza legislativa regionale relativa alle distanze tra gli edifici, dall’altro essa, interferendo con l’ordinamento civile, è rigorosamente circoscritta dal suo scopo − il governo del territorio − che ne detta anche le modalità di esercizio" (Corte costituzionale, sentenze 3 novembre 2016 n. 231; 23 gennaio 2013 n. 6; 21 maggio 2014 n. 134; ordinanza 19 maggio 2011 n. 173).

Si è affermato di conseguenza che “nella delimitazione dei rispettivi ambiti di competenza − statale in materia di “ordinamento civile” e concorrente in materia di “governo del territorio” − il punto di equilibrio è stato rinvenuto nell’ultimo comma dell’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968, ritenuto più volte dotato di “efficacia precettiva e inderogabile” (Corte costituzionale, sent. 10 maggio 2012, n. 114; ordinanza 19 maggio 2011, n. 173).

Per le motivazioni che precedono il ricorso deve essere accolto nei sensi indicati in motivazione e, per l’effetto, è annullato il provvedimento impugnato, fatti salvi gli ulteriori provvedimenti dell’Amministrazione locale resistente.

P.Q.M.

esprime il parere che il ricorso straordinario debba essere accolto.




L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
Saverio Capolupo Mario Luigi Torsello




IL SEGRETARIO
Manuppelli Maria Cristina

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Re: Legge urbanistica

Messaggio da panorama » ven lug 27, 2018 12:29 am

Ricorso perso sulle distanze
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1) - concessione edilizia n. ... del 19 giugno 1996, rilasciata in favore della signora Fortunato Elvira, per la costruzione di un fabbricato rurale in agro di Lucera lamentando, in sintesi, che l’erigendo fabbricato sarebbe venuto ad essere ubicato sulla linea di confine tra due fondi in violazione della disciplina sulle distanze prevista per le zone agricole nonostante essa fosse richiamata nel preambolo della concessione edilizia.
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SENTENZA ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 4 ,numero provv.: 201804583

Public 2018-07-26


Pubblicato il 26/07/2018


N. 04583/2018 REG. PROV. COLL.
N. 01049/2008 REG. RIC.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente
SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1049 del 2008, proposto dalla signora Fortunato Elvira, rappresentata e difesa dall’avvocato Vincenzo Sica, con domicilio eletto presso lo studio Gigliola Mazza Ricci in Roma, via di Pietralata, n. 320;

contro
Gorgone Luigi, non costituito in giudizio;

nei confronti
Comune di Lucera, in persona del Sindaco in carica pro tempore, non costituito in giudizio;

per la riforma
della sentenza del T.a.r. per la Puglia - Bari, Sezione III, n. 4193 del 2 dicembre 2006, resa inter partes, concernente annullamento di concessione edilizia.


Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 10 maggio 2018 il consigliere Giovanni Sabbato e udito, per l’appellante, l’avvocato Vincenzo Sica;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO e DIRITTO

1. Il signor Luigi Gorgone ha impugnato, davanti al T.a.r. per la Puglia – Bari, Sez. III, la concessione edilizia n. 2127 del 19 giugno 1996, rilasciata in favore della signora Fortunato Elvira, per la costruzione di un fabbricato rurale in agro di Lucera lamentando, in sintesi, che l’erigendo fabbricato sarebbe venuto ad essere ubicato sulla linea di confine tra due fondi in violazione della disciplina sulle distanze prevista per le zone agricole nonostante essa fosse richiamata nel preambolo della concessione edilizia.

2. Il Tribunale, costituitesi sia l’Amministrazione comunale che la controinteressata signora Fortunato Elvira, ha :

- respinto l’eccezione di tardività del ricorso;

- respinto l’eccezione di inammissibilità del ricorso per difetto di interesse;

- respinto l’eccezione di inammissibilità del ricorso per la previa proposizione di azione possessoria innanzi al giudice civile (capo della sentenza non impugnato);

- accolto il ricorso nel merito;

- compensato le spese di giudizio.

4.1. In particolare, il Tribunale, con la sentenza in epigrafe (n. 4193 del 2 dicembre 2006), ha rilevato che:

- in ordine alla prospettata tardività, “la ricorrente ha affermato di aver avuto notizia della concessione solo all’epoca dell’effettuazione dei lavori di scavo e del successivo rilascio della concessione edilizia”;

- in ordine alla prospettata inammissibilità per difetto di interesse, “la pretesa al rispetto della normativa urbanistica in capo al confinante non può ritenersi limitata all’ipotesi in cui ricorra attualmente in capo allo stesso la possibilità di esercitare a sua volta lo jus edificandi”;

- infondata altresì è “l’eccezione di inammissibilità articolata sulla circostanza che il ricorrente avrebbe previamente adito il giudice ordinario con azione possessoria, attesa la diversità di petitum e causa petendi rispetto al giudizio in esame”;

- non è stata rispettata la disciplina urbanistica nel Comune di Lucera laddove prevede “un distacco assoluto di mt. 5 dal confine”.

5. Avverso tale pronuncia, la signora Elvira Fortunato ha interposto appello, articolando un unico complesso motivo di gravame nei termini di seguito sintetizzati:

- va riproposta l’eccezione di tardività del ricorso, in quanto il termine decadenziale, per ricorrere contro gli atti amministrativi soggetti a pubblicazione necessaria, decorre da tale momento per i soggetti non nominati;

- va altresì riproposta l’eccezione di inammissibilità del ricorso per difetto di interesse perché osta all’edificabilità del suolo la mancanza del lotto minimo di mq. 5000 previsto per l’edificazione in zona agricola;

- per quanto riguarda il merito della controversia, il distacco di mt. 5 dal confine non va considerato assoluto ed inderogabile, come da perizia di tecnico comunale allegata, in quanto non è esclusa la possibilità di costruire in aderenza secondo il principio codicistico di prevenzione;

- con vittoria di spese ed onorari di giudizio.

6. Non si sono costituiti in giudizio, ancorché ritualmente intimati, sia il Comune di Lucera sia il signor Luigi Gorgone.

7. In vista della trattazione nel merito del ricorso l’appellante non ha svolto difese scritte.

8. Il ricorso, discusso alla pubblica udienza del 10 maggio 2018, non merita accoglimento.

9. L’appellante principia dalla contestazione delle statuizioni in rito della pronuncia odiernamente impugnata, ed in primis nella parte in cui ha disatteso l’eccezione di tardività del gravame alla luce delle considerazioni sinteticamente riprodotte al § 4.1., ove si evidenzia che il ricorrente ha avuto notizia del rilascio della concessione edilizia impugnata solo con l’effettuazione dei lavori di scavo. L’appellante assume che l’individuazione del dies a quo dal quale far decorrere il termine per insorgere in sede giurisdizionale non può andare disgiunta dalla riconduzione del titolo edificatorio al regime pubblicitario che prevede il ricorso all’albo pretorio comunale.

Il rilievo non coglie nel segno.

Invero, come da giurisprudenza consolidata, anche di questa Sezione (sentenza n. 3075 del 2018), rilevato che la “piena conoscenza” non deve essere intesa quale “conoscenza piena ed integrale” del provvedimento stesso, il momento dal quale far decorrere il termine per impugnare il permesso di costruire è da individuare “nell’inizio dei lavori, nel caso si sostenga che nessun manufatto poteva essere edificato sull’area; ovvero, laddove si contesti il quomodo (distanze, consistenza ecc.), dal completamento dei lavori o dal grado di sviluppo degli stessi, se si renda comunque palese l’esatta dimensione, consistenza, finalità, dell’erigendo manufatto”. Atteso il tenore delle censure sollevate dal ricorrente di primo grado, che lamenta, come detto, la violazione delle distanze, il termine anzidetto può essere anticipato al più alla “constatazione della presenza dello scavo” (cfr. sentenza n. 3075 cit.) in considerazione della pubblicazione all’albo pretorio oltre che alla presumibile esposizione in cantiere, come per legge, del cartello dei lavori. Le considerazioni rese dal Tribunale, in punto di ricevibilità del ricorso, vanno quindi confermate laddove individua proprio nella “effettuazione dei lavori di scavo” il dies a quo del termine per ricorrere. Non emergono, infatti, elementi in fatto che univocamente denotino la conoscenza del titolo in epoca antecedente a tale momento non essendo a tal uopo sufficiente la semplice sottoposizione al regime pubblicitario dell’albo pretorio.

10. Nemmeno può dirsi fondata la deduzione volta a contestare l’ulteriore statuizione in rito, relativa alla eccezione di inammissibilità del ricorso instaurativo della lite per difetto di interesse a ricorrere, anch’essa sollevata dall’appellante in sede di costituzione nel giudizio di primo grado, evidenziando a tal fine che il suolo di controparte non è concretamente edificabile per la mancanza del lotto minimo richiesto dalla disciplina urbanistica localmente vigente.

10.1. La critica dell’appellante non può essere condivisa.

10.2. Il Collegio rammenta, al riguardo, che, secondo i principi che governano il processo amministrativo, l’interesse a ricorrere è caratterizzato dalla presenza degli stessi requisiti che caratterizzano l'interesse ad agire di cui all’art. 100 c.p.c. - vale a dire la prospettazione di una lesione concreta ed attuale della sfera giuridica del ricorrente e l'effettiva utilità che potrebbe derivare a quest’ultimo dall’eventuale annullamento dell’atto impugnato - così che il ricorso deve essere considerato inammissibile per carenza di interesse in tutte le ipotesi in cui l’annullamento giurisdizionale di un atto amministrativo non sia in grado di arrecare alcun vantaggio all’interesse sostanziale del ricorrente (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 5 febbraio 2018, n. 707; sez. VI, 2 marzo 2015, n. 994; sez. V, 23 ottobre 2014, n. 5255; Ad. plen. n. 9 del 2014).

10.3. Per pacifica giurisprudenza la legittimazione dei soggetti terzi, non direttamente destinatari del provvedimento, è riconosciuta nel settore in questione in base al criterio cosiddetto della vicinitas, ovvero in caso di stabile collegamento materiale tra l’immobile del ricorrente e quello interessato dai lavori, quando questi ultimi comportino contra legem un’alterazione del preesistente assetto urbanistico ed edilizio; quanto al pregiudizio della situazione soggettiva protetta dei medesimi soggetti terzi, il danno è ritenuto sussistente in re ipsa per gli abusi edilizi, in quanto ogni edificazione abusiva incide se non sulla visuale, quanto meno sull’equilibrio urbanistico del contesto e l’armonico e ordinato sviluppo del territorio, a cui fanno necessario riferimento i titolari di diritti su immobili adiacenti, o situati comunque in prossimità a quelli interessati dagli abusi (cfr. in tal senso per il principio, fra le tante, Cons. Stato, sez. IV, 11 giugno 2015, n. 2861; 23 giugno 2015, n. 3180; 19 novembre 2015, n. 5278; sez. III, 17 novembre 2015, n. 5357; sez. VI, 21 marzo 2016, n. 1156); solo in rapporto alle scelte di pianificazione urbanistica, invece, si richiede che i titolari di aree limitrofe, non direttamente incise dalla nuova disciplina, diano riscontri probatori del danno riconducibile al godimento, o al valore di mercato, dell’area su cui insistano gli immobili dai medesimi posseduti, per effetto della nuova normativa (cfr. in tal senso Cons. Stato, sez. IV, 25 maggio 2015, n. 2588; 9 luglio 2015, n. 3432 e 16 luglio 2015, n. 3579).

10.4. Alla luce di tali coordinate che presiedono alla preliminare ricognizione delle condizioni dell’azione, deve ritenersi che la sussistenza del rapporto di vicinitas tra le rispettive proprietà è idoneo e sufficiente a giustificare la sussistenza della legittimazione a ricorrere, consistente nella titolarità di una posizione giuridica qualificata e differenziata, meritevole di tutela giuridica, quando, come nel caso di specie, si lamenti che il titolo edilizio rilasciato sia in violazione della disciplina sulle distanze (Cons. Stato, sez. VI, 5 gennaio 2015, n. 11).

11. Col terzo motivo d’appello, impingente questa volta nel merito delle deduzioni sollevate in prime cure, si lamenta l’insussistenza di una disciplina urbanistica localmente vigente adeguatamente derogatoria del principio di prevenzione desumibile dagli artt. 873, 874, 875 e 877 del codice civile, in base al quale, nell’ipotesi in cui su due fondi vicini non esistano costruzioni, chi dei due proprietari costruisca per primo esercita l’opzione tra:
a) costruire sul confine,
b) costruire osservando il distacco dal confine prescritto dal codice civile o dalle norme edilizie integratrici;
c) costruire ad una distanza dal confine inferiore alla metà del distacco complessivamente previsto.

11.1. Il motivo non è fondato.

11.2. L’appellante, come controdedotto nel corso del giudizio di primo grado, assume di avere esercitato tale facoltà siccome non superata dall’art. 11 delle norme di attuazione del P.R.G. dalla seguente formulazione: “Le distanze minime dei fabbricati dal limite di comparto e da altri fabbricati stabilite per ogni zona nella apposita legenda hanno valore assoluto ed inderogabile…Il limite di zona di P.R.G. si deve considerare, agli effetti delle distanze, come limite di comparto”. Tale previsione va letta in combinato disposto con quanto previsto per la zona “Verde Agricola”, nella quale la particella (n. 214) di proprietà dell’appellante è ricompresa, ove è prescritto quanto segue: “distacco minimo dai confini (assoluto) mt. 5,00”; “distacco minimo dai fabbricati (assoluto) mt. 10,00”.

11.3. Si tratta, quindi, di stabilire se tale complessiva disciplina abbia valenza derogatoria di quella contenuta nel codice civile, laddove, come detto, sancisce il principio di prevenzione temporale.

Il quesito va sciolto alla luce del recenziore orientamento della giurisprudenza di legittimità. Infatti, con la sentenza n.10318 del 19 maggio 2016, le Sezioni Unite civili della Corte di Cassazione hanno ritenuto, in tema di distanze tra costruzioni, che “si applica il principio codicistico di prevenzione — per il quale il confinante che costruisce per primo viene a condizionare la scelta del vicino che voglia a sua volta costruire — anche nell'ipotesi in cui un regolamento edilizio locale si limiti a stabilire un distacco minimo tra le costruzioni maggiore rispetto a quello contemplato dall'art. 873 c.c., senza prescrivere altresì una distanza minima delle costruzioni dal confine o vietare espressamente la costruzione in appoggio o in aderenza; non è, pertanto, preclusa al preveniente la possibilità di costruire sul confine o a distanza dal confine inferiore alla metà di quella prescritta tra le costruzioni e al prevenuto la corrispondente facoltà di costruire in appoggio o in aderenza, in presenza dei presupposti previsti dagli art. 874, 875 e 877 c.c.”. In particolare, la Corte di legittimità ha ritenuto non condivisibile l’orientamento secondo il quale dalla “assolutezza” della distanza tra le costruzioni discenda la “inderogabilità” della stessa, posto che le previsioni di distanze inderogabili che non ammettono la facoltà di costruire sul confine o in aderenza sono espressamente normate. Ne consegue che laddove la normativa regolamentare locale prescriva soltanto un distacco assoluto tra le costruzioni, non può essere esclusa la facoltà di edificare sul confine o a distanza dallo stesso inferiore alla metà di quella normata. Con l’ulteriore effetto che, qualora non siano realizzate costruzioni in appoggio o in aderenza, deve essere rispettata la distanza prescritta. Secondo le Sezioni Unite non costituisce inoltre ostacolo all’operatività del criterio della prevenzione, l’esigenza di assicurare un’equa ripartizione dell’onere tra gli interessati, in quanto tale necessità è garantita dal meccanismo della prevenzione stesso, il quale attribuisce al prevenuto l’esercizio di facoltà che, non essendo opponibili dal preveniente, fanno da contrappeso a colui che ha costruito per primo.

11.4. Orbene, in base all’esposto orientamento del Supremo Collegio, sussistono spiragli applicativi in favore del principio di prevenzione quando la normativa urbanistica locale si limiti a stabilire distanze minime tra fabbricati ma non anche, come nel caso di specie, quando imponga una distanza minima dal confine deliberatamente introducendo per tal via una disciplina derogatoria del principio codicistico di prevenzione. Tale statuizione può essere sterilizzata nella sua efficacia applicativa soltanto quando consenta espressamente l’edificazione sul confine, previsione questa non contemplata dallo strumento urbanistico del Comune di Lucera.

11.5. L’appellante valorizza nelle sue deduzioni la previsione di cui all’art. 11 delle Norme di attuazione, su riprodotto nel suo tratto testuale, assumendone la inapplicabilità al caso di specie in quanto prevede tale statuizione la inderogabilità solo delle distanze dei fabbricati dai limiti di comparto e dai limiti di zona, fattispecie estranea a quella di causa.

11.6. Orbene, ritiene il Collegio che l’esclusione del principio di prevenzione deriva dalla sola previsione urbanistica/edilizia circa il “distacco minimo” dal confine in assenza di ogni espresso riconoscimento circa la facoltà di costruire in aderenza o in appoggio. Non va trascurato che, di recente, il Supremo Collegio (Cassazione civile sez. II 14 maggio 2018 n. 11664), nel precisare il proprio orientamento, ha affermato che il criterio della prevenzione, previsto dagli artt. 873 e 875 c.c., è derogato dal regolamento comunale edilizio allorché questo fissi la distanza non solo tra le costruzioni, ma anche delle stesse dal confine, salvo che lo stesso consenta ugualmente le costruzioni in aderenza o in appoggio, nel qual caso il primo costruttore ha la scelta tra l’edificare a distanza regolamentare e l’erigere la propria fabbrica fino ad occupare l’estremo limite del confine medesimo, ma non anche quella di costruire a distanza inferiore dal confine, poiché detta prescrizione ha lo scopo di ripartire tra i proprietari confinanti l’onere della creazione della zona di distacco. Detto principio si rende quindi applicabile soltanto se le vigenti disposizioni urbanistiche locali non dispongano diversamente, mentre, avuto riguardo al carattere indiscutibilmente cogente di simili fonti normative, preordinate alla tutela di interessi generali, non lo è allorquando - come nel caso di specie - queste dettino precise regole in materia di distacco dai confini.

12. In conclusione, il ricorso va respinto e, per l’effetto, confermata la sentenza di primo grado.

13. Le oscillazioni giurisprudenziali sulla questione giustificano la compensazione delle spese del presente grado di giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto (R.G. n. 1049/2008), lo respinge e, per l’effetto, conferma la sentenza di primo grado.

Spese del presente grado di giudizio compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nelle camere di consiglio del 10 maggio e 18 luglio 2018 con l'intervento dei magistrati:
Filippo Patroni Griffi, Presidente
Fabio Taormina, Consigliere
Leonardo Spagnoletti, Consigliere
Daniela Di Carlo, Consigliere
Giovanni Sabbato, Consigliere, Estensore


L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
Giovanni Sabbato Filippo Patroni Griffi





IL SEGRETARIO

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