Casa famiglia per anziani e simili

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Casa famiglia per anziani e simili

Messaggio da panorama » lun apr 23, 2018 5:48 pm

Casa famiglia per anziani e autorizzazioni per l'attività.

Ricorso perso.
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1) - Pertanto, nel caso di specie, non sussistono i presupposti per la formazione del silenzio assenso perché, come chiarito dalla giurisprudenza amministrativa (cfr. TAR Lazio, Sez. III ter n. 4976/2012 e Sez. II, n. 401/2011), il titolo abilitativo tacito può formarsi solo ove ricorrano tutti i presupposti ed elementi necessari e costitutivi della fattispecie prevista dalla legge, circostanza che, come sopra evidenziato, non sussiste nel caso in esame.

2) - In ogni caso, nella fattispecie in questione non opererebbe l’istituto del silenzio assenso, in quanto, secondo quanto stabilito dal comma 4 dell’art. 20 della legge n. 241/1990, “le disposizioni del presente articolo non si applicano agli atti e ai procedimenti riguardanti … la salute e la pubblica incolumità”.
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PARERE ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 1 ,numero provv.: 201801038 - Public 2018-04-19 -

Numero 01038/2018 e data 17/04/2018 Spedizione

REPUBBLICA ITALIANA
Consiglio di Stato
Sezione Prima

Adunanza di Sezione del 7 marzo 2018


NUMERO AFFARE 02132/2017

OGGETTO:
Ministero dell'interno dipartimento affari interni.


Ricorso straordinario al Presidente della Repubblica proposto dalla società “Il Glicine S.r.l.s.”, in persona del legale rappresentante Alessandra Nardi, per l’annullamento dell’ordinanza n. 2 del 29 settembre 2016, notificata il 3 ottobre 2016, emessa dal responsabile del Settore III del comune di Monte Compatri, con la quale è stata disposta la chiusura immediata della casa famiglia per anziani “Il Glicine” e l’applicazione di una sanzione amministrativa di euro 8.333,00 per aver esercitato l’attività in assenza di autorizzazione.

LA SEZIONE
Vista la relazione trasmessa con nota n. 17149 del 27 novembre 2017, con la quale il Ministero dell’interno, Dipartimento per gli affari interni e territoriali, ha chiesto il parere del Consiglio di Stato sul ricorso;

visto il ricorso, datato 30 gennaio 2017 e notificato a mezzo del servizio postale in pari data;

vista la nota del comune di Monte Compatri del 14 marzo 2017;

viste le controdeduzioni della società “Il Glicine” del 5 aprile 2017;

esaminati gli atti e udito il relatore, consigliere Antimo Prosperi.


In data 5 novembre 2015 la società “Il Glicine” richiedeva al comune di Monte Compatri l’autorizzazione all’apertura di una casa famiglia per anziani ai sensi della delibera del Consiglio comunale n. 53 del 21 dicembre 2009, nell’unità immobiliare sita in Monte Compatri, via Monte Compatri Colonna n. 2464. Non essendo stata rilasciata dal Comune l’autorizzazione all’apertura entro 60 giorni dalla richiesta, come previsto dall’art. 4, comma 3, della legge regionale del Lazio n. 41/2003, la ricorrente, “non potendo più sopportare i costi della struttura”, ha comunque avviato l’attività.

Di conseguenza il comune di Monte Compatri con ordinanza n. 2 del 29 settembre 2016, notificata alla ricorrente il 3 ottobre 2016, ha disposto:

- “la chiusura immediata della casa famiglia Il Glicine”;

- il ricollocamento immediato dei 7 ospiti della suddetta casa famiglia in strutture adeguate e autorizzate o il riaffidamento ai parenti;

- la sanzione, ai sensi dell’art. 13 comma 1, lett. c) della legge regionale n. 41/2003 in relazione all’art. 16 della legge n. 689/81, per un importo pari a euro 8.333,00, “avendo esercitato l’attività in argomento in assenza di autorizzazione”.

Il ricorso è affidato ai seguenti motivi:

I.) Violazione dell’art. 4, comma 3, della legge regionale Lazio 41/2003, violazione dei principi di leale collaborazione, trasparenza e buon andamento della P.A., violazione dell’art. 98 Cost.. Eccesso di potere per sviamento, manifesto difetto di istruttoria e di motivazione, nonché contraddittorietà e perplessità dell’azione amministrativa. Violazione e falsa applicazione dell’art. 20 della legge n. 241/1990 e s.m.i.

II.) Violazione dell’art. 7 della legge n. 241/90. Eccesso di potere per assenza di necessità a procedere alla chiusura immediata della struttura, mancata sussistenza dei presupposti per procedere all’emanazione di un’ordinanza contingibile e urgente. Violazione e falsa applicazione el d.lgs. 267/2000. Incompetenza per materia dell’Autorità che ha provveduto ad effettuare l’ispezione dei locali de “Il Glicine”.

La ricorrente lamenta la mancata preventiva comunicazione dell’avvio del procedimento prevista dall’art. 7 della legge n. 241/1990 e l’illegittimità della sanzione comminata. Rileva inoltre l’inerzia del Comune nel rilascio dell’autorizzazione, affermando che la decorrenza del termine di 60 giorni previsti dalla legge regionale del Lazio n. 41/2003, in assenza di atti interruttivi o sospensivi dei termini, equivale a un silenzio assenso. Eccepisce, infine, l’assenza di presupposti che “giustificano l’adozione di ordinanze contingibili e urgenti previsti dall’art. 57 (rectius 54) comma 4 del d.lgs. 267/2000”.

Il comune di Monte Compatri, nelle proprie controdeduzioni, sostiene la legittimità dell’ordinanza adottata ai sensi dell’art. 13, comma 1, lett. c) della legge regionale del Lazio n. 41/2003 e contesta l’asserita presenza di tutti i requisiti necessari per l’autorizzazione; in particolare, rappresenta che “la relazione asseverata del tecnico incaricato riguardante il superamento delle barriere architettoniche”, è stata acquisita solamente in data 18 ottobre 2016.

A sua volta la società “Il Glicine” nella memoria di replica ribadisce la formazione del silenzio assenso sulla propria istanza di autorizzazione e, di conseguenza, la legittimità dell’attività svolta.

Il Ministero riferente ritiene il ricorso infondato.

Considerato.

Il ricorso è infondato.

Con il primo motivo la ricorrente sostiene che non avendo il Comune rispettato il termine di 60 giorni previsto dall’art. 4, comma 3, della legge regionale del Lazio n. 41/2003 per il rilascio dell’autorizzazione, si sarebbe formato il silenzio assenso ai sensi dell’art. 20 della legge n. 241/1990. In particolare, afferma che non avendo l’Amministrazione emesso alcun provvedimento di diniego o interruttivo/sospensivo dei termini, l’autorizzazione al funzionamento e alla prestazione dei servizi doveva ritenersi accolta.

Il comune di Monte Compatri ha attestato e documentato l’articolata sequenza procedimentale relativa alla richiesta di autorizzazione di che trattasi dalla quale risulta che solo in data 18 ottobre 2016 è pervenuta al Comune “la relazione asseverata dal tecnico incaricato riguardante il superamento delle barriere architettoniche”. Contrariamente a quanto affermato dalla ricorrente, dal momento della richiesta di autorizzazione (11 novembre 2015) è intercorsa una fitta interlocuzione tra la richiedente e gli Uffici comunali competenti, volta ad acquisire le necessarie certificazioni e a verificare la sussistenza dei requisiti previsti dalla normativa. Pertanto, nel caso di specie, non sussistono i presupposti per la formazione del silenzio assenso perché, come chiarito dalla giurisprudenza amministrativa (cfr. TAR Lazio, Sez. III ter n. 4976/2012 e Sez. II, n. 401/2011), il titolo abilitativo tacito può formarsi solo ove ricorrano tutti i presupposti ed elementi necessari e costitutivi della fattispecie prevista dalla legge, circostanza che, come sopra evidenziato, non sussiste nel caso in esame.

In ogni caso, nella fattispecie in questione non opererebbe l’istituto del silenzio assenso, in quanto, secondo quanto stabilito dal comma 4 dell’art. 20 della legge n. 241/1990, “le disposizioni del presente articolo non si applicano agli atti e ai procedimenti riguardanti … la salute e la pubblica incolumità”.

Con il secondo ordine di censure la ricorrente sostiene che l’Amministrazione ha emesso il provvedimento di chiusura immediata della struttura, a seguito del verbale di ispezione della Guardia di finanza, senza richiedere i dovuti chiarimenti e la documentazione alla ricorrente, e ciò in violazione dell’art. 7 della legge n. 241/1990. Inoltre, asserisce che nella fattispecie non sussistono i presupposti per l’emanazione di provvedimenti contingibili e urgenti di cui all’art. 57, comma 4, del d.lgs. n. 267/2000.

L’art. 7 della legge n. 241/1990 prevede espressamente che non sussiste l’obbligo di avviso del procedimento nei casi in cui ricorrano particolari esigenze di celerità, rimettendo alla valutazione ampliamente discrezionale dell’Autorità emanante la relativa decisione (Cons. Stato, sez. III, n. 1924/2017).

Nel caso in esame, i motivi di urgenza dell’intervento risultano evidenti dal verbale del Comando della guardia di finanza di Frascati e dalla conseguente necessità di tutelare gli anziani ospiti della struttura.

Del tutto inconferente è poi il riferimento all’istituto dell’ordinanza contingibile e urgente, in quanto nella fattispecie si tratta di un provvedimento amministrativo dirigenziale correttamente emanato dall’Amministrazione comunale ai sensi dell’art. 13, comma 1, lett. c), della legge regionale del Lazio n. 41/2003, il quale stabilisce che “nel caso di apertura e funzionamento di strutture o prestazione di servizi di cui alla presente legge in assenza di autorizzazione o in locali diversi da quelli autorizzati si applica la sanzione amministrativa pecuniaria da un minimo di euro 5.000,00 ad un massimo di euro 25.000,00 nonché la chiusura dell’attività”.

In conclusione, per le ragioni suddette, il ricorso è infondato e va respinto.


P.Q.M.

esprime il parere che il ricorso debba essere respinto.




L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
Antimo Prosperi Mario Luigi Torsello




IL SEGRETARIO
Calderone Luisa



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Re: Casa famiglia per anziani e simili

Messaggio da panorama » mar apr 24, 2018 4:54 pm

Appello perso.
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sospensione convenzione casa di cura
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COSA NON DEVE MAI ESISTERE ( qui sotto qualche brano ):

1) - i N.A.S., nel corso di un controllo, avevano riscontrato la presenza di un paziente affetto da piaga da decubito, provocatagli da un inadeguato trattamento assistenziale.
- ) - La piaga, infatti, non era presente alla dismissione dall’ospedale pubblico e risultava essere stata curata l’ultima volta alcuni giorni prima dell’accesso dei N.A.S., non essendo stata annotata nel frattempo alcuna medicazione sulla relativa cartella clinica.

2) - Nello stesso verbale i N.A.S., pur reputando “sufficienti” le condizioni igieniche del piano di medicina/lungodegenza nel quale lo stesso paziente nel frattempo era stato spostato, avevano appurato che il materassino antidecubito a quest’ultimo assegnato risultava “sgonfio e col meccanismo scollegato dall’impianto elettrico”, quindi in condizioni pregiudizievoli per il suo stato di salute;

N.B.: Cmq. leggete il tutto qui sotto.
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SENTENZA ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 3 ,numero provv.: 201802460
- Public 2018-04-24 -

Pubblicato il 24/04/2018


N. 02460/2018 REG. PROV. COLL.
N. 01321/2016 REG. RIC.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Terza)

ha pronunciato la presente
SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 1321 del 2016, proposto da:

Fallimento della Casa di Cura Poggio Sereno S.r.l., in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall'avvocato Philip Laroma Jezzi, con domicilio eletto presso lo studio Clifford Chance in Roma, via di Villa Sacchetti, 11;

contro
Azienda Sanitaria Locale n.10 di Firenze, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentata e difesa dall'avvocato Paolo Stolzi, con domicilio eletto presso lo studio Umberto Richiello in Roma, via Carlo Mirabello, 18;

e con l'intervento di

ad adiuvandum:

Leonardo Morichi, rappresentato e difeso dall'avvocato Domenico Benussi, con domicilio eletto presso lo studio Grez in Roma, Corso Vittorio Emanuele II, 18;

per la riforma
della sentenza del T.A.R. TOSCANA - FIRENZE: SEZIONE II n. 01084/2015, resa tra le parti, concernente sospensione convenzione casa di cura.


Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio dell’Azienda Sanitaria Locale n.10 di Firenze;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 5 aprile 2018 il Cons. Giovanni Pescatore e uditi per le parti gli avvocati Ugo Franceschetti su delega di Philip Laroma Jezzi, Paolo Stolzi e Domenico Benussi;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO

1. La Casa di cura Poggio Sereno di Fiesole - struttura sanitaria accreditata dalla Regione Toscana - ha stipulato con l’Azienda USL 10 di Firenze per l’anno 2013 un "contratto per attività di ricovero ospedaliero e specialistica ambulatoriale".

Ai fini dell'ulteriore prosecuzione del rapporto contrattuale, l’Azienda sanitaria ha segnalato alla Casa di cura l'esigenza di procedere a lavori di adeguamento della struttura necessari a garantire la massima sicurezza e tutela per i pazienti ricoverati e per il personale. Nelle more, il contratto di cui sopra è stato prorogato con successivi provvedimenti sino al 30.4.2014, quindi sino al 31.5.2014 e infine sino al 30.6.2014.

2. Con la nota dell'11.6.2014 prot. n. 32444, il Direttore generale dell'Azienda Sanitaria di Firenze ha comunicato alla Casa di cura Poggio Sereno che, in relazione all'esito negativo degli accertamenti svolti circa i lavori di adeguamento da realizzare, "si rende necessario il mancato rinnovo della convenzione…, in scadenza al 30/06/2014, e fino alla verifica del ripristino delle condizioni igienico-sanitarie e strutturali richieste dalla normativa vigente nonché dalle previsioni convenzionali".

3. Con successiva deliberazione n. 487 del 30.6.2014 il medesimo Direttore generale, richiamata la nota di cui sopra, ha disposto di sospendere il contratto rep. n. 14054 del 29.8.2013 stipulato con la Casa di cura Poggio Sereno "a decorrere dal 01/7/2014 e fino alla verifica e ripristino delle condizioni igienico sanitarie e strutturali richieste dalla normativa vigente".

4. I provvedimenti sopra menzionati sono stati impugnati dalla predetta Casa di cura con l'atto introduttivo del giudizio di primo grado e con i motivi aggiunti successivamente depositati, in cui sono stati prospettati vizi di violazione di legge ed eccesso di potere, argomentati sull’assunto che:

a) gli interventi di adeguamento richiesti alla Casa di cura ricorrente riguardavano i requisiti strutturali e impiantistici, dunque potevano essere realizzati entro la fine del 2015, ai sensi dell'art. 31 D.P.G.R. 24.12.2010 n. 61/R;

b) la ricorrente si era attivata in tal senso presentando progetti e un cronoprogramma;

c) la condotta dell'ASL di Firenze risultava contraddittoria perché prima del provvedimento impugnato essa aveva adottato altri atti di segno opposto;

d) la deliberazione n. 487/2014 faceva riferimento ad atti presupposti non portati a conoscenza della ricorrente.


5. Con la sentenza n. 1084/2015, il Tar Toscana ha respinto l’impugnativa osservando:

- che “dalla documentazione acquisita al giudizio emerge un quadro in cui la scarsa pulizia e igiene degli ambienti e un’organizzazione non all'altezza delle esigenze di una struttura del genere pregiudicano la possibilità di garantire adeguati livelli assistenziali, come peraltro confermato dall'episodio del 27/5/2014”;

- che dunque “in tali condizioni il termine del 31/12/2015 per l'adeguamento ai requisiti strutturali ed impiantistici previsti dal Regolamento non può impedire all'Azienda Sanitaria di intervenire a garanzia dei pazienti, evitando di rinnovare ulteriormente il contratto (scaduto) con la struttura in questione, peraltro non in via definitiva, ma in attesa del ripristino delle necessarie condizioni igienico-sanitarie (allo stato insufficienti), per le quali il termine di cui sopra non opera”;

- che, dopo aver concesso alla struttura ampio spazio e tempo per rimediare alle segnalate carenze, legittimamente l’amministrazione si era determinata “a porre un termine alle proroghe (cioè a una situazione ontologicamente precaria) una volta verificata la permanenza delle criticità già riscontrate per i profili di cui sopra, direttamente (e negativamente) incidenti sui livelli di assistenza dei pazienti”.

6. Successivamente alla pronuncia di primo grado, la Casa di Cura è stata dichiarata fallita con sentenza in data 3 dicembre 2015.

7. Con delibera n. 1202 del 9.12.2015, la Regione Toscana ha disposto, in favore della generalità delle strutture sanitarie toscane, la proroga dal 31.12.2015 sino al 31.12.2016 del termine di adeguamento ai requisiti di esercizio strutturali e impiantistici, di cui all'art. 31 D.P.G.R. 61/R del 2010.

8. Con l’atto di appello qui in discussione, il Fallimento ha censurato la sentenza di primo grado, sotto i seguenti profili:

Ia) la pronuncia è ritenuta erronea nella parte in cui ha statuito che l'art. 31 D.P.G.R. 24.12.2010 n. 61/R sia privo di decisiva rilevanza nel caso di specie, in quanto riferito ai soli "requisiti strutturali ed impiantistici", mentre le carenze imputate alla struttura de qua riguardano anche aspetti igienico-sanitari.

Secondo l’appellante, eventuali carenze igienico - sanitarie, anche se effettivamente sussistenti, non avrebbero potuto giustificare una sanzione come la sospensione o la decadenza della convenzione, in quanto l’unica carenza igienico - sanitaria accertata dai NAS - ovvero la presenza di un materassino sgonfio - è stata subito rimossa, mentre la condizione igienico-sanitaria della struttura è risultata nel complesso "sufficiente". Dunque, i provvedimenti contestati – al pari degli atti in essi richiamati (la nota prot. n. 14467 del 12.3.2014; il verbale del sopralluogo dei NAS prot. n. 1844/11-2 del 29.5.2014; il verbale di SOS Vigilanza e Controllo del 30.5.2014; la nota del 2.3.2015 del Comune di Fiesole) - hanno tratto fondamento, essenzialmente, dalle rilevate carenze di carattere impiantistico-strutturale, le quali, tuttavia, essendo adeguabili entro il termine del 31.12.2015, a norma dell'art. 31 D.P.G.R. 61/R del 2010, sono inidonee a giustificare la sospensione della convenzione;

Ib) l’appellante ribadisce il carattere contraddittorio e illogico dell'iter procedimentale che ha condotto all'adozione dei due provvedimenti impugnati, avendo l’ASL dapprima prorogato la convenzione fino al 31.3.2014, poi, con delibera n. 271/2014 fino al 30.4.2014, quindi mensilmente con le deliberazioni n. 345 del 6.5.2014 e n. 438 del 6.6.2014.

Successivamente, senza che fossero intervenuti elementi istruttori nuovi o diversi rispetto a quelli precedentemente evidenziati, la ASL ha adottato l’atto di sospensione - con la nota prot. n. 32444 del 11.6.2014, e l’atto di "mancato rinnovo" - con la delibera n. 487 del 30.6.2014. E ciò nonostante che le deliberazioni richiamate avessero disposto la proroga "in attesa degli esiti delle verifiche dei competenti Servizi aziendali sul progetto di adeguamento e di fattibilità del cronoprogramma presentato dalla Casa di cura", e tali verifiche non fossero mai state condotte, come testimoniato dal fatto che negli stessi provvedimenti impugnati non vi è alcun riferimento ad esse;

Ic) viene contestata anche l’affermazione contenuta in sentenza secondo cui sarebbero irrilevanti le "vicende successive alla fase cautelare". L’appellante sostiene, al contrario, che tali vicende, per quanto inidonee a dimostrare l’illegittimità degli atti impugnati, dimostrerebbero la predeterminata volontà della ASL di non proseguire nel rapporto convenzionale con la Poggio Sereno;

II) viene censurata, infine, l’argomentazione con la quale il Tar ha ritenuto di superare la censura di carenza di motivazione della deliberazione n. 487/2014, sostenendo che gli atti in essa richiamati erano stati depositati in giudizio e che su di essi, pertanto, la parte ricorrente aveva avuto ampio modo di argomentare, senza risentire alcuna lesione del diritto di difesa.

Sostiene l’appellante, al contrario, che gli atti richiamati nella delibera non sono stati portati a sua conoscenza, né le sono stati resi disponibili, avendo essa avanzato apposita istanza di accesso (in data 27.6.2014) rimasta, tuttavia, disattesa. Per contro, la conoscenza della documentazione ex post, solo in fase processuale, non può dirsi equivalente alla preventiva messa a disposizione della stessa, ai sensi e nei limiti di cui all'art. 3 L. 241/1990.

9. La ASL n. 10 di Firenze si è ritualmente costituita in giudizio, contestando nel merito gli assunti avversari ed eccependone in via preliminare l’inammissibilità ai sensi dell’art. 101, comma 1, c.p.a., per assenza di specifiche censure avverso i capi della sentenza impugnati.

10. E’ altresì intervenuto ad adiuvandum il dott. Morichi, in qualità di amministratore unico della società dichiarata fallita e titolare di diritti di credito per retribuzioni non percepite.

11. Espletato lo scambio di memorie ex art. 73 c.p.a., la causa è stata discussa e posta in decisione all’udienza pubblica del 5 aprile 2018.

DIRITTO

1. Il primo motivo non può essere accolto.

1.1. Nell’affermare che le carenze riscontrate nella struttura riguardavano non solo profili strutturali e impiantistici - ma anche carenze igienico-sanitarie - il Tar ha fatto richiamo ad una serie di documenti acquisiti agli atti del procedimento. Tra questi: la nota ASL 11.7.2013; il verbale dei N.A.S. del 29.5.2014, il verbale della struttura Vigilanza e Controllo della ASL del 30.5.2014 nonché la nota 12.3.2014 della ASL che già preannunciava la sospensione alla luce degli esiti della relazione congiunta in data 6.3.2014.

1.2. Il Tar ha quindi ritenuto che tali dati istruttori forniscono rappresentazione di “..una struttura vecchia e largamente inadeguata allo svolgimento delle funzioni sanitarie” ad essa affidate, sottolineando a tal fine il carattere particolarmente vistoso non solo delle carenze strutturali ed impiantistiche, ma anche di “non meno preoccupanti carenze sotto i profili igienico - sanitario, assistenziale e organizzativo, solo in parte connesse alle carenze strutturali e impiantistiche di cui sopra”. A detta dei primi giudici, “dalla documentazione acquisita al giudizio emerge un quadro in cui la scarsa pulizia e igiene degli ambienti e un’organizzazione non all’altezza delle esigenze di una struttura del genere pregiudicano la possibilità di garantire adeguati livelli assistenziali, come peraltro confermato dall’episodio del 27/5/2014”.

1.3. Da una più analitica lettura del contenuto degli atti istruttori richiamati a fondamento delle delibere impugnate, si trae conferma della fondatezza della valutazione espressa dal Tar, dovendo in tal senso osservarsi che:

- la sussistenza di carenze igienico-sanitarie ed organizzative era stata una prima volta segnalata dalla ASL con nota del 6.3.2014, in quanto “ripetutamente rilevata anche da numerose segnalazioni inviate all’URP dell’Azienda da parte di utenti o loro familiari” (dette segnalazioni sono allegate sub. doc. 7-10 fasc. ASL I° grado);

- in data 29.5.2014, i N.A.S., nel corso di un controllo, avevano riscontrato la presenza di un paziente affetto da piaga da decubito, provocatagli da un inadeguato trattamento assistenziale. La piaga, infatti, non era presente alla dismissione dall’ospedale pubblico e risultava essere stata curata l’ultima volta alcuni giorni prima dell’accesso dei N.A.S., non essendo stata annotata nel frattempo alcuna medicazione sulla relativa cartella clinica.

Nello stesso verbale i N.A.S., pur reputando “sufficienti” le condizioni igieniche del piano di medicina/lungodegenza nel quale lo stesso paziente nel frattempo era stato spostato, avevano appurato che il materassino antidecubito a quest’ultimo assegnato risultava “sgonfio e col meccanismo scollegato dall’impianto elettrico”, quindi in condizioni pregiudizievoli per il suo stato di salute;

- nel verbale della struttura Vigilanza e Controllo della ASL del 30.5.2014, gli organi accettatori avevano constatato il permanere di “importanti carenze inerenti arredi ed attrezzature già precedentemente segnalati” nonché “un lieve miglioramento globale dello stato di pulizia dei locali”, pur formulando in proposito la considerazione che “data la vetustà ed inadeguatezza della struttura e degli arredi, ulteriori miglioramenti sembrano poco probabili.. …Permangono quindi le gravi carenze strutturali, igienicosanitarie, organizzative, assistenziali e di sicurezza già precedentemente evidenziate”;

- dette carenze erano state indicate nella nota ASL del 24.9.2013 come comprensive, oltre che di vistose lacune della dotazione impiantistica, strutturale e di sicurezza, anche di mancanze organizzative (per sottodimensionamento del personale assegnato rispetto al volume di attività e alla complessità delle patologie trattate), di “non rispondenza ai criteri consolidati in materia di .. igiene delle strutture sanitarie” e di presenza di “arredi e suppellettili inadeguati e in carente stato di manutenzione e pulizia”.

La ASL aveva concluso, quindi, che “tali carenze pregiudicano gravemente non solo la qualità delle prestazioni erogate, ma anche la sicurezza ed incolumità dei pazienti e degli operatori”;

- la nota richiama gli esiti del sopralluogo dell’11 luglio 2013, corredati da ampia documentazione fotografica, dai quali era emersa, inter alias, la presenza di “supporti sanitari, come piantane per flebo, carrelli .. malridotti, rugginosi e sporchi”; di camere di degenza con “manutenzione trascurata con tratti murari sverniciati, intonaci macchiati, infissi screpolati, scrostati, consunti”; di servizi igienici “mal tenuti, poco puliti”; di locali di servizio “limitati e spesso in disordine”, con scarsa illuminazione e scarsamente mantenuti; di una generale carenza di pulizia nelle aree sanitarie e di una complessiva inadeguatezza della struttura, per quanto concerne pavimenti, infissi, opere murarie, arredi.

1.4. Alla stregua delle risultanze sin qui richiamate, deve respingersi come destituito di fondamento il reiterato tentativo della parte appellante di ricondurre i profili di inadeguatezza della struttura alle sole carenze di tipo impiantistico-strutturale.

1.5. Resta peraltro da considerare che il termine massimo (fino al 31.12.2015) del quale la Casa di Cura poteva beneficiare per l’esecuzione degli adeguamenti strutturali e tecnologici, certamente non vincolava medio tempore la Asl a dare seguito, a qualunque condizione, al rapporto convenzionale.

Come correttamente eccepito dalla parte appellata, la conservazione dell’accreditamento è condizione necessaria, ma niente affatto sufficiente alla stipula del contratto, giacché compete alla singola ASL stabilire se ed entro quali limiti (temporali e operativi) convenzionarsi con il soggetto titolare di valido accreditamento.

Nel contesto di tale valutazione, non può non assumere rilevanza anche la considerazione degli standard di adeguatezza ed efficienza della struttura da convenzionare, soprattutto laddove detti parametri presentino una concreta incidenza sulla qualità del servizio prestato ai pazienti e sulle condizioni di sicurezza ed incolumità nelle quali vengono a trovarsi i degenti e gli operatori sanitari.

1.6. Va a questo proposito considerato che il termine di adeguamento delle dotazioni impiantistiche costituisce un limite temporale “massimo”, inteso a garantire all’operatore accreditato un regime temporale di tolleranza entro il quale realizzare i necessari interventi di riqualificazione. Il beneficio in tal modo concesso alla struttura accreditata non può tuttavia ridondare, ipso iure, in danno dei pazienti e dell’interesse pubblico, costringendo la ASL ad accettare nelle more qualunque condizione di esercizio del servizio sanitario, anche se implicante un acclarato pericolo per la salute dei pazienti.

L’assiomatica derivazione dal predetto termine “massimo” di un diritto della struttura sanitaria a vedersi rinnovato il rapporto contrattuale appare, quindi, non evincibile dalla lettera e dalla ratio dell'art. 31 D.P.G.R. 61/R del 2010, oltre che dalla natura giuridica del rapporto concessorio in ambito sanitario.

1.7. Il fatto che, nel caso in esame, le condizioni della Casa di Cura, anche di tipo impiantistico strutturale, siano state ritenute non confacenti ad una adeguata prestazione del servizio (si pensi solo alle rilevate carenze del sistema antincendio e dell’impianto di climatizzazione, ovvero alla impossibilità di far transitare nei corridoi i lettini di ambulanza, con tutte le conseguenze che ne derivano per la incolumità dei degenti), rende inconsistente anche la dedotta censura di violazione del principio di imparzialità, argomentata sotto il profilo dell’asserita differenza di trattamento riservato alla struttura ricorrente, rispetto alle altre strutture sanitarie private che, pur versando in analoghe condizioni, avrebbero beneficiato appieno del termine massimo previsto dall'art. 31 D.P.G.R. 61/R del 2010 per portare a termine gli interventi di adeguamento impiantistico-strutturale. In realtà, per poter convalidare detta affermazione di disparità di trattamento fa difetto la dimostrazione di una effettiva equiparabilità delle posizioni poste a confronto, sia sotto il profilo della sussistenza (in ognuna di esse) di analoghe carenze igienico-sanitarie e impiantistico-strutturali; sia sotto il profilo della analoga incidenza di dette carenze sugli standard minimi di adeguatezza del servizio offerto agli utenti.

2. Va altresì respinta la censura di contraddittorietà nell’operato della ASL.

Come può evincersi dalla documentazione in atti, le proroghe per l’anno 2014 sono state concesse e deliberate dalla ASL sul chiaro ed esplicitato presupposto delle carenze sopra riferite della Casa di Cura e dei plurimi inviti a presentare un credibile piano di interventi, corredato da cronoprogramma da verificare nella sua fattibilità.

Non solo, ma anche successivamente, le proroghe mensili si sono intersecate con la presentazione di documentazione e con l’analisi della medesima da parte degli uffici competenti, ovvero nell’attesa delle verifiche da parte dei competenti organi.

E’, perciò, logica e coerente la sentenza impugnata (pag. 7) nella parte in cui rileva l’assenza di qualsiasi contraddittorietà nel comportamento dell’Azienda, data la specifica finalità delle proroghe, concesse per porre rimedio alle criticità riscontrate.

Alle proroghe è stato abbinato, d’altra parte, un parallelo monitoraggio dello stato di avvio o di avanzamento degli interventi, secondo quanto si desume dal contenuto delle note ASL 12.3.2014 e 13.5.2014, oltre che dal verbale NAS 29.5.2014 e dal verbale della struttura Vigilanza e Controllo della ASL del 30.5.2014.

Se ne ricava il dato sintetico che alle plurime proroghe concesse dalla ASL non ha fatto seguito un concreto avanzamento degli interventi di riqualificazione della struttura, tanto che all’esito del sopralluogo del 30.5.2014 le condizioni strutturali della Casa di Cura risultavano invariate rispetto al precedente sopralluogo – al punto da determinare la necessitata sospensione del rapporto. Dunque, il solo fatto che l’amministrazione abbia atteso invano le iniziative della controparte e abbia riscontrato, all’esito delle proroghe concesse, la mancanza di apprezzabili progressi, non può precostituire una base argomentativa per sollevare censure di contraddittorietà nell’operato della ASL o per lamentare la lesione di un legittimo affidamento nella prosecuzione del rapporto, e ciò sia perché la convenzione era già cessata e vigeva nel regime di prorogatio; sia perché la estensione della stessa proroga è stata consentita di volta in volta e per brevi periodi, sotto la condizione non equivocabile di un recupero di efficienza operativa da parte della struttura sanitaria; sia perché, infine, il contratto non è stato sospeso sine die, ma "a decorrere dal 01/7/2014 e fino alla verifica e ripristino delle condizioni igienico sanitarie e strutturali richieste dalla normativa vigente".

Tutto ciò posto, il solo fatto che l’autorizzazione sanitaria (del 2013) e l’accreditamento (del 2012), giammai revocati, fossero stati rilasciati in epoca non risalente rispetto agli atti qui impugnati, non induce a conclusioni diverse da quelle innanzi esposte, non potendosi ritenere che il rilascio dei titoli autorizzatori prodromici alla stipula della convenzione, per di più se avvenuto in carenza dei necessari presupposti, possa implicare come sua necessaria conseguenza anche la stipula della convenzione sanitaria. E’ al contrario vero che le scelte di programmazione e organizzazione dei servizi sanitari sono caratterizzate da un alto tasso di discrezionalità, il quale giustifica - unitamente alla posizione di primazia che la legge assegna alla parte pubblica nel governo di tale materia - la tendenziale insussistenza di situazioni vincolanti in sede di diniego di rinnovo di una convenzione con una struttura sanitaria (Cons. Stato, sez. III, 07 dicembre 2017, n. 5780).

3. L’infondatezza delle censure sin qui esaminate implica anche il rigetto della doglianza sub Ic), atteso che il descritto andamento del rapporto e la fondatezza delle motivazioni addotte a giustificazione della sua mancata proroga, consentono di escludere che la condotta tenuta dalla ASL possa essere stata determinata da posizioni pregiudizialmente ostili alla Casa di cura e preordinate alla interruzione del convenzionamento in essere. Il continuo monitoraggio della situazione in essere e la consapevolezza della precarietà del rapporto convenzionale, ipotecato da molteplici riserve e reiterato con caute misure di proroga, può ragionevolmente aver indotto l’amministrazione a vagliare le soluzioni alternative a quella del rinnovo della convenzione. Da tale circostanza non pare potersi ricavare, per converso, una automatica dimostrazione di uno sviamento nell’esercizio del potere.

4. Con riguardo al secondo motivo, occorre rilevare, a confutazione dell’asserita violazione dell’obbligo di motivazione degli atti impugnati, che:

- l’istanza di accesso è stata avanzata dalla parte appellante solo con riguardo al verbale NAS del 30.5.2014. Eppure ad integrare per relationem la motivazione della delibera contestata (n. 487/2014) concorreva anche il richiamato verbale di SOS Vigilanza e Controllo del 30.5.2014, il quale attestava il permanere delle “gravi carenze strutturali, igienico sanitarie, organizzative, assistenziali e di sicurezza già in precedenza evidenziate”, così fornendo autonoma base motivazionale alle determinazioni assunte dalla ASL;

- il sopralluogo dei NAS riportato nel verbale del 30.5.2014 si è peraltro svolto alla presenza dell’amministratore delegato e legale rappresentante della Casa di Cura, sicché è dato presumere che questi fosse a conoscenza degli accertamenti condotti e dei relativi esiti;

- in punto di diritto, la disponibilità dell'atto richiamato per relationem va intesa nel senso che all'interessato debba essere consentito di prenderne visione, di richiederne ed ottenerne copia in base alla normativa sul diritto di accesso ai documenti amministrativi e di chiederne la produzione in giudizio (cfr., ex multis, Cons. Stato, sez. IV, 13 ottobre 2015, n. 4731; Id., sez. V, 05 dicembre 2014, n. 6013);

- nel caso di specie, gli strumenti utili all’esibizione del documento non risultano essere stati integralmente esperiti, non avendo la parte interessata attivato anche i rimedi processuali a ciò deputati.

4. Per quanto esposto, l’appello va respinto in quanto infondato, il che consente di prescindere dai rilievi di inammissibilità eccepiti dalla parte appellata.

Le questioni vagliate esauriscono la vicenda sottoposta alla Sezione, essendo stati toccati tutti gli aspetti rilevanti a norma dell’art. 112 c.p.c., in aderenza al principio sostanziale di corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato. Gli argomenti di doglianza non espressamente esaminati sono stati dal Collegio ritenuti non rilevanti ai fini della decisione e, comunque, inidonei a supportare una conclusione di tipo diverso.

5. Le spese di lite seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto,

lo respinge.

Condanna la parte appellante e il terzo interveniente ad adiuvandum, in solido tra di loro, a rifondere in favore della parte appellata le spese di lite che liquida in complessivi €. 3.000.00, oltre accessori di legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 5 aprile 2018 con l'intervento dei magistrati:
Franco Frattini, Presidente
Giulio Veltri, Consigliere
Pierfrancesco Ungari, Consigliere
Giovanni Pescatore, Consigliere, Estensore
Giulia Ferrari, Consigliere


L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
Giovanni Pescatore Franco Frattini





IL SEGRETARIO

panorama
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Re: Casa famiglia per anziani e simili

Messaggio da panorama » gio lug 05, 2018 10:33 am

Residenza Sanitaria Assistenziale “L’Ulivo” della Fondazione San Raffaele della Cittadella della Carità (di seguito R.S.A.), Residenza Sanitaria Assistita con sede a Taranto,

1) - era prevista una specifica tariffa (€ 129,37) superiore rispetto a quella di cui alla D.G.R. Puglia n. 698/2003 (pari ad € 100,80),
------------------------------------------------------

SENTENZA ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 3 ,numero provv.: 201804089
- Public 2018-07-03 -

Pubblicato il 03/07/2018

N. 04089/2018 REG. PROV. COLL.
N. 02691/2015 REG. RIC.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Terza)

ha pronunciato la presente
SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 2691 del 2015, proposto da
Residenza Sanitaria Assistenziale "L'Ulivo" della Fondazione Cittadella della Carità, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dagli avvocati Alberto Pepe e Gianluigi Pellegrino, con domicilio eletto presso lo studio dell’avv. Gianluigi Pellegrino in Roma, corso del Rinascimento n. 11;

contro
Azienda Sanitaria Locale Taranto, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall'avvocato Filippo Panizzolo, con domicilio eletto presso lo studio dell’avv. Alfredo Placidi in Roma, via Cosseria n. 2;

Regione Puglia, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall'avvocato Adriana Shiroka, con domicilio eletto presso la Delegazione Regione Puglia in Roma, via Barberini n. 36;

per la riforma
della sentenza del T.A.R. PUGLIA - SEZ. STACCATA DI LECCE - SEZIONE II n. 02928/2014, resa tra le parti


Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visti gli atti di costituzione in giudizio dell’Azienda Sanitaria Locale di Taranto e della Regione Puglia;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 21 giugno 2018 il Cons. Ezio Fedullo e uditi per le parti gli Avvocati Gianluigi Pellegrino, Maria Grimaldi su delega di Adriana Shiroka e Arturo Umberto Meo su delega di Filippo Panizzolo;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:


FATTO e DIRITTO

La Residenza Sanitaria Assistenziale “L’Ulivo” della Fondazione San Raffaele della Cittadella della Carità (di seguito R.S.A.), Residenza Sanitaria Assistita con sede a Taranto, ha riassunto innanzi al T.A.R. Lecce il ricorso straordinario al Capo dello Stato, proposto avverso i provvedimenti con i quali la Regione Puglia e la ASL Taranto hanno disposto, prima, l’annullamento della convenzione sottoscritta tra la RSA e la ASL predetta, nella quale era prevista una specifica tariffa (€ 129,37) superiore rispetto a quella di cui alla D.G.R. Puglia n. 698/2003 (pari ad € 100,80), quindi e conseguentemente, il recupero della maggiore somma (ritenuta) indebitamente corrisposta.

In particolare e con maggiore dettaglio:

- con la deliberazione n. 590 del 24 febbraio 2011, impugnata con il ricorso introduttivo, il Commissario Straordinario della ASL di Taranto, rilevato che, con deliberazione del D.G. n. 2040 del 18 ottobre 2006, era stato disposto di stipulare una convenzione con la RSA e che l’analisi della citata convenzione aveva “fatto registrare, nel rapporto tra prestazioni erogate e costi, seppure tra loro coerenti, difformità sostanziali rispetto a quanto previsto dalla vigente normativa regionale”, decideva di avviare, nel quadro della definizione del nuovo accordo contrattale per l’acquisto di prestazioni assistenziali dalla RSA, il procedimento di annullamento in autotutela della deliberazione citata, sospendendo nelle more, per il termine di 30 giorni, l’efficacia della stessa ed applicando “con decorrenza immediata la tariffa determinata dalla vigente normativa regionale relativamente alle caratteristiche prestazioni erogate e quindi, trattandosi di RSA, pari a euro 70,56 pro die”;

- con la successiva deliberazione n. 1407 del 9 maggio 2011, lo stesso Commissario Straordinario della ASL Taranto, rilevato che alla RSA “sono state corrisposte le tariffe stabilite con la convenzione approvata con la DDG n. 2040 del 18 ottobre 2006, per un importo di € 129,37 pro die”, che tali tariffe, “pur stabilite in ragione di prestazioni ulteriori richieste dalla convenzione approvata con la ridetta delibera del DG della ASL TA n. 2040 del 18 ottobre 2006, provengono evidentemente da organo incompetente a stabilire il regime tariffario delle prestazioni erogate in RSA”, che il Reg. Reg. n. 8/2002 “devolve alla competenza della giunta Regionale”, e che “con DGR n. 689/2993 la Regione Puglia ha quantificato in € 100,80 pro die la tariffa relativa alle prestazioni rese agli assistiti da eleggere in RSA”, ha disposto, a conclusione del procedimento di autotutela avviato con la menzionata delibera n. 590/2011, l’annullamento della delibera del Direttore Generale 2040 del 18 ottobre 2006 “nella parte in cui definisce le obbligazioni della struttura privata e stabilisce per la residenza sanitaria assistenziale L’Ulivo la tariffa di € 129,37 pro die in quanto affetta da evidente ed insanabile incompetenza del Direttore Generale della Azienda Sanitaria Locale ai sensi delle disposizioni di cui al Reg. reg. 8/2002 che prescrive requisiti e prestazioni delle R.S.A. disponendo che la quantificazione delle tariffe del SSR per le prestazioni da erogare in R.S.A. sia devoluta alla Giunta Regionale”, ed ha stabilito che, “a far data dal 24 febbraio 2011, la tariffa applicabile alla R.S.A. “L’Ulivo” è di € 100,80 al giorno (conformemente a quanto sancito con DGR 689/2003, di cui il 70% a carico della Asl (quindi € 70,56 al giorno) e il 30% a carico dell’utente”, mentre, per le prestazioni erogate dal 21 ottobre 2009, giorno successivo alla scadenza della convenzione, e fino al 24 febbraio 2011, si provvederà ad effettuare, a cura della ASL, la quantificazione dei costi effettivamente sostenuti dalla RSA sulla base delle prestazioni effettivamente rese e dei costi documentabili, e che all’esito di tale quantificazione saranno effettuati i recuperi degli importi corrisposti dalla ASL in esubero rispetto ai costi effettivamente sostenuti e documentati;

- con la nota della Regione Puglia prot. n. AOO 151 3.2.2014 n. 907, impugnata con motivi aggiunti, rilevato che “il recupero delle somme che riguarda la struttura in oggetto va calcolata a partire dalla data di approvazione della DGR n. 689/2003 e a prescindere dai controlli fatti sulle cartelle cliniche” e che “la tariffa regionale pari ad € 100,80 è stata calcolata in base ai requisiti strutturali, tecnologici ed organizzativi di cui al R.R. n. 8/2002 (…) pertanto non è necessario né giustificabile al fine del recupero delle somme valutare i costi effettivamente sostenuti dalla struttura in quanto tali costi sono stati calcolati in via generale all’atto della determinazione della tariffa regionale”, ha sollecitato la ASL a procedere al recupero delle somme percepite dalla RSA in conseguenza della attribuzione di una retta di degenza diversa da quella stabilita a livello regionale;

- infine, con la nota della ASL Taranto prot. n. 15703 del 10.2.2014, anch’essa impugnata con motivi aggiunti, è stato chiesto alla RSA il pagamento della somma di € 1.607.983,02 oltre interessi, “a titolo di differenza percepita e non dovuta, relativa al pagamento delle rette per i ricoveri in RSA”.

Il T.A.R. Lecce, con la sentenza appellata, ha complessivamente respinto la domanda di annullamento proposta dalla RSA avverso gli atti suindicati.

L’originaria ricorrente contesta quindi, con l’appello in esame, le considerazioni e le conclusioni reiettive cui è pervenuto il giudice di primo grado, invocandone la riforma.

Si sono costituiti nel giudizio di appello, per resistere alle censure di parte appellante, la Regione Puglia e la ASL Taranto.

Le deduzioni delle parti sono state ulteriormente esplicitate con le memorie depositate in vista dell’udienza di merito.

Tanto premesso, l’ordine di esame delle censure di parte appellante deve rispecchiare i presupposti giustificativi dei provvedimenti impugnati, i quali, con particolare riguardo a quelli impugnati con il ricorso introduttivo del giudizio di primo grado (rectius, con il ricorso straordinario poi trasposto in sede giurisdizionale), assumono la configurazione tipica di atti di autotutela.

Prima ancora, tuttavia, occorre evidenziare che può senz’altro prescindersi dalle censure mosse avverso la delibera del D.G. della ASL Taranto prot. n. 590 del 24 febbraio 2011, atteso che la sua finalizzazione ad avviare il procedimento di autotutela ed a dettare, nelle more della sua conclusione e quindi in via meramente transitoria, le disposizioni necessarie a disciplinare il rapporto con la RSA (sotto il profilo della gestione dei pazienti non eleggibili in RSA e del trattamento tariffario delle prestazioni rese), rende evidente che nessun attuale interesse può dirsi permanere in capo alla stessa, una volta che quelle disposizioni – dettate, si ripete, in via meramente transitoria - sono state assorbite, sostituite e precisate da quelle formulate, in via definitiva, con la successiva deliberazione commissariale n. 1407 del 9 maggio 2011, conclusiva del procedimento di autotutela.

Come si accennava, le doglianze attoree devono essere esaminate e, prima ancora, raggruppate ed ordinate in coerenza con la natura del potere esercitato dall’Amministrazione.

Come ugualmente anticipato, questo, relativamente in particolare al provvedimento del Commissario straordinario della ASL Taranto prot. n. 1407/2011 (alla cui caducazione, per quanto detto, la parte appellante conserva attualmente interesse), è chiaramente riconducibile al potere di annullamento d’ufficio di cui all’art. 21 nonies l. n. 241/1990, con la conseguenza che la sua legittimità deve essere verificata nel prisma della sussistenza dei presupposti giustificativi del suo esercizio.

Ebbene, iniziando dal profilo attinente alla illegittimità del provvedimento oggetto di annullamento – ravvisabile nella delibera del D.G. della ASL Taranto n. 2040 del 18 ottobre 2006, con la quale è stato disciplinato il rapporto intercorrente tra la RSA appellante e l’Amministrazione sanitaria – rileva l’autorità commissariale che essa rinviene le sue ragioni essenziali:

- nell’applicazione alla RSA, per le prestazioni da essa erogate, di un trattamento tariffario di € 129,37 pro die, difforme da quello, di € 70,56, stabilito in via generale, per tale tipologia di struttura sanitaria, con la d.G.R. n. 689/2003;

- nella incompetenza del D.G. della ASL a determinare un trattamento tariffario difforme da quello fissato, in via generale e con valenza sull’intero territorio regionale, dalla Giunta Regionale;

- nel fatto che la RSA ha chiesto l’autorizzazione e l’accreditamento istituzionale per prestazioni da erogare tipicamente in RSA, per cui non può richiedere il pagamento di prestazioni diverse, come quelle di lungodegenza, pur finalizzate a soddisfare una diversa e più complessa esigenza assistenziale.

La parte appellante, al fine di inficiare la tenuta giustificativa del provvedimento suindicato sotto il profilo esaminato (ergo, in relazione alla effettiva presenza nella delibera oggetto di autotutela dei vizi di illegittimità indicati dall’Amministrazione appellata), evidenzia essenzialmente che:

- essa eroga prestazioni di cura ed assistenza di elevata complessità, anche a favore di pazienti affetti dal morbo di Alzheimer, ed in ragione di tale circostanza la ASL, con la convenzione del 2006, ha ritenuto di confermare la tariffa già attribuita nella precedente fase sperimentale: tali prestazioni infatti, proprio per la specificità dei bisogni assistenziali cui sono preordinate (bisogni che le strutture pubbliche non sarebbero state in grado di soddisfare, se non a costi notevolmente superiori), differiscono qualitativamente da quelle prese in considerazione dalla delibera di G.R. n. 698/2003, la quale peraltro concerne le sole RSA pubbliche, come si desume anche dalla necessità di commisurare la tariffa allo specifico livello assistenziale assicurato, che può certamente essere superiore per le strutture private rispetto a quelle pubbliche;

- la specialità delle prestazioni rese trova riscontro nel fatto che la stessa ASL ha ritenuto di indicare in maniera analitica, all’interno della D.D.G. n. 2040/2006, oggetto di annullamento, da un lato (art. 4.5 lett. b.1), gli esami che avrebbe potuto eseguire solo la RSA e non previsti dall’art. 5 comma 6, del Reg. Reg. n. 8/2002 per tale tipologia di struttura sanitaria, dall’altro, gli esami che avrebbe continuato a garantire la stessa ASL e, tra essi, le “prescrizioni di assistenza protesica, visite e prestazioni specialistiche non indicate nel precedente comma”;

- le prestazioni rese dalla RSA hanno consentito di contenere l’ospedalizzazione impropria degli anziani, con notevoli risparmi di spesa a favore dell’Amministrazione;

- i provvedimenti impugnati incidono su rapporti convenzionali insuscettibili di essere incisi da atti amministrativi assunti in autotutela, i quali si iscrivono nel solco della sperimentazione gestionale iniziata nel 1994: la volontà di proseguire con la sperimentazione gestionale emerge anche dal fatto che le prestazioni previste dalla convenzione del 2006 sono diverse e di gran lunga superiori rispetto a quelle descritte nel Reg. reg. n. 8/2002, come è dimostrato dalle seguenti ulteriori circostanze:

1) l’organico di personale medico e paramedico fornito dalla RSA è notevolmente superiore a quello previsto dalla normativa regionale;

2) con riferimento alle prestazioni specialistiche erogate di cui all’art. 5, punto 6, del Reg. Reg., il punto 5 dell’art. 4 della convenzione del 2006, come si è visto, opera un chiaro distinguo tra quelle a carico della RSA e quelle che avrebbe fornito la ASL;

3) la RSA ha erogato ed eroga prestazioni di lungodegenza post-acuta e riabilitativa, non rientranti nel campo di applicazione del citato regolamento regionale, le quali si iscrivono a pieno titolo nell’ambito della RSA di livello R1, “ad alto carico assistenziale”, e riguardano pazienti non autosufficienti richiedenti, a seguito di un evento acuto, trattamenti intensivi essenziali;

4) a tutt’oggi, la tariffa giornaliera per la lungodegenza in Puglia è di € 137,89, stabilita con d.m. Sanità del 14.12.1994, quindi anche superiore a quella convenzionalmente applicata alla RSA;

5) con il Programma Operativo 2013-2015, la stessa Regione Puglia fa riferimento, per tale tipologia di prestazioni, ad una tariffa di € 159,94, a conferma di quanto dedotto in ordine alla tipologia/complessità delle prestazioni specialistiche rese dalla RSA;

6) gli atti regionali intervenuti, come la d.G.R. n. 689/2003, andavano a regolamentare in via generale il funzionamento delle RSA, senza però incidere sul progetto sperimentale di cui la appellante era parte e nell’ambito del quale competeva alla ASL contrattare con le strutture sanitarie, come previsto dall’art. 2, comma 8, l. n. 549/1995 e dall’art. 20, comma 4, l.r. n. 28/2000.

Le censure, così come dianzi sintetizzate, non sono meritevoli di accoglimento.

In primo luogo, non è condivisibile il tentativo attoreo di affermare la sottrazione del rapporto instaurato con l’Amministrazione, in virtù della sua connotazione convenzionale, alla incidenza autoritativa dell’impugnato provvedimento di autotutela: basti osservare che la deliberazione commissariale impugnata ha ad oggetto il provvedimento (identificabile nella delibera del D.G. della ASL Taranto n. 2040 del 18 ottobre 2006) che regola il rapporto con la RSA e le cui disposizioni sono recepite nella convenzione successivamente stipulata, rispetto alla quale il primo si atteggia quale atto necessariamente presupposto (la cui caducazione non può non produrre, quindi, l’effetto consequenziale del travolgimento del susseguente rapporto convenzionale).

Ugualmente non condivisibile è lo sforzo di parte appellante di dimostrare che il suddetto rapporto non sarebbe normativamente inquadrabile entro la cornice regolativa di cui al Reg. reg. n. 8/2002, né quindi sarebbe soggetto, dal punto di vista della fissazione delle sue condizioni tariffarie, alla inderogabile competenza della G.R. (ex art. 20, comma 1, Reg. reg. cit.): ciò perché esso troverebbe la sua genesi, e la sua perdurante legittimazione, nell’ambito della sperimentazione gestionale avviata dall’Amministrazione sanitaria nel 1994 e successivamente rinnovatasi (in virtù della clausola di proroga annuale, salvo disdetta, contenuta nella relativa convenzione), finalizzata a dare attuazione al Progetto Anziani ed a circoscrivere il fenomeno della ospedalizzazione impropria degli anziani, con la connessa autonomia organizzativa e regolativa della ASL.

Deve invero osservarsi che la delibera n. 2040/2006, sulla quale si appuntano i rilievi di illegittimità posti a fondamento dell’impugnato provvedimento di autotutela, non contiene alcun riferimento alla predicata perdurante “sperimentazione gestionale”, invocata dalla parte appellante al fine di dimostrare il carattere derogatorio della convenzione stipulata in data 20 ottobre 2006 rispetto al regime ordinario dettato, in materia di compiti e remunerazione delle RSA, dal Reg. Reg. n. 8/2002 e dalla delibera di G.R. n. 689/2003, ma si iscrive espressamente – quanto al quadro normativo di riferimento – entro la suddetta disciplina dettata, in via generale, dalla Regione Puglia.

Basti evidenziare, da questo punto di vista, che già l’art. 1 della convenzione del 2006, nell’inquadrare il ruolo della RSA nell’ambito dei rapporti con il SSN, precisa che “nell’ambito delle attività sanitarie extra-ospedaliere (regolamento regionale n. 8 del 20 dicembre 2002), l’AUSL TA/1 di Taranto si avvale delle prestazioni dell’Ente Fondazione San Raffaele R.S.A. “L’Ulivo”…”; inoltre, l’art. 2, nel definire le “aree di intervento” della RSA e le “tipologie di pazienti” da essa assistiti, ricalca anche testualmente le corrispondenti previsioni dell’art. 2 del Reg. reg. n. 8/2002.

Tale rilievo è sufficiente per dimostrare che la pretesa della parte appellante, di continuare a giustificare le peculiari condizioni, anche tariffarie, di cui ha beneficiato per effetto della delibera n. 2040/2006, rispetto a quelle definite con delibera di G.R. n. 689/2003, con il perdurante carattere “sperimentale” della convenzione, non è condivisibile una volta che i rapporti tra le RSA ed il SSN abbiano costituito oggetto, come avvenuto per effetto del Reg. reg. n. 8/2002 nonché, sotto il profilo tariffario, della d.G.R. n. 689/2003, di una disciplina di carattere generale ed ordinario.

Giova osservare che ciò vale, a fortiori, relativamente alla fase del rapporto tra la RSA ed il SSN successiva al rilascio del titolo di accreditamento (perfezionatosi con i D.D. n. 178 del 17 giugno 2009 e n. 304 del 4 agosto 2010), al quale il primo è stato definitivamente ricondotto, dismettendo ogni eventuale e residua caratteristica sperimentale.

Né la suddetta pretesa (alla conservazione di un trattamento tariffario “speciale”) potrebbe trovare fondamento nel fatto che la RSA si impegnava a garantire prestazioni specialistiche che, in base all’art. 5, comma 6, del Reg. reg. n. 8/2002, sarebbero state di pertinenza della ASL.

Deve infatti osservarsi che la suddetta previsione (di “prestazioni ulteriori”, come definite negli stessi provvedimenti impugnati) non rappresenta un motivo sufficiente per collocare il rapporto della appellante con la ASL al di fuori della disciplina generale dettata dalla Regione per le RSA: essa semmai costituisce un indice di indubbia caratterizzazione delle prestazioni erogate dalla parte appellante che, nel connotare e qualificare in modo peculiare il livello assistenziale da essa assicurato, non sottraeva la determinazione delle relative condizioni tariffarie alla competenza generale della G.R. (cui appunto, ai sensi dell’art. 20, comma 1, Reg. reg. n. 8/2002, compete determinare la diaria giornaliera da riconoscere alle R.S.A., anche modulandola “in relazione al livello assistenziale assicurato nella struttura o nei relativi moduli”).

In altre parole, è vero che non può disconoscersi che nell’ambito della RSA appellante venivano erogate prestazioni “ulteriori” e/o maggiormente complesse rispetto a quelle “minime” contemplate dal Reg. Reg. n. 8/2002 e dalla delibera di G.R. n. 689/2003: la stessa delibera commissariale n. 590/2001, da questo punto di vista, afferma espressamente che “le attività descritte nell’atto (delibera del Direttore Generale ASL TA n. 2040 del 18.10.2006: n.d.e.) prevedevano di assicurare adeguati set assistenziali in aree di intervento riferite a persone anziane con temporanea, totale o prevalente limitazione della autosufficienza, con particolare riguardo alle persone affette da malattie croniche, nonché a pazienti disabili, portatori di handicap funzionali, in condizione di notevole dipendenza, anche affetti da patologie croniche, attesa la carenza di posti letto dedicati per la complessità delle patologie”, preoccupandosi di “assicurare la continuità assistenziale per i pazienti attualmente degenti nella struttura, affetti da patologie per le quali risultano abbisognevoli di prestazioni assistenziali coerenti con il grado di complessità della patologia (…) non altrimenti eleggibili in RSA”, stabilendo che per gli stessi, “non essendo possibile nell’immediato una collocazione alternativa (…) si intendono applicabili le tariffe in essere”.

Resta tuttavia il dato insuperabile, atto a concretizzare il vizio di illegittimità posto in evidenza con l’impugnata delibera di autotutela, della esclusiva competenza della G.R. ad individuare un trattamento tariffario corrispondente alle specifiche prestazioni erogate dalla RSA, previa verifica del possesso dei corrispondenti requisiti organizzativi.

Né la dedotta non pertinenza, rispetto alle prestazioni erogate dalla RSA, della tariffa fissata con la d.G.R. n. 689/2003 potrebbe trovare giustificazione, come assume la parte appellante, nel fatto che essa si applicherebbe esclusivamente alle RSA pubbliche.

Invero, a prescindere dal fatto che il Reg. Reg. n. 8/2002, in applicazione del quale la citata delibera è stata adottata, non reca alcuna differenziazione quanto alla natura pubblica o privata della RSA, deve osservarsi in senso contrario che la parte appellante si limita ad assumere che la delibera n. 689/2003 non reca alcuna indicazione circa la sua attinenza ad entrambe le tipologie di RSA, senza tuttavia allegare da quali elementi dovrebbe trarsi la conclusione che essa concerne le (sole) strutture pubbliche (e non invece, all’opposto, quelle private).

In ogni caso, anche ammesso che la diaria giornaliera per le strutture private non sia determinata dalla delibera n. 689/2003, e che comunque le prestazioni erogate dalla RSA appellante, per la loro specialità, non coincidono con quelle contemplate dalla delibera citata, tale circostanza non rimuove la carenza di legittimazione della ASL a provvedere alla (specifica) regolamentazione tariffaria delle prestazioni da quella erogate.

Né rileva, ai fini del presente giudizio, l’esigenza di differenziare dal punto di vista tariffario le due tipologie (pubblica e privata) di RSA, in relazione al diverso livello assistenziale dalle stesse (asseritamente) garantito, sia perché la deduzione è del tutto astratta, sia perché si propone di porre in evidenza ipotetici vizi della delibera suindicata, che avrebbe operato tale indebita assimilazione, i quali avrebbero dovuto essere fatti valere nelle forme e nei tempi processualmente prescritti.

Nemmeno potrebbe farsi leva, al fine di dimostrare la spettanza alla RSA della tariffa applicata con la delibera n. 2040/2006 in relazione alle prestazioni da essa effettivamente erogate, sulla delibera di G.R. n. 1226 del 24 agosto 2005, laddove fissa la tariffa di € 130,00 per le prestazioni a favore di pazienti affetti dal morbo di Alzheimer, atteso che essa pone quale condizione espressa che nella RSA sia stato “attivato un modulo da 20 posti letto destinato al ricovero di pazienti affetti” dalla suddetta patologia: condizione che non risulta ricorrere nella fattispecie in esame, sia con riguardo alla convenzione del 2006 (cfr. l’art. 2, laddove indica i “moduli di accoglienza” della RSA), sia, a maggior ragione, al successivo accreditamento istituzionale conseguito dalla parte appellante.

Accertata, quindi, l’illegittimità della delibera n. 204072006 sotto i profili indicati dall’Amministrazione sanitaria appellata, la legittimità degli atti impugnati deve adesso esaminarsi nell’ottica dell’interesse pubblico al cui perseguimento sono preordinati: interesse la cui sussistenza viene contestata dalla parte appellante sia in termini assoluti che in relazione al contrapposto interesse conservativo di cui è titolare.
In particolare, essa deduce che:

- la convenzione del 2006 era già scaduta, per cui non poteva rappresentare alcun limite per la stipulazione del nuovo accordo convenzionale nel quadro dell’instaurato rapporto di accreditamento, mentre la D.D.G. n. 1307/1997 e la relativa convenzione non sono state affatto annullate dalla ASL, nonostante fosse previsto che la stessa avrebbe avuto validità di un anno dalla stipulazione, rinnovabile tacitamente di anno in anno, per tutta la durata del Progetto Obiettivo Anziani;

- la convenzione attuativa della delibera n. 2040/2006 garantiva un notevole risparmio di spesa per la ASL, consentendo di evitare l’ospedalizzazione impropria degli anziani mediante l’erogazione di servizi alternativi, fornendo prestazioni che, in caso contrario, sarebbero state di competenza del SSR a costi sicuramente più elevati;

- era maturato in capo alla stessa un concreto affidamento, in virtù del comportamento dell’Amministrazione regionale, alla luce sia della mancata contestazione da parte della stessa della convenzione stipulata nel 2006 nonostante la conoscenza che non poteva non averne, e del fatto che la ASL, consapevole delle differenze tariffarie, ne aveva chiesto dapprima la restituzione, salvo poi, con la nota prot. n. 563 del 7 settembre 2005, confermare la maggiore tariffa applicata fino al 31 dicembre 2005 per poi reinserirla nella successiva convenzione stipulata il 20 ottobre 2006.

La censura è meritevole di accoglimento.

Deve preliminarmente osservarsi che le Amministrazioni appellate non contestano che la parte appellante ha erogato prestazioni esulanti, dal punto di vista del livello assistenziale garantito, quelle contemplate dalla d.G.R. n. 689/2003: ciò si evince da plurimi elementi, quali il riferimento alle “prestazioni ulteriori”, rispetto allo standard assistenziale proprio delle RSA, da essa garantite, alla particolare complessità dei bisogni assistenziali soddisfatti, all’esigenza di provvedere, ai fini della determinazione del quantum del recupero, alla quantificazione dei costi sostenuti per l’esecuzione delle medesime prestazioni (esigenza evidenziata con la delibera commissariale n. 1407/2011, salvo poi ritenerla superata per effetto della richiesta regionale di procedere al recupero in rapporto alla differenza tra la tariffa applicata e quella fissata dalla d.G.R. n. 689/2003, indipendentemente da ogni analisi delle cartelle cliniche e delle prestazioni assistenziale erogate ai pazienti della RSA).

Deve altresì osservarsi che le Amministrazioni appellate, con gli atti impugnati ed in sede difensiva, non contestano la conformità delle prestazioni rese dalla struttura appellante, sotto il profilo dei livelli qualitativi, dei requisiti organizzativi e dell’appropriatezza, a quelle proprie della corrispondente finalità assistenziale ed agli specifici bisogni dei pazienti beneficiari, né contestano il più elevato livello tariffario congruo rispetto alla suddetta tipologia di prestazioni, come si desume, tra l’altro, dal fatto che la stessa ASL afferma la “coerenza” del rapporto “costi-prestazioni” sancito dalla delibera n. 2040/2006, limitandosi ad allegarne la maggiore entità rispetto al livello tariffario di cui alla d.G.R. n. 698/2003.

In tale contesto, è evidente che, a prescindere dai profili di formale illegittimità (sub specie di incompetenza dell’organo adottante) posti a fondamento dell’impugnato provvedimento di autotutela, sarebbe stato onere dell’Amministrazione fornire una adeguata e coerente giustificazione dell’intervento caducatorio, prendendo cioè in considerazione il vantaggio conseguito per effetto delle prestazioni erogate dalla parte appellante (in termini di bisogni assistenziali soddisfatti e di risparmio di spesa conseguito), al fine di stabilire se il corrispettivo pattuito con la convenzione del 20 ottobre 2006 fosse effettivamente superiore a quello connesso al costo delle prestazioni (e non semplicemente, come del resto è assodato, alla tariffa fissata con la d.G.R. n. 689/2003): ciò tanto più ove si consideri che il D.G. della ASL Taranto, con la delibera n. 1279 del 20 luglio 2000, giustificava esaurientemente la determinazione della tariffa con il fatto che la struttura L’Ulivo “offre una assistenza di elevato livello e per una tipologia di assistiti con polipatologie e complessi bisogni sanitari, che per l’alto grado di impegno assistenziale non possono essere trattati in Assistenza Domiciliare Integrata, e per i quali risulterebbe comunque inappropriata la spedalizzazione”, e senza trascurare che le relative prestazioni sono state fornite dalla parte appellante su espressa richiesta delle Unità Valutative Multidisciplinari.

Né la valutazione dei suddetti profili potrebbe ritenersi condizionata dal fatto che la parte appellante ha erogato le suddette prestazioni in carenza di un corrispondente accreditamento: invero, ciò potrebbe valere solo per le prestazioni erogate successivamente al rilascio del provvedimento di accreditamento (nel quale, come dedotto dalle Amministrazioni appellate e non contestato da quella appellante, le stesse non sono ricomprese, quantomeno con la previsione della tariffa più elevata corrisposta per il periodo pregresso alla parte appellante, così impedendo la genesi di una corrispondente pretesa remuneratoria), mentre quelle rese precedentemente trovano legittimazione nella convenzione stipulata in esecuzione della stessa delibera (n. 2040/2006) oggetto di auto-annullamento da parte della ASL.

Ma le deduzioni di parte appellante devono essere condivise anche laddove, nel contestare le ragioni addotte a fondamento del provvedimento impugnato, evidenziano che l’annullamento della delibera n. 2040/2006, avendo la stessa cessato di produrre effetti, non potrebbe trovare giustificazione nella necessità di instaurare il successivo rapporto di accreditamento in ossequio alle sopravvenute disposizioni regionali: deve infatti osservarsi che, come riconosciuto dalla stessa Amministrazione appellata, la convenzione del 2006 ha cessato di produrre effetti in data 20 ottobre 2009, per cui la stessa non poteva costituire alcun ostacolo, giuridicamente rilevante, alla costituzione del nuovo rapporto di accreditamento (ed alla stipulazione del relativo accordo attuativo), conformemente alle prestazioni che la RSA era legittimata, in base ad esso, ad erogare.

E’ vero che, ai sensi dell’art. 1, comma 136, l. n. 311 del 30 dicembre 2004, vigente ratione temporis, “al fine di conseguire risparmi o minori oneri finanziari per le amministrazioni pubbliche, può sempre essere disposto l’annullamento di ufficio di provvedimenti amministrativi illegittimi, anche se l’esecuzione degli stessi sia ancora in corso”.

Tuttavia la norma, nel riferirsi ai “risparmi di spesa”, proietta l’interesse pubblico legittimante l’autotutela nel futuro: mentre, nei casi in cui, come quello presente, esso sia riferito al passato, sub specie di recupero di esborsi non giustificati, è evidente che la sua valutazione non può prescindere dal corrispondente vantaggio conseguito dalla P.A., indipendentemente dalla illegittimità formale del titolo attributivo, e dai costi sostenuti dal privato (la cui doverosa considerazione è insita nel comma 2 dell’articolo citato, ai sensi del quale “l’annullamento di cui al primo periodo di provvedimenti incidenti su rapporti contrattuali o convenzionali con privati deve tenere indenni i privati stessi dall’eventuale pregiudizio patrimoniale derivante…”).

In conclusione, la valutazione dei costi che la stessa Amministrazione appellata, con la delibera impugnata n. 1407/2011, ha ritenuto di dover effettuare al fine di determinare il quantum del recupero, avrebbe invece dovuto precedere, secondo un corretto modus operandi, l’intervento di autotutela posto in essere, quale presupposto per apprezzare l’interesse pubblico (anche in termini di risparmio di spesa) conseguibile: ciò tanto più in quanto essa stessa, limitando il recupero al periodo successivo alla cessazione di efficacia della convenzione del 2006, non ha ritenuto di dover procedere ad alcun recupero relativamente al periodo pregresso.

La domanda di annullamento avente ad oggetto la deliberazione commissariale n. 1407/2011 deve quindi essere accolta.

Quanto agli atti con i quali è stata quantificata la pretesa restitutoria, impugnati con motivi aggiunti dinanzi al giudice di primo grado, deve precisarsi che gli stessi sono relativamente indipendenti, nella loro portata dispositiva, dall’impugnato provvedimento di autotutela: basti osservare che la Regione prima, e la ASL poi, in ottemperanza della sua sollecitazione, hanno attivato le procedure recuperatorie per un periodo (dal 2003 in poi, mentre la delibera di autotutela n. 1407/2011 aveva riguardo alle prestazioni erogate dal 21 ottobre 2009, giorno successivo alla scadenza della convenzione del 20 ottobre 2006) e per importi (pari tout court alla differenza tra la tariffa ex delibera n. 2040/2006 e quella ex d.G.R. n. 689/2003, mentre la delibera commissariale di autotutela n. 1407/2011 disponeva che la quantificazione del rimborso dovesse avvenire all’esito della determinazione dei costi effettivamente sostenuti dalla RSA sulla base delle prestazioni effettivamente rese) diversi da quelli stabiliti con la delibera n. 1407/2011.

Ebbene, deve ritenersi che la domanda di parte appellante sia senz’altro meritevole di accoglimento relativamente al periodo anteriore alla stipulazione della convenzione del 2006, in relazione al quale le prestazioni da essa erogate sono state remunerate sulla scorta della convenzione all’epoca vigente e delle condizioni tariffarie da essa previste: convenzione che non risulta incisa (nemmeno) dal provvedimento di autotutela di cui alla delibera commissariale n. 1407/2009 ed alla quale, quindi, non potrebbe essere tout court sovrapposta, al fine di determinare la pretesa restitutoria dell’Amministrazione, la tariffa fissata con la d.G.R. n. 689/2003.

Alla stessa conclusione deve pervenirsi relativamente al periodo successivo alla stipulazione della convenzione del 2006 e fino alla data della sua naturale scadenza, coincidente con il 20 ottobre 2009, dovendo ritenersi ripristinate, per effetto dell’accoglimento della domanda di annullamento avanzata dalla parte appellante, le condizioni tariffarie sancite con la delibera n. 2040/2006.

Quanto infine al periodo intercorrente tra la scadenza della convenzione del 2006 e la data (24 febbraio 2011) di adozione della delibera n. 590/2011, deve premettersi che la delibera commissariale n. 1407/2011 reca sul punto una disposizione autonoma rispetto alla (qui annullata) statuizione di autotutela, coerente con la sottrazione del suddetto periodo alla portata regolatrice della convenzione, sulla quale incide la determinazione di autotutela, non potendo predicarsi alcuna forma di ultrattività della medesima convenzione (non essendo contemplato dalla stessa il rinnovo automatico, come per la precedente): mediante tale disposizione, l’Amministrazione appellata ha infatti prescritto, al fine di definire le spettanze economiche della parte appellante relativamente al suddetto periodo (e determinare l’eventuale quantum di indebito esigibile nei confronti della stessa), la preventiva quantificazione dei costi da essa sostenuti ai fini della erogazione delle prestazioni oggetto di controversia.

Ebbene, deve ritenersi che la fissazione, con le note impugnate con i motivi aggiunti, di una regola diversa, ancorata tout court al calcolo delle differenze tra la tariffa applicata e quella stabilita con la d.G.R. n. 689/2003, risenta dei profili di illegittimità dedotti dalla parte appellante, sotto il profilo della contraddittorietà rispetto al modus operandi precedentemente stabilito e della mancata considerazione dei costi effettivamente sopportati per l’erogazione di quelle prestazioni.

Non rileva in senso contrario, da questo punto di vista, che le prestazioni in discorso, per il periodo successivo alla scadenza della convenzione del 2006, non siano contemplate tra quelle per le quali la RSA appellante ha conseguito l’accreditamento, e comunque non siano assistite da una preventiva definizione contrattuale del relativo livello tariffario, coerente con l’ottenuto accreditamento: sebbene, infatti, le stesse debbano considerarsi prestate, per tale ragione, sostanzialmente sine titulo, non può dubitarsi che, ai fini della regolazione dei rapporti economici tra la parte pubblica e quella privata, occorra valutare l’effettiva incidenza economica delle prestazioni erogate (su richiesta, si ripete, dell’Amministrazione sanitaria), quale è desumibile dai relativi costi di esecuzione e/o dalla tariffa prevista per prestazioni analoghe, come ritenuto dall’Amministrazione, come si è detto, con la delibera n. 1407/2011.

Resta solo da precisare che, per il periodo successivo al 24 febbraio 2011, data di adozione della delibera commissariale n. 590/2011, in cui è venuto definitivamente meno l’affidamento della appellante in una diversa e maggiore remunerazione, ed a fortiori per quello successivo alla stipula del nuovo accordo contrattuale nel quadro dell’istituito rapporto di accreditamento, avvenuta in data 1° giugno 2011, nessuna pretesa remunerativa, ulteriore rispetto a quella fissata con l’accordo suindicato, potrebbe essere vantata dalla parte appellante (la quale deduce peraltro che la ASL continua ad inviare pazienti bisognevoli delle prestazioni di lungodegenza che sono all’origine della presente controversia), ponendosi essa altrimenti in contrasto con l’assetto – in punto di prestazioni erogabili e relativa remunerazione - che l’accordo suindicato ha vincolativamente conferito al rapporto tra le parti.

L’appello, in conclusione, deve essere accolto nei limiti dianzi precisati, mentre l’originalità dell’oggetto della controversia giustifica la compensazione delle spese sostenute dalle parti relativamente ai due gradi di giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Terza), definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo accoglie nei sensi precisati in motivazione e per l’effetto, in riforma della sentenza appellata, annulla i provvedimenti impugnati con il ricorso introduttivo del giudizio di primo grado e con i relativi motivi aggiunti.

Spese dei due gradi di giudizio compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 21 giugno 2018 con l'intervento dei magistrati:
Lanfranco Balucani, Presidente
Umberto Realfonzo, Consigliere
Pierfrancesco Ungari, Consigliere
Stefania Santoleri, Consigliere
Ezio Fedullo, Consigliere, Estensore


L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
Ezio Fedullo Lanfranco Balucani





IL SEGRETARIO

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