La diagnosi Psicologica in ambito Militare

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Alessandra DAlessio
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La diagnosi Psicologica in ambito Militare

Messaggio da Alessandra DAlessio » lun giu 10, 2019 3:14 pm

In questo breve articolo vorrei porre l’accento sulle conseguenze della valutazione psicologica in ambito militare. Sono sempre più numerosi i militari che mi chiedono aiuto nella comprensione della propria diagnosi. Esprimono preoccupazione per il futuro, delusione e tanta solitudine.

In ambito militare è prevista, in specifiche situazioni, una lunga ed estenuante valutazione psicologica. Non è mia intenzione entrare nel merito delle motivazioni di invio vorrei invece dare delle indicazioni su come affrontare al meglio le conseguenze di un accertamento psicologico e/o psichiatrico.

Comunemente si è portati a credere che una diagnosi psicologica sia alla stessa stregua di una diagnosi medica, ma non è affatto così. La diagnosi psicologica, a differenza di quella medica, esprime, seppur indirettamente, un giudizio sul soggetto. Rilevo con molta frequenza che ciò che viene recepito dalla persona è “tu sei la tua patologia”.

Le diagnosi psicologiche si esprimono sulla personalità del valutato, sui suoi limiti e sui suoi punti di forza utilizzando un linguaggio tecnico e poco comprensibile dai non addetti ai lavori. La frase che mi sento ripetere più spesso è “dottoressa io non sono pazzo!”.

Si proprio così perché è questo che innesca la diagnosi nel nostro ambito. I militari vogliono sapere cosa sta accadendo e soprattutto il perché nelle infermerie e nelle CMO di tutta Italia a fronte di un test di personalità o di un colloquio psicologico vengono tenuti in convalescenza per mesi senza un aiuto concreto nella interpretazione delle valutazioni e soprattutto senza un adeguato sostegno psicologico.

Cosa si può fare in questi casi? Innanzitutto spiegare al paziente che la sua valutazione è il frutto di un lavoro statistico e validato su estesi campioni e che la diagnosi è superabile, curabile, e che per questo motivo “nessuno è la propria diagnosi”.

In ambito psicopatologico si definisce malattia l’ "allontanamento dalla normalità":

i valutatori tracciano un profilo diagnostico confrontando i comportamenti delle persone con quelli elencati nelle liste di controllo contenute nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) ed a partire da quello, seguendo delle tabelle specifiche, stilano dei profili che possono risultare compatibili o non compatibili con il servizio militare incondizionato.

Ciò che rilevo è che il valutatore viene visto come un inquisitore: subire una diagnosi di psicopatologia è un po’ come essere accusati di un crimine. Di fatto ci si vede sottrarre la possibilità di proseguire il proprio servizio a causa di un sistema che prevede un'eventuale difesa solo a posteriori, cioè alla fine del percorso di inabilità. E’ una fase molto stressante, vissuta il più delle volte con importanti stati di ansia e le cui conseguenze oltre a ricadere sul soggetto si riversano sull’intero contesto famiglia.

La mia pratica, e la conseguente esperienza sul campo, mi consente di asserire che quanto prima si riconosce il disagio e ci si attiva su uno specifico intervento, maggiormente avremmo la possibilità di diminuire il periodo di inabilità ed evitare l’ iscrizione sotto un’etichetta diagnostica con tutte le conseguenze del caso.

E’ evidente che manca uno specifico modello d’intervento che, allo stato attuale, è rappresentato unicamente dalla diagnosi. Il risultato è che il soggetto finisce con l’essere incasellato in una categoria dalla quale difficilmente potrà uscire, e questo determina paura, disorientamento ed impotenza.

Si procede unicamente a dichiarare il soggetto “affetto da un disturbo” ignorando il potere della psicoterapia e senza offrire la possibilità di una idonea riabilitazione, rinviandola esclusivamente alle capacità individuali di attivazione in tal senso.

E’ bene sapere che uscire dal tunnel della patologia tout court da soli è una impresa assai difficile: è invece indispensabile iniziare un percorso di psicoterapia che sia in grado di sostenere il soggetto anche e soprattutto nel superamento delle evidenze raccolte nelle valutazioni della CMO.

Quando ci troviamo di fronte ad un militare inserito in un siffatto iter valutativo non si può restare inermi ma occorre individuare prima possibile un adeguato percorso ed il lavoro sinergico con le istituzioni diventa opportuno e talvolta indispensabil


Dott.ssa Alessandra D'Alessio
Psicologa Clinica e del Lavoro
Psicologa Forense

Psicoterapeuta
Via R. Montecuccoli n.15 Roma
Tel 3429204614
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Re: La diagnosi Psicologica in ambito Militare

Messaggio da nuraghe » mer giu 12, 2019 2:58 pm

Essere in riposo domiciliare o peggio ancora essere riformati per problemi psicologici e' una vera tragedia per molti che viste le conseguenze tendono a minimizzare o nascondere il problema;ora cosa rischia e cosa perde realmente un riformato per questi motivi?

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