Avvocati dello Stato e simili: stipendio base mensile

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Avvocati dello Stato e simili: stipendio base mensile

Messaggio da panorama » dom giu 17, 2018 6:58 pm

dal sito FIALP CISAL – Via Barberini, 36 – 00187 Roma | Tel. 06.90236810 | Fax n. 06.90236855 | info@fialp.it

Si evidenzia in particolare quanto segue.
a) Gli Avvocati dipendenti dall'Avvocatura Generale dello Stato percepiscono uno stipendio base mensile di circa € 6.000,00 – equiparato a quello dei magistrati del T.A.R.– mentre gli Avvocati degli Enti previdenziali (Inps e Inail) hanno uno stipendio base di € 2.300,00 circa.
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DECRETO LEGGE N. 90/2014. AVVOCATI: NUOVO INGIUSTIFICATO ATTACCO AGLI AVVOCATI DELLE AVVOCATURE PUBBLICHE, RENZI METTE LE MANI NELLE TASCHE DEGLI AVVOCATI PRELEVANDO SOLDI NON SUOI (NON PUBBLICI)

I – quadro illustrativo preliminare

L’ennesimo cambio di Governo non fa venir meno la cattiva abitudine – adottata recentemente dai politici – di effettuare tagli lineari a carico degli impiegati pubblici, quelli su cui è più facile “sparare” e nei confronti dei quali è difficile trovare chi li difenda, assumendo il coraggio di affrontare l’opinione pubblica e di svergognare quindi i falsi censori che hanno di conseguenza facile spazio su tutti i media.

Noi questo coraggio lo abbiamo e sfidiamo chiunque voglia affrontare seriamente e nel merito la questione del pubblico impiego e dell’efficienza di gran parte della pubblica amministrazione, resa peraltro difficile a causa del continuo, confuso e contraddittorio legiferare: colpa della burocrazia, come si accusa, o, non piuttosto, della cattiva politica?

Ed eccoci, oggi, al recentissimo D.L. 90/2014 (ultimo parto illuminato, annunciato come riforma della PA, con una pomposa conferenza stampa il 13 giugno e pubblicato solo il … 24 notte!): fra le tante vittime degli spot governativi ci sono anche gli avvocati pubblici, apertamente accusati di guadagnare troppo, ma senza che alcuno – non solo nella stampa, ma purtroppo anche nel Governo – si sia peritato di verificare in concreto costi effettivi, ricavi e benefici per gli Enti: avvocati, dunque, rimasti senza … avvocato difensore!!!

Già all’inizio dell’anno, con la legge di stabilità (articolo 1, comma 457), era stata prevista una consistente sforbiciata degli onorari dei legali, non solo nella parte a carico degli enti (onorari su cause vinte con spese compensate, tagliati del 25 %), ma anche nella parte non a carico delle amministrazioni (gli incassi da sentenze favorevoli con spese liquidate dal giudice, ridotti del 12,5%). Norma certamente illegittima ed incostituzionale, sia perché interveniva su rapporti contrattualizzati sia perché si trattava in realtà di una tassazione indiretta, peraltro a carico di una categoria determinata senza specifica motivazione, salvo altre considerazioni su cui qui sorvoliamo.

Non si è fatto in tempo ad interpretare la norma e ad impugnare i primi atti amministrativi di applicazione della medesima, che la norma è stata abrogata (forse) avendo pensato bene il Governo di risolvere il problema alla radice, eliminando (o tentando di eliminare) il diritto alla corresponsione degli onorari, in dispregio a consolidati principi di diritto, alla contrattualizzazione del rapporto di lavoro dei dipendenti del parastato, alla legge forense di recente approvazione ed ai principi di meritocrazia sempre sbandierati negli “spot” televisivi (tali ormai sono le dichiarazioni del Presidente del Consiglio!), essendo gli onorari legali – e questo va sottolineato – una vera e propria “retribuzione di risultato”.

Eppure il decreto legge è intitolato «Misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l’efficienza degli uffici giudiziari». Che attinenza possono avere mai, con la semplificazione e la trasparenza, il taglio degli onorari degli Avvocati dello Stato e di quelli degli Enti Pubblici? Pensa forse il Governo che, penalizzando così i suoi avvocati, ne possa aumentare la produttività e l’efficienza? O non è vero, piuttosto, che – così provati e demotivati – gli stessi siano indotti a lavorare meno, a diminuire il proprio impegno, in ultima analisi a produrre in minor grado? È evidente che nessuno sembra aver valutato che le avvocature, essendo – per loro stessa natura – un presidio di legalità all’interno delle amministrazioni, ne costituiscano anche uno strumento di controllo.

Infatti, considerata la natura degli interessi – pubblicistici, ancorché specifici dell’Ente di appartenenza – di cui l’Avvocato pubblico è difensore, la funzione delle Avvocature, secondo una valida tesi dottrinaria, è accostabile – sotto il profilo della tutela degli interessi perseguiti – a quella del PM (pubblico ministero): entrambe le figure considerate – pur con le fondamentali distinzioni e movendosi da situazioni e con strumenti diversi, ma sempre da una posizione autonoma d’iniziativa e di stimolo – tendono appunto a realizzare un fine pubblicistico. Ma forse è proprio per questo che tale funzione potrebbe dar fastidio ai … manovratori di turno che, al di là delle operazioni di facciata, poco gradirebbero controlli o verifiche del loro operato.

Donde sorge spontanea la domanda: il Governo è consapevole di tutto questo? E se lo è, non è forse palese che guarda più a compiacere l’elettorato che non a raggiungere la vera efficienza della PA?

Guardiamo ai fatti: l’intento del Governo, dall’esame degli atti (D.L. 90/2014), è quello di indebolire le professionalità interne alla pubblica amministrazione, colpendo ancora una volta i dipendenti pubblici, e nello specifico gli avvocati pubblici, rei probabilmente di guadagnarsi il proprio compenso difendendo, e bene (ci sia consentito il dirlo!), le amministrazioni.

Compenso – ovvero costo – questo che rappresenta un quantum assolutamente e di gran lunga minore rispetto a quello che si dovrebbe sostenere in caso di affidamento a delle cause della P.A. agli avvocati del libero foro: ma vuoi vedere che, forse, è a questi che vorrebbero assegnare le difese degli enti? Il Governo è forse ignaro, o vuole essere ignaro, del fatto che più volte ed in maniera marcata i giudici della Corte dei Conti abbiano rivolto espressi inviti alla P.A. a non rivolgersi all’operato di avvocati del libero foro, se non solo laddove non vi sia la concreta possibilità di essere difesi dalle proprie avvocature?

Il Governo ignora, o vuole forse ignorare, che l’attività degli avvocati del libero foro nelle questioni della P.A. – oltre che non consentita per quanto appena detto – non potrebbe che limitarsi alla difesa nel singolo giudizio ed essere intesa in senso tecnico e restrittivo, senza poter essere estesa all’attività amministrativa con funzione consultiva e di indirizzo? Attività questa che, invece, viene espletata quotidianamente dagli avvocati pubblici in riferimento alle questioni giudiziali che patrocinano, nell’ottica di una totale collaborazione offerta a supporto degli Enti per i quali lavorano [cliente unico].

Ecco perché, con l’indebolimento delle avvocature pubbliche, la lotta alla corruzione ed alla mala amministrazione rimarrebbe solo un intervento di facciata, comportando invece di fatto l’eliminazione dei controlli di legittimità interni, ancorché indiretti.

Se questi “giovanotti” cui sono affidate le sorti del Paese – ed i loro suggeritori ministeriali – avessero, invece, studiato adeguatamente, si sarebbero potuti imbattere in alcuni scritti specifici, chiarificatori dei temi in discussione.

Fra questi, indichiamo loro le conclusioni contenute nel documento del c.d. “Comitato di studio sulla prevenzione della corruzione“, istituito dal Presidente della Camera dei deputati con decreto n. 211 del 30.9.1996. Il Rapporto che i componenti il Comitato (Cassese, Pizzorno, Arcidiacono) hanno redatto sul tema è emblematico:

«… una delle ragioni principali della corruzione è la debolezza dell’ Amministrazione, data dall’assenza o dall’ insufficienza dei ruoli professionali. Essa costringe le Amministrazioni ad affidarsi a soggetti esterni per tutte le attività che riguardano l’opera di specialisti. Il rimedio ipotizzabile è che i professionisti dipendenti iscritti agli albi vanno organizzati in corpi separati, con uno stato giuridico ed un trattamento economico che consentano di attrarre personale di preparazione adeguata. Non ci si deve illudere di poter acquisire le professionalità necessarie, se non si è poi disposti a pagare il loro prezzo, né che la corruzione abbia termine, finché le Amministrazioni non abbiano superato la loro debolezza».

Tale rapporto del 1996, stilato all’indomani dei fatti di Tangentopoli, rimane però più che attuale nei tempi odierni in cui, come accertato dai giudici penali e contabili, la corruzione continua a dilagare.

Rebus sic stantibus: è vero o non è vero, allora, che il contributo offerto dal Governo per la lotta alla corruzione risulta di segno opposto a quanto rilevato e consigliato dal richiamato documento, titolato, giova ripete: «Comitato di studio sulla prevenzione della corruzione»?

ii – testo dell’art. 9 del d.l. n. 90/2014

Le incongruenze di cui sopra si sono concretate nell’art. 9 del d.l. n. 90/2014, ove si legge:

Riforma degli onorari dell’Avvocatura generale dello Stato e delle avvocature degli enti pubblici.

1. Sono abrogati il comma 457 dell’articolo 1 della legge 27 dicembre 2013, n. 147 e il comma 3 dell’articolo 21 del regio decreto 30 ottobre 1933, n. 1611. L’abrogazione del citato comma 3 ha efficacia relativamente alle sentenze depositate successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto. Nelle ipotesi di sentenza favorevole con recupero delle spese legali a carico delle controparti, il dieci per cento delle somme recuperate è ripartito tra gli avvocati dello Stato o tra gli avvocati dipendenti dalle altre amministrazioni, in base alle norme del regolamento delle stesse. Il presente comma non si applica agli avvocati inquadrati con qualifica non dirigenziale negli enti pubblici e negli enti territoriali.

2. In tutti i casi di pronunciata compensazione integrale delle spese, ivi compresi quelli di transazione dopo sentenza favorevole alle amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165 e successive modificazioni, ai dipendenti, ivi incluso il personale dell’Avvocatura dello Stato, non sono corrisposti compensi professionali.

3. I commi 1, terzo periodo, e 2 si applicano alle sentenze depositate successivamente alla data di entrata in vigore del presente decreto ma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni, ivi incluso il personale dell’Avvocatura dello Stato, sono corrisposti nella misura del 75 per cento. Le somme provenienti dalle riduzioni di spesa di cui al presente comma sono versate annualmente dagli enti e dalle amministrazioni dotate di autonomia finanziaria ad apposito capitolo di bilancio dello Stato. La disposizione di cui al precedente periodo non si applica agli enti territoriali e agli enti, di competenza regionale o delle province autonome di Trento e di Bolzano, del Servizio sanitario nazionale.

Iii – esame comparativo TRA LE DIVERSE AVVOCATURE PUBBLICHE

Per completezza di esposizione, inoltre, va detto che il D.L. non si è minimamente curato della sperequazione operata tra le varie categorie di avvocati dipendenti dei diversi enti pubblici.

Si evidenzia in particolare quanto segue.

a) Gli Avvocati dipendenti dall’Avvocatura Generale dello Stato percepiscono uno stipendio base mensile di circa € 6.000,00 – equiparato a quello dei magistrati del T.A.R.– mentre gli Avvocati degli Enti previdenziali (Inps e Inail) hanno uno stipendio base di € 2.300,00 circa. La drastica riduzione degli onorari causata dal D.L. verrebbe dunque ad influire sui primi in modo tale da non renderne la retribuzione totale inadeguata alla dignità professionale di un avvocato, mentre invece per gli avvocati degli Enti previdenziali la retribuzione totale, comprensiva di onorari incassati, con i parametri indicati nel D.L. non raggiungerebbe € 3.000,00; ovvero una retribuzione globale inadeguata all’attività svolta dagli avvocati di un ente pubblico; in quanto certamente non commisurata alla quantità ed alla qualità dell’attività professionale da essi svolta; ciò peraltro in aperta violazione dell’art. 36 della Costituzione e delle norme contrattuali preesistenti (Ccnl e Ccni).

b) Il D.L. comporterebbe una palese disparità di trattamento tra gli Avvocati e gli altri Professionisti degli stessi enti previdenziali (medici, ingegneri, architetti ed attuari), atteso che questi ultimi hanno comunque la possibilità di svolgere anche attività esterna (intra ed extra moenia), impedita ai legali invece dalla legge professionale [unico cliente l’Ente].

c) Il taglio degli onorari viene a pregiudicare in speciale misura gli Avvocati dell’Inps, i quali patrocinano e difendono il loro Istituto in cause, per la maggior parte, di carattere previdenziale ed assistenziale in senso stretto, dalle quali non potranno mai ricavare “onorari incassati”, stante la risaputa esistenza dell’art.152 disp. att. c.p.c., ove si prevede che il Giudice non possa pronunciare la condanna alle spese nei confronti di colui che oppone i suoi interessi a quelli dell’Amministrazione, se non supera un determinato reddito.

Iv – iniziative sindacali della fialp/cisal

Nel merito delle problematiche, ove si voglia veramente riformare la retribuzione degli avvocati pubblici [in relazione: al lavoro svolto, ai carichi di lavoro ed all’efficacia del loro operato (naturalmente complessivo, non solo quindi con riferimento ai giudizi, ma anche all’attività di studio e consulenza)] ben venga un confronto, ma che sia onesto e leale e che si esaminino le effettive retribuzioni percepite e l’incidenza sui bilanci degli enti, magari anche paragonandole a consulenze ed incarichi esterni, i quali sovente costano, per una singola attività, anche più di una annualità di stipendio degli avvocati-dipendenti.

Il decreto invece, che tende a fare di tutta l’erba un fascio, ha finito con il cavalcare una campagna di stampa affatto demagogica, montata da giornalisti, spesso ignoranti e supponenti, che fanno riferimento alle retribuzioni (peraltro ben meritate) di singoli avvocati, senza però evidenziare che – negli enti previdenziali – nessuno degli avvocati raggiunge il tetto stipendiale fissato per i dirigenti pubblici, pur condividendo le medesime responsabilità, aggravate peraltro da quella deontologica e professionale.

Nessuno però sembra essersi domandato se appaia logico e corretto chiedere ad un avvocato di continuare ad essere responsabile dell’attività richiestagli, a fronte di uno stipendio che rimarrebbe esclusivamente e sostanzialmente impiegatizio.

Una notazione, degna di rilievo. Il Governo un primo risultato l’ha ottenuto: unire tutti gli Avvocati, finora divisi ed isolati nei propri enti, che hanno dato vita – in difesa della loro professionalità – lo scorso 19 Giugno ad un’assemblea unitaria con la partecipazione di colleghi di tutt’Italia e dei diversi Enti.

Finanche i Colleghi dell’Avvocatura dello Stato, finora considerati come fratelli maggiori privilegiati e distanti, avevano inviato una loro delegazione, perché anch’essi duramente colpiti nella loro professionalità da questa norma barbara.

L’Assemblea, invero, aveva deliberato all’unanimità lo stato di agitazione, pur non conoscendo ancora il testo del decreto legge, i cui contenuti erano stati annunciati in conferenza stampa dal presidente del consiglio il giorno 13 giugno e pubblicati solo il successivo 24. È evidente però che, dopo la pubblicazione, le forme di protesta dovranno essere intensificate, almeno fino ai lavori parlamentari di eventuale conversione in legge del decreto in questione. Su questo si deciderà insieme alle altre associazioni di categoria e sindacali (almeno si spera!).

Per quanto ci riguarda, abbiamo discusso il tema in sede di Raggruppamento (Racs) con la partecipazione dei responsabili delle strutture aziendali degli Avvocati (Avv. Giandomenico Catalano, Rappresentante Nazionale Rps-Inail e Avv. Riccardo Lini, responsabile del Racs-Inps, ramo legale, recentemente designato e a cui diamo ufficialmente il benvenuto), ma anche alla presenza del Segretario generale Fialp Davide Velardi ed il Vice Pasquale Fiore, concordando un’attività serrata, che va dalla predisposizione di interpellanze parlamentari alla formulazione di emendamenti e sub-emendamenti al testo presentato dal Governo.

La ns. Organizzazione si è già attivata per chiedere anzitutto lo stralcio della norma dal decreto: ciò vuoi in assenza di qualsivoglia necessità ed urgenza vuoi della non attinenza dell’intervento con le finalità (almeno quelle ufficiali!) del decreto legge n. 90/2014; in subordine, ha predisposto degli emendamenti al testo dell’art. 9, da affidare a parlamentari dei vari schieramenti politici, amici o non amici di Renzi.

I relativi testi sono riprodotti in calce al presente comunicato, con la precisazione che gli stessi – oltre che da integrare con apposite relazioni di accompagnamento – sono suscettibili di miglioramenti e/o perfezionamenti, specialmente se le relative modifiche ci giungeranno da chi leggerà questo scritto.

Modifiche, che saranno valutate e anche recepite non per il nome e/o la provenienza del proponente, ma esclusivamente per la bontà del consiglio.

Il nostro sindacato ha già fatto e farà dunque il possibile per farsi sentire nelle sedi governative e parlamentari, a difesa della dignità professionale e del giusto trattamento economico degli avvocati.

Ovviamente, se il tentativo dovesse fallire, non resterà che la strada giudiziaria, e gli avvocati saranno costretti a dimostrare la loro professionalità in giudizi contro norme inique, distraendo le proprie energie personali e professionali – che dovrebbero essere utilizzate a vantaggio dello Stato e del Parastato – per difendere invece se stessi.

Anche gli Enti però dovrebbero sentirsi chiamati a fare la loro parte, sia contrastando l’erroneità della risibile “riforma” sia trovando forme alternative per garantire ai propri professionisti un’equa retribuzione, sempre che ne vogliano mantenere l’elevato livello di efficacia ed efficienza.

Va ribadito anche in questa sede che, per risolvere seriamente la questione della retribuzione globale degli avvocati pubblici, sarebbe opportuno fissare un tetto retributivo uguale per tutti i dipendenti, prevedendo altresì che gli onorari maturati, sia quelli riscossi sia quelli compensati, ovvero percepiti dall’amministrazione, vengano considerati parte integrante della retribuzione (ad ogni fine, anche pensionistico).

Ci riserviamo di dare aggiornamenti sui passi futuri, assicurando per ora solidarietà e sostegno per la barbarie subita, consapevoli che i termini per agire sono veramente esigui (23 agosto?).

Cordiali saluti. F.to Franco Quaranta – SEGRETARIO NAZIONALE


Proposte FIALP/CISAL

Emendamenti all’art. 9 del D.L. n. 90/2014

A – PRINCIPALE «Stralcio dell’intero articolo 9 ed eventuale riesame in apposito disegno di legge complessivo sugli avvocati pubblici».

B – IN SUBORDINE Spostare l’ultima frase del primo comma ( «Il presente comma non si applica agli avvocati inquadrati con qualifica non dirigenziale negli enti pubblici e negli enti territoriali» ) al terzo comma, sostituendo la parola «comma» con la parola «articolo».

C – IN VIA ULTERIORMENTE GRADATA Inserire al secondo comma, il seguente periodo: «Sono esclusi dalla previsione i giudizi nei quali il giudice compensi le spese ai sensi dell’art. 152 disp. att. c.p.c. ».

Le proposte di emendamento di cui sub B e C sono ovviamente mirate a sanare la questione retributiva dei soli avvocati degli enti previdenziali, rilevando che l’attuale normativa anche contrattuale degli avvocati pubblici è molto variegata e differenziata ma in pochissimi casi viene raggiunto il tetto stipendiale fissato per i dirigenti pubblici.

Va ribadito anche in questa sede che per risolvere seriamente la questione della retribuzione globale degli avvocati pubblici sarebbe opportuno fissare un tetto retributivo uguale per tutti i dipendenti, prevedendo altresì che gli onorari maturati, sia quelli riscossi sia quelli compensati, ovvero percepiti dall’amministrazione venga considerata parte integrante della retribuzione (ad ogni fine, anche pensionistico).

Interpellanza parlamentare predisposta dalla FIALP/CISAL

INTERPELLANZA PARLAMENTARE

Con il Decreto Legge n° 90 /2014, che prevede espressamente: «MISURE URGENTI PER LA SEMPLIFICAZIONE E LA TRASPARENZA AMMINISTRATIVA E PER L’EFFICIENZA DEGLI UFFICI GIUDIZIARI», sono state introdotte norme che nulla hanno a che vedere con gli scopi annunciati nella richiamata titolazione del decreto, come avvenuto con l’art.9.

Orbene, al di là della estraneità dei contenuti della norma di cui si discute da quelli che avrebbero dovuto essere in astratto gli intenti del Governo, va osservato che l’art. 9 sopra richiamato interviene su aspetti normativi ed economici riguardanti gli avvocati e il personale dipendente dell’Avvocatura Generale dello Stato, degli Enti previdenziali e degli Enti locali, senza peraltro tener conto delle differenti e sostanziali specificità: vuoi, dei diversi soggetti interessati dalla norma, sotto il profilo: normativo, contrattuale ed economico; vuoi delle materie trattate in giudizio dagli avvocati di cui trattasi.

Detto intervento, invero, viene ad incidere sul trattamento economico «variabile» degli Avvocati, ovvero sugli onorari ad essi spettanti, incassati e compensati, ciò ovviamente per le cause vinte, per quelle che hanno cioè avuto esito favorevole per la P.A.. L’esclusione di cui appena detto, tuttavia, per le differenze del trattamento stipendiale in godimento da parte delle diverse categorie di avvocati, viene ad incidere, in taluni casi, in misura determinante sulle rispettive retribuzioni globali, come nel caso degli avvocati degli Enti previdenziali, i quali, potendo contare su uno stipendio mensile netto di circa € 2.300.00, verrebbero a percepire una retribuzione complessiva, ovvero comprensiva di onorari incassati, di poco superiore a quella suindicata; quindi certamente non correttamente commisurata alla quantità ed alla qualità dell’attività professionale da essi svolta, e ciò in aperta violazione dell’art. 36 della Costituzione. Peraltro, sembrerebbe che il secondo comma del citato articolo abbia abolito in toto gli onorari sulle cause vinte con spese compensate, non tenendo in nessun conto il disposto dell’art. 152 disp. att. c.p.c., secondo cui la parte soccombente (sotto un determinato reddito) non può essere condannata alle spese di lite nei giudizi previdenziali e assistenziali; ovvero del fatto che al giudice sia inibito ex lege di potersi pronunciare sulla condanna alle spese di lite in forza della richiamata norma. Se non altro, dunque, per quanto evidenziato sotto quest’ultimo profilo, appare necessario sanare detta illegittimità modificando, in sede di conversione del decreto, il citato art. 9, comma 2, aggiungendo allo stesso il periodo: «Sono esclusi dalla previsione i giudizi nei quali il giudice compensi le spese ai sensi dell’art.,152 disp. att. c.p.c..».

Si chiede dunque di conoscere:

a) se il Governo intenda mantenere in vita, in sede di conversione, il citato articolo 9, visto che la norma appare di certo: vuoi non correlata e conforme agli intenti per cui il D.L. – Titolato «MISURE URGENTI PER LA SEMPLIFICAZIONE E LA TRASPARENZA AMMINISTRATIVA E PER L’EFFICIENZA DEGLI UFFICI GIUDIZIARI» – vuoi ingiustificata in tale sede stante la non urgenza dell’intervento fatto; e ciò anche e soprattutto perché si è penalizzata pesantemente ed in modo discriminatorio la categoria degli avvocati pubblici, i quali, fino a prova contraria, rappresentano nell’ambito della P.A. il primo presidio di legalità e di contrasto avverso il dilagante e noto fenomeno della corruzione come rilevato nel noto documento elaborato dal «Comitato di studio sulla prevenzione della corruzione», istituito dal Presidente della Camera dei deputati con decreto n. 211 del 30.9.1996;

b) se rientri nelle intenzioni del Governo, stante l’interesse generale che si concreta nel non indebolire la categoria degli avvocati pubblici: in prima ipotesi, stralciare l’art. 9 dal D.L. per farne oggetto di discussione parlamentare nell’ambito di una futura ed eventuale proposta di legge, sede questa più consona e corretta per un intervento quale quello di cui si discute; in seconda ipotesi rivedere il testo della norma facendo salve le posizioni dei legali con retribuzioni inferiori anche con possibili compensazioni od accordi in sede di contrattazione aziendale;

c) infine se, ritenuta la non volontà di effettuare lo stralcio di cui sopra, non sia opportuno oltreché giuridicamente corretto quantomeno modificare, in sede di conversione del decreto, il citato art. 9, comma 2, aggiungendo allo stesso il periodo: «Sono esclusi dalla previsione i giudizi nei quali il giudice compensi le spese ai sensi dell’art.152 disp. att. c.p.c.».



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Re: Avvocati dello Stato e simili: stipendio base mensile

Messaggio da panorama » dom giu 17, 2018 11:02 pm

da L'espresso

Casta
Avvocati pubblici, incassi privati
Hanno lo stipendio fisso dallo Stato, ma anche la parcella per le cause vinte. Era previsto che perdessero metà degli onorari, ma nell'iter parlamentare la riduzione si è 'alleggerita'

di Corrado Giustianiani
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Sono i dottor Jekyill e mister Hyde del pubblico impiego. Lavoratori dipendenti e liberi professionisti insieme. Come i primi hanno il posto fisso e una busta paga a fine mese, come i secondi gli onorari per le cause vinte: le propine, secondo il termine ancora in voga, attinto dal latino medievale. Senza timbrare cartellini o strisciare badge. E senza affrontare il rischio d’impresa: non hanno studi in affitto, né segretarie da pagare e non debbono sgomitare per conquistare un cliente, dal momento che le cause piovono loro addosso dal cielo, ovvero dagli enti di appartenenza. Sono gli avvocati pubblici, che hanno attirato l’attenzione della legge di stabilità: i 356 dell’Avvocatura generale dello Stato, come i 273 originari dell’Inps (a cui si sono poi aggiunti 50 ex-Inpdap e 5 ex- Enpals), i 218 dell’Inail e le truppe di legali disseminate negli enti locali. Un esercito che supera abbondantemente le mille unità.

Secondo il provvedimento del governo, così come uscito dal Consiglio dei ministri, gli avvocati pubblici avrebbero dovuto sacrificare, e per sempre, la metà dei loro onorari. Poi, in una notte, tutto è cambiato: non il 50, ma il 25 per cento e non una rinuncia definitiva, ma per tre anni, dal primo gennaio 2014 al 31 dicembre 2016. Il disegno di legge è all’esame del Senato e non si escludono altre sorprese.

Ma quanto guadagnano i legali del pubblico impiego? Iniziamo da quelli dell’Avvocatura dello Stato, che obbligatoriamente difende in giudizio tutte le amministrazioni statali, la Corte costituzionale, le Authority. Secondo il conto annuale della Ragioneria generale, il loro stipendio medio, nel 2011, era di 160 mila euro lordi, onorari esclusi. E a quanto ammontano questi ultimi? Abbiamo girato la domanda a Michele Dipace, avvocato generale dello Stato dall’ottobre 2012, classe 1940 (per loro la pensione scatta a 75 anni, dieci in più degli avvocati degli enti). Per tutta risposta ci è giunto il suo discorso di insediamento, che puntava il dito contro la mole di lavoro (488 nuove cause per avvocato solo nel 2012) e vantava la quantità di vittorie: oltre il 70 per cento.

Nulla sugli onorari, certo consistenti con tutti questi successi. A versarli sono le amministrazioni “esterne” che sono state difese. Per questa ragione, le propine non farebbero neppure parte della retribuzione. Inutile cliccare l’opaco bottone “trasparenza amministrativa” del portale dell’Avvocatura: nessuna traccia dei guadagni. Tenendosi molto bassi, a quei 160 mila euro ne vanno aggiunti, in media, almeno altri 50 mila. Ma le retribuzioni apicali sono ben più elevate e diversi avvocati, con gli onorari, hanno raggiunto 301 mila euro lordi, l’attuale limite effetto del decreto del 23 marzo 2012, che ha agganciato la retribuzione pubblica massima a quella del primo Presidente della Corte di Cassazione. Sorge però il dubbio che le propine di questi legali, in quanto non formano retribuzione, possano superare il tetto.

Una classifica non smentita del trattamento economico fondamentale annuo lordo 2011 degli avvocati dello Stato dava in testa l’allora avvocato generale Francesco Caramazza, con 308 mila euro. Poi una trentina di posizioni tra i 254 e i 246 mila euro. Se il tetto imbriglia e appiattisce davvero i loro trattamenti globali, c’è pur sempre un articolo della legge di stabilità che dà la possibilità agli alti funzionari, compresi dunque gli avvocati dello Stato, di non conteggiare tutte le “collaborazioni occasionali”. Non faranno cumulo, insomma, collaudi, arbitrati, incarichi extragiudiziali autorizzati, commissioni. A meno che il Parlamento non corra ai ripari.

All’Inps e all’Inail, a differenza che nell’Avvocatura, c’è un fondo interno di bilancio da cui vengono attinti gli onorari, nel caso più tipico di vittoria: quello con “compensazione delle spese”, quando il giudice decide che ciascuna parte paghi le sue. E lo fa quasi sempre, visto che la controparte è generalmente debole: pensionati, invalidi, persone che reclamano contributi aggiuntivi. Gli onorari non vengono ripartiti secondo i meriti, di più a chi vince, di meno oppure niente a chi perde. Ma secondo la gerarchia professionale: avvocati di Cassazione coefficiente 3, avvocati con più di tre anni di servizio 2,1, altri legali coefficiente 1. Il fondo ad hoc, secondo il Preventivo finanziario 2013, è di 31 milioni e 430 mila euro.
Diviso per 228 avvocati fa 96 mila euro a testa. Un calcolo certo rozzo, la classica statistica dei polli, ma che rende l’idea. La retribuzione a cui vanno aggiunti gli onorari è di 150-180 mila euro lordi per gli avvocati di primo livello e di 110 per quelli di secondo.

Sino al 2009 gli avvocati dell’Inps incassavano la parcella anche senza andare in giudizio. Una doppia determinazione di Antonio Mastrapasqua, prima come commissario, poi come presidente, nel regolamento 2010 sulla determinazione degli onorari in caso di vittoria ha previsto l’obbligo di partecipazione “a tutte le udienze, anche avvalendosi di idonea sostituzione”. Risultato: fino al 2008 l’Istituto soccombeva nel 63 per cento dei casi, oggi vince nel 58 per cento. È stato inoltre sfoltito il contenzioso: nel 2008 le cause pendenti erano un milione, il 25 per cento di tutte quelle civili nel Paese; oggi sono 600 mila, un terzo delle quali per la pensione di invalidità.

Il Fondo per gli onorari dell’Inail è di 15 milioni di euro, in media circa 70 mila euro lordi a testa. Anche questi distribuiti secondo criteri di status e non di merito. Nel 2011 si contavano ben 65 retribuzioni attorno ai 200 mila euro tutto compreso, grosso modo 100 di stipendio e 100 di propine, e molti altri legali erano a quota 160 mila. «Ma sugli onorari vi sono trattenute previdenziali del 38 per cento», osserva Luigi La Peccerella, che dell’Inail è l’avvocato generale, «paghiamo infatti anche gli oneri normalmente a carico del datore di lavoro». Il suo lordo è attorno ai 240 mila euro. «Il vero spreco», sostiene l’avvocato generale, «viene da chi non ha legali interni. All’Inail si contano 18-20 mila cause nuove l’anno, che succhierebbero non meno di 3 mila euro di parcella ognuna, ovvero 50-60 milioni. Noi vinciamo il 66 per cento delle cause e non costiamo certo così».

Un punto a favore del popolo dei dipendenti con propina è il rispetto delle quote rosa: anzi, le donne all’Avvocatura dello Stato sono 280, dunque quattro più della metà; 142 tra i legali storici dell’Inps, 12 più degli uomini; 109, la metà esatta, all’Inail. E poi va detto che gli avvocati col cedolino pagano per intero le tasse. A meno che qualcuno di loro non violi il patto di esclusiva, collaborando con lo studio di cui magari, una volta in pensione, diventerà consulente. Infine, il Comune di Roma. I legali si sono tenuti la retribuzione lorda di 43 mila 310 euro, rinunciando a quella di posizione, che arriva sino a 68 mila euro. Per un motivo molto semplice. Preferiscono di gran lunga concentrarsi sul monte onorari, che per quest’anno è pari a qualcosa come 3,5 milioni di euro. Diviso 23, quanti sono oggi, fa 152 mila euro teorici pro capite.

27 novembre 2013

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Re: Avvocati dello Stato e simili: stipendio base mensile

Messaggio da panorama » dom giu 17, 2018 11:06 pm

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Avvocati dello Stato, 40 milioni in bilico: finisce alla Corte costituzionale il ricorso contro il taglio degli stipendi
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Il governo ha sforbiciato la busta paga dei suoi difensori. Riducendo della metà il fondo alimentato dalle spese legali pagate dalle controparti perdenti in giudizio. E che costituisce una cospicua integrazione dei loro compensi. Ma gli avvocati pubblici hanno fatto partire il ricorso per stoppare il provvedimento. Che il tar ha rimesso ora all'esame della Consulta

di Fabrizio Geremicca | 7 aprile 2016


In ballo c’è un tesoretto da oltre 40 milioni di euro all’anno, che i 347 avvocati dello Stato hanno incassato per decenni, in aggiunta allo stipendio. Sarà ora la Corte costituzionale a stabilire se ne hanno diritto, come sostengono, oppure se ha ragione il loro datore di lavoro, lo Stato, che lo ha dimezzato.

Il tar Molise ha infatti ritenuto che non siano infondati i dubbi sulla legittimità costituzionale del provvedimento che ha fatto infuriare i difensori al servizio della pubblica amministrazione ed ha chiesto alla Consulta di esprimersi sulla questione. La vicenda verte sulle spese legali che paga all’amministrazione chi perde una causa con lo Stato e che quest’ultimo, fino a due anni fa, girava integralmente ai suoi avvocati. Questione tutt’altro che trascurabile: in media ciascun professionista, grazie a questo incentivo a ben lavorare, in 12 mesi portava a casa oltre 115.000 euro. Si aggiungevano alla parte fissa dello stipendio, che oscilla tra circa 90.000 e 300.000 euro lordi all’anno, a seconda di grado, funzioni ed anzianità.

L’articolo 9 del decreto legge 90 del 2014 che ha introdotto il taglio ha stabilito, però, che agli avvocati dello Stato sarebbe toccata, in futuro, solo la metà delle spese legali recuperate dall’amministrazione per ogni sentenza favorevole. Il resto avrebbe finanziato borse di studio presso l’Avvocatura dello Stato ed il Fondo per la riduzione della pressione fiscale. Ha previsto, inoltre, che a decorrere dall’1 gennaio 2015 l’amministrazione pubblica può corrispondere i compensi professionali agli avvocati dello Stato nella nuova misura (il 50 per cento delle somme recuperate in caso di sentenza favorevole) soltanto in base al rendimento individuale, secondo criteri che tengano conto, tra l’altro, della puntualità negli adempimenti processuali.


Compensi variabili ridotti, dunque, e non più distribuiti in automatico a tutti gli avvocati dello Stato del distretto. Quando fu emanato il decreto legge ci furono proteste, polemiche ed annunci di sciopero da parte dei professionisti, alcuni dei quali intrapresero anche una battaglia legale e si rivolsero al tar. Uno di questi ricorsi – promosso in Molise da Giuseppe Albano, Piero Vitullo, Alfonso Peluso, Iolanda Luce – ha fatto adesso centro: i giudici amministrativi hanno deciso che ad occuparsi del caso dovrà essere la Consulta. L’ordinanza, depositata il 25 marzo, ha stabilito che la questione della legittimità del provvedimento del 2014, su cui chiedevano di pronunciarsi i ricorrenti, è “rilevante e non manifestamente infondata”. In particolare, il principio dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, sancito dall’articolo 3 della Costituzione, potrebbe risultare leso dal fatto che il taglio dei compensi è stato introdotto nel 2014 solo con riferimento agli Avvocati dello Stato, ma non tocca i loro colleghi che patrocinano altre amministrazioni, per esempio le Regioni ed i Comuni. Parimenti, secondo i giudici amministrativi, non è infondato il dubbio relativo alla possibilità, per il governo, di intervenire sulla materia dei compensi agli avvocati dello Stato con lo strumento del decreto legge, che presuppone condizioni di eccezionalità e di urgenza. La Presidenza del consiglio dei ministri si era costituita in giudizio per il rigetto dell’istanza ed era patrocinata, ovviamente, da un avvocato dello Stato. Un collega delle toghe che avevano avviato l’azione davanti al tar.

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