Abusivismo edilizio

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Abusivismo edilizio

Messaggio da panorama » ven nov 10, 2017 10:11 am

Appello perso.
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Il CdS precisa:

1) - Ciò detto, va innanzitutto rilevato che risulta smentito per tabulas che le opere sanzionate fossero preesistenti (i lavori oggetto di causa sarebbero stati di semplice risanamento di un capannone esistente già dal 1942).
- ) - Deve, infatti, essere condivisa la conclusione del giudice di primo grado sul punto e cioè che le diverse opere realizzate non possono affatto ritenersi limitate al rifacimento del predetto capannone, con invarianza della sua consistenza sagomale e volumetrica.

2) - Dall'articolo 3, comma 1, lett. e. 5 del Testo Unico dell'Edilizia (in parte qua riproduttivo della disciplina normativa applicabile ratione temporis), è possibile infatti trarre una nozione di opera precaria fondata non sulle caratteristiche dei materiali utilizzati né sulle modalità di ancoraggio delle stesse al suolo quanto piuttosto sul riscontro oggettivo delle esigenze (di natura stabile o temporanea) che esse siano dirette a soddisfare.
- ) - La norma qualifica quindi come interventi di nuova costruzione (come tali assoggettati al previo rilascio del titolo abilitativo), l'installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro oppure depositi, magazzini e simili, e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 27 aprile 2016, n. 1619).

3) - Pertanto, essendo necessaria una concessione edilizia il Comune ha inevitabilmente dovuto adottare un provvedimento demolitorio ai sensi dell’art. 9 della legge n. 47 del 1985 in ragione dell’abusività delle opere e della loro contrarietà agli strumenti edilizi, cui è conseguito, stante l’inottemperanza dello stesso, l’atto di acquisizione al patrimonio comunale.

N.B.: per completezza dell'argomento leggete il tutto qui sotto.
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SENTENZA ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 4 ,numero provv.: 201705172 - Public 2017-11 -
Pubblicato il 09/11/2017


N. 05172/2017REG.PROV.COLL.
N. 09653/2007 REG.RIC.


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente
SENTENZA

sul ricorso in appello numero di registro generale 9653 del 2007, proposto dalla signora
Sonnini Luciana, rappresentata e difesa dall'avvocato Enzo Parini, con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via Taro, 35;

contro
Comune di Roma, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dall'avvocato Carlo Sportelli, con domicilio eletto presso la sede dell’avvocatura comunale in Roma, via del Tempio di Giove, 21;

Style Garden Italia S.r.l., non costituita in giudizio;

per la riforma
della sentenza del T.a.r. per il Lazio, sede di Roma, sezione seconda ter, n. 3 del 3 gennaio 2007, resa tra le parti, concernente l’acquisizione al patrimonio del Comune di manufatti abusivi e del suolo sottostante.


Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visto l’atto di costituzione in giudizio del comune di Roma;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 28 settembre 2017 il consigliere Nicola D'Angelo e uditi per le parti gli avvocati Parini e Camaldi, quest’ultimo per delega dell’avvocato Sportelli;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO e DIRITTO

1.Il signor Ennio Di Giacomo, dante causa della signora Luciana Sonnini, e la società Style Garden s.r.l., hanno impugnato dinanzi al T.a.r. per il Lazio, sede di Roma, con tre distinti ricorsi, i provvedimenti del Dirigente della 18^ Circoscrizione del comune di Roma con cui è stata disposta la sospensione di taluni lavori eseguiti senza concessione, la loro demolizione ed infine la loro acquisizione al patrimonio del Comune.

2. In particolare, con il ricorso numero di registro generale 12143/1995, il signor Di Giacomo ha impugnato il provvedimento del 18 luglio 1995 con il quale è stata disposta la sospensione e la demolizione di talune opere abusive realizzate su un terreno di sua proprietà in via Casal Selce. Lo stesso ricorrente e la società Style Garden Italia s.r.l., quest’ultima in qualità di affittuaria del medesimo terreno e dei manufatti sovrastanti utilizzati per una attività florovivaistica, hanno poi congiuntamente impugnato, con il ricorso numero di registro generale 12748/1995, il precedente provvedimento del 20 aprile 1995 di sospensione dei lavori (indirizzato solo alla Style Garden Italia), e, con il ricorso numero di registro generale 8178/1996, l’acquisizione delle stesse opere al patrimonio comunale per la mancata ottemperanza all’ordine di demolizione impartito con la diversa determinazione prot. n. 998 del 20 settembre 1995.

3. I provvedimenti del comune di Roma sono stati conseguenti all’accertamento della realizzazione di taluni manufatti senza concessione edilizia in un’area su cui esisteva un capannone parte di una più vasta area composta da edifici adibiti ad abitazioni e a depositi, pervenuta al signor Di Giacomo in eredità dal proprio genitore.

4. La signora Luciana Sonnini, a seguito del decesso nel corso del giudizio del signor Di Giacomo ed in qualità di sua unica erede, ha riassunto i tre giudizi, che dopo essere stati riuniti, sono stati respinti dal T.a.r. per il Lazio con la sentenza indicata in epigrafe. Lo stesso Tribunale ha infatti ritenuto infondato l’assunto principale contenuto negli stessi e cioè che i lavori oggetto dei provvedimenti impugnati sarebbero stati di mero riattamento di un preesistente capannone risalente 1942 e dunque non soggetti al rilascio di una preventiva concessione edilizia.

5. La signora Sonnini ha quindi impugnato la predetta sentenza, prospettando i seguenti motivi di appello.

5.1. Eccesso di potere, violazione di legge e falsa applicazione di legge circa la valutazione e l’interpretazione dei verbali dei vigili urbani.

Le opere oggetto di contestazione da parte del Comune, secondo l’appellante, non sarebbero nuove e non avrebbero avuto necessità di una concessione. Il capannone, nell’ambito del quale sono stati realizzati gli interventi di cui è causa, sarebbe infatti preesistente e non avrebbe subito modifiche di volumetria e dimensione (le opere avrebbero riguardato solo tratti di muro ed interventi di risanamento strutturale). Il T.a.r. avrebbe erroneamente considerato le medesime opere come una nuova costruzione, non rilevando il contrasto tra i verbali dei vigili urbani di Roma dell’8 dicembre 1994 e del 30 marzo 1995 (il primo descrittivo della realizzazione di due tratti di muro in blocchi di tufo poggianti su un cordolo di fondazione delimitanti una superficie di circa 19 metri per 7 metri e l’installazione su altri due lati del cordolo perimetrale in cemento armato di 7 pilastrini in ferro; il secondo la demolizione di un preesistente manufatto in pali e lamiere su un plateatico in conglomerato cementizio di 150 mq e la realizzazione di un manufatto in legno prelavorato, tamponato con pannelli plastici e coperto con tetto a due falde in bandoni plastici ondulati, con porta di accesso e finestre utilizzato ad ufficio e per altre attività di vendita). In sostanza, il giudice di primo grado ed il Comune non avrebbero considerato che le stesse opere non necessitavano del rilascio di una concessione edilizia essendo esistente un capannone dagli anni “40. In ogni caso, nessuna prova sarebbe emersa in ordine all’asserita demolizione dello stesso.

5.2. Violazione e falsa applicazione di legge ed eccesso di potere sotto diversi profili.

L’appellante, dal secondo al sesto motivo di appello, censura l’operato dell’Amministrazione sotto diversi profili. In particolare, il Comune:

- non avrebbe considerato che il manufatto, esistente da oltre un cinquantennio, non poteva comunque essere oggetto di un provvedimento demolitorio;

- non avrebbe individuato con certezza il bene oggetto di demolizione e di acquisizione;

- non avrebbe tenuto conto che i lavori eseguiti erano stati comunicati dal signor Di Giacomo allo stesso Comune, il quale non avrebbe dato alcun riscontro;

- avrebbe svolto un’istruttoria inadeguata che non ha tenuto conto delle risultanze e delle contestazioni ai verbali dei vigili urbani dell’8 dicembre 1994 e del 30 marzo 1995, nonché della nota del Comandante del XVIII Gruppo circoscrizionale della polizia municipale del 27 febbraio 1995, nella quale non era stata confermata l’avvenuta demolizione del capannone;

- non avrebbe tenuto conto che comunque i prefabbricati costituivano manufatti a carattere provvisorio;

- avrebbe assunto il provvedimento di acquisizione delle aree di sedime in misura sproporzionata rispetto ai manufatti ritenuti nuovi e lo stesso provvedimento darebbe stato adottato dal Dirigente e non dal Sindaco.

5.3. Con il settimo mezzo si lamenta che il T.a.r. avrebbe omesso di valutare due motivi proposti con il ricorso di primo grado.

La ricorrente sostiene che non sono state esaminate le questioni relative alla non adottabilità del provvedimento di demolizione, per l’intervenuta scadenza del termine di 60 giorni decorrente dal provvedimento di sospensione dei lavori, e l’interpretazione data ai lavori eseguiti, in particolare i cordoli, ritenuti opere edilizie di fondazione.

5.4. Omessa valutazione delle risultanze del procedimento penale. Ommessa motivazione e violazione di legge.

La sentenza impugnata non fa riferimento all’archiviazione del procedimento penale a carico del signor Di Giacomo per gli stessi abusi edilizi.

5.5. Contraddittoria motivazione circa la preesistenza del manufatto e omessa valutazione della possibilità di una sanzione più moderata relativa ai soli prefabbricati.

Il Comune avrebbe dovuto valutare la possibilità di non sanzionare così gravemente le opere realizzate posto che, trattandosi di interventi di manutenzione o precarie (prefabbricati), le stesse potevano essere autorizzate.

6. Il comune di Roma si è costituito in giudizio il 2 gennaio 2008, chiedendo il rigetto del ricorso, ed ha depositato un ulteriore scritto difensivo l’8 febbraio 2013.

7. Questa Sezione, con ordinanza cautelare n. 620 del 5 febbraio 2008, ha respinto l’istanza di sospensione degli effetti della sentenza impugnata, presentata contestualmente al ricorso. L’appellante ha poi riproposto il 19 gennaio 2013 un nuova istanza di sospensione, anch’essa respinta con ordinanza cautelare n. 499 del 12 febbraio 2013.

8. La causa è stata trattenuta in decisione all’udienza pubblica del 28 settembre 2017.

9. L’appello non è fondato.

10. L’appellante, con i diversi motivi di censura sopra descritti, ha contestato la sentenza impugnata e le determinazioni assunte dal comune di Roma in ordine a taluni lavori abusivi realizzati su un terreno di proprietà del suo dante causa. In sostanza, la stessa ha ribadito quanto eccepito in primo grado circa il fatto che gli interventi sanzionati in realtà avessero riguardato un immobile già esistente (un capannone) e di conseguenza che non fosse necessaria una concessione edilizia, trattandosi al più di interventi di risanamento. Ha inoltre lamentato che l’Amministrazione non avrebbe individuato con certezza il bene oggetto di demolizione e di acquisizione, non avrebbe tenuto conto che i lavori eseguiti erano stati comunicati dal suo dante causa allo stesso Comune e che, quanto ai prefabbricati, gli stessi avevano carattere provvisorio e che il provvedimento di acquisizione sarebbe stato adottato in modo generico e sproporzionato rispetto agli abusi contestati.

Il T.a.r. avrebbe poi disatteso due motivi proposti con il ricorso di primo grado sulla non adottabilità del provvedimento di demolizione, per l’intervenuta scadenza del termine di 60 giorni decorrente dal provvedimento di sospensione dei lavori, e sull’interpretazione data ai lavori eseguiti, in particolare i cordoli, ritenuti opere edilizie di fondazione. Il Tribunale non avrebbe infine tenuto conto dell’intervenuta archiviazione del procedimento penale a carico del suo dante causa per le stesse opere abusive.

11. Ciò detto, va innanzitutto rilevato che risulta smentito per tabulas che le opere sanzionate fossero preesistenti (i lavori oggetto di causa sarebbero stati di semplice risanamento di un capannone esistente già dal 1942). Deve, infatti, essere condivisa la conclusione del giudice di primo grado sul punto e cioè che le diverse opere realizzate non possono affatto ritenersi limitate al rifacimento del predetto capannone, con invarianza della sua consistenza sagomale e volumetrica. Come rilevato dal T.a.r. nella sentenza impugnata, il lavori realizzati in assenza di titolo sono stati accertati dai vigili urbani come eseguiti in epoca recente (cfr. nota del XVIII Gruppo polizia municipale al comune di Roma del 20 novembre 1995) e comunque gli stessi per la loro caratteristica costruttiva (cfr. verbali della polizia municipale) sono tali da essere incoerenti con una costruzione degli anni ‘40 (presenza di materiali quali pannelli di plastica o tettoie in materiale similare).

12. D’altra parte, la stessa ricorrente riconosce che sono stati realizzati dei nuovi manufatti (in particolare, dei prefabbricati) per i quali comunque sarebbe stata necessaria una concessione edilizia, a prescindere dalle caratteristiche costruttive, vista la loro utilizzazione prolungata nel tempo.

Dall'articolo 3, comma 1, lett. e. 5 del Testo Unico dell'Edilizia (in parte qua riproduttivo della disciplina normativa applicabile ratione temporis), è possibile infatti trarre una nozione di opera precaria fondata non sulle caratteristiche dei materiali utilizzati né sulle modalità di ancoraggio delle stesse al suolo quanto piuttosto sul riscontro oggettivo delle esigenze (di natura stabile o temporanea) che esse siano dirette a soddisfare. La norma qualifica quindi come interventi di nuova costruzione (come tali assoggettati al previo rilascio del titolo abilitativo), l'installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro oppure depositi, magazzini e simili, e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 27 aprile 2016, n. 1619).

13. Pertanto, essendo necessaria una concessione edilizia il Comune ha inevitabilmente dovuto adottare un provvedimento demolitorio ai sensi dell’art. 9 della legge n. 47 del 1985 in ragione dell’abusività delle opere e della loro contrarietà agli strumenti edilizi, cui è conseguito, stante l’inottemperanza dello stesso, l’atto di acquisizione al patrimonio comunale.

14. Tale acquisizione, contrariamente a quanto affermato nel ricorso, risulta poi avere un oggetto determinato rappresentato dalle opere individuate nell’ordinanza di demolizione del 20 settembre 1995 (un manufatto in pali di legno e lamiere; la realizzazione, su un plateatico in conglomerato cementizio di mq. 150 di superficie, di un manufatto avente struttura portante in legno pre lavorato tamponato con pannellature in plastica, coperto da un tetto a due falde; una tettoia in pali e legno, anche essa tamponata con materiali plastico, adibita a magazzino e deposito; un prefabbricato abitabile con porta di accesso e finestre di mq. 25 circa di superficie e 2,20 di altezza con impianto elettrico e telefonico ed adibito ad ufficio, e di altre strutture prefabbricate in lamiera).

15. Inoltre, sempre in ordine all’acquisizione, va rilevata l’omessa impugnativa del citato e presupposto provvedimento di demolizione del 20 settembre 1995 (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 8 maggio 2014, n. 2368; sez. IV, 8 novembre 2010, n. 2368; sez. V, 25 maggio 2003, n. 2859), circostanza quest’ultima che determina la limitazione dell’esame delle censure solo ai vizi propri dell’atto di acquisizione (cfr. Cons. Stato, sez. VI, 8 maggio 2014, n. 2368) e la inammissibilità dell’impugnativa per invalidità derivata degli atti successivi all’ordine di demolizione.

16. Con esclusivo riferimento a questi ultimi, si deve in primo luogo ritenere infondato il rilievo sulla carenza di potere del Dirigente la 18^ Circoscrizione del comune di Roma ad emanarla. Secondo parte appellante, l’acquisizione doveva essere disposta dal Sindaco, ma tale affermazione non considera il generale principio di distinzione tra le competenze sindacali e quelle dei dirigenti comunali, competenti questi ultimi all’adozione di tutti gli atti di gestione ad essi riferiti, compresi quelli inerenti al settore urbanistico edilizio.

17. Non appaiono inoltre fondate le ulteriori e disomogenee doglianze in ordine allo stesso provvedimento di acquisizione, in particolare quella relativa alla lamentata sproporzione tra le opere individuate come abusive e i beni acquisiti. Questi ultimi sono stati, come detto, individuati in relazione all’ordinanza di demolizione del 20 settembre 1995 e considerati in termini di consistenza ai sensi dell’art. 7, comma 3, della legge n. 47 del 1985.

18. Né può ritenersi fondata la tesi dell’appellante secondo cui l’inottemperanza alla ingiunzione di demolizione sarebbe stata giustificata dalla legittimità degli interventi eseguiti dal suo dante causa.

Secondo la stessa, i lavori sarebbe stati tacitamente autorizzati stante il silenzio serbato dall’Amministrazione sulle comunicazioni, varie volte rivolte al Comune dal suo dante causa (per ultimo il 1° gennaio 1994). Ma, come rileva correttamente il T.a.r., la determinazione dirigenziale n. 759 del 18 luglio 1995, impugnata con il primo ricorso, aveva accertato la esecuzione di cordoli di fondazione in cemento armato su una superficie di ben 120 mq., nonché la costruzione di muri in blocchetti di tufo e la elevazione di pilastri in ferro per altezze comprese da mt. 2,20 a mt. 3,50. In sostanza, opere edilizie di fondazione palesemente preordinate alla realizzazione di strutture diverse da quelle necessarie per la semplice risanamento del preesistente capannone e per le quali era necessario il rilascio di una concessione e non una semplice denuncia di inizio di attività.

19. Non è fondata anche la censura alla sentenza in ordine alle conclusioni dalla stessa raggiunte circa la inadottabilità dell’ordine di demolizione del 18 luglio 1995. Essendo scaduto il termine di 60 giorni decorrenti dalla notifica dell’ordine di sospensione, l’Amministrazione, secondo l’appellante, non avrebbe potuto provvedere. La scadenza dei termini di efficacia della sospensione cautelare dei lavori, tuttavia, non priva l’Amministrazione del potere di adottare l’ingiunzione di demolizione. Il provvedimento di sospensione dei lavori, in quanto volto a mantenere la res adhuc integra nelle more dell'emanazione dell'ordinanza di demolizione, ha infatti natura cautelare ed efficacia temporalmente circoscritta ma non rappresenta un antecedente procedimentale necessario del provvedimento di demolizione (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 2 febbraio 2017, n. 445). Con la conseguenza che il termine fissato nel provvedimento o dall’art. 4 della legge n. 47 del 1985 (ora dall'art. 27 comma 3, del d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380) per adottare l'ordinanza di demolizione dopo l'emanazione di quella di sospensione dei lavori, deve intendersi quale termine di efficacia di tale ultimo ordine, e non già quale termine perentorio entro cui l'Amministrazione è tenuta ad emettere l'ordine di demolizione (cfr. T.a.r. per l’Umbria, Perugia, sez. I, 23 ottobre 2014, n. 516).

20. Né sono fondate le censure incentrate sulla mancata prova, da parte dell’Amministrazione, dell’avvenuta demolizione (trattandosi comunque di opere che necessitavano di concessione edilizia), ovvero sul procedimento penale archiviato (non rilevante ai fini dell’attività posta in essere dall’Amministrazione che ha proceduto in modo autonomo al vaglio delle diverse circostanze cfr. Cons. Stato, sez. IV, 5 aprile 2013, n. 1904).

21. Si deve dare atto infine, che:

- nella sostanza, non sono state articolate censure contro i provvedimenti di sospensione dei lavori che, in ogni caso, sarebbero risultate improcedibili a seguito della emanazione dell’ordine di demolizione concernente i medesimi lavori;

- attesa la natura interamente vincolata dell’ordine di demolizione e del pedissequo provvedimento di acquisizione delle aree, non è configurabile alcuna censura inerente il difetto di istruttoria, motivazione, disparità di trattamento ovvero sproporzione (cfr. da ultimo Cons. Stato, Ad. plen., n. 9 del 2017 cui si rinvia a mente dell’art. 88, co. 2, lett. d), c.p.a.).

22. Per le ragioni sopra esposte, l’appello va quindi respinto e per l’effetto va confermata la sentenza impugnata.

23. Le spese di giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate come indicato nel dispositivo.

24. Il Collegio rileva, inoltre, che la reiezione dell’appello si fonda, come dianzi illustrato, su ragioni manifeste in modo da integrare i presupposti applicativi dell’art. 26, comma 1, c.p.a. secondo l’interpretazione che ne è stata data dalla giurisprudenza di questo Consiglio (cfr. da ultimo Cons. Stato, Sez. IV, n. 2200 del 2016, cui si rinvia ai sensi dell’art. 88, comma 2, lettera d), c.p.a. anche in ordine alle modalità applicative ed alla determinazione della misura indennitaria).

25. La condanna dell’appellante ai sensi dell’art. 26 c.p.a. rileva, infine, anche agli effetti di cui all’art. 2, comma 2-quinquies, lettere a) e d), della legge 24 marzo 2001, nr. 89, come da ultimo modificato dalla legge 28 dicembre 2015, nr. 208.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna l’appellante al pagamento delle spese di giudizio in favore del comune di Roma nella misura complessiva di euro 10.000,00 (diecimila/00), comprensiva della misura indennitaria di cui all’art. 26, comma 1, c.p.a., oltre agli altri oneri di legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 28 settembre 2017 con l'intervento dei magistrati:
Vito Poli, Presidente
Giuseppe Castiglia, Consigliere
Luca Lamberti, Consigliere
Nicola D'Angelo, Consigliere, Estensore
Giuseppa Carluccio, Consigliere


L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
Nicola D'Angelo Vito Poli





IL SEGRETARIO



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Re: Abusivismo edilizio

Messaggio da panorama » gio nov 30, 2017 6:17 pm

1) - Come ha avuto modo di rilevare la giurisprudenza del Consiglio di Stato, in particolare la recente Adunanza plenaria del 17 ottobre 2017, n. 9, l’ordine di demolizione è un atto vincolato ancorato esclusivamente alla sussistenza di opere abusive e non richiede una motivazione del concreto interesse pubblico.
- ) - In sostanza, verificata la sussistenza dei manufatti abusivi, l’Amministrazione ha il dovere di adottarlo, essendo la relativa ponderazione tra l’interesse pubblico e quello privato compiuta a monte dal legislatore.
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SENTENZA ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE P ,numero provv.: 201700009
Numero ricorso:201500712

Pubblicato il 17/10/2017


N. 00009/2017REG.PROV.COLL.
N. 00005/2017 REG.RIC.A.P.


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Adunanza Plenaria)

ha pronunciato la presente
SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 5 di A.P. del 2017, proposto dai signori Fiorella Bartolucci, Fabio Bartolucci e Annamaria Bartolucci, rappresentati e difesi dall'avvocato Maria Antonella Mascaro, con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via di Ripetta, 22

contro
Comune di Fiumicino, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dagli avvocati Catia Livio e Francesco Di Mauro, con domicilio eletto presso lo studio Francesco Di Mauro in Roma, via Padre Semeria, 33

per la riforma della sentenza del Tribunale amministrativo regionale del Lazio, Sezione I-quater, n. 7519/2014


Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Comune di Fiumicino;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 21 giugno 2017 il Cons. Claudio Contessa e uditi per le parti gli avvocati Mascaro, Livio e Di Mauro;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue


FATTO

Con ricorso proposto dinanzi al Tribunale amministrativo regionale del Lazio e recante il n. 8174/2014 i signori Fiorella, Annamaria e Fabio Bartolucci impugnavano, chiedendone l’annullamento, l’ordinanza n. 14889 del 26 febbraio 2014 con cui il Comune di Fiumicino aveva ingiunto loro la demolizione delle opere abusive realizzate su un immobile di loro proprietà sito in località Isola Sacra.

Rappresentavano, in particolare:

i) di essere estranei alla realizzazione dell’abuso, che era imputabile in via esclusiva alla loro comune dante causa, la madre Concetta Fiozzi;

ii) che l’abuso era assai risalente nel tempo (1982) e che già nel dicembre del 1986 la responsabile dello stesso era stata condannata in sede penale per il reato di cui all’articolo 17, lettera b) della l. 27 gennaio 1977, n. 10 (‘Norme in materia di edificabilità dei suoli’);

iii) che l’abuso era noto al Comune di Fiumicino almeno da quando (ottobre 1982) l’immobile era stato sottoposto a sequestro giudiziario e affidato in custodia al Corpo di Polizia Locale.

iv) che la responsabile dell’abuso aveva ottenuto in data 25 febbraio 2008 una concessione edilizia in sanatoria per la realizzazione di alcune porzioni del medesimo manufatto (diverse, peraltro, da quella per cui è causa).

Con l’impugnata sentenza n. 7519/2014 il Tribunale amministrativo adito ha respinto il ricorso aderendo alla tesi secondo cui l’ordine di demolizione, in quanto atto dovuto e dal contenuto rigidamente vincolato, non postula né la previa comunicazione di avvio del procedimento, né una motivazione puntuale in ordine alle ragioni di interesse pubblico che depongono nel senso della demolizione, né – infine – una valutazione specifica in ordine all’eventuale stato soggettivo di buona fede dell’attuale proprietario dell’immobile.

La sentenza in questione è stata impugnata in appello dai signori Bartolucci i quali ne hanno chiesto la riforma articolando plurimi motivi.

In primo luogo essi lamentano la violazione e falsa applicazione dell’articolo 7 della l. 7 agosto 1990 n. 241 per non avere l’amministrazione comunicato loro l’avvio del procedimento finalizzato all’adozione dell’ordine di demolizione.

Richiamano al riguardo l’orientamento secondo cui, pur rappresentando l’ordine di demolizione un atto rigidamente vincolato, il destinatario deve tuttavia essere posto in condizione di interloquire con l’amministrazione in ordine alla sussistenza dei presupposti per la sua adozione.

Se l’amministrazione – proseguono gli appellanti – avesse comunicato loro l’avvio del procedimento in parola, essi avrebbero potuto rappresentare: i) la risalenza nel tempo degli abusi realizzati dalla loro comune dante causa; ii) il legittimo affidamento riposto nella mancata adozione di provvedimenti repressivi da parte dell’autorità; iii) il contegno contraddittorio serbato dal Comune di Fiumicino, il quale aveva continuato nel corso degli anni ad introitare i tributi locali per l’immobile in parola, in tal modo rafforzando il convincimento circa la mancata attivazione dei poteri repressivi.

In secondo luogo gli appellanti lamentano che il primo Giudice abbia trascurato di rilevare l’omessa indicazione, da parte del Comune, delle ragioni di interesse pubblico alla demolizione del manufatto (interesse – questo – che non potrebbe coincidere con quello al puro e semplice ripristino della legalità, anche in considerazione del notevole lasso temporale trascorso fra la realizzazione dell’abuso e l’attivazione del potere repressivo e dello stato di legittimo affidamento ormai maturato dagli appellanti).

In particolare il Comune avrebbe avuto l’onere di motivare puntualmente circa l’interesse pubblico in parola, anche in considerazione: i) della data di ultimazione dell’abuso, assai risalente nel tempo; ii) della non coincidenza soggettiva fra il responsabile dell’abuso (la defunta madre degli appellanti) e gli attuali proprietari; iii) della protratta inerzia della P.A. nell’assicurare la propria risposta sanzionatoria.

E ancora gli appellanti lamentano che il primo Giudice abbia omesso di tenere in adeguata considerazione i chiarimenti forniti con la sentenza della Quarta Sezione di questo Consiglio 4 febbraio 2014, n. 1016, con la quale si è stabilito che uno stato di affidamento incolpevole in capo al proprietario del manufatto abusivo sia comunque configurabile: i) qualora l’abuso non sia stato commesso dall’attuale proprietario; ii) qualora l’alienazione in suo favore non sia avvenuta al fine di eludere il successivo esercizio dei poteri repressivi;

iii) qualora fra la realizzazione dell’abuso e l’attivazione dei poteri repressivi sia intercorso un notevole lasso di tempo.

Gli appellanti osservano poi che il Comune appellato fosse certamente al corrente dell’esistenza del manufatto e degli abusi colà commessi sin dal momento in cui (ottobre 1982) lo stesso era stato sottoposto a sequestro giudiziario e affidato in custodia al Corpo di Polizia Locale.

Ad ogni modo il primo Giudice avrebbe omesso di considerare che, anche in considerazione del notevole lasso di tempo trascorso e del dissequestro dell’immobile disposto contestualmente alla condanna in sede penale della responsabile dell’abuso, era sorta in capo agli appellanti “una ragionevole presunzione che non sussistessero più irregolarità da perseguire” (ricorso in appello, pag. 12).

Con un ulteriore argomento gli appellanti lamentano la mancata considerazione da parte del Comune (e in seguito da parte del primo Giudice) del fatto che altra porzione del medesimo corpo di fabbrica fosse stata ammessa a una concessione in sanatoria già nel febbraio del 2008 (e la concessione in sanatoria era stata rilasciata nonostante il fatto che l’area fosse interessata da vincolo paesaggistico, fosse inclusa nel perimetro delle aree a rischio idrogeologico e fosse sottoposta a misure di salvaguardia ai sensi dell’articolo 17, comma 6-bis della l. 18 maggio 1989, n. 183 – ‘Norme per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo’ -).

Ed ancora, il Comune e il primo Giudice avrebbero omesso di considerare che nel marzo del 2012 l’area su cui sorge l’immobile per cui è causa era stata declassificata, in relazione al rischio idrogeologico, dal (più elevato) livello R4 al (meno elevato) livello R2.

Secondo gli appellanti, quindi, risultando ormai ridotto il rischio di esondazione che aveva in precedenza caratterizzato l’area, non residuerebbero ragioni di pubblico interesse alla rimozione dei fabbricati colà esistenti.

Con un terzo ordine di motivi gli appellanti lamentano che il primo Giudice abbia erroneamente respinto il motivo con cui si era lamentata la mancata ponderazione, in sede di emissione dell’ordinanza ingiunzione, degli effetti della demolizione sulle parti legittimamente realizzate dell’edificio, così come la mancata verifica della possibilità di irrogare – in alternativa alla misura della demolizione – una sanzione pecuniaria, conformemente alla previsione di cui all’articolo 34, comma 2 del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 (in precedenza: articolo 12 della l. 28 febbraio 1985, n. 47).

In particolare, il Comune di Fiumicino avrebbe omesso di motivare puntualmente in ordine alla reale fattibilità, in termini materiali e giuridici, della disposta demolizione.

In definitiva il primo Giudice avrebbe omesso di considerare che la valutazione tecnica in ordine alla impossibilità di demolire, rimessa all’amministrazione, deve essere effettuata prima dell’adozione dell’ordinanza di demolizione. Opinando in modo diverso, la diffida a demolire rischierebbe di rivelarsi in potenziale contrasto con i principi di efficacia ed efficienza dell’azione amministrativa.

Si è costituito in giudizio il Comune di Fiumicino il quale ha concluso nel senso della reiezione dell’appello.

Con ordinanza in data 18 marzo 2015, n. 1201 la Sesta Sezione di questo Consiglio di Stato, “valutata la gravità del danno”, ha accolto l’istanza cautelare di sospensione degli effetti della sentenza in epigrafe proposta in via incidentale dagli appellanti.

Con successiva ordinanza in data 24 marzo 2017, n. 1337 la medesima Sesta Sezione ha dato atto di un contrasto in giurisprudenza in ordine agli oneri motivazionali gravanti sull’amministrazione ai fini dell’adozione di ordinanze di demolizione di manufatti abusivi.

Ha pertanto sospeso il giudizio ai sensi dell’articolo 99 del cod. proc. amm. e ha rimesso a questa Adunanza plenaria la seguente questione: “se l’ordinanza di demolizione di immobile abusivo (nella specie, trasferito mortis causa) debba essere congruamente motivat[a] sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto e attuale al ripristino della legalità violata quando il provvedimento sanzionatorio intervenga a una distanza temporale straordinariamente lunga dalla commissione dell’abuso, il titolare attuale non sia responsabile dell’abuso e il trasferimento non denoti intenti elusivi del provvedimento sanzionatorio”.

Alla pubblica udienza del 21 giugno 2017 il ricorso è stato trattenuto in decisione.

DIRITTO

1. Giunge alla decisione di questa Adunanza Plenaria il ricorso in appello proposto dai signori Fiorella, Annamaria e Fabio Bartolucci avverso la sentenza del Tribunale amministrativo regionale del Lazio con cui è stato respinto il ricorso da loro proposto avverso l’ordinanza del Sindaco del Comune di Fiumicino con la quale è stata loro ingiunta la demolizione di un immobile realizzato sine titulo oltre trent’anni prima dalla loro comune dante causa, la madre Concetta Fiozzi.

2. Come si è anticipato in narrativa, viene chiesto a questa Adunanza Plenaria di chiarire la questione dell’onere motivazionale che grava in capo all’amministrazione in sede di adozione di un’ingiunzione di demolizione (nel caso in esame, conseguente alla realizzazione di un immobile in area vincolata nella radicale assenza di un valido titolo edilizio) e se in particolare, decorso un considerevole lasso di tempo dalla realizzazione dell’abuso, gravi in capo all’amministrazione un onere motivazionale aggiuntivo, che non resti limitato al solo richiamo alla normativa urbanistica violata e alla conseguente necessità di ripristinare l’ordine giuridico compromesso.

Viene altresì chiesto di stabilire se uno specifico onere di motivazione in ordine alla sussistenza di un interesse pubblico e concreto alla demolizione sia altresì ravvisabile nell’ipotesi in cui l’attuale proprietario del bene non sia responsabile dell’abuso e il trasferimento del bene non denoti intenti elusivi della normativa in tema di onere di ripristino.

3. L’ordinanza di rimessione ha correttamente – sia pur sinteticamente – richiamato gli argomenti essenziali che sostengono le due principali tesi attualmente in campo.

3.1. In base a un primo orientamento (ad oggi maggioritario) l’ordinanza di demolizione di un manufatto abusivo non richiede una particolare motivazione in ordine alla sussistenza di uno specifico interesse pubblico al ripristino della legittimità violata, e ciò nonostante sia decorso un considerevole lasso di tempo dalla commissione dell’abuso. In base all’orientamento in parola deve infatti escludersi la configurabilità di un legittimo affidamento in capo al responsabile dell’abuso o al suo avente causa nonostante il decorso del tempo dal commesso abuso (in tal senso – ex multis -: Cons. Stato, VI, 10 maggio 2016, n. 1774; id., VI, 23 ottobre 2015, n. 4880; id., VI, 11 dicembre 2013, n. 5943).

Si è osservato al riguardo che l’ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato che non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest’ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né – ancora – una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione, non potendo neppure ammettersi l’esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può giammai legittimare (in tal senso: Cons. Stato, IV, 28 febbraio 2017, n. 908).

Si è inoltre osservato al riguardo che, laddove si annettesse rilievo in siffatte ipotesi al decorso del tempo –
sia pure, al solo fine di incidere sul quantum di motivazione richiesto all’amministrazione -, si perverrebbe in via pretoria a delineare una sorta di ‘sanatoria extra ordinem’, la quale opererebbe anche nelle ipotesi in cui il soggetto interessato non abbia potuto – o voluto – avvalersi delle disposizioni normative in tema di sanatoria di abusi edilizi (in tal senso: Cons. Stato, VI, 15 gennaio 2015, n. 13).

3.2. In base a un diverso (e minoritario) orientamento, l’ingiunzione di demolizione, in quanto atto dovuto in presenza della constatata realizzazione dell’opera edilizia senza titolo abilitativo o in totale difformità da esso, è in linea di principio sufficientemente motivata con l’affermazione dell’accertata abusività dell’opera. Deve tuttavia essere fatta salva l’ipotesi in cui, per il lungo lasso di tempo trascorso dalla commissione dell’abuso e il protrarsi dell’inerzia dell’Amministrazione preposta alla vigilanza, si sia ingenerata una posizione di affidamento nel privato: ipotesi - questa - in relazione alla quale si ravvisa un onere di congrua motivazione la quale indichi, avuto riguardo anche all’entità ed alla tipologia dell’abuso, il pubblico interesse - evidentemente diverso da quello al ripristino della legalità - idoneo a giustificare il sacrificio del contrapposto interesse privato (in tal senso: Cons. Stato, IV, 2 novembre 2016, n. 4577).

In base a un’opzione per molti aspetti simile a quella appena richiamata si è affermato che, quanto meno in alcuni ‘casi-limite’, l’ingiunzione di demolizione debba essere assistita da un’adeguata motivazione circa lo specifico interesse pubblico sotteso alla riduzione in pristino dell’area. Ciò si renderà necessario, in particolare: i) quando il proprietario del bene sia pacificamente persona diversa da quella che ha commesso l’abuso; ii) quando l’intervenuta alienazione della res non palesi finalità elusive; iii) quando fra il commesso abuso e l’ordine di demolizione sia intercorso un rilevante lasso di tempo, sì da ingenerare nel proprietario uno stato di affidamento in ordine alla desistenza da parte dell’amministrazione dall’adozione di atti pregiudizievoli (in tal senso: Cons. Stato, IV, sent. 1016 del 2014; id., V, sent. 3847 del 2013).

A conclusioni non dissimili è pervenuta quella parte della giurisprudenza secondo cui il decorso del tempo incide sulla certezza dei rapporti giuridici e può incidere significativamente con le possibilità di difesa dell’interessato sia nei confronti dell’amministrazione che del dante causa (in tal senso: Cons. Stato, IV, 4 marzo 2014, n. 1016; id., V, 15 luglio 2013, n. 3847; id., V, 24 novembre 2013, n. 2013).

4. Ad avviso di questa Adunanza Plenaria il dato di fondo da cui occorre prendere le mosse è costituito dall’oggettiva non riconducibilità della fattispecie in esame al quadro generale dell’autotutela.

Ed infatti, non viene qui in rilievo l’ipotesi in cui l’amministrazione abbia, a distanza di tempo dal rilascio, disposto l’annullamento in autotutela del titolo edilizio illegittimamente adottato ovvero del provvedimento di sanatoria rilasciato in assenza dei necessari presupposti legittimanti.

Al contrario, il caso che qui rileva si presenta in termini sensibilmente diversi e concerne la diversa ipotesi in cui l’edificazione sia avvenuta nella totale assenza di un titolo legittimante (laddove – tuttavia – l’amministrazione abbia provveduto solo a distanza di un considerevole lasso di tempo all’adozione dell’ingiunzione di demolizione).

Si tratta, in definitiva, dei casi (frequenti nella pratica) di doverosa – se pure tardiva – attivazione dell’ordine di demolizione di fabbricati privi ab origine di un qualunque titolo legittimante e giammai ammessi a sanatoria.

Al riguardo ci si limita a rilevare che:

- nel caso di ritiro tardivo in autotutela di un atto amministrativo illegittimo ma favorevole al proprietario, si radica comunque un affidamento in capo al privato beneficiato dall’atto in questione e ciò giustifica una scelta normativa (quale quella trasfusa nell’articolo 21-nonies della l. 241 del 1990) volta a rafforzare l’onere motivazionale gravante in capo all’amministrazione. Si tratta di stabilire sino a che punto e in che termini l’ordinamento si debba far carico di tutelare un siffatto stato di legittimo affidamento;

- al contrario, nel caso di tardiva adozione del provvedimento di demolizione, la mera inerzia da parte dell’amministrazione nell’esercizio di un potere/dovere finalizzato alla tutela di rilevanti finalità di interesse pubblico non è idonea a far divenire legittimo ciò che (l’edificazione sine titulo) è sin dall’origine illegittimo. Allo stesso modo, tale inerzia non può certamente radicare un affidamento di carattere “legittimo” in capo al proprietario dell’abuso, giammai destinatario di un atto amministrativo favorevole idoneo a ingenerare un’aspettativa giuridicamente qualificata.

In definitiva, non si può applicare a un fatto illecito (l’abuso edilizio) il complesso di acquisizioni che, in tema di valutazione dell’interesse pubblico, è stato enucleato per la diversa ipotesi dell’autotutela decisoria.

5. Va d’altra parte osservato che, anche nelle sue declinazioni più estreme, la tesi maggiormente orientata al riconoscimento delle ragioni e delle prerogative proprietarie non giunge a riconoscere l’illegittimità dell’ordine di demolizione quale diretta conseguenza della sua tardiva emanazione, né postula una sorta di ‘sanatoria extra ordinem’ quale effetto dell’omessa o tardiva adozione del provvedimento demolitorio.

Ed infatti, le decisioni riconducibili a tale approccio pervengono soltanto – in maniera più o meno incisiva – a delineare in capo all’amministrazione che abbia omesso per un considerevole lasso di tempo di adottare l’ordine di demolizione un onere di motivazione sia in ordine alle ragioni di interesse pubblico – concreto e attuale – sottese alla demolizione, sia in ordine alla comparazione fra l’interesse pubblico al ripristino della legittimità violata e l’interesse privato alla permanenza in loco del manufatto.

La stessa sentenza della Quarta Sezione di questo Consiglio di Stato n. 1016 del 2014 (invocata dagli appellanti a sostegno delle proprie tesi) non ha affermato l’illegittimità ex se dell’ordine di demolizione tardivamente adottato, ma ha soltanto individuato una serie di “casi-limite” in cui graverebbe comunque sull’amministrazione l’obbligo di motivare puntualmente in ordine alle ragioni sottese alla tardiva attivazione del potere ripristinatorio (la sentenza in questione ha individuato tali “casi-limite” nelle ipotesi in cui: i) il proprietario attuale non abbia commesso l’abuso; ii) l’alienazione in suo favore non palesi intenti elusivi; iii) fra il commesso abuso e il provvedimento demolitorio sia intercorso un notevole lasso di tempo).

5.1. Si osserva comunque al riguardo che non sarebbe in alcun modo concepibile l’idea stessa di connettere al decorso del tempo e all’inerzia dell’amministrazione la sostanziale perdita del potere di contrastare il grave fenomeno dell’abusivismo edilizio, ovvero di legittimare in qualche misura l’edificazione avvenuta senza titolo, non emergendo oltretutto alcuna possibile giustificazione normativa a una siffatta – e inammissibile – forma di sanatoria automatica o praeter legem.

5.2. Una chiara conferma di quanto appena rappresentato si desume dal terzo periodo del comma 4-bis dell’articolo 31 del d.P.R. 380 del 2001 (per come introdotto dal comma 1, lettera q-bis) dell’articolo 17 del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 133), secondo cui “la mancata o tardiva emanazione del provvedimento sanzionatorio, fatte salve le responsabilità penali, costituisce elemento di valutazione della performance individuale, nonché di responsabilità disciplinare e amministrativo-contabile del dirigente e del funzionario inadempiente”.

La disposizione appena richiamata chiarisce che il decorso del tempo dal momento del commesso abuso non priva giammai l’amministrazione del potere di adottare l’ordine di demolizione, configurando piuttosto specifiche – e diverse – conseguenze in termini di responsabilità in capo al dirigente o al funzionario responsabili dell’omissione o del ritardo nell’adozione di un atto che è e resta doveroso nonostante il decorso del tempo.

6. Se pertanto il decorso del tempo non può incidere sull’ineludibile doverosità degli atti volti a perseguire l’illecito attraverso l’adozione della relativa sanzione, deve conseguentemente essere escluso che l’ordinanza di demolizione di immobile abusivo (pur se tardivamente adottata) debba essere motivata sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto e attuale al ripristino della legalità violata.

6.1. Deve quindi ribadirsi che, in questi casi, nemmeno si pone un problema di affidamento, che presuppone una posizione favorevole all’intervento riconosciuta da un atto in tesi illegittimo poi successivamente oggetto di un provvedimento di autotutela.

Un condiviso orientamento ha sottolineato al riguardo l’oggettiva differenza che sussiste fra:

- (da un lato) l’adozione di determinazioni sfavorevoli di segno opposto rispetto ad altre precedenti e di segno favorevole per l’interessato (come l’annullamento in autotutela del titolo edilizio o del provvedimento di sanatoria) e

- (dall’altro) l’adozione dell’ordine di demolizione in caso di interventi realizzati in radicale assenza del permesso di costruire (articolo 31 del d.P.R. 380 del 2001).

In tale secondo novero di ipotesi è del tutto congruo che l’ordine di demolizione sia adeguatamente motivato mercé il richiamo al comprovato carattere abusivo dell’intervento, senza che si impongano sul punto ulteriori oneri motivazionali, applicabili nel diverso ambito dell’autotutela decisoria (in tal senso: Cons. Stato, IV, 28 febbraio 2017, n. 908).

7. A conclusioni del tutto analoghe (in punto di insussistenza di un obbligo di motivazione nelle ipotesi che qui rilevano) è pervenuta la giurisprudenza di questo Consiglio anche prendendo le mosse da angoli visuali diversi da quello dell’applicabilità o meno delle categorie dell’autotutela decisoria.

7.1. E’ stato in primo luogo affermato che il tempo trascorso (in ipotesi, anche rilevante) fra il momento della realizzazione dell’abuso e l’adozione dell’ordine di demolizione non determina l’insorgenza di uno stato di legittimo affidamento e non innesta in capo all’amministrazione uno specifico onere di motivazione. Ciò in quanto il decorso del tempo, lungi dal radicare in qualche misura la posizione giuridica dell’interessato, rafforza piuttosto il carattere abusivo dell’intervento (in tal senso – ex multis -: Cons. Stato, VI, 27 marzo 2017, n. 1386; id., VI, 6 marzo 2017, n. 1060).

7.2. E’ stato inoltre affermato che il carattere del tutto vincolato dell’ordine di demolizione (che deve essere adottato a seguito della sola verifica dell’abusività dell’intervento) fa sì che esso non necessiti di una particolare motivazione circa l’interesse pubblico sotteso a tale determinazione. Inoltre, il provvedimento di demolizione non deve motivare in ordine a un ipotetico interesse del privato alla permanenza in loco dell’opus (in tal senso – ex multis -: Cons. Stato, VI, 21 marzo 2017, n. 1267).

7.3. E’ stato, ancora, affermato che non occorre motivare in modo particolare un provvedimento con il quale sia ordinata la demolizione di un immobile abusivo neppure quando sia trascorso un notevole lasso di tempo dalla sua realizzazione. Ed infatti l’ordinamento tutela l’affidamento di chi versa in una situazione antigiuridica soltanto laddove esso presenti un carattere incolpevole, mentre la realizzazione di un’opera abusiva si concretizza in una volontaria attività del costruttore realizzata contra legem (in tal senso – ex multis -: Cons. Stato, IV, 28 febbraio 2017, n. 908; id., VI, 13 dicembre 2016, n. 5256).

Si è altresì osservato – e in modo parimenti condivisibile - che l’ordine di demolizione presenta un carattere rigidamente vincolato e non richiede né una specifica motivazione in ordine alla sussistenza di un interesse pubblico concreto e attuale alla demolizione, né una comparazione fra l’interesse pubblico e l’interesse privato al mantenimento in loco dell’immobile. Ciò, in quanto non può ammettersi l’esistenza di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva, che il tempo non può in alcun modo legittimare (in tal senso – ex multis -: Cons. Stato, 28 febbraio 2017, n. 908; id., IV, 12 ottobre 2016, n. 4205; id., IV, 31 agosto 2016, n. 3750).

Deve pertanto essere confermato, anche da questi diversi angoli visuali, che, nelle ipotesi che qui rilevano di edificazioni radicalmente abusive e giammai assistite da alcun titolo, il richiamo alla figura, peraltro ambigua e controversa, dell’interesse pubblico in re ipsa, appare improprio.

Ciò perché

- da un lato, come si è detto, il rilevato carattere sanzionatorio e doveroso del provvedimento esclude la pertinenza del richiamo alla motivazione dell’interesse pubblico;

- dall’altro, la selezione e ponderazione dei sottesi interessi risulta compiuta – per così dire – ‘a monte’ dallo stesso legislatore (il quale ha sancito in via indefettibile l’onere di demolizione al comma 2 dell’articolo 31 del d.P.R. 380 del 2001), in tal modo esentando l’amministrazione dall’onere di svolgere – in modo esplicito o implicito – una siffatta ponderazione di interessi in sede di adozione dei propri provvedimenti.

7.4. L’ordinanza di rimessione si è altresì soffermata sulla possibile sussistenza di un obbligo per l’amministrazione di motivare l’ordine di demolizione in relazione alla concretezza ed attualità dell’interesse pubblico alla demolizione. Le considerazioni sopra esposte - che evidenziano la non riconducibilità della fattispecie all’autotutela decisoria - escludono la rilevanza delle questioni attinenti all’onere motivazionale.

8. L’ordinanza di rimessione si sofferma inoltre sul caso in cui l’attuale proprietario dell’immobile non sia responsabile dell’abuso e non risulti che la cessione sia stata effettuata con intenti elusivi.

8.1. Si osserva in primo luogo al riguardo che il carattere reale della misura ripristinatoria della demolizione e la sua precipua finalizzazione al ripristino di valori di primario rilievo non si pongono in modo peculiare nelle ipotesi in cui il proprietario non sia responsabile dell’abuso.

Non può infatti ritenersi che, ferma restando la doverosità della misura ripristinatoria, la diversità soggettiva fra il responsabile dell’abuso e l’attuale proprietario imponga all’amministrazione un peculiare ed aggiuntivo onere motivazionale.

Ed infatti il carattere reale dell’abuso e la stretta doverosità delle sue conseguenze non consentono di valorizzare ai fini motivazionali la richiamata alterità soggettiva (la quale può – al contrario – rilevare a fini diversi da quelli della misura ripristinatoria, come nelle ipotesi del riparto delle responsabilità fra il responsabile dell’abuso e il suo avente causa).

Del resto, la principale (se non l’unica) ragione che potrebbe indurre a valorizzare la richiamata alterità soggettiva è quella relativa allo stato soggettivo di buona fede e di affidamento che caratterizza la posizione dell’avente causa.

Tuttavia – e per le ragioni dinanzi esposte retro, sub 7.1 e 7.3 – tali stati soggettivi non possono essere in alcun modo valorizzati ai fini motivazionali

In definitiva l’Adunanza plenaria ritiene di confermare l’orientamento secondo cui gli ordini di demolizione di costruzioni abusive, avendo carattere reale, prescindono dalla responsabilità del proprietario o dell’occupante l’immobile (l’estraneità agli abusi assumendo comunque rilievo sotto altri profili), applicandosi anche a carico di chi non abbia commesso la violazione, ma si trovi al momento dell’irrogazione in un rapporto con la res tale da assicurare la restaurazione dell’ordine giuridico violato (in tal senso – ex multis -: Cons. Stato, VI, 26 luglio 2017, n. 3694).

9. A conclusioni del tutto analoghe a quelle appena rassegnate deve giungersi anche in relazione all’ipotesi in cui sia pacifico che l’alienazione dell’immobile oggetto di abuso sia stata realizzata in circostanze che inducono ad escludere qualunque intento elusivo

Anche in questo caso ci si limita ad osservare che tale circostanza – inerente in ultima analisi allo stato soggettivo dell’avente causa – non può in alcuno modo rilevare sulla doverosità delle conseguenze connesse alla commissione dell’abuso in quanto tale.

10. In conclusione l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato enuncia il seguente principio di diritto: “il provvedimento con cui viene ingiunta, sia pure tardivamente, la demolizione di un immobile abusivo e giammai assistito da alcun titolo, per la sua natura vincolata e rigidamente ancorata al ricorrere dei relativi presupposti in fatto e in diritto, non richiede motivazione in ordine alle ragioni di pubblico interesse (diverse da quelle inerenti al ripristino della legittimità violata) che impongono la rimozione dell’abuso. Il principio in questione non ammette deroghe neppure nell’ipotesi in cui l’ingiunzione di demolizione intervenga a distanza di tempo dalla realizzazione dell’abuso, il titolare attuale non sia responsabile dell’abuso e il trasferimento non denoti intenti elusivi dell’onere di ripristino”.

11. Per le ragioni sopra esposte, il secondo motivo di appello proposto dai signori Fiorella, Annamaria e Fabio Bartolucci deve essere respinto.

Per il resto il giudizio deve essere restituito alla Sezione rimettente che dovrà definire il giudizio e statuire anche in ordine alle spese di giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Adunanza Plenaria), non definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, respinge il secondo motivo di appello e rimette per il resto la definizione della questione alla Sezione rimettente.

Spese al definitivo.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 21 giugno 2017 con l'intervento dei magistrati:
Alessandro Pajno, Presidente
Filippo Patroni Griffi, Presidente
Sergio Santoro, Presidente
Franco Frattini, Presidente
Carlo Saltelli, Presidente
Roberto Giovagnoli, Consigliere
Francesco Bellomo, Consigliere
Manfredo Atzeni, Consigliere
Claudio Contessa, Consigliere, Estensore
Fabio Taormina, Consigliere
Bernhard Lageder, Consigliere
Silvestro Maria Russo, Consigliere
Oberdan Forlenza, Consigliere


IL PRESIDENTE
Alessandro Pajno



L'ESTENSORE IL SEGRETARIO
Claudio Contessa

panorama
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Re: Abusivismo edilizio

Messaggio da panorama » gio nov 30, 2017 6:43 pm

demolizione di opere abusive
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Appello al CdS perso.

IL CdS scrive e precisa:

1) - opere abusive realizzate dalla stessa su un immobile di sua proprietà ricadente in un’area, classificata sismica, soggetta a vincolo ambientale.

2) - In particolare, le opere abusive hanno riguardato la realizzazione di un locale sul terrazzo pertinenziale, in ampliamento del fabbricato, delle dimensioni di mt. 4,5 per mt. 1,90 e di altezza utile di mt. 2,40 in luogo di due preesistenti manufatti di minori dimensioni posti nella medesima area di sedime ed oggetto di istanza di sanatoria, ai sensi della legge n. 47/1985, non ancora rilasciata.

3) - Come ha avuto modo di rilevare la giurisprudenza del Consiglio di Stato, in particolare la recente Adunanza plenaria del 17 ottobre 2017, n. 9, l’ordine di demolizione è un atto vincolato ancorato esclusivamente alla sussistenza di opere abusive e non richiede una motivazione del concreto interesse pubblico. In sostanza, verificata la sussistenza dei manufatti abusivi, l’Amministrazione ha il dovere di adottarlo, essendo la relativa ponderazione tra l’interesse pubblico e quello privato compiuta a monte dal legislatore.
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SENTENZA ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 4 ,numero provv.: 201705595 - Public 2017-11-29 -
Pubblicato il 29/11/2017


N. 05595/2017REG.PROV.COLL.
N. 09470/2008 REG.RIC.


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente
SENTENZA

sul ricorso in appello numero di registro generale 9470 del 2008, proposto dalla signora D. G. Vincenza, rappresentata e difesa dall'avvocato Andrea Abbamonte, con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, via degli Avignonesi, 5;

contro
Comune di Capri, non costituito in giudizio;

per la riforma
della sentenza del T.a.r. per la Campania, sede di Napoli, sezione sesta, n. 10915 del 25 settembre 2008, resa tra le parti, concernente la demolizione di opere abusive.


Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 26 ottobre 2017 il consigliere Nicola D'Angelo e udito, per l’appellante, l’avvocato Abbamonte;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO e DIRITTO

1. La signora Vincenza D. G. ha impugnato dinanzi al T.a.r. per la Campania, sede di Napoli, l’ordinanza n.153 del 23 ottobre 2007 con la quale il comune di Capri le ha ingiunto la demolizione di alcune opere eseguite su un fabbricato di sua proprietà - ubicato in via Mulo 54, in zona sismica e vincolata (località Marina piccola) – consistenti nell’ampliamento di una abitazione preesistente sopra un terrazzo di proprietà.

2. Il T.a.r. adito con la sentenza indicata in epigrafe ha respinto il ricorso rilevando:

a) il carattere abusivo delle opere eseguite in zona vincolata;

b) l’aumento di volumetria e la modificazione della sagoma rispetto alla situazione precedente che avrebbero imposto il rilascio di un permesso di costruire;

c) l’irrilevanza della d.i.a. del 1996 ed il superamento dei termini procedimentali;

d) la mancanza di prove certa della data di esecuzione dei lavori da parte della ricorrente;

e) la non necessità della motivazione dell’ordine di demolizione.

3. Contro la stessa sentenza la signora D. G. ha quindi proposto appello, prospettando i seguenti motivi di censura.

3.1. Error in iudicando per violazione dell'art. 21 e ss. della legge n. 1034/1971 - difetto di motivazione per mancata delibazione di motivi di ricorso - violazione ed errata applicazione dell'art. 44 della legge n. 47/1985 - violazione dell'art. 97 Cost..

Con l’ottavo motivo del ricorso di primo grado l’appellante ha dedotto l'illegittimità dell'ordine di demolizione impugnato per violazione dell'art. 44 della legge n. 47/1985 e il conseguente divieto di comminare l'abbattimento di opere oggetto di una domanda di condono edilizio non ancora esitata. Tale motivo di ricorso, secondo l’appellante, non è stato esaminato dai giudici di prime cure che hanno delibato unicamente i primi tre motivi di gravame.

3.2. Error in iudicando sul primo motivo di ricorso: violazione e falsa applicazione dell’art. 7 della legge n.241/1990.

Con il primo motivo del ricorso di primo grado, l'appellante ha prospettato l’illegittimità dell'ordine di demolizione gravato in quanto emesso in carenza del prescritto avviso di avvio del procedimento.

I giudici di prime cure hanno ritenuto infondato il motivo affermando che "Tali considerazioni dimostrano altresì che il contenuto del provvedimento era doveroso e vincolato e che dunque non avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato". Al contrario, la circostanza contrasterebbe con quanto stabilito all'art. 7 della legge n. 241/1990 e con il principio di partecipazione dei soggetti interessati al procedimento.

3.3. Error in iudicando sul secondo e terzo motivo di ricorso: violazione degli artt. 3 e 7 della legge n. 241/1990 - violazione e falsa applicazione degli artt.- 23 e 31 del d.P.R. n.380/2001 – violazione dell'art. 4 del D.L. n. 398/1993 - violazione dell'art. 2 della legge n. 662/1996 - difetto ed erroneità della motivazione difetto di istruttoria e travisamento dei fatti.

Con il secondo e terzo motivo del ricorso di primo grado, l’appellante ha dedotto la illegittimità dell'ordine demolitorio gravato, nella parte in cui ha contestato l’esecuzione di talune opere edili. In realtà, sull’immobile di sua proprietà non sono stati eseguiti ulteriori lavori dal 1996. L'attuale conformazione dell'immobile e dei locali sanzionati sarebbe, infatti, la risultante dei lavori assentiti con una D.I.A., presentata in data 23 aprile 1996, su una consistenza edilizia derivante da una istanza di condono del 1986.

Il Comune, secondo l’appellante, avrebbe quindi contestato un abuso che riguardava opere assentite con la richiamata D.I.A. del 1996, in relazione alla quale si era formato il silenzio dell’Amministrazione e il conseguente titolo abilitativo, mai annullato in autotutela.

3.4. Error in iudicando per violazione dell'art. 21 e ss. della legge n. 1034/1971 - difetto di motivazione per mancata delibazione di motivi di ricorso.

La sentenza gravata omette di motivare in relazione al quarto, quinto, sesto, settimo motivo del ricorso di primo grado. Tali censure sono quindi riproposte nell’appello (paragrafi V, VI, VII, VIII).

In sostanza, l’appellante deduce il difetto di motivazione del provvedimento impugnato (fondato sul mero richiamo al verbale di sopralluogo redatto il 20 agosto 2007 dagli agenti di polizia municipale), l’affidamento ingenerato (i presunti abusi sono comunque risalenti al 1996), l’assenza di aumenti di volume e di conseguenza l’assenza della violazione del divieto di realizzare opere in una zona sottoposta a vincolo ambientale.

4. L’appellante ha poi depositato un’ulteriore memoria il 17 maggio 2017 nella quale ha ribadito i profili di appello prospettati nel ricorso.

5. Il comune di Capri non si è costituito in giudizio.

6. Con ordinanza cautelare n. 6785 del 20 settembre 2008 questa Sezione ha accolto la domanda di sospensione degli effetti della sentenza impugnata, presentata contestualmente al ricorso.

8. La causa è stata trattenuta in decisione all’udienza pubblica del 26 ottobre 2017.

9. L’appello non è fondato.

10. Il comune di Capri, a seguito del verbale dei vigili urbani del 20 agosto 2007 (redatto all’esito del sopralluogo effettuato in data 10 agosto c.a. su sollecitazione di un vicino), ha ingiunto all’appellante la demolizione, con ordinanza del 23 ottobre 2007, di talune opere abusive realizzate dalla stessa su un immobile di sua proprietà ricadente in un’area, classificata sismica, soggetta a vincolo ambientale.

In particolare, le opere abusive hanno riguardato la realizzazione di un locale sul terrazzo pertinenziale, in ampliamento del fabbricato, delle dimensioni di mt. 4,5 per mt. 1,90 e di altezza utile di mt. 2,40 in luogo di due preesistenti manufatti di minori dimensioni posti nella medesima area di sedime ed oggetto di istanza di sanatoria, ai sensi della legge n. 47/1985, non ancora rilasciata.

11. Nei motivi di appello, che nella sostanza ricalcano quelli proposti in primo grado, l’appellante sostiene, innanzitutto, che gli interventi edilizi contestati non fossero abusivi in quanto derivanti da una precedente D.I.A. del 1996 relativa ad una consistenza edilizia oggetto di una precedente domanda di condono nel 1986. Rileva poi il difetto di motivazione del provvedimento impugnato, l’affidamento comunque ingenerato dalla realizzazione in anni precedenti dei lavori, l’assenza di aumenti di volume e di conseguenza l’assenza della violazione del divieto di realizzare opere in una zona sottoposta a vincolo ambientale.

12. Quanto prospettato dall’appellante non può essere condiviso.

L’ordinanza di demolizione impugnata contesta l’avvenuto ampliamento dell’abitazione mediante la creazione di un unico locale, di maggiori dimensioni, in luogo di due locali di minori dimensioni posti sul terrazzo pertinenziale. A fronte di tale constatazione, l’appellante evidenzia che l’intervento era contemplato nella D.I.A. presentata ne 1996, dichiarazione che, in quanto assentita, sarebbe stata idonea a determinare la legittimità delle opere.

Dalla documentazione depositata agli atti di causa, sia in primo grado che nel presente giudizio di appello, emerge invece che con la D.I.A. non sono state autorizzate opere esterne, quali ad esempio il collegamento tra i due copi di fabbrica, ma solo opere interne di bonifica. Inoltre, le medesime opere hanno modificato l’aspetto esteriore del fabbricato (cfr. corredo fotografico) in un’area vincolata sotto il profilo ambientale ed a rischio sismico (località Marina Piccola di Capri). Sarebbe stato dunque necessario acquisire preventivamente il nulla osta ambientale di cui all’art. 159 del d.lgs. n. 42/2004 (ratione temporis applicabile).

13. Oltre all’infondatezza della censura incentrata sulla preesistenza delle opere, sono del pari infondati gli ulteriori vizi – motivi articolati avverso il provvedimento impugnato.

In primo luogo, non sussisteva in capo all’Amministrazione comunale un obbligo di comunicare preventivamente l’avvio del procedimento che ha dato luogo al provvedimento di demolizione (comunicazione che peraltro risulterebbe effettuata il 28 agosto 2007 con nota prot. 14711/2723T – cfr. premesse ordinanza di demolizione n. 153 del 2007), né di motivare ampiamente sulle ragioni di pubblico interesse che lo hanno supportato.

Come ha avuto modo di rilevare la giurisprudenza del Consiglio di Stato, in particolare la recente Adunanza plenaria del 17 ottobre 2017, n. 9, l’ordine di demolizione è un atto vincolato ancorato esclusivamente alla sussistenza di opere abusive e non richiede una motivazione del concreto interesse pubblico. In sostanza, verificata la sussistenza dei manufatti abusivi, l’Amministrazione ha il dovere di adottarlo, essendo la relativa ponderazione tra l’interesse pubblico e quello privato compiuta a monte dal legislatore.

In ragione della natura vincolata dell’ordine di demolizione, non è pertanto necessaria la preventiva comunicazione di avvio del procedimento (cfr. ex multis, Cons. Stato, sez. IV, 12 dicembre 2016, n. 5198), né un’ampia motivazione (nel caso di specie, il Comune ha fatto riferimento nell’ordinanza all’abusività delle opere accertata con sopralluogo dei vigili urbani del 20 agosto 2007).

14. Inoltre, non può ammettersi l’esistenza in capo all’appellante di alcun affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva che il tempo non può comunque legittimare (cfr. ex multis, Cons. Stato, sez. IV, 28 febbraio 2017, n. 908).

D’altronde, la conoscenza da parte del Comune delle opere abusive non è risalente nel tempo, essendo intervenuta, come detto, a seguito di un sopralluogo fatto poche settimane prima dell’adozione dell’ordine di demolizione (cfr. Cons. Stato, sez. V, 28 aprile 2014, n. 2196).

15. I lavori contestati non potevano in ogni caso essere realizzati in quanto gravanti su opere abusive prive di condono (ancora in itinere). L'istituto del condono edilizio mira, infatti, ad adeguare la situazione di fatto a quella di diritto, con il rilascio di un titolo che consenta l'ulteriore utilizzazione di un edificio realizzato in tutto o in parte in modo abusivo, ma non può ex se legittimare ulteriori lavori o attività eccedenti la situazione in atto (cfr. Cons. Stato, sez. IV, n. 1326 del 2017).

16. Inoltre, l’ordinanza di demolizione, che aveva ad oggetto opere per le quali non era stato chiesto il condono, non poteva, come affermato dall’appellante, essere soggetta al regime della sospensione legale ai sensi degli artt. 32, del d.l. n. 326/2003 e 44, della legge n. 47/1985 (cfr. Cons. Stato, sez. IV, n. 5198 del 2016).

17. Per le ragioni sopra esposte, l’appello va respinto e per l’effetto va confermata la sentenza impugnata.

18. Nulla per le spese, tenuto conto della mancata costituzione in giudizio del comune di Capri.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Nulla spese.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 26 ottobre 2017 con l'intervento dei magistrati:
Vito Poli, Presidente
Oberdan Forlenza, Consigliere
Giuseppe Castiglia, Consigliere
Daniela Di Carlo, Consigliere
Nicola D'Angelo, Consigliere, Estensore


L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
Nicola D'Angelo Vito Poli





IL SEGRETARIO

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Re: Abusivismo edilizio

Messaggio da panorama » gio nov 30, 2017 8:00 pm

Altro ricorso in appello al CdS perso.
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1) - diniego del condono edilizio e la demolizione delle opere abusive, nonché la loro acquisizione al patrimonio comunale.

IL CdS precisa:

2) - Ciò premesso, l’immobile abusivo di cui è causa è situato in una zona gravata da vincolo idrogeologico che la giurisprudenza di questo Consiglio qualifica come assoluto (cfr. Cons. Stato, sez. IV, n. 6339 del 2007; sez. IV, 21 dicembre 2012, n. 6662).

3) - Ai fini della sanatoria edilizia (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 5 luglio 2000 n. 3731; sez. IV, 28 luglio 2005 n. 4013; sez. I, 27 maggio 2016 n. 282) per un fabbricato realizzato nella fascia di rispetto trova, infatti, applicazione la normativa statale ex art. 33 della legge n. 47/1985, che prescrive: “non sono suscettibili di sanatoria quando siano in contrasto con i seguenti vincoli, qualora questi comportino inedificabilità e siano stati imposti prima della esecuzione delle opere stesse:

a) vincoli imposti da leggi statali e regionali nonché dagli strumenti urbanistici a tutela di interessi storici, artistici, architettonici, archeologici, paesistici, ambientali, idrogeologici;”.

4) - Pertanto, la costruzione abusiva in un’area soggetta a vincolo idrogeologico non può essere condonata (cfr. T.a.r. per il Veneto, sez. II, 9 giugno 2016, n. 596).

N.B.: per completezza leggete il tutto qui sotto.
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SENTENZA ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 4 ,numero provv.: 201705617 - Public 2017-11-30 -
Pubblicato il 30/11/2017


N. 05617/2017REG.PROV.COLL.
N. 06574/2010 REG.RIC.


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente
SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 6574 del 2010, proposto dalla signora Lilia D.., rappresentata e difesa dall'avvocato Francesco Paolo Videtta, con domicilio eletto presso lo studio Marco Gardin in Roma, via Laura Mantegazza, 24;

contro
Comune di Bruino, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dagli avvocati Antonio Ciccia Messina e Gabriele Pirocchi, con domicilio eletto presso lo studio di quest’ultimo in Roma, via Salaria, 280;

per la riforma
della sentenza del T.a.r. per il Piemonte, sede di Torino, sezione prima, n. 2289 del 3 maggio 2010, resa tra le parti, concernente il diniego del condono edilizio e la demolizione delle opere abusive, nonché la loro acquisizione al patrimonio comunale.


Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Comune di Bruino;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 26 ottobre 2017 il consigliere Nicola D'Angelo e uditi, per l’appellante, l’avvocato Videtta e, per il comune di Bruino, l’avvocato Pirocchi;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO e DIRITTO

1. La signora Lilia D.. ha impugnato dinanzi al T.a.r. per il Piemonte, sede di Torino, il provvedimento con il quale il comune di Bruino ha respinto, in data 14 dicembre 2005, la sua istanza di condono edilizio relativa ad un fabbricato per civile abitazione in muratura e cemento armato costruito in assenza di titolo abilitativo. Con motivi aggiunti ha successivamente impugnato anche l’ordinanza di demolizione delle stesse opere del 10 giugno 2008 ed il provvedimento del 12 gennaio 2009 che ha acquisito al patrimonio comunale il fabbricato.

2. Il condono è stato negato dal Comune con riferimento all’esistenza di un vincolo di inedificabilità assoluta sull’area nella quale la signora D.. ha costruito il fabbricato (fascia di rispetto di un pozzo idropotabile) e comunque per il contrasto con la destinazione agricola della stessa area prevista dal PRG.

3. Il T.a.r. per il Piemonte, con la sentenza indicata in epigrafe – dopo aver accolto il primo motivo del ricorso principale avendo ritenuto che il vincolo relativo alla fascia di rispetto del pozzo idropotabile fosse di natura relativa e non assoluta - ha respinto per la restante parte il ricorso principale e i relativi motivi aggiunti.

4. Contro la suddetta sentenza la signora D.. ha quindi proposto appello, prospettando i seguenti motivi di censura.

4.1. La sentenza impugnata ha erroneamente ritenuto che il fabbricato di cui è causa non potesse essere condonato in ragione della destinazione urbanistica dell’area (agricola) e per l’esistenza nella stessa area di sedime di un vincolo posto a tutela di un pozzo.

Secondo l’appellante, invece, la destinazione agricola non avrebbe impedito il rilascio della sanatoria e il vincolo esistente per la sua natura non avrebbe potuto essere assunto a motivo determinante del diniego. In particolare, la solo previsione di una limitazione di per sé non sarebbe ostativa dovendo essere valutata la sua indispensabilità. L’oggetto del vincolo, nel caso di specie, troverebbe, infatti, la sua disciplina nell’art. 6 del d.P.R. n. 236/1988, così come modificato dall’art. 21 del d. lgs. n. 152/1999. Secondo tale disposizione sarebbe vietata nelle zone di rispetto intorno ai pozzi idropotabili solo la realizzazione di pozzi perdenti e non di fognature, mentre la specifica regolamentazione dell’attività edilizia nelle stesse aree sarebbe affidata alla Regione. Quest’ultima avrebbe consentito la realizzazione di nuovi insediamenti di edilizia residenziale e le relative opere di urbanizzazione (cfr. art. 6 del regolamento regione Piemonte dell’11 dicembre 2006, n. 15/R). E, pur trattandosi di una disciplina successiva al provvedimento impugnato, non avrebbe fatto altro che esplicitare un principio già contenuto nella normativa nazionale che ben poteva essere applicato in sede di esame dell’istanza dell’appellante.

5. Il comune di Bruino si è costituito in giudizio il 29 luglio 2010, chiedendo il rigetto dell’appello, ed ha depositato ulteriori documenti e scritti difensivi, per ultimo una memoria di replica il 2 ottobre 2017.

6.Anche la signora D.. ha depositato un’ulteriore memoria il 22 settembre 2017 e una memoria di replica il 2 ottobre 2017.

7. Questa Sezione, con ordinanza cautelare n. 3932 del 31 agosto 2010, ha respinto l’istanza di sospensione degli effetti della sentenza impugnata, presentata contestualmente al ricorso. Nella stessa ordinanza è stato rilevato che: “nessuna delle censure poste a sostegno del gravame in trattazione è assistita da una ragionevole previsione di accoglimento atteso che:

a) il manufatto abusivo insiste su una zona gravata da vincolo idrogeologico che la giurisprudenza di questo Consiglio qualifica come assoluto (cfr. Cons. St., sez. IV, n. 6339 del 2007);

b) in ogni caso, ai sensi dell’art. 32, co. 27, lett. d), d.l. n. 269 del 2003, non sono sanabili i manufatti abusivi in contrasto con la destinazione urbanistica di zona (nella specie agricola con vincolo relativo a tutela falda idrica; cfr. Cons. St., sez. IV, n. 5320 del 2007; Cass. Pen., sez. III, 15 febbraio 2007, S.P.)”.

8. La causa è stata infine trattenuta in decisione all’udienza pubblica del 26 ottobre 2017.

9. L’appello non è fondato.

10. Preliminarmente, va rilevato che, con la memoria del 22 settembre 2017, parte appellante ha introdotto nuovi motivi, rispetto a quanto dedotto in primo grado e con il ricorso in appello, per contestare i rilievi di questa Sezione contenuti nella citata ordinanza cautelare n. 3932 del 31 agosto 2010, in particolare in ordine all’assenza del vincolo all’atto dell’adozione del provvedimento impugnato. Tali nuovi motivi, tuttavia, non sono ammissibili in ragione del divieto sancito dall’art. 104 cod. proc. amm..

11. E’ poi infondato l’unico ed articolato motivo di appello concernente la compatibilità dell’abuso realizzato con il rilascio di un condono edilizio.

La signora Lilia D.. ha impugnato la sentenza indicata in epigrafe che ha respinto, tra l’altro, il suo ricorso avverso il provvedimento del 14 dicembre 2005 di rigetto dell’istanza di sanatoria relativa alla costruzione, in assenza di titolo abilitativo, di una casa di civile abitazione ad un piano fuori terra.

Il comune di Bruino ha negato il condono, ai sensi dell’art. 33 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, in quanto l’immobile abusivo, essendo compreso nella fascia di rispetto di un pozzo idropotabile, sarebbe stato realizzato su un’area soggetta a vincolo di inedificabilità assoluta.

In subordine, il Comune ha rilevato che l’esistenza del vincolo comportasse, comunque, il rigetto della domanda, ai sensi dell’art. 33, comma 27, lettera d), del decreto legge 30 settembre 2003, n. 269, convertito in legge 24 novembre 2003, n. 326, stante il contrasto con le previsioni del piano regolatore che imprimono destinazione agricola all’area in cui è stato realizzato l’immobile abusivo.

La signora D.. ha invece affermato l’insussistenza del vincolo di inedificabilità assoluta e la infondatezza del motivo ostativo al rilascio del condono relativo alla destinazione agricola dell’area.

12. Come ha rilevato il T.a.r. per il Piemonte, la disciplina che trovava applicazione nel caso di specie è innanzitutto quella dell’art. 33, comma 1, lettera d), della legge n. 47/1985 e l’art. 21 del decreto legislativo 11 maggio 1999, n. 152.

L’art. 33 della legge n. 47/1985 escludeva la sanabilità delle opere in contrasto con “ogni altro vincolo che comporti la inedificabilità delle aree” e che sia stato imposto prima dell’esecuzione dell’opera abusiva.

L’art. 21 del d.lgs. n. 152/1999, nel testo introdotto dall’art. 5 del d.lgs. n. 258/2000 (ora art. 94 del d.lgs. n. 152/2006), fissava le aree di salvaguardia delle acque destinate al consumo umano, distinguendole in zone di rispetto e zone di tutela assolute.

Queste ultime sono individuate nelle aree immediatamente circostanti le captazioni o derivazioni, con un’estensione non inferiore a dieci metri di raggio dal punto di captazione, e devono essere adibite esclusivamente ad opere di captazione o presa e ad infrastrutture di servizio.

Le zone di rispetto sono costituite, invece, dalle porzioni di territorio circostanti le zone di tutela assoluta e devono essere sottoposte a vincoli e destinazioni d'uso tali da tutelare qualitativamente e quantitativamente la risorsa idrica captata.

Nell’ordinamento della Regione Piemonte, la materia ha poi ricevuto una specifica disciplina solo in epoca successiva al provvedimento impugnato con il regolamento regionale n. 15/2006, che ha introdotto la suddivisione fra zone di rispetto ristrette e allargate ed ha consentito nelle seconde la realizzazione di nuovi insediamenti di edilizia residenziale.

13. Ciò premesso, l’immobile abusivo di cui è causa è situato in una zona gravata da vincolo idrogeologico che la giurisprudenza di questo Consiglio qualifica come assoluto (cfr. Cons. Stato, sez. IV, n. 6339 del 2007; sez. IV, 21 dicembre 2012, n. 6662).

Ai fini della sanatoria edilizia (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 5 luglio 2000 n. 3731; sez. IV, 28 luglio 2005 n. 4013; sez. I, 27 maggio 2016 n. 282) per un fabbricato realizzato nella fascia di rispetto trova, infatti, applicazione la normativa statale ex art. 33 della legge n. 47/1985, che prescrive: “non sono suscettibili di sanatoria quando siano in contrasto con i seguenti vincoli, qualora questi comportino inedificabilità e siano stati imposti prima della esecuzione delle opere stesse:

a) vincoli imposti da leggi statali e regionali nonché dagli strumenti urbanistici a tutela di interessi storici, artistici, architettonici, archeologici, paesistici, ambientali, idrogeologici;”.

Pertanto, la costruzione abusiva in un’area soggetta a vincolo idrogeologico non può essere condonata (cfr. T.a.r. per il Veneto, sez. II, 9 giugno 2016, n. 596).

14. In ogni è dirimente la circostanza che l’Amministrazione ha comunque ritenuto l’insanabilità dell’abuso in conseguenza della destinazione agricola impressa all’area anche a tutela di interessi idrogeologici (rispetto dei pozzi idropotabili).

La disciplina applicabile, come rilevato dal T.a.r., è in questo caso l’art. 32, comma 27, lett. d), del d.l. n. 269/2003, che esclude la sanabilità delle opere abusivamente realizzate su immobili soggetti a vincoli imposti, prima della loro esecuzione, sulla base di leggi statali e regionali a tutela degli interessi idrogeologici e delle falde acquifere, in assenza o in difformità del titolo abilitativo edilizio e non conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici.

Tale vincolo è stato recepito nel piano regolatore del comune di Bruino che ha anche previsto per la stessa area una destinazione agricola.

Di conseguenza, il fabbricato, realizzato in contrasto ai vincoli di tutela ed alla destinazione di zona disciplinati dal PRG, non poteva in alcun modo essere sanato (cfr., sul punto specifico concernente l’impossibilità di sanare un immobile abusivo edificato su un’area in cui la destinazione di zona agricola recepisce anche esigenze di tutela diverse da quelle prettamente urbanistiche, Cons. Stato. Sez. IV. 29 marzo 2017, n. 1434).

15. Per le ragioni sopra esposte, l’appello va respinto e per l’effetto va confermata la sentenza impugnata.

16. Le spese di giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate come indicato nel dispositivo, tenendo conto dei parametri di cui al regolamento n. 55 del 2014 e dell’art. 26, comma 1, c.p.a. anche in combinato disposto con l’art. 96, c.p.c., ricorrendone i presupposti applicativi (cfr. da ultimo Cons. Stato, Sez. IV, n. 4656 del 2017, cui si rinvia ai sensi degli artt. 74 e 88, co. 2, lett. d), c.p.a. anche in ordine alle modalità applicative ed alla determinazione della misura indennitaria conformemente, per altro, ai principi elaborati dalla Corte di cassazione [sez. VI, n. 11939 del 2017 e n. 22150 del 2016]).

La condanna dell’appellante ai sensi dell’art. 26 c.p.a. rileva, eventualmente, anche agli effetti di cui all’art. 2, comma 2-quinquies, lettere a) e d), della legge 24 marzo 2001, nr. 89, come da ultimo modificato dalla legge 28 dicembre 2015, nr. 208.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Condanna l’appellante al pagamento delle spese di giudizio in favore del Comune di Bruino nella misura complessiva di euro 6.000,00 (seimila/00), oltre agli altri oneri dovuti per legge.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 26 ottobre 2017 con l'intervento dei magistrati:
Vito Poli, Presidente
Oberdan Forlenza, Consigliere
Giuseppe Castiglia, Consigliere
Daniela Di Carlo, Consigliere
Nicola D'Angelo, Consigliere, Estensore


L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
Nicola D'Angelo Vito Poli





IL SEGRETARIO

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Re: Abusivismo edilizio

Messaggio da panorama » mar lug 03, 2018 8:40 pm

altro ricorso perso relativo alla Sanatoria.
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PARERE ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 1 ,numero provv.: 201801725 - Public 2018-07-03 -

Numero 01725/2018 e data 03/07/2018 Spedizione


REPUBBLICA ITALIANA
Consiglio di Stato
Sezione Prima

Adunanza di Sezione del 6 giugno 2018


NUMERO AFFARE 01614/2014

OGGETTO:
Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.


Ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, con istanza sospensiva, proposto dal signor Angelo Porta contro il Comune di Oristano avverso dinieghi di concessione edilizia in sanatoria e ordinanza di demolizione e rimessa in pristino dello stato dei luoghi.

LA SEZIONE
Vista la relazione con la quale il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti ha chiesto il parere del Consiglio di Stato sul ricorso;
esaminati gli atti e udito il relatore, consigliere Giancarlo Luttazi.


Premesso:

Con ricorso straordinario pervenuto al Comune di Oristano l’8 aprile 2011 il signor Angelo Porta ha impugnato - unitamente alla successiva e conseguente ordinanza di demolizione - i provvedimenti del Comune di Oristano prot. n. 34518 del 7 dicembre 2010 (cartella 557), prot. n. 34519 del 7 dicembre 2010 (cartella 409), e prot. n. 34520 del 7 dicembre 2010 (cartella 410), comunicati, come viene riferito nel ricorso, il 9 dicembre 2010, preceduti da altrettanti preavvisi di diniego e recanti ciascuno un diniego su una rispettiva domanda di concessione edilizia in sanatoria del 10 dicembre 2004.

I tre dinieghi sono stati tutti adottati, per quanto qui interessa, in base alle seguenti considerazioni:
“l’intervento in oggetto risulta:

a) […] da quanto suddetto si può concludere che il fabbricato oggetto di condono edilizio alla data del 31 marzo 2003 non era ancora stato realizzato, contrariamente a quanto dichiarato dal proprietario relativamente alla data di ultimazione delle opere abusive (31 marzo 2003)”;

b) carente della seguente documentazione: - versamento di euro […] (più interessi legali) per conguaglio oneri di concessione; -denuncia imposta comunale Ici;- denuncia smaltimento rifiuti solidi urbani (RSU);- autocertificazione resa dal progettista ai sensi dell’articolo 20, comma 1, del d.p.r. 380/2001”.

Il ricorrente rileva che nei suoi confronti pende davanti al tribunale di Oristano un giudizio per il reato di cui all’articolo 44 del d.P.R. 6 giugno 2001 n. 380, e che la pendenza del processo è dovuta a rinvii in attesa che l’Amministrazione comunale chiuda l’istruttoria. Lamenta altresì che il comportamento omissivo del Comune, che ha emesso gli atti impugnati con riferimento a domande di concessione edilizia del 10 dicembre 2004 e che aveva autorizzato il ricorrente a proseguire le opere, ha valore di vero e proprio provvedimento, avendo l’Amministrazione l’obbligo di provvedere: il lungo silenzio dell’Amministrazione avrebbe fatto sì che il ricorrente potesse ritener accolta la domanda, poiché le licenze edilizie si intendono negate dalle Amministrazione decorsi 60 giorni dalla domanda.

Il Comune ha prodotto due relazioni, esprimendo l’avviso che il ricorso sia inammissibile per carenza d’interesse data la mancata impugnazione del provvedimento finale del procedimento; nonché infondato nel merito.

Il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti - provveditorato interregionale per il Lazio, l’Abruzzo e la Sardegna, ha espresso l’avviso che l’istanza cautelare del ricorso dovesse esser respinta.

Con nota del 1° agosto 2014, inviata tramite il Ministero riferente, il ricorrente ha ribadito l’interesse al ricorso e allegato la sentenza definitiva n. 367/2005 con cui il tribunale penale di Oristano lo ha assolto dal reato di cui all’articolo 44, lettera a), del d.P.R. n. 380/2001.

Con parere n. 3317/2014, reso nell’adunanza del 4 settembre 2014, questa Sezione si è espressa per il rigetto dell’istanza cautelare.

Il Ministero riferente, con relazione trasmessa il 9 gennaio 2018, ha espresso l’avviso che il ricorso debba essere respinto.


Considerato:

1.- Il ricorso è infondato, sicché può prescindersi dall’esame dell’eccezione d’inammissibilità.

Il lungo tempo decorso tra la domanda di condono dell’anno 2004 e gli atti impugnati, emessi nel 2011, non equivale ad un assenso, poiché nella materia vige la fattispecie tipica di silenzio-assenso prevista dall’articolo 32, comma 37 del decreto-legge 30 settembre 2003, n. 269 convertito in legge, con modificazioni, dall'art. 1, comma 1, della legge 24 novembre 2003, n. 326 (“37. Il pagamento degli oneri di concessione, la presentazione della documentazione di cui al comma 35, della denuncia in catasto, della denuncia ai fini dell’imposta comunale degli immobili di cui al decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504, nonché, se dovute, delle denunce ai fini della tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani e per l'occupazione del suolo pubblico, entro il 31 ottobre 2005, nonché il decorso del termine di ventiquattro mesi da tale data senza l’adozione di un provvedimento negativo del Comune, equivalgono a titolo abilitativo edilizio in sanatoria. Se nei termini previsti l’oblazione dovuta non è stata interamente corrisposta o è stata determinata in forma dolosamente inesatta, le costruzioni realizzate senza titolo abilitativo edilizio sono assoggettate alle sanzioni richiamate all’articolo 40 della legge 28 febbraio 1985, n. 47 e all’articolo 48 del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380”), fattispecie che, a prescindere da ogni altra considerazione, non si è concretata per gli abusi in esame, così come indicato anche negli impugnati dinieghi, di cui sopra si è riportato il contenuto essenziale, e che non sono contestati sul punto.

Né sulla vicenda ha rilievo la sentenza del tribunale penale di Oristano n. 367/2005, più di recente allegata dal signor Porta: anche a prescindere dal rilievo che essa riguarda un solo immobile mentre gli abusi in contestazione riguardano tre immobili, la pronuncia penale si è limitata a dichiarare di non doversi procedere nei confronti degl’imputati perché il reato ascritto è estinto per avvenuto pagamento dell’oblazione, ma non si è pronunciata né sul fatto materiale degli abusi edilizi in sé, che dunque non sono coperti dal giudicato della sentenza (v. l’articolo 654 del codice di procedura penale) né, comunque, sul condono edilizio negato (v. Cons. Stato, sez. VI, 9 maggio 2018, n. 2773).

P.Q.M.

esprime il parere che il ricorso debba esser respinto.




L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
Giancarlo Luttazi Raffaele Carboni




IL SEGRETARIO
Giuseppe Testa

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Re: Abusivismo edilizio

Messaggio da panorama » lun nov 05, 2018 6:37 pm

Ecco un passaggio importante che potrebbe servizio a qualcuno “disturbato dall’abusivismo edilizio vicino la propria casa o confine” per far rispettare l’ordinanza di demolizione.

1) - “Ma secondo il giornale “non è così. Nel 2011 il Tar ha dichiarato la ‘perenzione’ del ricorso, ovvero il processo si è estinto per mancanza di attività delle parti”. Dunque, “l’ordinanza di demolizione poteva essere eseguita”, sostiene il quotidiano romano. Intanto “i due proprietari residenti a Palermo affittavano la casa alla famiglia Giordano”.”
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TiscaliNews del 05/11/2018


"Una tragedia annunciata. Due relazioni denunciavano il rischio". Ma le demolizioni "spesso non vengono eseguite"


Per il giornalista del Corriere Gian Antonio Stella "non è colpa della natura. L'abusivismo amplifica i rischi". Repubblica: a Casteldaccia "l’ordinanza di demolizione poteva essere eseguita"

Nel suo editoriale di oggi sul Corriere Gian Antonio Stella ricorda le parole di Russeau dopo il terremoto di Lisbona del 1755: “Non è la natura che ha ammucchiato là 20mila case”. Quelle parole tornano in auge dopo la sciagura di Casteldaccia, in Sicilia. Quella casa travolta dalle acque non doveva stare lì. Era abusiva e doveva essere demolita già nel 2008 quando i proprietari avevano ricevuto l’ordine di demolizione, poi fermato, si è detto, da un ricorso al Tar. Come spesso succede nel Sud Italia, la burocrazia farraginosa diventa a volte involontaria alleata dell’abuso. A Casteldaccia sono del resto in molti a farlo notare. Basta sfogliare le pagine di Repubblica o dei giornali locali.


"La tragedia poteva essere evitata"
Succede per tanti immobili abusivi sui litorali della Calabria, della Campania e della Sicilia, fa notare il giornalista del Corsera. E questo stato di fatto risuona nelle parole del sindaco di Casteldaccia: “Non siamo riusciti a buttare giù quella casa nonostante le denunce. Quei 9 poveretti non avrebbero fatto quella fine”.

Ora la magistratura – come si legge sul quotidiano di via Solferino – dovrà dire la sua, ma “certo quella tragedia poteva essere evitata”. Non lo dicono solo i presidenti di Legambiente nazionale e della Sicilia Stefano Ciafani e Gianfranco Zanna, ma anche due documenti reperiti dal giornalista Fabrizio Feo del Tg3 siciliano.


I documenti
Il primo – scrive Stella – è una relazione geologica della Provincia Regionale di Palermo del 2008, anno dell’ordine di demolizione di cui si è parlato. Il rapporto dice: “La concentrazione di popolazione e di costruito, di attività di funzioni all’interno della pianura costiera e delle medie e basse valli fluviali è fonte di degrado ambientale e paesaggistico e tende a depauperare i valori culturali e ambientali specifici dei centri urbani e dell’agro circostante”.

E poi c’è una “relazione del marzo 2012 per la Revisione del Piano regolatore generale, dove, a pagina 13 si legge: ‘In merito alla pericolosità idrogeologica bisogna precisare che il reticolo idrogeografico che interessa il territorio di Casteldaccia è piuttosto fitto ed è caratterizzato da aste torrentizie in fase di approfondimento e da aree esposte a possibili fenomeni di esondazione”.

E tra i “corsi d’acqua da salvaguardare e attenzionare” cita il “Vallone di Casteldaccia” insieme a quelli di “Perriera, Cubo e al fiume Milicia”. Si citano inoltre parecchi studi dove si evidenzia il “pericolo e il rischio idraulico di esondazione” invocando la necessità di “estendere a non meno di 20 metri la fascia di rispetto”.

Inevitabile - nota Stella - che in zone così l’abusivismo amplifichi i rischi. E “la mancata demolizione degli edifici smette di essere una polverosa pratica burocratica e diventa una questione vitale per gli stessi cittadini”. Come disse il vescovo di Messina Calogero La Piana dopo le frane e le tragedie del 2009 “non è colpa della natura. Le responsabilità sono terrene. Adesso è tempo di solidarietà e di soccorso. Ma deve pur essere indicata la vera colpa”.


Per Repubblica "l'ordinanza poteva essere eseguita"
Stando a Repubblica “il sindaco Di Giacinto “i proprietari avevano fatto ricorso al Tar e i giudici, a quanto ci risulta, non hanno deciso”. Ma secondo il giornale “non è così. Nel 2011 il Tar ha dichiarato la ‘perenzione’ del ricorso, ovvero il processo si è estinto per mancanza di attività delle parti”. Dunque, “l’ordinanza di demolizione poteva essere eseguita”, sostiene il quotidiano romano. Intanto “i due proprietari residenti a Palermo affittavano la casa alla famiglia Giordano”.

Per il primo cittadino “quella tragedia si poteva evitare”. Il fatto è che in molti comuni è difficile, ma veramente difficile vedere eseguiti gli ordini di demolizione. Il caso di Casteldaccia, insomma, è tutt’altro che isolato. Basta leggere ancora Repubblica: “Un monitoraggio avviato dal procuratore generale di Palermo, Scarpinato, è diventato un atto d’accusa: 75 comuni su 82 della provincia sono risultati inadempienti per le demolizioni …”.

5 novembre 2018

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Re: Abusivismo edilizio

Messaggio da panorama » lun nov 05, 2018 6:39 pm

Quindi

Nel 2011 il Tar ha dichiarato la ‘perenzione’ del ricorso, ovvero il processo si è estinto per mancanza di attività delle parti”. Dunque, “l’ordinanza di demolizione poteva essere eseguita”, sostiene il quotidiano romano.

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