Equitalia: sentenza ed altro

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Equitalia: sentenza ed altro

Messaggio da panorama » mar mar 31, 2015 10:00 pm

Questa si che è una bella sentenza in favore dei cittadini.
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1) - Seppur detta circostanza fosse vera e fosse stata riscontrata, essa non appare dirimente: le amministrazioni agiscono in via procedimentalizzata ed hanno l’onere di conservare copia degli atti inoltrati al privato, che potrebbe non esserne più in possesso per svariate ragioni (disordine, perdita del documento, malconservazione, trasloco, furto etc).

2) - Il privato che non è più in possesso di un atto –che pur doveva diligentemente conservare – non può essere mutilato nella propria difesa, a cagione di tale accadimento: ritrae dallo stesso una “sanzione” endemica (paga, infatti, il rilascio della copia) ma ha il diritto comunque ad ottenerne copia per difendersi (arg, anche ex Cass. civ. Sez. VI - 5, Ord., 30-07-2013, n. 18252 in punto di necessità per le Amministrazioni di “provare” ciò che hanno comunicato al privato).

3) - Il concessionario deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell'avvenuta notificazione o l'avviso di ricevimento ed ha l'obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell'amministrazione.

4) - La prospettiva va simmetricamente rovesciata: se la documentazione esiste, va esibita: ciò per quanto finora chiarito, e perché vi è un interesse tutelato ad ottenere l’esibizione dell’originale della cartella di pagamento e relata di notifica.

5) - Ed il concessionario dovrà quindi ricercarla ed esibirla.

6) - Osserva peraltro il Collegio che quanto sinora affermato costituisce convincimento perfettamente in linea con quanto sostenuto dalla giurisprudenza di legittimità, laddove si consideri che la Cassazione Civile, Sez. VI con la Ordinanza, 30-07-2013, n. 18252 resa proprio in una controversia in cui era parte Equitalia ha avuto modo di affermare che “qualora il contribuente assume che il plico raccomandato in busta chiusa con il quale gli sono state notificate alcune cartelle di pagamento conteneva soltanto il bollettino di versamento e non anche il corpo delle cartelle (con conseguente minorazione del diritto di difesa) è onere del mittente del plico raccomandato fornire la dimostrazione del suo esatto contenuto.” (si veda, ancora, Cass. Civ Sez. Tributaria sent. n. 2625 dell’11.02.2015).

Il resto leggetelo qui sotto.
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SENTENZA ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 4 ,numero provv.: 201501705
- Public 2015-03-31 -


N. 01705/2015REG.PROV.COLL.
N. 08810/2014 REG.RIC.


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)
ha pronunciato la presente

SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 8810 del 2014, proposto da:
OMISSIS, rappresentato e difeso dall'avv. Mario Chieffallo, con domicilio eletto presso Segreteria Sezionale Cds in Roma, piazza Capo di Ferro, 13;

contro
Equitalia Sud Spa, in persona del legale rappresentante in carica rappresentato e difeso dall'avv. Carmela Parisi, con domicilio eletto presso Parisi Ferragina& in Roma, Via Millevoi 81;

per la riforma
della sentenza del T.A.R. della CALABRIA – Sede di CATANZARO- SEZIONE II n. 01607/2014, resa tra le parti, concernente diniego accesso - rilascio copie cartelle di pagamento;

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Equitalia Sud Spa;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 10 febbraio 2015 il Consigliere Fabio Taormina e uditi per le parti gli Avvocati Briganti, per delega dell'Avv. Chieffalo, e Sabatino, per delega dell'Avv. Parisi;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO

Con la sentenza in epigrafe impugnata il Tribunale amministrativo regionale della Calabria – Sede di Catanzaro – ha deciso il ricorso proposto dall’odierna parte appellante e volto ad ottenere l'accesso alle cartelle esattoriali indicate nella istanza dalla stessa parte appellante presentata all’appellata Equitalia.

Essa aveva chiarito che la risposta di Equitalia alla propria istanza era stata insoddisfacente, in quanto le erano stati ostesi, unicamente: copia, di cui non era attestata la conformità all’originale delle cartelle, alcuni estratti di ruolo corredati dell’avviso di ricevimento delle relative cartelle; copia di semplici estratti di ruolo, privi di copia conforme all’originale, a suo avviso asseritamente riproducenti le cartelle esattoriali epigrafate nonché svariati avvisi di ricevimento; “semplici estratti di ruolo”.

Aveva pertanto agito in giudizio per ottenere la condanna di parte appellata all’ostensione della completa documentazione oggetto della richiesta, in quanto indispensabile per valutare la eventuale strategia difensiva da intraprendere con conseguente ordine di esibizione alla parte resistente dei documenti richiesti.

Il Tar ha riepilogato i termini della controversia richiamando il disposto di cui l’art. all’art. 26 comma 4 del d.P.R. 29 settembre 1973 n. 602 ed il consolidato principio secondo cui in relazione alla cartella esattoriale, la richiesta di accesso, ai sensi degli artt. 22 ss., l. 7 agosto 1990, n. 241, si pone come strumentale rispetto alla tutela dei diritti del contribuente.

Ha però in punto di fatto preso atto della circostanza secondo la quale non sussisteva dimostrazione alcuna che Equitalia Sud fosse in possesso di ulteriore documentazione riguardante l’interessata, oltre quella consegnata, tenuto conto anche delle affermazioni contenute nella memoria difensiva della parte odierna appellata secondo cui “l’Agente della riscossione ha regolarmente rilasciato alla ricorrente copia degli estratti di ruolo delle cartelle notificate nel corso degli anni, vale a dire tutta la documentazione in possesso della resistente e alla stessa riferibile e che, ad ogni buon conto, si allega nuovamente alla presente memoria” e secondo cui “la società resistente ha consegnato al contribuente la documentazione a lui riferibile e che doveva detenere per legge”; ed ancora “ … Più precisamente, le cartelle di pagamento, di cui il ricorrente sembra voler ottenere la copia in originale, non sono più nella disponibilità della società comparente perché notificate al debitore”.

Ha pertanto ritenuto sussistere la condizione di improcedibilità di cui all’art. 35, comma 1, lett. c), c.p.a. ed ha dichiarato il mezzo improcedibile, compensando le spese.

La originaria parte ricorrente ha impugnato la detta decisione criticandola sotto ogni profilo e riproponendo alcune delle tesi rappresentate al Tar in primo grado.

La sentenza era errata in quanto l’interesse alla ostensione era in re ipsa ed egli aveva il diritto di ottenere l’accesso a detti atti (che il concessionario della riscossione, di converso, doveva conservare): la mera produzione dell’estratto del ruolo e delle relate di notifica non era sufficiente, in carenza di produzione delle cartelle esattoriali, a nulla rilevando che si assumesse che esse erano state in passato notificate al privato.

Con la terza censura ha ribadito la fondatezza della doglianza (non esaminata dal Tar) secondo cui egli avrebbe avuto diritto all’inoltro per via telematica della prescritta documentazione.

L’appellata ha depositato una memoria chiedendo la reiezione del gravame.

Ha in proposito sostenuto, da un canto, che l’appello era inammissibile ex art. 101 del cpa, essendosi l’appellante sottratto all’obbligo di criticare partitamente la motivazione della sentenza gravata ed essendosi limitato a reiterare le argomentazioni contenute nel mezzo di primo grado.

Secondariamente ha sostenuto che l’appello fosse inammissibile per omessa impugnazione dello specifico capo con cui era stato riconosciuto che Equitalia non era in possesso della documentazione richiesta.

Nel merito, ha sostenuto che il disposto di cui all’ art. 26 del dPR n. 602/1973 onerava alternativamente il concessionario a conservare per cinque anni o la matrice o la copia della cartella con la relazione dell'avvenuta notificazione o l'avviso di ricevimento.

Il concessionario aveva notificato in via diretta a mezzo posta la cartella di pagamento e pertanto non possedeva più quest’ultima: essa non poteva essere condannata ad esibirla.

Alla odierna camera di consiglio del 10 febbraio 2015 la causa è stata trattenuta in decisione dal Collegio.

DIRITTO

1. L’appello è fondato e va accolto nei termini di cui alla motivazione che segue e con le assorbenti precisazioni che seguono.

1.1. L’eccezione di inammissibilità del mezzo ex art. 101 cpa articolata da parte appellata è del tutto infondata: l’appellante – a fronte di una statuizione resa ex art. 35 del cpa- non poteva che puntualizzare e ribadire gli argomenti che militavano per il proprio diritto ad avere esibita la documentazione. La sentenza non ha smentito alcuna delle dette motivazioni: il Tar ha reso la statuizione di improcedibilità a cagione di una affermazione successiva dell’appellata, resa in udienza.

Il mezzo è ammissibile.

1.2. Parimenti va disattesa l’eccezione di inammissibilità del mezzo a cagione della omessa impugnazione del capo di sentenza con cui si era fatto presente che Equitalia non era in possesso della richiesta documentazione e che sul punto non v’erano state smentite ad opera della parte odierna appellante.

Il punto verrà meglio chiarito di seguito, ma appare evidente che trattasi di un obiter e che, soprattutto, in nessun modo l’appellante avrebbe potuto “smentire” una dichiarazione di Equitalia (non avendo, essa diretto accesso agli archivii di Equitalia): la statuizione de quo non sorregge autonomamente alcunché, e non doveva essere impugnata.

2. Ciò premesso, si rileva che il Tar non si è discostato dagli approdi raggiunti dalla giurisprudenza amministrativa più recente (ex aliis Cons. Stato, Sez. IV, 12 maggio 2014, n. 2422, in precedenza Cons. Stato n. 4821/2013 e Sez. IV, 30 novembre 2009, n. 7486) che, anzi, ha espressamente richiamato nella propria pronuncia.

2.1. Ha pur tuttavia adottato una decisione non condivisibile sia in punto di ripartizione dell’onus probandi che in punto di omessa applicazione dell’art. art. 6, comma 2, del D.P.R. n. 184 del 2006”.

3. La decisione gravata, giunge ad un approdo che, ad avviso del Collegio è non condivisibile.

3.1. Invero pare al Collegio che non possa dubitarsi di alcune circostanze, che costituiscono il sostrato applicativo delle disposizioni in materia di accesso e, più particolarmente, della legge generale sul procedimento amministrativo di cui alla legge n. 241/1990.

3.2. Deve pertanto puntualizzarsi e ribadirsi che:

a) la trasparenza, “serve” ed è utile, sia a conoscere la ratio dei provvedimenti emessi dall’Amministrazione che per poterli eventualmente contestare;

b) tale ultima facoltà è diretto precipitato dell’art. 24 della Costituzione: è incomprimibile, integra potere discrezionale della parte, e non è sindacabile la strumentalità/utilità dell’atto richiesto ai fini di difesa in giudizio;

c) da quanto suesposto consegue che, se il cittadino è destinatario di un certo atto asseritamente lesivo, ha diritto ad ottenere tutta la documentazione utile per (valutare se) contestarlo, e comunque, certamente di tutta la documentazione allo stesso sottesa, ed “utilizzata” dall’Amministrazione per emettere il detto atto asseritamente lesivo.

Se si muove da queste coordinate, non si può poi, ulteriormente non rilevare, che il cittadino non è tenuto a possedere nozioni giuridiche elevate, tali da comprendere a quale Ente debba rivolgere la richiesta di ostensione: ma se riceve un atto x dall’ente Y, e se l’Ente Y per emettere l’atto X ha utilizzato la documentazione Z, il cittadino che voglia ottenere detta documentazione Z deve richiederla (unicamente!) all’Ente Y.

Sarà questo (che, appunto, ebbe ad utilizzarla) a doverla trasmettere, eventualmente in copia, e/o, ove non ne sia in possesso, a richiederla all’Ente che allo stesso ebbe originariamente a trasmetterla, avendola formata.

E’ questo il senso dell’art. art. 6, comma 2, del D.P.R. n. 184 del 2006 (“la richiesta formale presentata ad amministrazione diversa da quella nei cui confronti va esercitato il diritto di accesso è dalla stessa immediatamente trasmessa a quella competente. Di tale trasmissione è data comunicazione all'interessato.”).

Tale norma è una pietra angolare del diritto di accesso e concorre a rendere tale principio non una vana enunciazione, impedendo che il cittadino sia costretto a defatiganti indagini e ricerche (con correlativo spreco di tempo e dispendio di denaro) prima di individuare il soggetto tenuto a rilasciagli la documentazione richiesta e necessaria per la cura delle sue difese.

3.3. Il passaggio di una concezione dell’amministrato da “suddito” a “cittadino” riposa proprio in questo, e la norma si inquadra armonicamente in un sistema legislativo che a ciò concorre, impedendo all’amministrazione di richiedere allo stesso documentazione di cui sia già in possesso, onerando la stessa a motivare i propri atti, a rispettare i termini per l’evasione dei procedimenti, al clare loqui, etc.

4. Se le superiori premesse sono corrette, appare evidente la non condivisibilità della gravata pronuncia.

4.1. Invero, delle due l’una: o la documentazione richiesta era distonica rispetto al procedimento avviato dall’Amministrazione (ed allora la richiesta avrebbe dovuto essere respinta), o, se era pertinente, doveva essere ostesa.

4.2. Una volta infatti che non si è negato che la documentazione richiesta non era avulsa dall’atto impositivo inviato dall’Amministrazione (che anzi, anche in parte su essa si era fondato), non v’erano ragioni impedienti all’accesso.

Innanzitutto – come avvertito in premessa - va rilevato che appare affermazione non corretta quella – contenuta nella gravata decisione - secondo cui l’odierna parte appellante non avrebbe contestato la circostanza per cui l’Amministrazione non era (più?) in possesso della detta documentazione: non si vede come essa avrebbe potuto mai provare una contraria circostanza posto che non poteva certo accedere motu proprio alla documentazione in possesso dell’Amministrazione.

Secondariamente, poi, si evidenzia che appare del tutto irrilevante che la detta documentazione fosse stata in passato inviata al privato, siccome asseritamente avvenuto.

Seppur detta circostanza fosse vera e fosse stata riscontrata, essa non appare dirimente: le amministrazioni agiscono in via procedimentalizzata ed hanno l’onere di conservare copia degli atti inoltrati al privato, che potrebbe non esserne più in possesso per svariate ragioni (disordine, perdita del documento, malconservazione, trasloco, furto etc).

Il privato che non è più in possesso di un atto –che pur doveva diligentemente conservare – non può essere mutilato nella propria difesa, a cagione di tale accadimento: ritrae dallo stesso una “sanzione” endemica (paga, infatti, il rilascio della copia) ma ha il diritto comunque ad ottenerne copia per difendersi (arg, anche ex Cass. civ. Sez. VI - 5, Ord., 30-07-2013, n. 18252 in punto di necessità per le Amministrazioni di “provare” ciò che hanno comunicato al privato).

In ultimo, - e rilevato che se anche la documentazione richiesta non fosse stata in possesso dell’Amministrazione intimata essa avrebbe avuto l’onere di inoltrare la richiesta a quella che aveva formato l’atto richiesto, o lo deteneva- deve evidenziarsi una ulteriore circostanza.

4.3. Il disposto di cui all’ art. 26 del dPR n. 602/1973 stabilisce quanto segue: “La cartella è notificata dagli ufficiali della riscossione o da altri soggetti abilitati dal concessionario nelle forme previste dalla legge ovvero, previa eventuale convenzione tra comune e concessionario, dai messi comunali o dagli agenti della polizia municipale. La notifica può essere eseguita anche mediante invio di raccomandata con avviso di ricevimento; in tal caso, la cartella è notificata in plico chiuso e la notifica si considera avvenuta nella data indicata nell'avviso di ricevimento sottoscritto da una delle persone previste dal secondo comma o dal portiere dello stabile dove è l'abitazione, l'ufficio o l'azienda.

La notifica della cartella può essere eseguita, con le modalità di cui al decreto del Presidente della Repubblica 11 febbraio 2005, n. 68, a mezzo posta elettronica certificata, all'indirizzo risultante dagli elenchi a tal fine previsti dalla legge. Tali elenchi sono consultabili, anche in via telematica, dagli agenti della riscossione. Non si applica l'articolo 149-bis del codice di procedura civile

Quando la notificazione della cartella di pagamento avviene mediante consegna nelle mani proprie del destinatario o di persone di famiglia o addette alla casa, all'ufficio o all'azienda, non è richiesta la sottoscrizione dell'originale da parte del consegnatario.

Nei casi previsti dall'art. 140 del codice di procedura civile, la notificazione della cartella di pagamento si effettua con le modalità stabilite dall'art. 60 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e si ha per eseguita nel giorno successivo a quello in cui l'avviso del deposito è affisso nell'albo del comune.

Il concessionario deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell'avvenuta notificazione o l'avviso di ricevimento ed ha l'obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell'amministrazione.

Per quanto non è regolato dal presente articolo si applicano le disposizioni dell'art. 60 del predetto decreto; per la notificazione della cartella di pagamento ai contribuenti non residenti si applicano le disposizioni di cui al quarto e quinto comma dell'articolo 60 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600” .

Non v’è nessun obbligato parallelismo tra termine di durata dell’obbligo di conservare e diritto all’accesso, di guisa che, scaduto il primo, si “perima” il secondo.

La prospettiva va simmetricamente rovesciata: se la documentazione esiste, va esibita: ciò per quanto finora chiarito, e perché vi è un interesse tutelato ad ottenere l’esibizione dell’originale della cartella di pagamento e relata di notifica.

Ed il concessionario dovrà quindi ricercarla ed esibirla.

Se detta documentazione invece non fosse più esistente, il concessionario –che si assumerà formalmente la responsabilità di quanto dichiarato, non essendo a ciò sufficiente una mera dichiarazione del difensore resa nel corso di un processo, ovvero una affermazione contenuta in una memoria difensiva – ciò attesterà in un apposito atto, chiarendo dove essa possa essere reperita, e/o in che occasione sia andata distrutta, mentre nella ipotesi che essa fosse stata già trasmessa ad altra amministrazione, provvederà a “girare” ex . art. 6, comma 2, del D.P.R. n. 184 del 2006 la richiesta di accesso alla Amministrazione che la detiene.

Per venire, infine, alla ipotesi prospettata nell’ultima parte della memoria di Equitalia, nell’ipotesi in cui detto Concessionario assuma che l’originale della cartella di pagamento sia stato notificato a mezzo posta raccomandata (e senza stendersi relata di notifica) al privato e che pertanto non si rinvenga (più) nella disponibilità del Concessionario della riscossione (né possa rinvenirsi nella disponibilità di alcuna altra Amministrazione, cui in caso contrario andrebbe “girata” la richiesta di accesso) il concessionario attesterà ciò in un apposito atto, e provvederà a consegnare all’istante la documentazione di cui comunque dispone, rilasciando copia conforme all’originale della detta cartella di pagamento.

4.3.1. Osserva peraltro il Collegio che quanto sinora affermato costituisce convincimento perfettamente in linea con quanto sostenuto dalla giurisprudenza di legittimità, laddove si consideri che la Cassazione Civile, Sez. VI con la Ordinanza, 30-07-2013, n. 18252 resa proprio in una controversia in cui era parte Equitalia ha avuto modo di affermare che “qualora il contribuente assume che il plico raccomandato in busta chiusa con il quale gli sono state notificate alcune cartelle di pagamento conteneva soltanto il bollettino di versamento e non anche il corpo delle cartelle (con conseguente minorazione del diritto di difesa) è onere del mittente del plico raccomandato fornire la dimostrazione del suo esatto contenuto.” (si veda, ancora, Cass. Civ Sez. Tributaria sent. n. 2625 dell’11.02.2015).

4.4. Tali precisazioni, rese necessarie dalla linea difensiva prospettata dall’appellata, che soltanto in giudizio ha fatto presente tale eventualità,rendono evidente che in nessun caso –quantomeno allo stato- il Tar avrebbe potuto pronunciare l’improcedibilità del mezzo.

5. Conclusivamente, l’appello va accolto, nei termini di cui alla motivazione che precede, e per l’effetto, in riforma della gravata statuizione, il ricorso di primo grado va accolto, ed Equitalia, deve essere condannata alla esibizione della predetta documentazione richiesta nel termine di giorni trenta dalla comunicazione o notificazione, se anteriore, della presente decisione.

Nel medesimo termine, nella ipotesi in cui essa certifichi, con apposito atto fidefaciente contestabile nelle forme di legge che l’originale della cartella di pagamento sia stato notificato a mezzo posta raccomandata (e senza stendersi relata di notifica) al privato e che esso non si rinvenga (più) nella disponibilità del Concessionario della riscossione (né possa rinvenirsi nella disponibilità di alcuna altra Amministrazione, cui in caso contrario andrebbe “girata” la richiesta di accesso) il concessionario- attestato ciò in un apposito atto - provvederà a consegnare all’istante la documentazione di cui comunque dispone ( rilasciando eventualmente soltanto copia conforme all’originale della detta cartella di pagamento).

6. Quanto alle spese processuali del doppio grado, esse seguono la soccombenza, e pertanto l’appellata deve essere condannata al pagamento delle stesse in favore dell’appellante, nella misura che appare equo determinare nella misura di Euro tremila (€ 3000//00) oltre oneri accessori, se dovuti.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie nei termini di cui alla motivazione che precede e per l’effetto, riforma la sentenza di primo grado ed accoglie nei termini di cui motivazione il ricorso di primo grado.

Condanna l’appellata al pagamento delle spese processuali, in favore dell’appellante, nella misura di Euro tremila (€ 3000//00) oltre oneri accessori, se dovuti.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 10 febbraio 2015 con l'intervento dei magistrati:
Goffredo Zaccardi, Presidente
Fabio Taormina, Consigliere, Estensore
Diego Sabatino, Consigliere
Massimiliano Noccelli, Consigliere
Giuseppe Castiglia, Consigliere


L'ESTENSORE IL PRESIDENTE





DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 31/03/2015



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Re: Equitalia: sentenza ed altro

Messaggio da panorama » mer apr 01, 2015 1:01 pm

di queste sentenze (di cui sopra - stessa data e sempre del CdS - ) ne sono state emesse tante altre con lo "stesso risultato vittorioso" e con lo stesso legale.

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Re: Equitalia: sentenza ed altro

Messaggio da panorama » mer apr 01, 2015 1:21 pm

Il CdS rigetta l'Appello proposto da Equitalia Sud contro una società, ribadendo:

1) - Questa Sezione, con la sentenza n. 02422/2014 ha recentemente deciso una controversia disattendendo argomenti difensivi quasi integralmente identici a quelli prospettati dalla odierna appellante.

2) - Al fine di non appesantire il presente elaborato, si omette di riportare per intero il testo della detta decisione, che è da intendersi comunque integralmente ritrascritto nella presente decisione.

3) - principi affermati nella detta sentenza, n. 02422/2014, dai quali il Collegio non intende discostarsi, rendono evidente le ragioni per cui l’appello debba essere respinto.

4) - Il Collegio, in aggiunta a quanto ivi affermato – ed in relazione alla specificità di taluni argomenti defensionali prospettati dall’appellante in questa sede - ritiene opportuno porre in luce alcune considerazioni.

5) - Tutte le censure in punto di asserita insussistenza dell’interesse a ricorrere in capo alla originaria richiedente l’accesso sono inconsistenti.

6) - La circostanza che all’invio delle cartelle esattoriali non avesse fatto seguito alcuna procedura esecutiva non appare dirimente in senso negativo:
- il soggetto asseritamente debitore di somme (sia esso un privato cittadino, che a fortiori allorchè, come nel caso di specie, si tratti di una società operante sul mercato) ha l’interesse giuridicamente tutelato a potere esperire tutte le azioni volte ad elidere dette pendenze, e/o a dimostrarne la infondatezza.

7) -Non è certo tenuto ad attendere l’avvio di procedure esecutive per contestare la pretesa a monte:
- per una società, poi, l’essere soggetto alla intrapresa di procedure coattive per il recupero di somme integra ex se un danno, comportando conseguenze sulle quali appare superfluo immorare in punto di accesso al credito, credibilità nei rapporti con i fornitori, etc.

8) - La circostanza che non fosse stata proposta opposizione ex art. 617 cpc e che la stessa non fosse più proponibile, non appare neppure dirimente in senso contrario a quanto sinora affermato.

9) - Il Concessionario appellante non può quindi dedurre la carenza di interesse e legittimazione attiva in capo a parte appellata a cagione della omessa tempestiva impugnazione ex art. 617 cpc nei venti giorni dalla notifica, non potendo né preconizzare quale possa essere la eventuale azione da questa esperibile, nè l’esito, né potendo fondatamente affermare che nessuna azione sarebbe esperibile in ipotesi di ostensione della cartella di pagamento.

10) - Quanto al secondo aspetto della impugnazione, l’argomento incentrato sul disposto di cui all’ art. 26 del dPR n. 602/1973 è palesemente destituito di fondamento.

Il resto leggetelo qui sotto.
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SENTENZA ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 4 ,numero provv.: 201501696
- Public 2015-03-31 -


N. 01696/2015REG.PROV.COLL.
N. 08536/2014 REG.RIC.


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)
ha pronunciato la presente

SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 8536 del 2014, proposto da:
Equitalia Sud Spa, in persona del legale rappresentante in carica rappresentato e difeso dall'avv. Fulvio Ceglio, con domicilio eletto presso Capece Minutolo Del Sasso Studio in Roma, Via dei Pontefici N.3;

contro
OMISSIS Srl in persona del legale rappresentante in carica- Istituto di OMISSIS, rappresentato e difeso dall'avv. Marcello Fortunato, con domicilio eletto presso Guido Lenza in Roma, Via XX Settembre, 98/E;

per la riforma
della sentenza del T.A.R. della CAMPANIA – Sezione Staccata di SALERNO - SEZIONE I n. 01417/2014, resa tra le parti, concernente silenzio serbato dall'amministrazione su istanza di accesso e acquisizione di cartelle esattoriali;

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio di OMISSIS Srl - Istituto di OMISSIS;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 10 febbraio 2015 il Consigliere Fabio Taormina e udito per le parte appellante l’Avvocato Ceglio;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO

Con la sentenza in epigrafe impugnata il Tribunale amministrativo regionale della Campania – Sede di Salerno– ha deciso il ricorso proposto dall’odierna parte appellata OMISSIS s. r. l. – Istituto di OMISSIS, e volto ad ottenere l’annullamento - a) del provvedimento silentemente formatosi sull’istanza inviata all’Equitalia Sud s. p. a. a mezzo fax, in data 12.03.2014, indicata dalla predetta società con il prot. n. 1-612454287 del 18.03.2014, con la quale era stato chiesto di prendere visione ed estrarre copia dei seguenti atti: - 1) originale delle cartelle di pagamento elencate in premessa, in uno alle relative retate di notifica che ne attestino l’assunta ricezione;

2) originale delle eventuali comunicazioni, iscrizioni ipotecarie, fermi amministrativi, intimazioni di pagamento ed ogni ulteriore ed eventuale atto comunque riconducibile a dette cartelle di pagamento, in uno alle relative relate di notifica che ne attestino la ricezione; e di tutti gli atti presupposti, collegati, connessi e consequenziali.

Era stato parimenti chiesto, ove e per quanto occorresse ed ove inteso come provvedimento di reiezione parziale dell’invocato accesso agli atti, l’annullamento del provvedimento di cui alla mail del 10.04.2014, con la quale l’Equitalia Sud s. p. a. aveva consentito l’accesso solo ad alcuni – e limitatissimi – dei documenti richiesti, nonché la declaratoria dell’obbligo della P. A. a provvedere definitivamente sull’istanza del privato di cui sopra, con atto espresso e motivato;

e la condanna della P. A. all’esibizione della documentazione richiesta.

Il Tar ha dichiarato il ricorso in parte improcedibile, per cessata materia del contendere ed in parte fondato, richiamando la propria precedente sentenza n. 2447/2013 del 21.11 – 9.12.2013.

Ha quindi richiamato il principio espresso nella decisione del T. A. R. Lazio – Roma, Sez. II, 8/06/2009, n. 5449, evidenziando la necessità ed utilità della ostensione integrale della cartella di pagamento “nell’ipotesi in cui, ad esempio, il contribuente, in assoluta buona fede, non abbia avuto effettiva conoscenza della cartella esattoriale ancorché la stessa gli sia stata ritualmente notificata” posto che, altrimenti, questi sarebbe sempre e comunque tenuto a proporre ricorso.

Ad avviso del Tar, poi, la pretesa, di ottenere l’ostensione delle cartelle di pagamento non poteva essergli disconosciuta, neppure in considerazione dell’ulteriore argomento difensivo dell’Equitalia s. p. a., secondo cui sarebbe ormai decorso il quinquennio in cui lo stesso ente, ai sensi dell’art. 26 del d. P. R. 602/73, era tenuto a conservarle non avendo pregio l’assunto, secondo cui “terminato il periodo entro il quale la p. a. deve necessariamente custodire i documenti di propria competenza, la medesima è esonerata dal correlativo obbligo di esibizione degli stessi”.

Il Tar ha quindi accolto il ricorso (in parte) ed ha affermato il diritto della società appellata d’accedere ed ottenere copia conforme di tutte le cartelle domandate, nonché degli altri documenti richiesti (comunicazioni di iscrizioni ipotecarie, fermi amministrativi, intimazioni di pagamento, con allegate relate di notifica).

Il Tar ha poi dato atto della circostanza che Equitalia Sud s. p. a. avesse in parte trasmesso alla originaria ricorrente, via posta certificata, ed in parte diligentemente prodotto in giudizio, una serie di documenti (avvisi di ricevimento di pressoché tutte le cartelle richieste, ad eccezione soltanto di quella, contrassegnata dal n. ……), relativamente ai quali, pertanto, nessun ulteriore obbligo d’ostensione era dato, ravvisare a suo carico, dichiarando, quanto a tali atti, la sopravvenuta improcedibilità del mezzo.

Equitalia Sud s. p. a., rimasta parzialmente soccombente, ha gravato la sentenza (ad eccezione del capo relativo alla sopravvenuta improcedibilità), sostenendone la erroneità.

All’invio delle cartelle esattoriali non aveva fatto seguito alcuna procedura esecutiva: ne discendeva che era insussistente alcun interesse giuridicamente tutelato all’accesso: tale dato, unitamente alla circostanza che quasi tutte le cartelle erano state notificate alla parte personalmente, privava l’appellata di qualsivoglia posizione legittimante.

L’esito positivo della notificazione privata costituiva insuperabile presunzione legale di conoscenza: in assenza di querela di falso avverso le notifiche, l’appellata avrebbe dovuto entro 20 giorni impugnare le cartelle ex art. 617 cpc. Non avendo proposto tale impugnazione essa era priva di interesse ad ottenere l’esibizione delle cartelle ed alle relative relate di notifica.

Per altro verso, l’art. 26 del dPR n. 602/1973 prevedeva che le cartelle fossero conservate per un lustro: decorso tale torno di tempo, non poteva ordinarsi l’esibizione, ed in ogni caso, sarebbe stato applicabile il principio ad impossibilia nemo tenetur, posto che dette cartelle erano irreperibili nell’archivio di parte appellante.

Parte appellata ha depositato una memoria chiedendo la reiezione dell’appello perchè infondato.

Alla odierna camera di consiglio del 10 febbraio 2015 la causa è stata trattenuta in decisione dal Collegio.

DIRITTO

1. L’appello è infondato e va disatteso nei termini di cui alla motivazione che segue e con le precisazioni ivi contenute.

2. Questa Sezione, con la sentenza n. 02422/2014 ha recentemente deciso una controversia disattendendo argomenti difensivi quasi integralmente identici a quelli prospettati dalla odierna appellante.

Al fine di non appesantire il presente elaborato, si omette di riportare per intero il testo della detta decisione, che è da intendersi comunque integralmente ritrascritto nella presente decisione.

2.1. I principi affermati nella detta sentenza, n. 02422/2014, dai quali il Collegio non intende discostarsi, rendono evidente le ragioni per cui l’appello debba essere respinto.

Il Collegio, in aggiunta a quanto ivi affermato –ed in relazione alla specificità di taluni argomenti defensionali prospettati dall’appellante in questa sede - ritiene opportuno porre in luce alcune considerazioni.

2.2. Tutte le censure in punto di asserita insussistenza dell’interesse a ricorrere in capo alla originaria richiedente l’accesso sono inconsistenti.

2.2.1. La circostanza che all’invio delle cartelle esattoriali non avesse fatto seguito alcuna procedura esecutiva non appare dirimente in senso negativo: il soggetto asseritamente debitore di somme (sia esso un privato cittadino, che a fortiori allorchè, come nel caso di specie, si tratti di una società operante sul mercato) ha l’interesse giuridicamente tutelato a potere esperire tutte le azioni volte ad elidere dette pendenze, e/o a dimostrarne la infondatezza.

Non è certo tenuto ad attendere l’avvio di procedure esecutive per contestare la pretesa a monte: per una società, poi, l’essere soggetto alla intrapresa di procedure coattive per il recupero di somme integra ex se un danno, comportando conseguenze sulle quali appare superfluo immorare in punto di accesso al credito, credibilità nei rapporti con i fornitori, etc.

2.2.2. La circostanza che non fosse stata proposta opposizione ex art. 617 cpc e che la stessa non fosse più proponibile, non appare neppure dirimente in senso contrario a quanto sinora affermato.

Si è già in passato condivisibilmente affermato (Cons. Stato Sez. IV, Sent. 30-11-2009 n. 7486) che “la copia della cartella di pagamento ex se costituisca strumento utile alla tutela giurisdizionale delle ragioni della ricorrente e che la concessionaria non ha quindi alcuna legittimazione a sindacare le scelte difensive eventualmente operate dal privato.”

In più può aggiungersi che la stessa giurisprudenza civile riconosce che si riscontra la possibilità, nel sistema, di proporre azioni (quelle con sui si deduce la nullità/inesistenza del titolo) inquadrabili nel novero delle “ opposizioni agli atti esecutivi “ non vincolate al termine perentorio fissato all'art. 617 cod. proc. civ. ( ex aliis: Cass. Civ. Sez. III, sent. n. 1882 del 24-03-1982; si veda anche Sez. III, sent. n. 1549 del 19-05-1972. “L'opposizione contro gli atti esecutivi giuridicamente inesistenti non è la tipica azione di cui all'art. 617 cod. proc. civ., ma è un'azione ontologicamente diversa, svincolata dal termine di decadenza, previsto dalla predetta norma.” ; Sez. III, sent. n. 1819 del 12-06-1971: “l'opposizione contro gli atti esecutivi giuridicamente inesistenti può essere proposta durante tutto il corso del processo esecutivo, senza che sia necessaria l'osservanza del termine di decadenza di cui all'art. 617 cod. proc. civ.”).

2.3. Il Concessionario appellante non può quindi dedurre la carenza di interesse e legittimazione attiva in capo a parte appellata a cagione della omessa tempestiva impugnazione ex art. 617 cpc nei venti giorni dalla notifica, non potendo né preconizzare quale possa essere la eventuale azione da questa esperibile, nè l’esito, né potendo fondatamente affermare che nessuna azione sarebbe esperibile in ipotesi di ostensione della cartella di pagamento.

3. Quanto al secondo aspetto della impugnazione, l’argomento incentrato sul disposto di cui all’ art. 26 del dPR n. 602/1973 è palesemente destituito di fondamento.

Stabilisce la predetta disposizione quanto segue: “La cartella è notificata dagli ufficiali della riscossione o da altri soggetti abilitati dal concessionario nelle forme previste dalla legge ovvero, previa eventuale convenzione tra comune e concessionario, dai messi comunali o dagli agenti della polizia municipale. La notifica può essere eseguita anche mediante invio di raccomandata con avviso di ricevimento; in tal caso, la cartella è notificata in plico chiuso e la notifica si considera avvenuta nella data indicata nell'avviso di ricevimento sottoscritto da una delle persone previste dal secondo comma o dal portiere dello stabile dove è l'abitazione, l'ufficio o l'azienda.

La notifica della cartella può essere eseguita, con le modalità di cui al decreto del Presidente della Repubblica 11 febbraio 2005, n. 68, a mezzo posta elettronica certificata, all'indirizzo risultante dagli elenchi a tal fine previsti dalla legge. Tali elenchi sono consultabili, anche in via telematica, dagli agenti della riscossione. Non si applica l'articolo 149-bis del codice di procedura civile

Quando la notificazione della cartella di pagamento avviene mediante consegna nelle mani proprie del destinatario o di persone di famiglia o addette alla casa, all'ufficio o all'azienda, non è richiesta la sottoscrizione dell'originale da parte del consegnatario.

Nei casi previsti dall'art. 140 del codice di procedura civile, la notificazione della cartella di pagamento si effettua con le modalità stabilite dall'art. 60 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e si ha per eseguita nel giorno successivo a quello in cui l'avviso del deposito è affisso nell'albo del comune.

Il concessionario deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella con la relazione dell'avvenuta notificazione o l'avviso di ricevimento ed ha l'obbligo di farne esibizione su richiesta del contribuente o dell'amministrazione.

Per quanto non è regolato dal presente articolo si applicano le disposizioni dell'art. 60 del predetto decreto; per la notificazione della cartella di pagamento ai contribuenti non residenti si applicano le disposizioni di cui al quarto e quinto comma dell'articolo 60 del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600” .

2.4. Non v’è nessun obbligato parallelismo tra termine di durata dell’obbligo di conservare e diritto all’accesso, di guisa che, scaduto il primo, si “perima” il secondo.

La prospettiva va simmetricamente rovesciata: se la documentazione esiste, va esibita: ciò per quanto finora chiarito, e perché vi è un interesse tutelato ad ottenere l’esibizione dell’originale della cartella di pagamento e relata di notifica.

Ed il concessionario dovrà quindi ricercarla ed esibirla.

Se detta documentazione invece non fosse più esistente, il concessionario –che si assumerà formalmente la responsabilità di quanto dichiarato, non essendo a ciò sufficiente una mera dichiarazione del difensore resa nel corso di un processo, ovvero una affermazione contenuta in una memoria difensiva – ciò attesterà in un apposito atto, chiarendo dove essa possa essere reperita, e/o in che occasione sia andata distrutta, mentre nella ipotesi che essa fosse stata già trasmessa ad altra amministrazione (o proveniente da altra amministrazione che ancora la detenga) provvederà a “girare” ex art. 6, comma 2, del D.P.R. n. 184 del 2006 la richiesta di accesso alla Amministrazione che la detiene.

2.4.1.Osserva peraltro il Collegio che quanto sinora affermato costituisce convincimento perfettamente in linea con quanto sostenuto dalla giurisprudenza di legittimità, laddove si consideri che la Cassazione Civile, Sez. VI con la Ordinanza, 30-07-2013, n. 18252 resa proprio in una controversia in cui era parte Equitalia ha avuto modo di affermare che “qualora il contribuente assume che il plico raccomandato in busta chiusa con il quale gli sono state notificate alcune cartelle di pagamento conteneva soltanto il bollettino di versamento e non anche il corpo delle cartelle (con conseguente minorazione del diritto di difesa) è onere del mittente del plico raccomandato fornire la dimostrazione del suo esatto contenuto.” (si veda, ancora, Cass. Civ Sez. Tributaria sent. n. 2625 dell’11.02.2015).

3. Conclusivamente, l’appello va respinto, nei termini di cui alla motivazione che precede.

4.Quanto alle spese processuali, esse seguono la soccombenza, e pertanto l’appellante deve essere condannato al pagamento delle stesse in favore dell’appellata, nella misura che appare equo determinare nella misura di Euro tremila (€ 3000//00) oltre oneri accessori, se dovuti.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) definitivamente pronunciando sull'appello, lo respinge.

Condanna l’appellante al pagamento delle spese processuali, in favore dell’appellata, nella misura di Euro tremila (€ 3000//00) oltre oneri accessori, se dovuti.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 10 febbraio 2015 con l'intervento dei magistrati:
Goffredo Zaccardi, Presidente
Fabio Taormina, Consigliere, Estensore
Diego Sabatino, Consigliere
Massimiliano Noccelli, Consigliere
Giuseppe Castiglia, Consigliere


L'ESTENSORE IL PRESIDENTE





DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 31/03/2015

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Re: Equitalia: sentenza ed altro

Messaggio da panorama » sab apr 04, 2015 11:02 pm

Equitalia Centro s.p.a.

1) - acquisizione di copia di documenti riguardanti il fermo amministrativo disposto sulla sua automobile

2) - La sig.ra è comproprietaria di un’autovettura insieme al sig.. In occasione dell’avvio delle pratiche per la sua cessione è venuta a conoscenza che sulla stessa pende il fermo amministrativo disposto da Equitalia centro s.p.a.

3) - Recita l’art. 22, comma 1, lett. b) della legge 7 agosto 1990, n. 241, che interessati giuridicamente all’accesso sono “tutti i soggetti privati ……. che abbiano un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è richiesto l’accesso”. Ebbene non può negarsi che la ricorrente nell’odierna controversia sia portatrice di tale interesse che, nel caso di specie, corrisponde al diritto di proprietà.

4) - Il diritto di proprietà comprende la facoltà non solo di godere, ma anche di “disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo” (art. 832 c.c.) ed essa, a causa dei provvedimenti emessi da Equitalia, si trova menomata nell’esplicazione di detta facoltà essendo impedita alla cessione della propria automobile.

5) - Vanta quindi un interesse diretto, concreto ed attuale all’ostensione della documentazione richiesta, che corrisponde al diritto di proprietà e non può ritenersi soddisfatto con la sola indicazione che il fermo amministrativo è stato disposto a garanzia di debiti accesi dal comproprietario del mezzo.

6) - Essa ha infatti necessità di conoscerne anche la composizione e l’origine per verificare se l’apposizione del fermo sia stata effettuata nel rispetto della normativa tributaria.

7) - Nessun dubbio poi che la ricorrente abbia necessità di conoscere a fini difensivi la composizione e la causale dei debiti accesi dal comproprietario dell’automobile poiché, ove il fermo fosse stato disposto fuori dai casi previsti dalla normativa tributaria, potrebbe utilizzare gli strumenti messi a disposizione dalla stessa al fine di cancellarlo e provvedere quindi alla cessione del mezzo.

Ricorso ACCOLTO.
----------------------------------------------------------------------------------

SENTENZA ,sede di FIRENZE ,sezione SEZIONE 1 ,numero provv.: 201500540 - Public 2015-03-30 -


N. 00540/2015 REG.PROV.COLL.
N. 02176/2014 REG.RIC.


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana
(Sezione Prima)
ha pronunciato la presente

SENTENZA
sul ricorso numero di registro generale 2176 del 2014, integrato da motivi aggiunti, proposto da:
-OMISSIS-, rappresentata e difesa dall'avv. Stefano Malavolta, con domicilio eletto presso il suo studio in Firenze, Via degli Artisti 20;

contro
Equitalia Centro s.p.a. in persona del legale rappresentante in carica, rappresentata e difesa dall'avv. Cristina Maffia, con domicilio eletto presso il suo studio in Firenze, viale G. Matteotti 1;

nei confronti di
-OMISSIS-, non costituito in giudizio;

per l'annullamento
- del silenzio rigetto formatosi sull’istanza di accesso presentata via PEC dalla ricorrente a Equitalia Centro s.p.a. in data 13 ottobre 2014, relativa all’acquisizione di copia di documenti riguardanti il fermo amministrativo disposto sulla sua automobile e di ogni altro atto presupposto o successivo, comunque connesso, se lesivo tra cui, in particolare, la comunicazione di Equitalia Centro spa – Direzione Regionale della Toscana del 17 novembre 2014;

giusta motivi aggiunti depositati in data 26 gennaio 2015, per l'annullamento,

- della nota di Equitalia Centro s.p.a. del 17.12.2014 con la quale é stata rigettata l'istanza di accesso formulata dalla ricorrente nonché di ogni altro atto presupposto o successivo, comunque connesso, se lesivo tra cui, in particolare, la nota dell'ufficio legale di Equitalia Centro s.p.a. non conosciuta

e per la condanna
di Equitalia Centro s.p.a. all'esibizione nonché al rilascio di copia dei documenti richiesti con la predetta istanza.

Visti il ricorso, i motivi aggiunti e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Equitalia Centro s.p.a.;
Vista la memoria difensiva della ricorrente;
Visti tutti gli atti della causa;
Visto l'art. 52 D. Lgs. 30.06.2003 n. 196, commi 1 e 2;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 25 febbraio 2015 il dott. Alessandro Cacciari e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

FATTO e DIRITTO

1. La sig.ra -OMISSIS- è comproprietaria di un’autovettura insieme al sig. -OMISSIS-. In occasione dell’avvio delle pratiche per la sua cessione è venuta a conoscenza che sulla stessa pende il fermo amministrativo disposto da Equitalia centro s.p.a. (nel seguito: “Equitalia”). Il 13 ottobre 2014, tramite il suo legale, ha chiesto l’accesso a tutti gli atti e documenti relativi al provvedimento e non avendo avuto risposta, il 13 novembre 2014 ha inviato un ulteriore sollecito cui Equitalia ha fornito riscontro il 17 novembre 2014, informando di avere inoltrato la richiesta alla struttura di competenza e confermando l’iscrizione di due fermi amministrativi sul mezzo a garanzia di altrettanti debiti del comproprietario del mezzo, sig. -OMISSIS-.

Con gravame principale, notificato l’11 dicembre 2014 e depositato il 22 dicembre 2014, la ricorrente ha chiesto l’annullamento del silenzio rigetto formatosi sulla sua istanza di accesso, assumendo che la nota suddetta di Equitalia avesse carattere soprassessorio, e chiesto l’accertamento del proprio diritto ad ottenere copia della documentazione relativa ai provvedimenti di fermo amministrativo con conseguente condanna alla loro ostensione, assumendo di avere un interesse giuridicamente rilevante ad accertare eventuali illegittimità dell’iscrizione dei fermi sull’autovettura per tutelare conseguentemente la sua posizione in giudizio.

Dopo la proposizione del ricorso, il 17 dicembre 2014 è pervenuta al legale della ricorrente un’ulteriore nota di Equitalia con la quale l’accesso è stato definitivamente negato, poiché i dati e le informazioni relative a carichi iscritti a ruolo e sottesi al provvedimento cautelare possono essere forniti solo al debitore o a un suo delegato, e la ricorrente non avrebbe un interesse giuridicamente tutelato ad ottenere le documentazione relativa al debito sottostante in quanto non è titolata a contestarlo in giudizio.

Con motivi aggiunti, notificati il 15 gennaio 2015 e depositati il 26 gennaio 2015, la ricorrente ha allora impugnato anche tale ulteriore nota ribadendo di avere interesse all’accesso poiché non intende verificare la legittimità dei debiti del comproprietario, ma quella dei provvedimenti di fermo amministrativo disposti sulla propria automobile, e rilevando che il diniego di accesso menomerebbe il proprio diritto alla difesa.

Si è costituita Equitalia chiedendo il rigetto del ricorso.

Alla camera di consiglio del 25 febbraio 2015 la causa è stata trattenuta in decisione.

2. Il Collegio, in via preliminare, deve dare atto della tardività del deposito effettuato dalla difesa di Equitalia l’11 febbraio 2015, di cui perciò non si tiene conto.

Il processo sull’accesso è assoggettato al rito della camera di consiglio, nel quale tutti i termini processuali tranne quelli relativi all’atto introduttivo (che nel caso di specie trova specifica regolamentazione all’art. 116, comma 1, c.p.a.), ai motivi aggiunti e al ricorso incidentale sono dimezzati ai sensi dell’art. 87, comma 3, primo periodo, c.p.a. Il termine per depositare documenti, tenendo conto che deve essere computato a giorni liberi, scadeva quindi nel caso di specie il 4 febbraio 2015 e quello per depositare memorie difensive il 9 febbraio 2015. La decisione della controversia non terrà quindi in considerazione né la memoria, né la documentazione tardivamente depositata dall’Amministrazione intimata, come correttamente richiesto dalla ricorrente in memoria di replica.

Nel merito il ricorso è fondato.

Recita l’art. 22, comma 1, lett. b) della legge 7 agosto 1990, n. 241, che interessati giuridicamente all’accesso sono “tutti i soggetti privati ……. che abbiano un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è richiesto l’accesso”. Ebbene non può negarsi che la ricorrente nell’odierna controversia sia portatrice di tale interesse che, nel caso di specie, corrisponde al diritto di proprietà.

Il diritto di proprietà comprende la facoltà non solo di godere, ma anche di “disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo” (art. 832 c.c.) ed essa, a causa dei provvedimenti emessi da Equitalia, si trova menomata nell’esplicazione di detta facoltà essendo impedita alla cessione della propria automobile.

Vanta quindi un interesse diretto, concreto ed attuale all’ostensione della documentazione richiesta, che corrisponde al diritto di proprietà e non può ritenersi soddisfatto con la sola indicazione che il fermo amministrativo è stato disposto a garanzia di debiti accesi dal comproprietario del mezzo. Essa ha infatti necessità di conoscerne anche la composizione e l’origine per verificare se l’apposizione del fermo sia stata effettuata nel rispetto della normativa tributaria.

Non sono opponibili alla richiesta ostensiva ragioni di tutela della riservatezza del debitore (e comproprietario dell’automobile) in quanto, a norma dell’art. 24, comma 7, L. n. 241 deve essere garantito l’accesso qualora abbia ad oggetto documenti contenenti dati personali di terzi, i quali siano necessari a fini di difesa giudiziaria (C.d.S. IV, 13 marzo 2014 n. 1211). I dati reddituali non rientrano tra quelli qualificati come sensibili o giudiziari ex art. 4, comma 1, lett. d) ed e) del d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196 e pertanto non godono di tutela rafforzata. Nessun dubbio poi che la ricorrente abbia necessità di conoscere a fini difensivi la composizione e la causale dei debiti accesi dal comproprietario dell’automobile poiché, ove il fermo fosse stato disposto fuori dai casi previsti dalla normativa tributaria, potrebbe utilizzare gli strumenti messi a disposizione dalla stessa al fine di cancellarlo e provvedere quindi alla cessione del mezzo.

Il Collegio dunque, per le ragioni sopraesposte, accoglie il ricorso e per l’effetto annulla gli atti impugnati e ordina all’Amministrazione intimata di provvedere all’esibizione di tutti i documenti amministrativi relativi ai provvedimenti di fermo amministrativo di cui si tratta, mediante estrazione di copia, entro trenta giorni dalla comunicazione o, se anteriore, notificazione della presente sentenza.

Le spese seguono la soccombenza e pertanto Equitalia s.p.a. è condannata al loro pagamento nella misura di € 3.000,00 (tremila/00), cui devono essere aggiunti gli accessori di legge; spese compensate per il controinteressato.

P.Q.M.

il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana (Sezione Prima) definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla i provvedimenti impugnati e ordina all’Amministrazione intimata di provvedere all’esibizione di tutti i documenti amministrativi relativi ai provvedimenti di fermo amministrativo, nei termini e con le modalità di cui in motivazione.

Condanna Equitalia s.p.a. al pagamento delle spese processuali nella misura di € 3.000,00 (tremila/00) oltre accessori di legge; spese compensate per il controinteressato.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all'art. 52, comma 1 D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, per procedere all'oscuramento delle generalità degli altri dati identificativi di -OMISSIS-, manda alla Segreteria di procedere all'annotazione di cui ai commi 1 e 2 della medesima disposizione, nei termini indicati.
Così deciso in Firenze nella camera di consiglio del giorno 25 febbraio 2015 con l'intervento dei magistrati:
Armando Pozzi, Presidente
Gianluca Bellucci, Consigliere
Alessandro Cacciari, Consigliere, Estensore


L'ESTENSORE IL PRESIDENTE





DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 30/03/2015

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Re: Equitalia: sentenza ed altro

Messaggio da panorama » mer apr 22, 2015 1:14 pm

A favore dei cittadini

CTP Milano, sent. n. 3222/25/15 (pres. Verniero, relatore Ingino).
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CTP di Milano, sez. 25, r.g. 2008/14, sentenza n. 3222/25/15, pronunciata il 31.03.2015, depositata in segreteria il 10.04.2015

Svolgimento del processo

Con tempestivo ricorso il signor Alfa impugnava l’avviso di accertamento n. T9D012G05894 emesso dall’Agenzia delle Entrate, Direzione provinciale di Milano e relativo ad Irpef, Irap ed Iva per l’anno 2008, e adiva la Commissione Tributaria Provinciale di Milano per ivi sentire dichiarare l’illegittimità della pretesa tributaria e l’annullamento dell’atto impugnato. Deduceva il ricorrente l’inesistenza della notificazione dell’atto impugnato e la conseguente decadenza del potere impositivo dell’Ufficio, nonché la nullità dell’atto per violazione dell’art. 29 D.L. n. 78/2010, mancata indicazione del responsabile del procedimento ed irregolarità della sottoscrizione apposta da soggetto non abilitato, nonché, nel merito, per indeterminatezza dell’importo preteso ed illegittimità della verifica subita, violazione del principio del contraddittorio ed infondatezza dei rilievi operati dai verificatori.

Si costituiva in giudizio l’Ufficio contestando la fondatezza del proposto ricorso e chiedendo la conferma dell’atto impugnato.

All’udienza del 31/3/15 il ricorso veniva deciso come da dispositivo.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Occorre preliminarmente esaminare l’eccezione di illegittimità dell’atto sollevata dalla ricorrente in relazione alla sottoscrizione dello stesso, asseritamente apposta da soggetto non abilitato.

Rileva questa Commissione che la ricorrente ha prodotto in giudizio ampia documentazione atta a comprovare che colui che ha firmato l’avviso di accertamento impugnato, tale “Capo Area” Beta per delega del Direttore provinciale Gamma, non era munito del potere di sottoscrivere gli atti in reggenza, così come stabilito dal D.P.R. 266/1987, articolo 20, comma 1, lett. a) e b).

Invero, risulta agli atti che proprio in relazione alla posizione, tra gli altri, del predetto Beta era stata sollevata dalla Sezione IV del Consiglio di Stato, con ordinanza 26/11/13, la questione di legittimità costituzionale dell’art. 8, comma 24, D.L, 2 marzo 2012 n. 16 (conv. in L. 26 aprile 2012 n.44) che consentiva a funzionari privi della relativa qualifica, di essere destinatari di conferimento di incarico dirigenziale (e dunque di accedere allo svolgimento di mansioni proprie di un’area e qualifica afferente ad un ruolo diverso nell’ambito dell’organizzazione pubblica) anche senza positivo superamento di idoneo concorso.

Con sentenza n. 37 del 17 marzo 2015, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità della disposizione predetta per violazione degli artt. 3, 51 e 97 della Costituzione, avendo tale norma contribuito “all’indefinito protrarsi nel tempo di un’assegnazione asseritamente temporanea di mansioni superiori, senza provvedere alla copertura dei posti dirigenziali vacanti da parte dei vincitori di una procedura concorsuale aperta e pubblica”.

Ne consegue la nullità dell’atto di accertamento sottoscritto da soggetto non dotato di una qualifica funzionale. I restanti motivi di ricorso rimangono assorbiti.

Poiché l’accoglimento del ricorso consegue a pronuncia di incostituzionalità intervenuta solo successivamente alla proposizione del medesimo, sussistono gravi motivi per compensare interamente le spese processuali.

P.Q.M.

la Commissione accoglie il ricorso. Spese compensate.

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vedi anche questo link

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Re: Equitalia: sentenza ed altro

Messaggio da panorama » gio lug 09, 2015 8:02 pm

Riordino del servizio nazionale della riscossione
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ORDINANZA N. 147

ANNO 2015



REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:

- Marta CARTABIA Presidente

- Giuseppe FRIGO Giudice

- Paolo GROSSI ”

- Giorgio LATTANZI ”

- Aldo CAROSI ”

- Mario Rosario MORELLI ”

- Giancarlo CORAGGIO ”

- Giuliano AMATO ”

- Silvana SCIARRA ”

- Daria de PRETIS ”

- Nicolò ZANON ”

ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nei giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 17, comma 1, del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112 (Riordino del servizio nazionale della riscossione, in attuazione della delega prevista dalla legge 28 settembre 1998, n. 337), come sostituito dall’art. 32, comma 1, lettera a), del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185 (Misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 28 gennaio 2009, n. 2, promossi dalla Commissione tributaria provinciale di Torino con ordinanza del 18 dicembre 2012 e dalla Commissione tributaria provinciale di Latina con ordinanza del 29 gennaio 2013, iscritte ai nn. 152 e 206 del registro ordinanze 2013 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 27 e 40, prima serie speciale, dell’anno 2013.

Visti gli atti di costituzione di Equitalia Nord spa (quale incorporante di Equitalia Nomos spa), di Equitalia Sud spa, nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica del 26 maggio 2015 il Giudice relatore Giancarlo Coraggio;

uditi l’avvocato Marcello Cecchetti per Equitalia Nord spa (quale incorporante di Equitalia Nomos spa) e per Equitalia Sud spa e l’avvocato dello Stato Sergio Fiorentino per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto che la Commissione tributaria provinciale di Torino – nel corso di un giudizio avente ad oggetto l’annullamento di una cartella di pagamento per tributi IRAP e IRPEF – con ordinanza depositata il 18 dicembre 2012 ha sollevato, in riferimento all’art. 3 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 17 del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112 (Riordino del servizio nazionale della riscossione, in attuazione della delega prevista dalla legge 28 settembre 1998, n. 337), come sostituito dall’art. 32, comma 1, lettera a), del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185 (Misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 28 gennaio 2009, n. 2;

che nell’ordinanza di rimessione si riferisce che il ricorrente ha dedotto diversi motivi di impugnazione, tutti reputati infondati, e ha sollecitato il promovimento dell’incidente di costituzionalità con riferimento all’art. 17 del d.lgs. n. 112 del 1999 per violazione degli artt. 3, 53 e 97 Cost.;

che il giudice a quo, facendo parzialmente proprie le argomentazioni della parte ricorrente, ritenuta la rilevanza della questione di illegittimità costituzionale avente ad oggetto il citato art. 17, ne sostiene la non manifesta infondatezza, reputando che il criterio di calcolo dell’aggio ivi disciplinato comporterebbe la violazione dell’art. 3 Cost. sotto il profilo del canone della ragionevolezza, in quanto risulta sganciato dal costo del servizio svolto dall’agente di riscossione e include, nella base di calcolo, anche gli interessi dovuti all’ente impositore titolare del credito di imposta;

che, con memoria depositata il 23 luglio 2013, è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, il quale sostiene la non fondatezza della questione sollevata, essendo indimostrato che il tasso proporzionale del 9 per cento, applicato su tutte le esecuzioni fruttuose, sia eccedentario rispetto all’obiettivo di remunerazione dell’intero sistema di riscossione, posto che, tra l’altro, la finalità cui tende l’aggio non implicherebbe una necessaria correlazione tra la sua misura e la singola operazione condotta dal concessionario;

che, con memoria depositata il 23 luglio 2013, è intervenuta Equitalia Nord spa, sostenendo l’inammissibilità e l’infondatezza della questione sollevata;

che in particolare vengono eccepiti i seguenti profili di inammissibilità:

− difetto assoluto di rilevanza e di motivazione sulla rilevanza per carenza del nesso di pregiudizialità necessaria, in quanto il giudice a quo non si pronuncerebbe, se non apparentemente, su due dei tredici motivi di ricorso;

− sempre in punto di rilevanza, ipoteticità della questione sollevata, posto che la disciplina sarebbe censurata in quanto in grado, potenzialmente, di obbligare il debitore al pagamento di un aggio sproporzionato rispetto al costo della procedura di riscossione, mancando però specifica motivazione sulla ricorrenza di tale eventualità nel caso concreto, anzi non essendo rinvenibile nell’ordinanza l’affermazione che la somma dovuta dal debitore ricorrente nel giudizio a quo – pari a 566,88 euro – sia effettivamente sproporzionata rispetto al costo del servizio della riscossione;

− contraddittorietà tra il petitum e la motivazione posta a sostegno della non manifesta infondatezza della questione sollevata, in quanto il giudice rimettente chiederebbe una pronuncia di accoglimento cosiddetta «secca», volta a caducare nella sua interezza la disposizione legislativa che prevede l’aggio, ma la motivazione dell’ordinanza sarebbe integralmente incentrata sulla irragionevolezza della disciplina (e sulla conseguente violazione del parametro costituzionale invocato) nella (sola) parte in cui impone al debitore di pagare un aggio determinato mediante percentuale fissa e dunque potenzialmente slegato dall’effettivo costo del servizio della riscossione;

che, nel merito, viene sostenuta l’infondatezza del primo profilo di irragionevolezza della disciplina censurata, e ciò in quanto, in maniera assolutamente ragionevole, la fissazione del compenso sarebbe stata effettuata dal legislatore in misura fissa e unitaria, ancorandola alle rilevazioni storicamente disponibili (ovvero le misure degli aggi diversificati a livello provinciale previsti dalla normativa previgente, determinati sulla base dei costi di riscossione) e demandando a successivi decreti ministeriali il suo eventuale adeguamento, in aumento o in diminuzione, in base all’andamento della riscossione ed ai costi del sistema;

che, sempre nel merito, viene sostenuta l’infondatezza anche del secondo profilo, posto che il ragionamento del rimettente sarebbe viziato dall’erroneo presupposto secondo cui la quota di aggio percepita sugli interessi riscossi sarebbe acquisita da Equitalia «a titolo di interesse», e non, invece, quale parte dell’aggio sulle somme complessivamente riscosse per conto degli enti creditori;

che, in data 5 maggio 2015, Equitalia Nord spa ha depositato memoria, ribadendo le proprie argomentazioni a sostegno della inammissibilità e infondatezza della questione, ed evidenziando, per l’ipotesi di accoglimento della stessa, l’opportunità di considerare l’esigenza di disporre quantomeno una limitazione della retroattività degli effetti della declaratoria di incostituzionalità della norma censurata;

che la Commissione tributaria provinciale di Latina – nel corso di un giudizio avente ad oggetto l’annullamento di una cartella di pagamento per tributi IRAP, IVA e ritenute alla fonte – con ordinanza depositata il 29 gennaio 2013 ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 97 Cost., questione di legittimità costituzionale del medesimo art. 17 del d.lgs. n. 112 del 1999;

che nell’ordinanza di rimessione si riferisce che nel giudizio principale la ricorrente, oltre a richiedere in via pregiudiziale di verificare la costituzionalità della normativa richiamata dal concessionario, ha dedotto, in merito alla notifica dell’intimazione, l’assenza della relata di notifica, del numero del registro cronologico sulla busta e della sottoscrizione; in merito ai compensi dovuti per la riscossione e delle altre spese nonché agli interessi di mora, la nullità dell’avviso per difetto di motivazione per non aver, il concessionario, indicato l’articolazione dei servizi resi con i relativi costi sostenuti, nonché l’illegittimità del compenso per sproporzione rispetto al tipo di prestazione resa o da rendere;

che il giudice a quo, dopo aver affermato la rilevanza della questione di illegittimità costituzionale, ne sostiene la non manifesta infondatezza, con riferimento ai parametri di cui agli artt. 3 e 97 Cost., sulla base delle seguenti argomentazioni:

− il contrasto del citato art. 17 con il principio di eguaglianza ex art. 3 Cost. emergerebbe per differenza di trattamento tra il cittadino in grado di pagare «immediatamente» (e cioè entro il termine per la presentazione del ricorso), essendo, in tal caso, l’aggio dovuto dal contribuente pari al 4,65 per cento delle somme iscritte a ruolo, e quello privo dei mezzi sufficienti per effettuare tale pagamento entro il predetto termine, il quale è tenuto a versare l’aggio interamente nella misura del 9 per cento;

− altro profilo di violazione del citato parametro costituzionale deriverebbe dalla fissazione di un diverso compenso a parità dei servizi offerti dall’agente di riscossione, peraltro in assenza della fissazione di un importo massimo prestabilito dello stesso;

− irragionevole risulterebbe l’applicazione dell’aggio di riscossione anche sugli interessi di mora, sulla base della considerazione che l’agente della riscossione, in relazione agli importi non pagati tempestivamente dal contribuente, non ha anticipato alcuna somma all’erario;

che, con memoria depositata in cancelleria il 22 ottobre 2013, è intervenuto nel giudizio di costituzionalità il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, eccependo l’inammissibilità della questione sollevata nonché la sua non fondatezza;

che, sotto il primo profilo viene argomentata la mancanza del nesso di pregiudizialità della stessa rispetto alla definizione della controversia sulla base dell’impugnazione dell’intimazione di pagamento per plurimi vizi dell’atto medesimo;

che, nel merito, viene sostenuto, innanzitutto, che resterebbe del tutto indimostrato che la determinazione del compenso nella misura del 9 per cento degli importi da riscuotere determini una sovracompensazione del servizio di riscossione, considerando che la remunerazione dei costi sostenuti dall’agente della riscossione non implica una necessaria correlazione tra la misura dell’aggio e la singola operazione condotta dal concessionario e che, del resto, del tutto ragionevole si dimostrerebbe la scelta di determinare la misura dell’aggio in misura proporzionale rispetto all’importo del debito, comprensivo degli interessi, che ha dato causa all’esecuzione, e, di contro, la fissazione di un limite massimo all’aggio finirebbe per riversare sulla platea dei contribuenti il cui inadempimento è minore la parte maggiore del costo delle esecuzioni infruttuose;

che, sempre nel merito, parimenti infondata sarebbe la questione posta in relazione all’art. 3 Cost., per la radicale diversità di situazioni che determinano il pagamento integrale del costo dell’aggio (la mora rispetto ai termini di adempimento) o il suo pagamento solo parziale (la tempestività del pagamento);

che, con memoria depositata in cancelleria il 22 ottobre 2013, è intervenuta nel giudizio di costituzionalità Equitalia Sud spa, eccependo, in primo luogo, l’inammissibilità della questione sollevata sotto i seguenti profili:

− difetto assoluto di motivazione sulla rilevanza, in quanto il giudice rimettente non avrebbe in alcun modo argomentato sul punto, limitandosi ad affermazioni meramente assertive e apodittiche;

− difetto assoluto di rilevanza e, comunque, difetto di motivazione sulla rilevanza, sotto il profilo della mancata decisione degli altri motivi di ricorso che avrebbero potuto consentirne l’integrale accoglimento prescindendo dall’incidente di costituzionalità, in quanto, a fronte delle domande formulate nel ricorso principale, il giudice rimettente avrebbe dovuto esaminare e giudicare in via definitiva innanzitutto il primo motivo di impugnazione, con il quale il ricorrente lamentava la radicale nullità della notifica dell’avviso di pagamento impugnato;

− difetto assoluto di rilevanza e, comunque, difetto di motivazione sulla rilevanza, sotto il profilo della carente descrizione della fattispecie e della conseguente impossibilità di verificare l’applicabilità al caso in esame della disciplina legislativa censurata, in quanto l’ordinanza sarebbe priva degli elementi (tra cui la data di iscrizione a ruolo) necessari per stabilire se la norma censurata sia rilevante o meno ai fini della definizione del giudizio a quo;

− difetto assoluto di rilevanza e, comunque, difetto di motivazione sulla rilevanza per inapplicabilità al caso de quo della disciplina legislativa censurata, in quanto la norma applicabile (e concretamente applicata dall’agente della riscossione al momento dell’emissione dell’intimazione di pagamento oggetto del giudizio a quo) non sarebbe l’art. 17 del d.lgs. n. 112 del 1999, nel testo modificato dall’art. 32, comma l, lettera a), del d.l. n. 185 del 2008 (oggetto della questione di costituzionalità), bensì lo stesso art. 17, commi l e 3, nella formulazione precedente;

che, nel merito, viene sostenuta la manifesta infondatezza della questione, in quanto la disciplina della misura dell’aggio – applicabile ratione temporis al giudizio a quo – sarebbe fondata su criteri razionali ed oggettivi tali da garantire l’ancoraggio del compenso ai costi del sistema di riscossione, anche considerando che l’aggio – per la cui determinazione il legislatore avrebbe comunque avuto cura di conservare il collegamento con i costi del sistema di riscossione come storicamente rilevati in ciascun ambito territoriale provinciale – sarebbe destinato a remunerare l’attività dell’agente della riscossione non in relazione alle singole attività compiute, ma alla complessiva attività di istituzione e mantenimento in efficienza del sistema nazionale della riscossione;

che viene, infine, eccepita l’inammissibilità della questione per inidoneità del decreto ministeriale 4 agosto 2000 (Remunerazione del Servizio nazionale della riscossione tramite ruolo ai sensi dell’articolo 17 del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112) – cui viene demandata, ai sensi dell’art. 17 (nella versione che sarebbe stata applicata al caso di specie), la concreta fissazione dell’aggio – a formare oggetto di sindacato dinanzi la Corte costituzionale, in quanto fonte di rango secondario;

che, in data 5 maggio 2015, Equitalia Sud spa ha depositato memoria, sostanzialmente ribadendo le proprie argomentazioni a sostegno della inammissibilità e infondatezza della questione ed evidenziando, come Equitalia Nord spa, l’opportunità, in caso di accoglimento della questione prospettata, di disporre quantomeno una limitazione della retroattività degli effetti della declaratoria di incostituzionalità della norma censurata.

Considerato che la Commissione provinciale tributaria di Torino e quella di Latina dubitano della legittimità costituzionale dell’art. 17 del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112 (Riordino del servizio nazionale della riscossione, in attuazione della delega prevista dalla legge 28 settembre 1998, n. 337), come sostituito dall’art. 32, comma 1, lettera a), del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185 (Misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 28 gennaio 2009, n. 2, nella parte in cui addebita l’aggio in misura fissa del 9 per cento e include nella base di calcolo dello stesso anche gli interessi dovuti all’ente impositore titolare del credito di imposta;

che, a parere del primo giudice rimettente, esso violerebbe l’art. 3 della Costituzione, in quanto, da un lato, non ancorando in alcun modo la remunerazione dell’agente di riscossione ai costi del servizio, esporrebbe i contribuenti a pretese di rimborso di costi non giustificati, indimostrati ed esorbitanti, addizionando di fatto al debito per imposte una «pseudo sanzione» estranea «alla asserita funzione remunerativa del costo del servizio di riscossione»; dall’altro lato, includendo, nella somma relativamente alla quale tale percentuale viene calcolata, anche gli interessi di mora, riconoscerebbe, in maniera irragionevole, all’agente di riscossione «un sovrappiù a titolo di interessi, su somme da quest’ultimo non anticipate né sborsate»;

che il secondo giudice rimettente reputa che esso violerebbe gli artt. 3 e 97 Cost., in quanto: a) determinerebbe, a parità di servizio offerto, un’irragionevole disparità di trattamento tra il cittadino in grado di pagare immediatamente la pretesa (per il quale l’aggio dovuto è pari al 4,65 per cento, mentre il restante 4,35 per cento è dovuto dall’ente creditore) e colui che non adempie al pagamento delle somme dovute entro il termine di sessanta giorni dalla notifica della cartella di pagamento (il quale deve versare l’aggio nella misura del 9 per cento); b) prevedrebbe in maniera ingiustificata un compenso nella percentuale fissa del 9 per cento, non ancorato ai costi del servizio di riscossione, senza fissazione di alcun tetto minimo e massimo; c) includerebbe immotivatamente, nella somma relativamente alla quale tale percentuale viene calcolata, anche gli interessi di mora, pur non avendo, l’agente della riscossione, anticipato alcuna somma all’erario;

che, data la comunanza di oggetto delle questioni sollevate, va disposta la riunione dei relativi giudizi;

che le questioni sono manifestamente inammissibili, per una pluralità di ragioni concomitanti;

che ciascuna delle ordinanze di rimessione è carente sia nella descrizione della concreta fattispecie cui si riferisce, sia nella motivazione in punto di rilevanza, e che dunque resta inibita, a questa Corte, la necessaria verifica circa l’influenza della questione di legittimità sulle decisioni richieste ai rimettenti;

che, infatti, la Commissione tributaria provinciale di Latina si limita a esporre che il ricorrente ha impugnato un’intimazione di pagamento «per importi iscritti a ruolo conseguenti alla cartella di pagamento n. 057 2007 0017869402/000, notificata il 10 maggio 2007, emessa a seguito di imposte IRAP, IVA e ritenute alla fonte sui redditi per l’anno 2002»;

che da tale scarna descrizione della fattispecie non emergono una serie di elementi – tra i quali, in particolare, la data di iscrizione a ruolo dei suddetti importi – necessari per verificare se la normativa censurata sia rilevante o meno ai fini della definizione del giudizio a quo;

che, nel caso in esame, la carente descrizione della fattispecie risulta tanto più determinante in quanto la disposizione censurata ha subito diversi interventi normativi e solo un’adeguata esposizione di tutti gli elementi essenziali del caso in esame avrebbe consentito di individuare con certezza la versione dell’art. 17 applicabile ratione temporis;

che analoghe carenze sono ravvisabili nell’ordinanza di rimessione della Commissione tributaria provinciale di Torino, la quale si limita a riferire la data del ricorso avente ad oggetto la cartella di pagamento per tributi IRAP ed IRPEF, nonché la data di notifica dell’avviso di accertamento;

che l’omessa o insufficiente descrizione della fattispecie, per consolidata giurisprudenza della Corte, si risolve in un difetto di motivazione sulla rilevanza che induce alla declaratoria di inammissibilità della questione (tra le tante, sentenza n. 301 del 2012; ordinanze n. 249 e n. 93 del 2012);

che, inoltre, la Commissione tributaria provinciale di Torino censura l’art. 17 in quanto in grado, potenzialmente, di obbligare il debitore al pagamento di un aggio sproporzionato rispetto al costo della procedura di riscossione, senza, però, offrire alcuna motivazione sulla ricorrenza di tale eventualità nel caso concreto, non essendo rinvenibile nell’ordinanza di rimessione l’affermazione che la somma dovuta dal ricorrente – pari a 566,88 euro – sia effettivamente sproporzionata rispetto al costo del servizio della riscossione;

che va negata la rilevanza della questione di legittimità quando è proposta relativamente ad un vizio che, pur concernendo la disposizione censurata, non troverebbe riscontro nel giudizio a quo;

che tali carenze argomentative e descrittive si traducono in altrettanti vizi di carente motivazione sulla rilevanza della questione (sentenza n. 360 del 2010 ed ordinanza n. 306 del 2009) e di insufficiente descrizione della fattispecie concreta (ordinanze n. 363 e n. 338 del 2010), che impediscono a questa Corte di vagliare l’effettiva applicabilità della norma denunciata al caso dedotto in giudizio (sentenza n. 101 del 2011).

Visti gli artt. 26, secondo comma, della legge 11 marzo 1953, n. 87, e 9, comma 2, delle norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale.

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

riuniti i giudizi,

dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 17 del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112 (Riordino del servizio nazionale della riscossione, in attuazione della delega prevista dalla legge 28 settembre 1998, n. 337), come sostituito dall’art. 32, comma 1, lettera a), del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185 (Misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 28 gennaio 2009, n. 2, sollevate, in riferimento agli artt. 3 e 97 della Costituzione, dalla Commissione tributaria provinciale di Torino e dalla Commissione tributaria provinciale di Latina, con le ordinanze indicate in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 26 maggio 2015.

F.to:

Marta CARTABIA, Presidente

Giancarlo CORAGGIO, Redattore

Gabriella Paola MELATTI, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 9 luglio 2015.

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Re: Equitalia: sentenza ed altro

Messaggio da panorama » mer set 09, 2015 9:20 am

Fermo amministrativo: impugnazione, competenza

07/09/2015
Cassazione, Sez. Un. Civ., ordinanza n. 15354 del 22.07.2015 – – Fermo amministrativo di beni mobili registrati – misura afflittiva e non esecutiva – competenza per valore e per materia – il fermo amministrativo, costituisce misura non alternativa all’esecuzione ma afflittiva, sicché la pretesa dell’esattore è impugnabile con un’azione di accertamento negativo

[Cassazione, Sez. Un. Civ., ordinanza n. 15354 del 22.07.2015]

Le Sezioni Unite, a risoluzione di questione di massima di particolare importanza, hanno deciso che il fermo amministrativo ex art. 86 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, costituisce misura non alternativa all’esecuzione ma afflittiva, sicché la pretesa dell’esattore è impugnabile con un’azione di accertamento negativo, soggetta alle regole del rito ordinario di cognizione ed alle norme generali in tema di riparto di competenza per materia e per valore.
Solo i moderatori e gli Utenti del gruppo Sostenitori possono visualizzare i file allegati.

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Re: Equitalia: sentenza ed altro

Messaggio da panorama » mer nov 23, 2016 9:37 pm

Cartelle esattoriali Equitalia, prescrizione in cinque anni per sanzioni amministrative.
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La prescrizione delle cartelle esattoriali derivanti da sanzione amministrativa è quinquennale e non decennale: è quanto sancito dal Tribunale di Milano, determinando la vittoria di un cittadino nei confronti di Equitalia.

Il Giudice di Pace di Milano, a conclusione del procedimento Rg. 25624/16 con la sentenza nr. 10837, ha sancito la prescrizione di alcune cartelle esattoriali contenenti sanzioni amministrative, portando la seguente motivazione: “… Ai sensi dell’art. 209 d.lgs. 285/1992, la prescrizione del diritto a riscuotere le somme dovute a titolo di sanzioni amministrative pecuniarie per le violazioni previste nello stesso codice è regolata dall’art. 28 della legge 689/1981” , il quale prevede che il diritto a riscuotere le somme dovute per le violazioni suddette è di cinque anni dal giorno in cui è stata commessa la violazione.

E continua “tale termine rimane di cinque anni anche a seguito della notifica della cartella esattoriale, in quanto solo il diritto alla riscossione delle sanzioni amministrative pecuniarie, derivante da sentenza passata in giudicato, si prescrive in dieci anni.”

Il Codacons invita i cittadini che hanno ricevuto una cartella esattoriale a contattare l’associazione per qualsiasi informazione, tramite i numeri di telefono 02/29419096 – 02/29408196 o tramite l’indirizzo e-mail info@codaconslombardia.it.

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Re: Equitalia: sentenza ed altro

Messaggio da panorama » sab mag 27, 2017 10:24 am

(Misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale)
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ORDINANZA N. 129
ANNO 2017


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:
- Paolo GROSSI Presidente
- Alessandro CRISCUOLO Giudice
- Giorgio LATTANZI ”
- Aldo CAROSI ”
- Marta CARTABIA ”
- Mario Rosario MORELLI ”
- Giancarlo CORAGGIO ”
- Giuliano AMATO ”
- Silvana SCIARRA ”
- Daria de PRETIS ”
- Nicolò ZANON ”
- Franco MODUGNO ”
- Augusto Antonio BARBERA ”
- Giulio PROSPERETTI ”
ha pronunciato la seguente

ORDINANZA

nei giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 17, comma 1, del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112 (Riordino del servizio nazionale della riscossione, in attuazione della delega prevista dalla legge 28 settembre 1998, n. 337), come sostituito dall’art. 32, comma 1, lettera a), del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185 (Misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale), convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, promossi con ordinanza del 29 maggio 2014 dalla Commissione tributaria provinciale di Cagliari, con ordinanza del 7 luglio 2014 dalla Commissione tributaria provinciale di Roma e con ordinanza del 23 novembre 2015 dalla Commissione tributaria provinciale di Milano, rispettivamente iscritte al n. 43 del registro ordinanze 2015 ed ai nn. 71 e 81 del registro ordinanze 2016 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 13, prima serie speciale, dell’anno 2015 e nn. 15 e 17, prima serie speciale, dell’anno 2016.

Visti gli atti di costituzione di Equitalia Centro spa, di Equitalia Sud spa (già Equitalia Gerit spa), di Equitalia Nord spa, nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica del 21 febbraio 2017 il Giudice relatore Giancarlo Coraggio;

uditi l’avvocato Marcello Cecchetti per Equitalia servizi di riscossione spa (quale società incorporante di Equitalia Centro spa, Equitalia Sud spa ed Equitalia Nord spa), e l’avvocato dello Stato Sergio Fiorentino per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto che la Commissione tributaria provinciale di Cagliari – nel corso di un giudizio avente ad oggetto l’annullamento di una cartella di pagamento per tributi IVA nella parte relativa ai compensi di riscossione – con ordinanza del 29 maggio 2014, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 53 e 97 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 17, comma 1, del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112 (Riordino del servizio nazionale della riscossione, in attuazione della delega prevista dalla legge 28 settembre 1998, n. 337), «come modificato, da ultimo,» dall’art. 32, comma 1, lettera a), del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185 (Misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale), convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, nella parte in cui addebita l’aggio in misura correlata al valore della lite;

che il giudice rimettente espone che la parte ricorrente ha proposto diversi motivi di impugnazione avverso una cartella di pagamento – legati alla presunta applicazione retroattiva della disciplina in esame nonché alla debenza delle somme a titolo di compensi per la riscossione in assenza di un’effettiva attività svolta dall’Agente della riscossione ed in assenza di una violazione da parte del contribuente (essendo le predette somme dovute anche in ipotesi di pagamento effettuato nei termini di legge) – e «in subordine» ha sollecitato la rimessione della questione di legittimità costituzionale dell’art. 17 del d.lgs. n. 112 del 1999 per violazione degli artt. 3, 53 e 97 Cost.;

che il giudice a quo, affermata la rilevanza della questione, ne sostiene la non manifesta infondatezza con riferimento ai predetti parametri costituzionali, posto che, in particolare, sarebbero violati;

− l’art. 3 Cost., in quanto ai contribuenti vengono imposti compensi di riscossione diversi a seconda dell’ambito territoriale di appartenenza;

− l’art. 53 Cost., in quanto sono previsti compensi non collegati ad alcuna capacità contributiva, con la conseguenza, da un lato, di privare i contribuenti del «diritto a dosare la propria contribuzione in base al reddito», e, dall’altro, di determinare una «diminuzione della […] fiducia nel sistema fiscale, percepito […] quale elemento esclusivamente ostacolante il libero esercizio delle arti e dei mestieri»;

− l’art. 97 Cost., «in quanto, il compenso risulta dovuto in assenza di una qualsiasi attività dell’Agente della riscossione, violando in questo modo sia il principio amministrativistico dell’imparzialità e della trasparenza delle scelte della P.A. sia il principio di natura civilistica ed applicabile all’Equitalia Centro S.p.A., in quanto, appunto, soggetto privato della corrispettività delle prestazioni»;

che, con atto depositato il 21 aprile 2015, è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, il quale sostiene, innanzitutto, l’inammissibilità della questione sollevata, affermando la mancanza di motivazione sulla rilevanza e sul nesso di pregiudizialità della prospettata questione di legittimità costituzionale, nonché la carente esposizione della fattispecie e del quadro normativo di riferimento; in secondo luogo, la sua non fondatezza, attesa la ragionevolezza dei criteri di determinazione dell’aggio, finalizzati non a remunerare le singole attività compiute dall’agente di riscossione ma a coprire i costi complessivi del servizio, nonché la ragionevolezza della correlazione dello stesso con l’importo del debito, tesa ad ovviare al rischio di gravare ingiustamente sui contribuenti il cui inadempimento è di minore entità;

che, con memoria depositata il 17 maggio 2016, è intervenuta Equitalia Centro spa, che in via preliminare eccepisce i seguenti profili di inammissibilità:

− difetto assoluto di motivazione sulla rilevanza, mancando qualsiasi argomentazione sul punto;

− difetto assoluto di rilevanza, posto che il giudice rimettente sembrerebbe censurare l’art. 17, come risultante a seguito delle modifiche apportate dall’art. 2, comma 3, lettera a), del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262 (Disposizioni urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale), applicabile alle attività di riscossione relative ad iscrizioni a ruolo effettuate fino al 31 dicembre 2008, e cioè una norma – ai sensi della quale la misura dell’aggio era determinata da decreto ministeriale ed era variabile su scala provinciale – che non sarebbe più in vigore e non sarebbe applicabile nel caso di specie, mentre applicabile al caso di specie sarebbe, invece, l’art. 17, come risultante a seguito delle modifiche apportate dall’art. 32 del d.l. n. 185 del 2008, il quale prevede la misura dell’aggio determinata direttamente dalla legge ed unica in tutto il territorio nazionale;

− carenza e contraddittorietà della motivazione, stante l’assoluta confusione in cui sembrerebbe cadere il giudice rimettente nel censurare la variabilità dell’aggio su base territoriale, che riguarda la versione dell’art. 17 derivante dalle modifiche apportate dal d.l. n. 262 del 2006 e, al contempo, la totale mancanza di argomentazioni a supporto della censura relativa alla variazione della misura dell’aggio «in base a circostanze indipendenti dalla condotta del contribuente»;

− carenza di motivazione in riferimento all’asserita violazione degli art. 53 e 97 Cost., posto che – a parte l’inconferenza del primo parametro – mancherebbe un adeguato percorso argomentativo a supporto di tali censure;

che, nel merito, la società sostiene l’infondatezza della questione sotto tutti i profili dedotti, in quanto:

− con riguardo all’art. 3 Cost., sarebbe infondata la censura legata alla differenziazione territoriale, posto che la disciplina applicabile al caso di specie, ed in concreto applicata, prevede una misura di aggio unica da applicare su tutto il territorio nazionale;

− egualmente infondata sarebbe la censura di cui all’art. 53 Cost., attesa l’assoluta inconferenza del richiamo al principio di capacità contributiva, il quale è applicabile soltanto alle norme di natura tributaria ovvero a quelle che disciplinano il riparto delle spese pubbliche tra i contribuenti;

− infine, la censura di cui all’art. 97 Cost., per come formulata dal giudice rimettente, risulterebbe di difficile comprensione, dovendosi comunque tenere presente che l’aggio è finalizzato alla remunerazione della complessiva attività svolta dall’agente di riscossione, e che la determinazione della sua misura non è frutto di una scelta arbitraria, risultando pari alla media aritmetica degli aggi precedentemente previsti su base territoriale, a loro volta determinati sulla base di tre componenti (aggio base, aggio per rischio ambientale e aggio per vetustà del ruolo), finalizzati a garantire un ancoraggio al concreto costo del sistema di riscossione;

che la Commissione tributaria provinciale di Roma – nel corso di un giudizio avente ad oggetto l’annullamento di una cartella di pagamento per tributi IRAP, IVA e IRES – con ordinanza del 7 luglio 2014 ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 97 Cost., questione di legittimità costituzionale del medesimo art. 17, comma 1, del d.lgs. n. 112 del 1999, «come modificato dall’art. 32, comma 1, lett. a) del decreto legge 29 novembre 2008 n. 185, convertito dalla l. 28 gennaio 2009 n. 2», nella parte in cui addebita l’aggio in misura correlata al valore della lite e ne calcola l’entità per i contribuenti che non effettuano il pagamento dell’imposta dovuta nei sessanta giorni dalla notifica della cartella di pagamento nella misura fissa del 9 per cento;

che nell’ordinanza di rimessione si riferisce che la parte ricorrente ha dedotto diversi profili di illegittimità della cartella di pagamento ed ha richiesto di verificare la costituzionalità dell’art. 17 del d.lgs. n. 112 del 1999 per violazione degli artt. 3, 24, 42 e 111 Cost.;

che il giudice a quo – evidenziato che per i primi due motivi posti a fondamento del ricorso, «nella delibazione consentita senza anticipazione delle soluzioni, non può escludersi che si verta in ipotesi di infondatezza (quanto meno parziale); per modo che la sollevata questione di legittimità costituzionale si appalesa evidentemente rilevante ai fini della decisione sul terzo motivo» – sostiene la non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale, con riferimento ai parametri di cui agli artt. 3 e 97 Cost., sulla base delle seguenti argomentazioni:

− il contrasto con il principio di eguaglianza ex art. 3 Cost. deriverebbe dalla differenza di trattamento tra il cittadino in grado di pagare e quello «sprovvisto di mezzi sufficienti a riguardo, onerato di ingiustificati e di irragionevoli e maggiori carichi finanziari», nonché dal mancato ancoraggio della determinazione del compenso ai costi del servizio di riscossione, peraltro in assenza della previsione di un importo massimo prestabilito dello stesso;

− la violazione dell’art. 97 Cost. sarebbe determinata dalla mancanza «di quei criteri di trasparenza e correlazione con l’attività richiesta e congruità con i costi medi di gestione del servizio (che rappresentano i corollari necessari del principio di buon andamento […])»;

che, con atto depositato il 2 maggio 2016, è intervenuto nel giudizio di legittimità costituzionale il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, eccependo l’inammissibilità della questione per la mancanza di motivazione sulla rilevanza, ed in particolare del nesso di pregiudizialità della prospettata questione di costituzionalità stessa rispetto alla definizione della controversia, nonché per la carente esposizione della fattispecie e del quadro normativo di riferimento;

che, nel merito, l’interveniente sostiene, innanzitutto, che resterebbe indimostrato che la determinazione del compenso nella misura del 9 per cento degli importi da riscuotere determini una sovracompensazione del servizio di riscossione, considerando che la remunerazione dei costi sostenuti dall’agente della riscossione non implica una necessaria correlazione tra la misura dell’aggio e la singola operazione condotta dal concessionario e che, del resto, del tutto ragionevole si dimostrerebbe la scelta di determinare la misura dell’aggio in misura proporzionale rispetto all’importo del debito che ha dato causa all’esecuzione, mentre, di contro, la fissazione di un limite massimo all’aggio finirebbe per riversare la parte maggiore del costo delle esecuzioni infruttuose sulla platea dei contribuenti il cui inadempimento è minore;

che, sempre nel merito, parimenti infondata sarebbe la questione posta in relazione all’art. 3 Cost., per la radicale diversità di situazioni che determinano il pagamento integrale del costo dell’aggio (la mora rispetto ai termini di adempimento) o il suo pagamento solo parziale (la tempestività del pagamento);

che, con memoria depositata il 3 maggio 2016, si è costituita nel giudizio di costituzionalità Equitalia Sud spa, eccependo, in primo luogo, l’inammissibilità della questione sollevata sotto i seguenti profili:

− difetto assoluto di motivazione sulla rilevanza, in quanto il giudice rimettente si sarebbe limitato ad affermazioni meramente assertive e apodittiche sulla decisività della dedotta questione di legittimità costituzionale per la definizione del giudizio pendente;

− difetto assoluto di rilevanza e, comunque, difetto di motivazione sulla rilevanza, nonché difetto del nesso di pregiudizialità necessaria della questione, sotto il profilo della mancata decisione degli altri motivi di ricorso che avrebbero potuto consentirne l’integrale accoglimento prescindendo dall’incidente di costituzionalità;

− difetto assoluto di rilevanza e, comunque, difetto di motivazione sulla rilevanza, sotto il profilo della carente descrizione della fattispecie e della conseguente impossibilità di verificare l’applicabilità al caso de quo della disciplina legislativa censurata, soprattutto in considerazione della mancata indicazione della data di iscrizione a ruolo;

− omesso tentativo di interpretazione della norma impugnata in conformità ai parametri costituzionali evocati;

− carenza di motivazione in riferimento all’asserita violazione dell’art. 97 Cost., risultando, la stessa, eccessivamente stringata e apodittica;

che, nel merito, viene sostenuta l’infondatezza della questione sotto tutti i profili dedotti, con argomentazioni analoghe a quelle sviluppate dalla società Equitalia Centro spa, relative alla ragionevolezza dei criteri di fissazione del compenso, destinato a remunerare l’attività dell’Agente di riscossione non in relazione alle singole attività compiute, ma alla complessiva attività di istituzione e mantenimento in efficienza del sistema nazionale della riscossione;

che la Commissione tributaria provinciale di Milano – nel corso di un giudizio avente ad oggetto l’annullamento di una cartella di pagamento per tributi IRPEF nella parte relativa all’aggio di riscossione – con ordinanza del 23 novembre 2015, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 53 e 97 Cost., questione di legittimità costituzionale del medesimo art. 17, comma 1, del d.lgs. n. 112 del 1999, «come modificato dall’art. 32, comma 1, lett. a) del d.l. 29 novembre 2008, n. 185, convertito dalla l. 28 gennaio 2009, n. 2», nella parte in cui addebita l’aggio in misura correlata al valore della lite;

che nell’ordinanza di rimessione si riferisce che la parte ricorrente ha impugnato per illegittimità della pretesa e, «in via subordinata», ha sollecitato la rimessione della questione di legittimità costituzionale dell’art. 17 del d.lgs. n. 112 del 1999 per violazione degli artt. 3, 53 e 97 Cost.;

che il giudice a quo, ritenuta la questione rilevante, ne sostiene la non manifesta infondatezza con riferimento ai predetti parametri costituzionali, affermando, in particolare, che:

− la violazione dell’art. 3 Cost. deriverebbe dalla circostanza che la misura della remunerazione risulta svincolata dall’esercizio di specifiche attività da parte dell’Agente di riscossione e correlata unicamente all’importo delle somme iscritte a ruolo, senza la fissazione di un tetto minimo e massimo, oltre che dalla retroattività della disciplina, applicata anche a fatti imponibili risalenti ad un periodo di imposta precedente rispetto alla data di entrata in vigore della normativa introdotta dall’art. 2 del d.l. n. 262 del 2006;

− la misura dei compensi, non collegata alla capacità contributiva, contrasterebbe con l’art. 53 Cost., in quanto, da un lato, priverebbe i contribuenti del «diritto di dosare la propria contribuzione in base al reddito», e, dall’altro, determinerebbe una sfiducia nel sistema fiscale e, inoltre, «ostacola[rebbe] il libero esercizio delle arti e dei mestieri»;

− la normativa difetterebbe «di quei criteri di trasparenza e correlazione con l’attività richiesta e congruità con i costi medi di gestione del servizio, corollari necessari del principio di buon andamento sancito dall’art. 97 della Costituzione»;

che, con atto depositato il 17 maggio 2016, è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, il quale sostiene l’inammissibilità e la non fondatezza della questione sollevata, rilevando, sotto il profilo preliminare, la carente esposizione della fattispecie e del quadro normativo di riferimento, nonché la mancata disamina delle problematiche legate all’identificazione del momento determinante per l’individuazione della disciplina applicabile ratione temporis, e, nel merito, la ragionevolezza dei criteri di determinazione dell’aggio, con argomenti simili a quelli, sopra esposti, sviluppati negli altri giudizi;

che, con memoria depositata il 17 maggio 2016, si è costituita nel giudizio di costituzionalità Equitalia Nord spa, sostenendo l’inammissibilità e l’infondatezza della questione sollevata;

che, in particolare, in via preliminare viene eccepita:

− la manifesta inammissibilità della questione, per difetto assoluto di rilevanza e/o di motivazione sulla rilevanza, in quanto il giudice rimettente si limiterebbe ad un’affermazione meramente assertiva, chiarendo che «ritiene l’eccezione sollevata dal ricorrente rilevante e pertinente ai fini della decisone», con conseguente preclusione di qualsivoglia valutazione sul punto da parte della Corte;

− la manifesta inammissibilità della questione, per difetto assoluto di rilevanza e/o di motivazione sulla rilevanza e per difetto del nesso di pregiudizialità necessaria, sotto il profilo della mancata decisione degli altri motivi di ricorso che avrebbero potuto consentirne l’integrale accoglimento prescindendo dall’incidente di costituzionalità, in quanto la questione sollevata sarebbe prematura, posto che, per quanto si apprende dalla stessa ordinanza di rimessione, il vizio di legittimità costituzionale sarebbe stato denunciato solo «in subordine» rispetto alla domanda principale volta a far valere l’illegittimità della cartella di pagamento nella parte in cui sono richiesti i compensi di riscossione, sulla scorta della considerazione, tra le altre, che questi ultimi non dovrebbero applicarsi a fatti imponibili rispetto alla data di entrata vigore della normativa applicata;

− la manifesta inammissibilità della questione per difetto di rilevanza e difetto di motivazione sulla rilevanza, nonché per difetto del nesso di pregiudizialità necessaria, sotto il profilo della carente descrizione della fattispecie e della conseguente impossibilità di verificare l’applicabilità al caso de quo della disciplina legislativa censurata, in quanto il giudice rimettente descrive la fattispecie in maniera scarna e lacunosa, omettendo, tra l’altro, di indicare la data di iscrizione a ruolo dei relativi importi;

− la manifesta inammissibilità della questione per omesso tentativo di interpretazione della norma impugnata in conformità ai parametri costituzionali evocati;

che, nel merito, viene sostenuta l’infondatezza delle censure di cui agli artt. 3, 53 e 97 Cost., argomentando come nei casi precedenti;

che, in data 31 gennaio 2017, Equitalia Servizi di riscossione spa, quale società incorporante di Equitalia Sud spa, Equitalia Centro spa ed Equitalia Nord spa con effetto dal 1° luglio 2016, ha depositato, in ciascuno dei tre giudizi, memoria, sostanzialmente ribadendo le proprie argomentazioni a sostegno dell’inammissibilità e dell’infondatezza della questione ed evidenziando, per l’ipotesi di accoglimento della stessa, l’opportunità di considerare l’esigenza di disporre quantomeno una limitazione della retroattività degli effetti della declaratoria di incostituzionalità della norma censurata.

Considerato che le Commissioni tributarie provinciali di Cagliari, Roma e Milano dubitano della legittimità costituzionale dell’art. 17, comma 1, del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112 (Riordino del servizio nazionale della riscossione, in attuazione della delega prevista dalla legge 28 settembre 1998, n. 337), come sostituito dall’art. 32, comma 1, lettera a), del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185 (Misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale), convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, in riferimento agli artt. 3, 53 e 97 della Costituzione;

che, in particolare, a parere del primo e del terzo giudice rimettente, il censurato art. 17 – nella parte in cui addebita l’aggio in misura correlata al valore della lite – si porrebbe in contrasto con gli artt. 3, 53 e 97 Cost.;

che, secondo la Commissione provinciale tributaria di Roma, il citato art. 17 – nella parte in cui addebita l’aggio in misura correlata al valore della lite e ne calcola l’entità per i contribuenti che non effettuano il pagamento dell’imposta dovuta nei sessanta giorni dalla notifica della cartella di pagamento nella misura fissa del 9 per cento – violerebbe gli artt. 3 e 97 Cost.;

che, data l’identità di oggetto delle questioni sollevate, va disposta la riunione dei relativi giudizi;

che le questioni sono manifestamente inammissibili, per una pluralità di ragioni concomitanti;

che, con riferimento alla questione sollevata dalla Commissione tributaria di Cagliari, è fondata l’eccezione dedotta da Equitalia Centro spa relativa alla carenza e contraddittorietà della motivazione, in ordine in particolare all’identificazione dell’oggetto di giudizio (ordinanza n. 312 del 2012);

che non risulta chiaro quale versione del censurato art. 17 sia oggetto di impugnazione, poiché il giudice rimettente – dopo aver affermato «la rilevanza e la non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell’art. 17, D.lgs. n. 112, come modificato da ultimo dall’art. 32, D.L. n. 185» – da un lato, censura la variabilità dell’aggio su base territoriale, che era prevista dall’art. 17, come modificato dal d.l. n. 262 del 2006 ed è venuta meno con l’introduzione della misura unica su territorio nazionale pari al 9 per cento ad opera dell’art. 32 del d.l. n. 185 del 2008, dall’altro lato, nell’iter argomentativo, fa riferimento a quest’ultima misura;

che l’impossibilità, per le enunciate ragioni, di una precisa individuazione della norma censurata – non identificabile nemmeno dal contenuto complessivo dell’ordinanza, attesa anche la carenza descrittiva della fattispecie concreta – si riverbera sulla rilevanza della questione, impedendo di valutare la necessità di applicazione della norma stessa (ordinanza n. 312 del 2012);

che è anche fondata l’eccezione dedotta, con riferimento alle questioni sollevate dalle Commissioni tributarie di Roma e Milano, tanto dal Presidente del Consiglio dei ministri quanto, rispettivamente, da Equitalia Sud spa ed Equitalia Nord spa, per difetto di motivazione sulla rilevanza delle questioni sollevate;

che, invero, le due ordinanze di rimessione sono carenti sia nella descrizione della vicenda cui ciascuna di esse si riferisce, sia nella motivazione in punto di rilevanza, con la conseguenza che è preclusa a questa Corte la verifica dell’influenza della questione di legittimità sull’esito dei giudizi;

che, infatti, la Commissione tributaria provinciale di Roma si limita a esporre che la parte ricorrente ha impugnato «la cartella di pagamento indicata in epigrafe con la quale viene richiesto il pagamento dell’importo di € 574.913,86 iscritto a ruolo per l’anno 2006 a titolo di Iva, Ires, Irap, sanzioni, interessi nonché dell’importo di € 51.742,23, a titolo di compensi di riscossione e diritti»;

che, similmente, la Commissione tributaria provinciale di Milano riferisce unicamente che la parte ricorrente ha impugnato «la cartella di pagamento n. 06820120205054190000, notificata in data 4 dicembre 2012, recante l’iscrizione a ruolo a titolo provvisorio di un terzo delle somme accertate, oltre interessi e diritti di notifica, emessa dalla società Equitalia Nord s.p.a., agente della riscossione per la provincia di Milano»;

che dalla descrizione dei fatti non emergono una serie di elementi indispensabili per valutare se la normativa censurata debba trovare applicazione nei giudizi a quibus;

che tale carenza ha già condotto ad una declaratoria di inammissibilità di questioni di legittimità costituzionali aventi ad oggetto lo stesso art. 17 del d.lgs. n. 112 del 1999, in ordine alle quali questa Corte ha valorizzato la circostanza che dalla «scarna descrizione della fattispecie non emergono una serie di elementi – tra i quali, in particolare, la data di iscrizione a ruolo dei suddetti importi – necessari per verificare se la normativa censurata sia rilevante o meno ai fini della definizione del giudizio a quo», evidenziando che «nel caso in esame, la carente descrizione della fattispecie risulta tanto più determinante in quanto la disposizione censurata ha subito diversi interventi normativi e solo un’adeguata esposizione di tutti gli elementi essenziali del caso in esame avrebbe consentito di individuare con certezza la versione dell’art. 17 applicabile ratione temporis» (ordinanza n. 147 del 2015);

che l’omessa o insufficiente descrizione della fattispecie, per costante giurisprudenza della Corte, si risolve in un difetto di motivazione sulla rilevanza che induce alla declaratoria di inammissibilità della questione (tra le tante, ordinanze n. 177 e n. 118 del 2016);

che, infine, è fondata, con riferimento alle questioni sollevate dalle Commissioni tributarie provinciali di Cagliari e Roma, l’eccezione di inammissibilità, dedotta tanto dal Presidente del Consiglio dei ministri quanto, rispettivamente, da Equitalia Centro spa ed Equitalia Sud spa, per difetto di motivazione sulla rilevanza della questione sollevata, sotto il profilo del mancato esame dei diversi motivi posti a fondamento del ricorso;

che, in particolare, la Commissione tributaria di Cagliari non spende una parola sulla rilevanza della questione sollevata e, anzi, afferma che «la cartella è […] illegittima sia perché manca qualsiasi motivazione della pretesa in ordine al calcolo delle sanzioni, sia perché il sistema sanzionatorio è caratterizzato dall’irretroattività delle norme che introducono pene più gravi per i contribuenti», omettendo di esaminare, in via preliminare, i motivi di impugnazione a sostegno della presunta illegittimità;

che, analogamente, la Commissione tributaria provinciale di Roma segnala che la parte ricorrente «contesta la cartella deducendo diversi profili di legittimità», ma poi si limita ad aggiungere su di essi che «per i primi due motivi, nella delibazione consentita senza anticipazione delle soluzioni, non può escludersi che si verta in ipotesi di infondatezza (quanto meno parziale); per modo che la sollevata questione di legittimità costituzionale si appalesa evidentemente rilevante ai fini della decisione sul terzo motivo»;

che la mancata argomentazione al riguardo rende l’affermazione immotivata e apodittica;

che questa Corte, con ordinanza n. 158 del 2013 (richiamando casi analoghi trattati con ordinanze n. 73 del 2011, n. 96 e n. 22 del 2010), ha ritenuto la mancata illustrazione delle ragioni di infondatezza di motivi di ricorso – spiegati in via principale nel giudizio a quo ed aventi pregiudizialità logica – causa di manifesta inammissibilità della questione sollevata, in quanto «l’esame di tali motivi […] è pregiudiziale, perché il loro eventuale accoglimento determinerebbe l’annullamento delle cartelle impugnate»;

che l’evidenziata carenza di motivazione delle ordinanze comporta la manifesta inammissibilità delle questioni sollevate.

PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE

riuniti i giudizi,

dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 17, comma 1, del decreto legislativo 13 aprile 1999, n. 112 (Riordino del servizio nazionale della riscossione, in attuazione della delega prevista dalla legge 28 settembre 1998, n. 337), come sostituito dall’art. 32, comma 1, lettera a), del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185 (Misure urgenti per il sostegno a famiglie, lavoro, occupazione e impresa e per ridisegnare in funzione anti-crisi il quadro strategico nazionale), convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2, sollevate, in riferimento agli artt. 3, 53 e 97 della Costituzione, dalla Commissione tributaria provinciale di Cagliari, dalla Commissione tributaria provinciale di Roma e dalla Commissione tributaria provinciale di Milano, con le ordinanze indicate in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 21 febbraio 2017.

F.to:
Paolo GROSSI, Presidente
Giancarlo CORAGGIO, Redattore
Roberto MILANA, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 26 maggio 2017.

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Re: Equitalia: sentenza ed altro

Messaggio da panorama » sab lug 15, 2017 9:16 am

- decisione sulla legittimità della produzione in appello della prova documentale della notifica delle cartelle prodromiche al preavviso di fermo.


- nel giudizio di appello «[è] fatta salva la facoltà delle parti di produrre nuovi documenti».
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La Corte Costituzionale scrive:

1)− Nel merito, non è fondata la censura di disparità di trattamento tra le parti del giudizio, sostenuta sulla base del presunto «sbilanciamento a favore di quella facultata a produrre per la prima volta in appello documenti già in suo possesso nel grado anteriore».

- ) - Sul punto è sufficiente rilevare che tale facoltà è riconosciuta ad entrambe le parti del giudizio, cosicché non sussistono le ragioni del lamentato «sbilanciamento».

2) − Ai fini dell’esame dell’altra censura, è opportuno premettere che questa Corte ha più volte chiarito che non esiste un principio costituzionale di necessaria uniformità tra i diversi tipi di processo (ex plurimis sentenze n. 165 e n. 18 del 2000, n. 82 del 1996; ordinanza n. 217 del 2000), e, più specificatamente, un principio di uniformità del processo tributario e di quello civile (tra le altre, ordinanze n. 316 del 2008, n. 303 del 2002, n. 330 e n. 329 del 2000, n. 8 del 1999).

leggete il tutto qui sotto.
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SENTENZA N. 199
ANNO 2017


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori:
- Paolo GROSSI Presidente
- Giorgio LATTANZI Giudice
- Aldo CAROSI ”
- Mario Rosario MORELLI ”
- Giancarlo CORAGGIO ”
- Giuliano AMATO ”
- Silvana SCIARRA ”
- Daria de PRETIS ”
- Nicolò ZANON ”
- Franco MODUGNO ”
- Augusto Antonio BARBERA ”
- Giulio PROSPERETTI ”
ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 58, comma 2, anche «in relazione al comma 1», del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell’art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), promosso dalla Commissione tributaria regionale della Campania, nel procedimento vertente tra l’Agente di riscossione Equitalia Sud spa e A. E., con ordinanza del 6 maggio 2016, iscritta al n. 245 del registro ordinanze 2016 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 49, prima serie speciale, dell’anno 2016.

Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nella camera di consiglio del 5 luglio 2017 il Giudice relatore Giancarlo Coraggio.

Ritenuto in fatto

1.− La Commissione tributaria regionale della Campania, con ordinanza iscritta al n. 245 del registro ordinanze 2016, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 58, comma 2, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell’art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), «sia in sé che in relazione al comma 1 di essa norma, per divisato contrasto» con gli artt. 3, 24 e 117, primo comma, della Costituzione, «nonché con criteri di razionalità e con i principi generali dell’ordinamento».

1.1.− Il giudice rimettente espone che la Commissione tributaria provinciale di Napoli aveva accolto un ricorso proposto avverso il preavviso di fermo amministrativo relativo ad un’autovettura inviatogli da Equitalia Sud spa per conto dell’Agenzia delle entrate di Napoli e del Comune di Napoli, relativamente a dieci cartelle di pagamento per tributi TARSU, IVA, IRPEF, IRAP ed altro dal 2005 al 2011, il tutto per un importo complessivo di euro 61.022,72. La parte ricorrente aveva dedotto l’omessa notifica delle cartelle richiamate nel preavviso e la decadenza dal diritto a quelle esazioni tributarie, nonché la necessità di usare la detta auto per accompagnare il figlio minore portatore di grave handicap. L’Agenzia delle entrate di Napoli ed il Comune di Napoli si erano costituiti deducendo la loro estraneità alla lite, in quanto la notifica delle cartelle riguardava esclusivamente Equitalia Sud spa, e quest’ultima, costituitasi anch’essa, aveva contestato ogni avversa deduzione. La Commissione tributaria provinciale di Napoli, previamente ritenuto impugnabile il preavviso di fermo, lo aveva annullato rilevando la mancata prova documentale della notifica delle cartelle ad esso prodromiche, pur rigettando la domanda di annullamento di queste ultime e quella di declaratoria di decadenza.

Avverso tale sentenza – prosegue l’ordinanza di rimessione – aveva proposto appello Equitalia Sud spa, producendo documentazione relativa alla notifica delle suddette cartelle e comunque sostenendo l’erroneità della decisione impugnata per inammissibilità e infondatezza della domanda di annullamento del preavviso di fermo, nonché per difetto di prova circa la dedotta necessità del contribuente di accompagnare con l’autovettura in oggetto il figlio minore portatore di handicap.

1.2.− A parere del giudice rimettente − stante la rilevanza della questione, in quanto strettamente funzionale alla decisione sulla legittimità della produzione in appello della prova documentale della notifica delle cartelle prodromiche al preavviso di fermo in oggetto, pur se tale prova era nella disponibilità della parte producente già in primo grado − l’art. 58, comma 2, del d.lgs. n. 546 del 1992 sarebbe costituzionalmente illegittimo «sia in sé che in relazione al comma 1 della stessa norma», in quanto «sembra far salva indiscriminatamente la possibilità di produzione in secondo grado di nuovi documenti».

Il giudice a quo rammenta che della norma impugnata si è costantemente registrata una rigida interpretazione letterale, che avalla la legittimità della produzione di nuovi documenti in appello pur quando essi, come nella specie, già all’epoca del giudizio di primo grado siano in possesso della parte, la quale per mera inerzia non li ha prodotti.

La norma impugnata, a parere della Commissione tributaria regionale, finirebbe col vanificare il rispetto del diritto di difesa.

Una produzione documentale nuova in appello (possibile in primo grado e non avvenuta per mera inerzia della parte interessata) potrebbe artatamente impedire alla controparte processuale la proposizione di motivi aggiunti in primo grado e quindi condurre alla perdita di un grado di giudizio, con chiara compromissione del diritto consacrato nell’art. 24 Cost.

La Commissione tributaria regionale della Campania – evidenziato come, nel giudizio a quo, la prova della notifica al contribuente delle cartelle prodromiche al preavviso di fermo in oggetto ben potrebbe essere acquisita nel secondo grado, pur non avendo Equitalia Sud spa provato la sussistenza di caso fortuito o forza maggiore impeditivi di tale produzione in primo grado – rileva come ciò comporterebbe il superamento della perenzione cristallizzatasi davanti alla Commissione tributaria provinciale per mancata produzione di tali documenti nel termine previsto dall’art. 32 del d.lgs. n. 546 del 1992, la quale resterebbe, quindi, sempre sanabile davanti alla Commissione tributaria regionale (al massimo, subordinatamente al rispetto del termine dei venti giorni anteriori alla prima udienza in appello), peraltro operando, tale sanatoria, in modo del tutto incondizionato, senza cioè alcun limite legato ad un previo giudizio di eventuale indispensabilità dell’acquisizione.

Da tali argomentazioni il giudice a quo desume anche la violazione dell’art. 3 Cost., derivante dalla disparità di trattamento delle parti a favore di quella facultata a produrre per la prima volta in appello documenti già in suo possesso nel grado anteriore ed in danno della controparte.

Alla luce delle medesime motivazioni sarebbe infine ravvisabile, «altresì, quasi a mo’ di corollario, la non manifesta infondatezza della stessa questione di costituzionalità rispetto all’art. 117, co. 1, Cost. e, per esso, rispetto ai vincoli derivanti, a tacer d’altro, dall’art. 6 CEDU, che sancisce il diritto ad un processo equo».

2.− È intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o non fondata.

2.1.− Innanzitutto, si profilerebbe un difetto di rilevanza, in quanto l’eventuale declaratoria di incostituzionalità della norma censurata non potrebbe incidere sull’esito del giudizio a quo. E ciò alla luce del principio (affermato dalla Corte di cassazione a sezioni unite, con sentenza 7 novembre 2011, n. 15144) secondo il quale il mutamento della propria precedente interpretazione di una norma processuale da parte del giudice della nomofilachia, il quale porti a ritenere esistente, in danno di una parte del giudizio, una decadenza od una preclusione prima escluse, non può comportare una decadenza non esistente nella previgente giurisprudenza.

A parere dell’Avvocatura, tale principio, ispirato dall’esigenza di tutelare l’affidamento delle parti rispetto alle regole processuali, elaborato dalla giurisprudenza per impedire l’applicazione in peius di una nuova giurisprudenza nel senso di escluderne la retroattività, andrebbe, a fortiori, applicato per tutelare l’affidamento in una chiara disposizione di legge, quale, appunto, l’art. 58, comma 2, del d.lgs. n. 546 del 1992 e nella facoltà, in essa sancita, di produzione di documenti per la prima volta in appello.

Ulteriore profilo di inammissibilità deriverebbe dall’assenza di soluzioni costituzionalmente obbligate in un ambito – quello delle norme processuali – connotato da ampia discrezionalità del legislatore. Infatti, la questione impingerebbe nell’individuazione del momento del giudizio oltre il quale alle parti è impedito il deposito di documenti, frutto di una valutazione necessariamente rimessa alla discrezionalità del legislatore.

2.2.− Quanto al merito, L’Avvocatura deduce la manifesta infondatezza della questione.

Non sarebbe, infatti, ravvisabile alcuna disparità di trattamento tra le parti processuali, posto che la facoltà di produrre documenti prevista dalla norma censurata è attribuita ad entrambe.

Inoltre non potrebbe ritenersi irragionevole la scelta del legislatore di consentire che un’attività probatoria rimasta preclusa nel giudizio di primo grado sia esperita in appello. Tanto avrebbe già affermato questa Corte, dichiarando manifestamente infondata la censura di violazione dell’art. 3 Cost. per l’asserita intrinseca irragionevolezza della disciplina per cui, nel rito ordinario, scaduti i termini concessi ai sensi dell’art. 184 del codice di procedura civile, nuove produzioni documentali non sono più possibili in primo grado – se non ove ricorrano gli estremi della rimessione in termini ex art. 184-bis cod. proc. civ. – mentre sarebbero ammissibili in appello (è richiamata l’ordinanza n. 401 del 2000).

Considerato in diritto

1.− La Commissione tributaria regionale della Campania dubita della legittimità costituzionale dell’art. 58, comma 2, del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell’art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), «sia in sé che in relazione al comma 1 di essa norma», il quale prevede che nel giudizio di appello «[è] fatta salva la facoltà delle parti di produrre nuovi documenti».

1.1.− La disposizione violerebbe gli artt. 3, 24 e 117, primo comma, della Costituzione, quest’ultimo in relazione all’art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, nonché «criteri di razionalità e […] i principi generali dell’ordinamento».

Secondo il rimettente, la facoltà di produrre per la prima volta in appello documenti già nella disponibilità della parte nel grado anteriore genererebbe una disparità di trattamento tra le parti del giudizio.

Essa, inoltre, impedirebbe artatamente alla controparte la proposizione di motivi aggiunti in primo grado e quindi condurrebbe alla perdita, da parte di quest’ultima, di un grado di giudizio, con chiara compromissione del diritto consacrato nell’art. 24 Cost.

Sussisterebbe inoltre la violazione dell’art. 117, primo comma, Cost., in riferimento all’art. 6 della CEDU.

2.− In via preliminare, va affermata l’inammissibilità di quest’ultima censura per difetto di motivazione sulla non manifesta infondatezza.

Il rimettente si limita ad affermare che dalle argomentazioni sviluppate con riferimento agli altri parametri «discende altresì, quasi a mo’ di corollario la non manifesta infondatezza della stessa questione di costituzionalità rispetto all’art. 117 co. 1 Cost. e, per esso, rispetto ai vincoli derivanti, a tacer d’altro, dall’art. 6 CEDU, che sancisce il diritto ad un processo equo».

2.1.− Conclusione analoga nel senso dell’inammissibilità vale per la censura basata sulla violazione di «criteri di razionalità» e non meglio precisati «principi generali dell’ordinamento».

Manca infatti l’indicazione dei parametri costituzionali violati e, comunque, qualsiasi argomentazione a supporto della censura.

3.− Sempre in via preliminare, va esaminata l’eccezione di inammissibilità per difetto di rilevanza formulata dall’Avvocatura generale dello Stato.

Secondo la difesa erariale, una pronuncia di accoglimento della questione di legittimità costituzionale non potrebbe mai produrre effetti nel giudizio a quo. E ciò alla luce del principio elaborato dalla Cassazione, secondo il quale va esclusa l’operatività della preclusione derivante dal nuovo indirizzo giurisprudenziale nei confronti della parte che abbia confidato nella consolidata precedente interpretazione di una norma processuale.

3.1.− Il ragionamento pone sullo stesso piano il mutamento di orientamento giurisprudenziale e la declaratoria di incostituzionalità di una norma e ne fa conseguire l’irretroattività delle pronunce di incostituzionalità aventi ad oggetto norme di carattere processuale. Ciò è in evidente contrasto con la fisionomia del controllo di costituzionalità, risultante dagli artt. 136 Cost. e 30 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), caratterizzato dall’efficacia retroattiva delle pronunce di legittimità costituzionale e fisiologicamente destinato ad incidere sul giudizio principale.

4.− Nel merito, non è fondata la censura di disparità di trattamento tra le parti del giudizio, sostenuta sulla base del presunto «sbilanciamento a favore di quella facultata a produrre per la prima volta in appello documenti già in suo possesso nel grado anteriore».

Sul punto è sufficiente rilevare che tale facoltà è riconosciuta ad entrambe le parti del giudizio, cosicché non sussistono le ragioni del lamentato «sbilanciamento».

5.− Ai fini dell’esame dell’altra censura, è opportuno premettere che questa Corte ha più volte chiarito che non esiste un principio costituzionale di necessaria uniformità tra i diversi tipi di processo (ex plurimis sentenze n. 165 e n. 18 del 2000, n. 82 del 1996; ordinanza n. 217 del 2000), e, più specificatamente, un principio di uniformità del processo tributario e di quello civile (tra le altre, ordinanze n. 316 del 2008, n. 303 del 2002, n. 330 e n. 329 del 2000, n. 8 del 1999).

Quanto alla disciplina dei singoli istituti processuali, è riconosciuta un’ampia discrezionalità del legislatore nella loro conformazione (ex plurimis, sentenze n. 94 del 2017, n. 121 e n. 44 del 2016), fermo restando, naturalmente, il limite della manifesta irragionevolezza di una disciplina che comporti un’ingiustificabile compressione del diritto di agire (sentenze n. 121 e n. 44 del 2016, n. 335 del 2004).

Con particolare riferimento all’art. 24 Cost., questa Corte ha costantemente ritenuto che esso non impone l’assoluta uniformità dei modi e dei mezzi della tutela giurisdizionale: ciò che conta è che non vengano imposti oneri tali o non vengano prescritte modalità tali da rendere impossibile o estremamente difficile l’esercizio del diritto di difesa o lo svolgimento dell’attività processuale (ex plurimis, sentenze n. 121 e n. 44 del 2016; ordinanza n. 386 del 2004).

5.1.− Ebbene, nella specie non vi è una compressione dell’esercizio del diritto di difesa nei sensi indicati.

La previsione che un’attività probatoria, rimasta preclusa nel giudizio di primo grado, possa essere esperita in appello non è di per sé irragionevole, poiché «il regime delle preclusioni in tema di attività probatoria (come la produzione di un documento) mira a scongiurare che i tempi della sua effettuazione siano procrastinati per prolungare il giudizio, mentre la previsione della producibilità in secondo grado costituisce un temperamento disposto dal legislatore sulla base di una scelta discrezionale, come tale insindacabile» (ordinanza n. 401 del 2000).

5.2.− Non sussiste, infine, la dedotta violazione dell’art. 24 Cost. per la perdita di un grado di giudizio: è infatti giurisprudenza pacifica di questa Corte che la garanzia del doppio grado non gode, di per sé, di copertura costituzionale (ex multis, sentenza n. 243 del 2014; ordinanze n. 42 del 2014, n. 190 del 2013, n. 410 del 2007 e n. 84 del 2003).

6.− Le argomentazioni svolte conducono ad una pronuncia di non fondatezza della questione sollevata.

PER QUESTI MOTIVI
LA CORTE COSTITUZIONALE

1) dichiara inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 58, comma 2, «sia in sé che in relazione al comma 1 di essa norma», del decreto legislativo 31 dicembre 1992, n. 546 (Disposizioni sul processo tributario in attuazione della delega al Governo contenuta nell’art. 30 della legge 30 dicembre 1991, n. 413), sollevata, in riferimento all’art. 117, primo comma, della Costituzione, in relazione all’art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, nonché ai «criteri di razionalità» e ai «principi generali dell’ordinamento», dalla Commissione tributaria regionale della Campania, con l’ordinanza in epigrafe;

2) dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 58, comma 2, «sia in sé che in relazione al comma 1 di essa norma», del medesimo d.lgs. n. 546 del 1992, sollevata, in riferimento agli artt. 3 e 24 Cost., dalla Commissione tributaria regionale della Campania, con la stessa ordinanza.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 5 luglio 2017.

F.to:
Paolo GROSSI, Presidente
Giancarlo CORAGGIO, Redattore
Roberto MILANA, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 14 luglio 2017.

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