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Provvedimenti Disciplinari

Re: Provvedimenti Disciplinari

Messaggioda panorama » ven mag 19, 2017 1:31 pm

Accolto.
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sanzione disciplinare di corpo del "rimprovero"
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1) - si recava sul luogo del servizio con l'autovettura affidatagli coperta di fango nella quasi totalità della carrozzeria

IL CdS nel presente Parere precisa:

2) - Egli infatti asserisce di aver preso il veicolo assegnatogli con ordine di servizio del Comandante di stazione, in tempo utile per recarsi all’aeroporto di Ciampino ad effettuare il servizio comandato, senza avvedersi dell’eventuale presenza di sporco sulla carrozzeria. Fornisce poi una plausibile spiegazione dell’accidentalità dell’imbrattamento descrivendo il tragitto, l’intensità del traffico veicolare anche pesante con possibilità di incrocio di altri veicoli e le condizioni di luogo correlate ai pregressi e recenti eventi metereologici (abbondanti nevicate con accumuli in via di scioglimento ai lati della carreggiata e conseguente presenza di pozzanghere) cui l’Amministrazione replica assiomaticamente facendo riferimento al mancato incorrere nella stessa problematica da parte del veicolo in uso al medesimo Comandante lungo tragitto almeno in gran parte coincidente.
- ) - Indica infine possibili testimoni, tra i quali proprio il proprio comandante di stazione, che peraltro, tenuto conto della presumibile dimensione ridotta della relativa struttura organizzativa, avrebbe potuto/dovuto fornire elementi di conoscenza importanti, ad esempio, circa le modalità di assegnazione dei veicoli, ovvero la necessità di una loro preventiva ispezione esterna comandando in tal caso il militare in orario diverso e utile a provvedere in tal senso senza danneggiare il prioritario servizio di ordine pubblico all’aeroporto.

N.B.: leggete il tutto qui sotto.
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PARERE ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 2 ,numero provv.: 201701155

-Public 2017-05-19-


Numero 01155/2017 e data 16/05/2017 Spedizione


REPUBBLICA ITALIANA
Consiglio di Stato
Sezione Seconda

Adunanza di Sezione del 10 maggio 2017

NUMERO AFFARE 03334/2013

OGGETTO:
Ministero della Difesa -Direzione Generale per il personale militare.

Ricorso straordinario al Presidente della Repubblica proposto da B. C., contro Legione Carabinieri Lazio Gruppo di Frascati, avverso il provvedimento n. 275/7 del 18 giugno 2012, notificato all'interessato il 26 giugno successivo, di rigetto della richiesta di annullamento della sanzione del rimprovero verbale inflitta il 24 ottobre 2012 nonché di tutti gli atti presupposti e conseguenti.

LA SEZIONE

Vista la relazione n. 0097192 del 3 aprile 2013 con la quale il Ministero della Difesa -Direzione Generale per il personale militare, ha chiesto il parere del Consiglio di Stato sull'affare consultivo in oggetto;
Viste le controdeduzioni del ricorrente del 1 luglio 2013;
Esaminati gli atti e udito il relatore, consigliere Antonella Manzione.,

Premesso e considerato:

Al ricorrente, militare in servizio presso la Stazione C.C. di OMISSIS, veniva inflitta dal Comandante della Compagnia Carabinieri di Castel Gandolfo con provvedimento n. 202/5 del 19 aprile 2012, notificato lo stesso giorno, la sanzione disciplinare di corpo del "rimprovero" per la mancanza compendiata nella seguente motivazione: "Maresciallo effettivo a Stazione distaccata, quale responsabile di un contingente di Ordine Pubblico impiegato presso scalo aeroportuale internazionale in occasione della visita in Italia di un Capo di Governo estero, si recava sul luogo del servizio con l'autovettura affidatagli coperta di fango nella quasi totalità della carrozzeria, dimostrando minore senso di responsabilità" .

Il 17 maggio 2012, il militare impugnava la citata sanzione con ricorso rivolto al Comandante del Gruppo Carabinieri di Frascati che veniva rigettato con il provvedimento oggetto dell’odierno ricorso.

Le doglianze del ricorrente sono sinteticamente riconducibili al difetto di istruttoria, concretizzatosi in particolare nell’asserita violazione dell’art. 1398 del d.lgs. 66/2010 e nella irregolarità nella trasmissione del ricorso gerarchico, contenente impropriamente una nota descrittiva del Comandante autore del rilievo originario, in violazione dell’art. 1366 del medesimo decreto legislativo che vieta l’inserimento di pareri o commenti in sede di trasmissione del ricorso gerarchico.

La Sezione ritiene il ricorso fondato e come tale meritevole di accoglimento.

Nel caso di specie, infatti, non è in discussione la circostanza di fatto, oggetto del rilievo disciplinare, che il veicolo in uso al ricorrente fosse sporco di fango al momento dell’ispezione del dispositivo di ordine pubblico da parte del Comandante della Compagnia di Castel Gandolfo. Ne’ la Sezione intende disconoscere l’astratta rilevanza disciplinare di una condotta consistente nell’utilizzo di veicolo di servizio senza sincerarsi, ove possibile, delle condizioni accettabili dello stesso anche sotto il profilo del decoro.

Il ricorrente, tuttavia, lamenta prioritariamente il difetto di istruttoria in relazione alla ascrivibilità dell’imbrattamento del veicolo ad una propria condotta lato sensu negligente, rimarcando come il superiore gerarchico si sia, al contrario, limitato ad affermare la –incontestata – circostanza della presenza di fango sul veicolo (la cui descrizione in termini quantitativi pure risulta divergente in verità) senza nulla verificare circa la responsabilità della causazione della stessa, o della sua mancata rimozione, in capo al militare.

Quanto detto, peraltro, ignorando gli spunti investigativi forniti dal ricorrente in sede di note difensive già nell’ambito del procedimento disciplinare che avrebbero, al contrario, consentito una obiettiva ricostruzione della dinamica dei fatti e non solo delle loro risultanze finali.

La Sezione ritiene al contrario doveroso che l’istruttoria finalizzata alla irrogazione di una sanzione disciplinare, per quanto minimale e sicuramente proporzionata all’apparente disvalore dell’illecito (rimprovero verbale), in ragione della natura comunque afflittiva della stessa sia comunque indirizzata anche all’accertamento del profilo soggettivo dello stesso, come del resto avviene per qualsivoglia altra tipologia di illecito.

Quanto detto allo scopo di evitare che l’apparente avvenuta violazione di regole comportamentali che delineano i contorni della diligenza professionale esigibile, sfocino in una impropria ed inammissibile responsabilità oggettiva.

Se, dunque, non risulta condivisibile la lettura che dell’art. 1398 del d.lgs. 66 del 2010 tenta di dare il ricorrente laddove, nel ricostruire i passaggi procedurali del procedimento disciplinare, legge come obbligo quella che è mera facoltà di audizione di testimoni, ove ritenuti necessari ai fini della ricostruzione dei fatti; è pur tuttavia vero che la discrezionalità dell’organo accertatore nello scegliere le modalità di effettuazione delle verifiche, non si può spingere fino al difetto assoluto di istruttoria su elementi palesemente rilevanti per la sussistenza della fattispecie.

La Sezione ritiene dunque che dalla documentazione versata in atti non risulti affatto provata – e nemmeno “indagata”- la circostanza che il C.. si sia “recato” sul luogo del servizio con l’autovettura affidatagli coperta di fango, come affermato nel provvedimento di irrogazione del rimprovero verbale. L’istruttoria infatti è consistita nella -indiscussa -rilevazione diretta da parte del Comandate della Compagnia dello stato del veicolo una volta arrivato all’aeroporto, essendosi evidentemente ritenuta superflua qualunque indagine suppletiva.

Quanto detto, peraltro, malgrado il ricorrente abbia da subito tentato di fornire una ricostruzione dell’accaduto, suggerendo anche spunti probatori che, al limite, avrebbero potuto anche comportare la confutazione dei propri assunti difensivi.

Egli infatti asserisce di aver preso il veicolo assegnatogli con ordine di servizio del Comandante di stazione, in tempo utile per recarsi all’aeroporto di Ciampino ad effettuare il servizio comandato, senza avvedersi dell’eventuale presenza di sporco sulla carrozzeria. Fornisce poi una plausibile spiegazione dell’accidentalità dell’imbrattamento descrivendo il tragitto, l’intensità del traffico veicolare anche pesante con possibilità di incrocio di altri veicoli e le condizioni di luogo correlate ai pregressi e recenti eventi metereologici (abbondanti nevicate con accumuli in via di scioglimento ai lati della carreggiata e conseguente presenza di pozzanghere) cui l’Amministrazione replica assiomaticamente facendo riferimento al mancato incorrere nella stessa problematica da parte del veicolo in uso al medesimo Comandante lungo tragitto almeno in gran parte coincidente. Indica infine possibili testimoni, tra i quali proprio il proprio comandante di stazione, che peraltro, tenuto conto della presumibile dimensione ridotta della relativa struttura organizzativa, avrebbe potuto/dovuto fornire elementi di conoscenza importanti, ad esempio, circa le modalità di assegnazione dei veicoli, ovvero la necessità di una loro preventiva ispezione esterna comandando in tal caso il militare in orario diverso e utile a provvedere in tal senso senza danneggiare il prioritario servizio di ordine pubblico all’aeroporto. Solo ad colorandum, la Sezione prende atto altresì della circostanza che il veicolo risultava assegnato per servizio di ordine pubblico, tant’è che il rilievo disciplinare avveniva non nel contesto, che sarebbe stato assai diverso, di un ipotetico schieramento, ma nel parcheggio destinato alle auto di servizio dove il militare lo aveva doverosamente collocato unitamente ad altri colleghi convenuti in loco per la medesima finalità.

In conclusione, la Sezione ritiene che nel caso di specie il ricorso meriti accoglimento in quanto l’accertamento della fattispecie cui si è attribuito rilievo disciplinare non risulta sufficientemente istruito, non essendosi proceduto ad alcuna verifica della circostanza, pure affermata nel provvedimento di rimprovero verbale, che il militare si sia recato sul luogo del servizio comandato con veicolo già sporco di fango, anziché che sia solo arrivato presso lo stesso in tale situazione, soggettivamente non imputabile allo stesso.

P.Q.M.

Esprime il parere che il ricorso debba essere accolto.



L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
Antonella Manzione Gianpiero Paolo Cirillo




IL SEGRETARIO
Roberto Mustafà
panorama
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Re: Provvedimenti Disciplinari

Messaggioda panorama » mer mag 24, 2017 11:08 am

Ricorso perso.

collega CC.
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1) - il ricorrente, sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri, è stato sanzionato in ragione di un cospicuo ritardo nella trattazione ed inoltro all’A.G. di atti di polizia giudiziaria connessi a denunce - querele presentate già da tempo alla Stazione Carabinieri.
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PARERE ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 2 ,numero provv.: 201601295
- Public 2016-05-30 -


Numero 01295/2016 e data 30/05/2016

REPUBBLICA ITALIANA
Consiglio di Stato
Sezione Seconda

Adunanza di Sezione del 4 maggio 2016

NUMERO AFFARE 00876/2013

OGGETTO:
Ministero della Difesa Direzione Generale per il Personale Militare.

Ricorso straordinario al Presidente della Repubblica proposto da C. C., avverso sanzione disciplinare di corpo di giorni 5 (cinque) di consegna -provvedimento 154/4 del 25 marzo 2010 -;

LA SEZIONE
Vista la relazione n. 0074485 del 10/08/2012 con la quale il Ministero della Difesa Direzione Generale per il Personale Militare ha chiesto il parere del Consiglio di Stato sull'affare consultivo in oggetto;

Esaminati gli atti e udito il relatore, consigliere Sergio Fina;

Premesso in fatto:

Con ricorso straordinario al Capo dello Stato il ricorrente, brig. C. C. impugna la sanzione disciplinare della consegna di giorni 5 di consegna inflittagli dal Comandante della Compagnia Carabinieri di OMISSIS.
Deduce al riguardo:

- violazione degli art. 1, 2, 3, 6 e 7 della L. n. 241/1990; violazione degli art. 3, 24 e 97 della Costituzione; violazione degli art. 4, 10, 12, 14, 58, 59 e 72 del Regolamento di Disciplina Militare e degli art. 418 e 386 del Regolamento Generale dell’Arma dei Carabinieri; Eccesso di potere per errore sui presupposti, carenza d’istruttoria e ingiustizia manifesta.

Il Ministero della Difesa con relazione del 10.08. 2012 ha riferito sulla vicenda, rilevando: in primo luogo l’inammissibilità del ricorso con riguardo al profilo dell’errore sui presupposti, avendo tale prospettazione, l’unico, chiaro intento di sollecitare un riesame dei fatti e quindi una valutazione sul merito della determinazione assunta ed inoltre rilevando l’infondatezza di tutte le residue argomentazioni contenute nel ricorso e concludendo, quindi, per il rigetto di quest’ultimo per la parte relativa.

Considerazioni di diritto:

Occorre, anzitutto, sottolineare che il ricorrente, sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri, è stato sanzionato in ragione di un cospicuo ritardo nella trattazione ed inoltro all’A.G. di atti di polizia giudiziaria connessi a denunce - querele presentate già da tempo alla Stazione Carabinieri di OMISSIS.
In sede istruttoria veniva accertato che:

- i fascicoli relativi alle denunce - querele erano rinvenuti sulla scrivania del ricorrente, poco tempo dopo che il medesimo aveva fornito assicurazione al proprio Comandante, circa l’assenza di altre pratiche pendenti, oltre quelle già comunicate;

- il ricorrente era consapevole della giacenza di fascicoli non trattati, in quanto alla specifica richiesta del proprio superiore, cercava di sviare la domanda, affermando che si trattava di accertamenti di scarsa importanza;

- non vi era alcun obbligo di assegnazione delle pratiche, essendo state, le stesse, ricevute personalmente dal militare e a lui incombendo il dovere di avviare le indagini e riferire all’Autorità Giudiziaria;

- era evidente la negligenza manifestata nella circostanza dal ricorrente, avendo quest’ultimo disatteso i propri doveri derivanti dal Regolamento Generale dell’Arma dei Carabinieri.

Va, inoltre, precisato che nella specie non risulta alcuna compressione del diritto di difesa, non determinando, la fissazione di un termine a difesa inferiore al limite di legge, alcuna illegittimità, quando, come nel caso in esame, il termine sia congruo in relazione alla scarsa complessità dell’accertamento.

Ne discende che per quanto attiene il profilo del difetto dei presupposti, e in sostanza la rivalutazione di merito delle situazioni oggetto di contestazione disciplinare – avvenuto affidamento delle pratiche -, l’impugnativa deve ritenersi inammissibile, in quanto la materia è sottratta al sindacato del giudice, anche in sede di ricorso straordinario al capo dello Stato, mentre, per la restante parte, nessun positivo riscontro possono trovare i rilievi dedotti nel ricorso, sia con riferimento alla carenza di motivazione del provvedimento e della decisione gerarchica che appaiono, invece, sorretti da adeguati elementi di valutazione, sia con riferimento alle disposizioni del Regolamento di disciplina militare che impongono al dipendente militare, soprattutto se investito dell’affidamento di pratiche di polizia giudiziaria, di mantenere in ogni circostanza un condotta improntata al sollecito adempimento degli atti e quindi al senso del dovere e della disciplina.

Consegue alle considerazioni svolte che il ricorso debba ritenersi per la parte riguardante il merito delle valutazioni operate dai superiori gerarchici, inammissibile e per la parte residua, infondato e che quindi il medesimo, per la parte anzidetta, debba essere respinto.

P.Q.M.

Esprime il parere che il ricorso debba essere in parte dichiarato inammissibile e per la parte residua respinto.



L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
Sergio Fina Gianpiero Paolo Cirillo




IL SEGRETARIO
Roberto Mustafa'

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Ricorso perso.

sempre lo stesso collega CC.
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1) - il ricorrente, sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri, è stato sanzionato in ragione di un atteggiamento polemico assunto nei confronti del proprio diretto superiore e quindi non in dipendenza di disservizi o di infrazioni concernenti l’attività operativa.
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PARERE ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 2 ,numero provv.: 201601294
- Public 2016-05-30 -


Numero 01294/2016 e data 30/05/2016

REPUBBLICA ITALIANA
Consiglio di Stato
Sezione Seconda

Adunanza di Sezione del 4 maggio 2016

NUMERO AFFARE 00875/2013

OGGETTO:
Ministero della Difesa - Direzione Generale per il Personale Militare.

Ricorso straordinario al Presidente della Repubblica proposto da C. C., avverso sanzione disciplinare di corpo di giorni 5 (cinque) di consegna -provvedimento 172/9 del 17 maggio 2010 -;

LA SEZIONE
Vista la relazione n. 0074483 del 23/10/2012 con la quale il Ministero della Difesa -Direzione Generale per il personale Militare - ha chiesto il parere del Consiglio di Stato sull'affare consultivo in oggetto;

Esaminati gli atti e udito il relatore, consigliere Sergio Fina;

Premesso in fatto:

Con ricorso straordinario al Capo dello Stato il ricorrente, brig. C. C. impugna la sanzione disciplinare della consegna di giorni 5 di consegna inflittagli dal Comandante della Compagnia Carabinieri di OMISSIS.

Deduce al riguardo:

- violazione degli art. 1, 2, 3, 6 e 7 della L. n. 241/1990; violazione degli art. 3, 24 e 97 della Costituzione; violazione degli art. 4, 10, 12, 14, 58, 59 e 72 del Regolamento di Disciplina Militare e degli art. 418 e 386 del Regolamento Generale dell’Arma dei Carabinieri; Eccesso di potere per errore sui presupposti, carenza d’istruttoria e ingiustizia manifesta.

Il Ministero della Difesa con relazione del 23. 10. 2012 ha riferito sulla vicenda, rilevando l’infondatezza di tutte le argomentazioni contenute nel ricorso e concludendo per il rigetto di quest’ultimo.

Considerazioni di diritto:

Occorre, anzitutto, sottolineare che il ricorrente, sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri, è stato sanzionato in ragione di un atteggiamento polemico assunto nei confronti del proprio diretto superiore e quindi non in dipendenza di disservizi o di infrazioni concernenti l’attività operativa.

Ciò vale ad escludere l’argomentazione prospettata nel ricorso, secondo cui la questione, all’origine delle contestazioni a lui mosse dal Comandante di Stazione fosse o meno una pratica di sua spettanza e risultante inevasa e/o incompleta, in quanto quale che fosse la causa della contestazione, il militare, interpellato dal suo superiore gerarchico, deve, comunque osservare un contegno misurato e aderente al senso di disciplina militare.

Nel caso in esame, invece, risulta che il militare ha ecceduto, non importa se a torto o a ragione, verso il proprio superiore, in un atteggiamento polemico e alterando il tono di voce ed inoltre reiterando tale condotta anche alla presenza del Comandante della Compagnia.

Ne discende che nessun positivo riscontro possono trovare i rilievi dedotti nel ricorso, sia con riferimento alla carenza di motivazione del provvedimento e della decisione gerarchica che appaiono, invece, sorretti da adeguati elementi di valutazione, sia con riferimento alle disposizioni del Regolamento di disciplina militare che impongono al dipendente militare, soprattutto se investito di superiori responsabilità operative, di mantenere in ogni circostanza un contegno ispirato ad autocontrollo e senso della disciplina.

Consegue alle considerazioni svolte che il ricorso debba ritenersi infondato e che quindi debba essere respinto.

P.Q.M.

Esprime il parere che il ricorso debba essere respinto.



L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
Sergio Fina Gianpiero Paolo Cirillo




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Re: Provvedimenti Disciplinari

Messaggioda panorama » mar mar 13, 2018 6:29 pm

Appello perso.
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Il CdS precisa:

Ecco alcuni brani:

1) - Il Consiglio di giustizia amministrativa, nella sentenza 19 gennaio 2010, n. 35, si è uniformato agli indirizzi espressi dalla Corte costituzionale con la richiamata sentenza n. 113.

2) - Il Collegio ritiene che l’esegesi sinora propugnata da questa Sezione meriti un integrale ripensamento.

3) - Come osservato dalla Corte costituzionale nell’ordinanza n. 233, non vi è effettivamente alcuna base normativa per ascrivere natura di illecito disciplinare al mancato previo esperimento di ricorso gerarchico.

4) - Di contro, il Collegio rileva che vi sono spunti normativi di segno diametralmente opposto.

5) - Orbene, in primo luogo il ricorso gerarchico costituisce una facoltà dell’interessato: per principio logico di carattere generale il mancato esercizio di una facoltà non può mai costituire una “violazione di un dovere del servizio”; tale conclusione è coerente, inoltre, con la previsione generale sancita dal codice dell’ordinamento militare, secondo cui “L’esercizio di un diritto ai sensi del presente codice e del regolamento esclude l’applicabilità di sanzioni disciplinari” (art. 1466 cod. ord. mil.).

6) - Posto, dunque, che non vi sono basi normative per annettere natura di illecito disciplinare al mancato previo esperimento di ricorso gerarchico, non resta che concludere che la disposizione in esame intenda effettivamente delineare una condizione di proponibilità del giudizio, invero costituzionalmente legittima in virtù della specialità dell’ordinamento militare, della non particolare gravosità dell’adempimento, del solo temporaneo differimento della possibilità di accedere alla tutela giurisdizionale, della più intensa capacità dello strumento gerarchico di soddisfare l’interesse demolitorio del ricorrente, alla luce della cognizione di merito riconosciuta all’Autorità adita.

7) - A tanto consegue che, nella vigenza del codice dell’ordinamento militare e del codice del processo amministrativo, la mancata proposizione del ricorso gerarchico, nella speciale materia in esame, configuri una ragione ostativa ad una pronuncia di merito che impone, ex art. 35, comma 1, lett. b), c.p.a., la declaratoria di inammissibilità del ricorso giurisdizionale proposto in via immediata e diretto contro una sanzione militare di corpo.

N.B. per completezza lettete il tutto qui sotto.
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SENTENZA ,sede di CONSIGLIO DI STATO ,sezione SEZIONE 4 ,numero provv.: 201800880
- Public 2018-02-12 -


Pubblicato il 12/02/2018

N. 00880/2018REG.PROV.COLL.
N. 07234/2010 REG.RIC.


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato
in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente
SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 7234 del 2010, proposto da Teodoro Z.., rappresentato e difeso dall'avvocato Angelo Fiore Tartaglia, con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, viale delle Medaglie d’Oro, 266;

contro
Ministero della difesa, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso per legge dall'Avvocatura generale dello Stato, domiciliato in Roma, via dei Portoghesi, 12;

per la riforma
della sentenza del T.a.r. per la Toscana, Sezione I, n. 668 del 15 marzo 2010, resa tra le parti, concernente sanzione disciplinare della consegna.


Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Ministero della difesa;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 25 gennaio 2018 il consigliere Luca Lamberti e uditi per le parti l’avvocato Tartaglia e l’avvocato dello Stato Fiorentino;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO e DIRITTO

1. L’allora capitano dell’Aeronautica Militare sig. Teodoro Z.. ha impugnato avanti il T.a.r. per la Toscana il provvedimento prot. n. TG-0/615/P6-3 del 24 luglio 2001, con cui gli era stata irrogata la sanzione disciplinare di corpo della consegna per giorni cinque.

2. Costituitasi l’Amministrazione ed intervenuto ad opponendum il tenente colonnello Giuseppe P.., all’epoca dei fatti diretto superiore del ricorrente, il Tribunale ha, con l’impugnata sentenza, dichiarato il ricorso inammissibile per mancata previa proposizione del ricorso gerarchico, ai sensi dell’art. 16, comma 2, della l. n. 382 del 1978.

3. Il ricorrente, frattanto divenuto tenente colonnello, ha interposto appello, riproponendo le censure, di carattere tanto sostanziale quanto procedimentale, già svolte in prime cure ed osservando, in particolare, di avere omesso a suo tempo di esperire il previo ricorso gerarchico in base a quanto affermato da questo Consiglio nella sentenza della Quarta Sezione 25 febbraio 1999 n. 228.

3.1. In tale precedente, ha argomentato il ricorrente, si è in particolare sostenuto che il richiamato art. 16 delinei un dovere di disciplina militare e non una condizione dell’azione, anche perché dettato nell’ambito di un provvedimento legislativo recante le “norme di principio sulla disciplina militare” e privo, dunque, di carattere specificamente processuale; oltretutto, l’allora vigente normativa processuale amministrativa, rappresentata dalla l. n. 1034 del 1971, escludeva, in linea generale, che la proposizione di ricorso gerarchico configurasse una condizione dell’azione.

4. L’Amministrazione si è costituita con breve memoria.

5. Il ricorso è stato discusso alla pubblica udienza del 25 gennaio 2018, in vista della quale non sono state versate in atti difese scritte.

6. Il ricorso non merita accoglimento.

7. Il Collegio evidenzia che l’interpretazione dell’art. 16, comma 2, della l. n. 382 del 1978 - ai sensi del quale “Avverso le sanzioni disciplinari di corpo non è ammesso ricorso giurisdizionale o ricorso straordinario al Presidente della Repubblica se prima non è stato esperito ricorso gerarchico o siano trascorsi novanta giorni dalla data di presentazione del ricorso” - non è, allo stato, univoca.

7.1. Questo Consiglio, con la richiamata sentenza della Quarta Sezione 25 febbraio 1999 n. 228, ha stabilito che “l’art. 16, 2º comma, l. 11 luglio 1978 n. 382 (secondo il quale contro le sanzioni disciplinari di corpo non è ammesso ricorso giurisdizionale o ricorso straordinario se prima non è stato proposto ricorso gerarchico) non introduce una deroga al principio introdotto dalla l. 6 dicembre 1971 n. 1034 - che ha abolito l’onere del previo ricorso amministrativo - ma riguarda esclusivamente l’ordinamento militare, imponendo l’esperimento del ricorso gerarchico quale dovere di disciplina militare, ma non quale condizione dell’azione giurisdizionale in senso tecnico”.

7.2. Più di recente, la sentenza, sempre della Quarta Sezione, 26 marzo 2010, n. 1778 ha ritenuto che “l’art. 16 comma 2 I. n. 382 cit., riguarda esclusivamente l'ordinamento militare, imponendo l'esperimento del ricorso gerarchico contro le sanzioni del corpo quale dovere di disciplina militare, ma non quale condizione dell'azione giurisdizionale amministrativa in senso tecnico”.

7.3. Di contro, la Corte costituzionale, dapprima con sentenza 22 aprile 1997, n. 113, quindi con ordinanza 19 dicembre 2013, n. 322, ha ritenuto che la disposizione in esame, costituzionalmente legittima, configuri una condizione di proponibilità del giudizio; sulla stessa linea si è mosso il Consiglio di giustizia amministrativa per la Regione Siciliana nella sentenza 19 gennaio 2010, n. 35.

7.4. Più in particolare, la sentenza della Corte n. 113 ha sostenuto che “risulta d'immediata percezione come la peculiarità dello status del militare -- ripetutamente sottolineata da questa Corte (v., da ultimo, ordinanza n. 396 del 1996) -- renda inappropriato il riferimento, in termini di tertium comparationis, alle regole generali dettate per il pubblico impiego. E, in secondo luogo, il consentire l'accesso alla sede giurisdizionale dopo l'esperimento del rimedio gerarchico (o l'inutile decorso del termine di novanta giorni dalla data di proposizione del ricorso stesso), rappresenta un'opzione legislativa non irrazionale, diretta com'é a perseguire la finalità di assicurare anche in tempo di pace l'ordinato svolgimento del servizio, costituente valore primario per l'andamento stesso della vita militare (cfr. sentenza n. 37 del 1992)”.

Inoltre, ha proseguito il Giudice delle leggi, “come questa Corte ha più volte affermato, l'assoggettamento all'onere del previo esperimento dei rimedi amministrativi, con conseguente differimento della proponibilità dell'azione a un certo termine decorrente dalla data di presentazione del ricorso, é legittimo se giustificato da esigenze di ordine generale (v., da ultimo, sentenza n. 233 del 1996), nonchè allorquando tale limitazione tenda ad evitare un uso in concreto eccessivo del diritto alla tutela giurisdizionale, tanto più ove l'adempimento dell'onere, lungi dal costituire uno svantaggio per il titolare della pretesa, rappresenti il modo di soddisfazione della posizione sostanziale più pronto e meno dispendioso (v. sentenza n. 82 del 1992). Ebbene, nella specie, la scelta del legislatore di privilegiare la via gerarchica quale naturale e immediata sede di soluzione delle controversie in ordine all'irrogazione delle sanzioni -- dove oltre tutto la possibilità di proporre motivi di merito consente all'interessato di ottenere un complessivo e più penetrante riesame del fatto -- é da considerarsi il risultato d'un congruo bilanciamento tra l'esigenza di coesione dei corpi militari e quella di tutela dei diritti individuali (cfr. sentenza n. 22 del 1991)”.

7.5. Di tenore analogo le argomentazioni svolte nella successiva ordinanza n. 322, invero riferita all’art. 1363, comma 2, del codice dell’ordinamento militare, riproduttivo dell’abrogato art. 16, comma 2, della l. n. 382 del 1978.

7.6. In tale occasione la Corte, premesso che l’orientamento esegetico seguito da questo Consiglio, “sterilizzando di fatto il pronunciamento della Corte, determina lo spostamento della incidenza degli effetti della mancata osservanza del dovere per il militare di previa proposizione del ricorso gerarchico, dal versante procedimentale del condizionamento della proponibilità (o procedibilità) dell’azione giurisdizionale amministrativa a quello della esclusiva rilevanza degli effetti medesimi nell’ambito dell’ordinamento militare”, ha ritenuto che non vi siano elementi normativi concreti per configurare come illecito disciplinare l’esperimento diretto del gravame giurisdizionale senza il previo ricorso gerarchico.

7.7. Il Consiglio di giustizia amministrativa, nella sentenza 19 gennaio 2010, n. 35, si è uniformato agli indirizzi espressi dalla Corte costituzionale con la richiamata sentenza n. 113.

8. Il Collegio ritiene che l’esegesi sinora propugnata da questa Sezione meriti un integrale ripensamento.

8.1. Come osservato dalla Corte costituzionale nell’ordinanza n. 233, non vi è effettivamente alcuna base normativa per ascrivere natura di illecito disciplinare al mancato previo esperimento di ricorso gerarchico.

8.2. Di contro, il Collegio rileva che vi sono spunti normativi di segno diametralmente opposto.

8.3. Come noto, de jure condito “costituisce illecito disciplinare ogni violazione dei doveri del servizio e della disciplina militare sanciti dal presente codice, dal regolamento, o conseguenti all'emanazione di un ordine” (art. 1352, comma 1, cod. ord. mil.).

8.4. Orbene, in primo luogo il ricorso gerarchico costituisce una facoltà dell’interessato: per principio logico di carattere generale il mancato esercizio di una facoltà non può mai costituire una “violazione di un dovere del servizio”; tale conclusione è coerente, inoltre, con la previsione generale sancita dal codice dell’ordinamento militare, secondo cui “L’esercizio di un diritto ai sensi del presente codice e del regolamento esclude l’applicabilità di sanzioni disciplinari” (art. 1466 cod. ord. mil.).

8.5. La “disciplina militare” (art. 1346 del codice) “è l'osservanza consapevole delle norme attinenti allo stato di militare in relazione ai compiti istituzionali delle Forze armate e alle esigenze che ne derivano”: l’attivazione di rimedi a tutela della posizione del singolo militare è, dunque, palesemente estranea al concetto in parola.

8.6. Infine, “gli ordini devono, conformemente alle norme in vigore, attenere alla disciplina, riguardare e modalità di svolgimento del servizio e non eccedere i compiti di istituto” (art. 1349, primo comma del codice, peraltro riproduttivo dell’art. 4, comma 3, della l. n. 382 del 1978): l’esperimento del ricorso gerarchico è, come visto, estraneo alla disciplina e non riguarda il servizio (inteso come attiva esecuzione di mansioni istituzionali) né i compiti di istituto.

8.7. Per vero, i concetti di “disciplina” ed “illecito disciplinare”, oggetto di specifica trattazione da parte del codice, erano comunque acquisiti e pacifici anche nel vigore della previgente disciplina: in parte qua, infatti, il codice non ha introdotto modifiche ma solo arricchito la normazione positiva di un patrimonio definitorio, in consonanza con la propria natura sistematica.

8.8. Posto, dunque, che non vi sono basi normative per annettere natura di illecito disciplinare al mancato previo esperimento di ricorso gerarchico, non resta che concludere che la disposizione in esame intenda effettivamente delineare una condizione di proponibilità del giudizio, invero costituzionalmente legittima in virtù della specialità dell’ordinamento militare, della non particolare gravosità dell’adempimento, del solo temporaneo differimento della possibilità di accedere alla tutela giurisdizionale, della più intensa capacità dello strumento gerarchico di soddisfare l’interesse demolitorio del ricorrente, alla luce della cognizione di merito riconosciuta all’Autorità adita.

8.9. Del resto, in ordine alla questione della legittimità costituzionale della previsione normativa di adempimenti pregiudiziali alla proposizione di azione giurisdizionale possono richiamarsi i principi espressi da Corte costituzionale, 2 aprile 1992, n. 154; in continuità logica circa la legittimità, al ricorrere di determinati presupposti, della introduzione di condizioni di proponibilità o procedibilità dell’azione la Corte costituzionale si è, altresì, espressa nella sentenza 3 maggio 2012, n. 111, ove si è in particolare evidenziato come tali misure siano destinate “alla razionalizzazione dell'accesso alla giurisdizione ed alla sua funzionalizzazione, nel settore, ad una tutela di qualità …. a rendere possibile una anticipata e satisfattiva tutela del danneggiato già nella fase stragiudiziale”. Nella stessa direzione, in ambito eurounitario, si è da ultimo pronunciata anche la Corte giustizia UE, sez. I, 14 giugno 2017, C-75/16.

8.10. A tanto consegue che, nella vigenza del codice dell’ordinamento militare e del codice del processo amministrativo, la mancata proposizione del ricorso gerarchico, nella speciale materia in esame, configuri una ragione ostativa ad una pronuncia di merito che impone, ex art. 35, comma 1, lett. b), c.p.a., la declaratoria di inammissibilità del ricorso giurisdizionale proposto in via immediata e diretto contro una sanzione militare di corpo.

9. Nella specie, pertanto, non può che rigettarsi il proposto appello.

10. Il Collegio evidenzia comunque, per estremo scrupolo motivazionale, che le censure articolate dal ricorrente difettano completamente di fondamento: dagli atti, infatti, emerge che la sanzione disciplinare impugnata gli è stata inflitta a seguito del suo rifiuto di procedere, nonostante un espresso ordine in proposito, ad adempimenti propri del suo ufficio e connotati da una semplicità elementare (controllo del contatore ENEL e riscontro di una bolla di consegna).

10.1. La banalità di tali incombenti, peraltro pacificamente delegabili a sottoposti non integrando spendita di poteri ma mera attività materiale, rende di converso ininfluente la lamentata carenza di organico, peraltro a quanto consta contenuta in una misura (20% della forza teorica) non caratterizzata da profili di assoluta, insuperabile ed oggettiva eccezionalità tali da rendere fisicamente impossibile l’adempimento dei doveri d’ufficio.

10.2. Né miglior sorte meritano le censure di carattere procedimentale: la contestazione di non aver eseguito uno specifico ordine è tutt’altro che “generica”; il ristretto tempo concesso per apprestare le proprie osservazioni non consta avere, in concreto, conculcato i diritti di difesa dell’interessato; parimenti, l’indicazione della possibilità di scegliere un difensore solo fra gli ufficiali assegnati al reparto non risulta aver effettivamente leso la posizione dell’incolpato.

11. Le spese del grado possono essere compensate, in considerazione della non uniformità della giurisprudenza.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta), definitivamente pronunciando sull'appello, come in epigrafe proposto, lo rigetta e, per l’effetto, conferma l’impugnata sentenza.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 25 gennaio 2018 con l'intervento dei magistrati:
Vito Poli, Presidente
Luca Lamberti, Consigliere, Estensore
Daniela Di Carlo, Consigliere
Alessandro Verrico, Consigliere
Nicola D'Angelo, Consigliere


L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
Luca Lamberti Vito Poli





IL SEGRETARIO
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Re: Provvedimenti Disciplinari

Messaggioda panorama » ven mar 23, 2018 11:58 pm

L'Appello del collega è stato accolto, poiché, il Comando non poteva bloccare d'ufficio i termini previsti ma ciò poteva essere soltanto richiesto dall'interessato.
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1) - il comandante interregionale dei Carabinieri ha respinto il ricorso gerarchico avverso la sanzione disciplinare di due giorni di consegna (sanzione di corpo), quale conseguenza della condanna inflittagli definitivamente dalla Corte di Appello di Catania, con sentenza dell’8.6.2010, alla pena di mesi due di reclusione per lesioni personali.

2) - Il Tribunale ha ritenuto, in via preliminare, che alla fattispecie sottoposta al suo esame non fosse applicabile l’art. 1392 invocato dal ricorrente, bensì l’art. 1398, trattandosi di sanzione disciplinare della consegna semplice, il quale dispone unicamente che il procedimento disciplinare deve essere instaurato senza ritardo dalla conoscenza dell’inflazione o dal provvedimento irrevocabile che conclude il processo penale.

3) - A fronte delle censure sopra riportate osserva la difesa dell’amministrazione che si era proceduto a sospendere il procedimento disciplinare in quanto sussisterebbe un dovere dell’autorità di garantire all’incolpato impedito per malattia il pieno ed effettivo diritto alla difesa e che comunque se è pur vero che il militare non ha richiesto la sospensione “è altrettanto vero che con la sua acquiescenza ha confermato che era impossibilitato a difendersi”.

4) - La lunghezza denunziata è dipesa da provvedimenti di sospensione del procedimento, adottati dall’amministrazione, a causa di malattie dell’incolpato, così che, ad esempio, dalla comunicazione dell’1.7.2011 di “interruzione” dei termini procedurali a quella dell’11.11.2011 di convocazione per la seduta del 4.12.2011 trascorrevano ben 130 gg senza che nessun atto venisse compiuto.

5) - Il Collegio, pur riconoscendo che le sospensioni del procedimento disciplinare adottate dall’amministrazione tendevano a “venire incontro” alle esigenze dell’incolpato, che si trovava in condizioni di malattia, rileva che l’amministrazione non aveva il potere di allungare per tal via lo svolgersi del procedimento.

6) - La norma non prevede che il differimento possa essere disposto d’ufficio dall’amministrazione, pur in situazione di malattia dell’incolpato.

7) - Alla stregua della norma richiamata, pertanto, l’amministrazione non poteva adottare d’ufficio provvedimenti di sospensione del procedimento.

8) - Anche la dedotta violazione dell’art. 120 d.p.r. 3/57 sembra al Collegio che sia meritevole di favorevole considerazione. La norma richiamata dispone testualmente che il procedimento disciplinare si estingue quando siano decorsi 90 gg dall’ultimo atto se nessun ulteriore atto sia stato compiuto, disposizione questa ripresa dall’art. 1392 comma 4 del c.o.m.
--------------------------------------------------------------------------------------

SENTENZA ,sede di CGARS_GIURISDIZIONALE ,sezione SEZIONE 1 ,numero provv.: 201800171,
- Public 2018-03-23 -


Pubblicato il 23/03/2018

N. 00171/2018 REG. PROV. COLL.
N. 00687/2014 REG. RIC.

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il CONSIGLIO DI GIUSTIZIA AMMINISTRATIVA PER LA REGIONE SICILIANA
in sede giurisdizionale

ha pronunciato la presente
SENTENZA

sul ricorso numero di registro generale 687 del 2014, proposto da:
A. S., rappresentato e difeso dall'avvocato Antonello Leone, con domicilio eletto presso lo studio Guido Gianferrara in Palermo, via G. di Marzo N. 14/F;

contro
Ministero della Difesa, Arma dei Carabinieri, Comando Legione CC Sicilia, Comando Interregionale CC "Culqualber", in persona dei legali rappresentanti pp.tt., rappresentati e difesi per legge dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato, domiciliata in Palermo, via De Gasperi N. 81;

per la riforma
della sentenza del T.A.R. SICILIA - SEZ. STACCATA DI CATANIA: SEZIONE III n. 00733/2014, resa tra le parti, concernente provvedimento disciplinare - sanzione di due giorni di consegna semplice


Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;
Visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero della Difesa, dell’Arma dei Carabinieri, del Comando Legione CC Sicilia e del Comando Interregionale CC "Culqualber";
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 15 marzo 2018 il Cons. Giuseppe Barone e uditi per le parti gli avvocati Antonello Leone e l'avvocato dello Stato La Spina;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.


FATTO

L’odierno appellante ha impugnato in prime cure il provvedimento disciplinare, notificatogli il 24.4.2012, con cui il comandante interregionale dei Carabinieri ha respinto il ricorso gerarchico avverso la sanzione disciplinare di due giorni di consegna (sanzione di corpo), quale conseguenza della condanna inflittagli definitivamente dalla Corte di Appello di Catania, con sentenza dell’8.6.2010, alla pena di mesi due di reclusione per lesioni personali.

Il ricorso veniva affidato a diverse censure di violazione di legge (artt. 1392, 1370, 1398 del d.lgs. 66/2010 e art. 2 l. 241/90) con le quali, in buona sostanza, si contesta la violazione da parte dell’amministrazione dei termini perentori per la definizione del procedimento disciplinare a causa di vari periodi di illegittima sospensione, disposta dall’amministrazione, che avrebbero allungato i tempi di definizione del procedimento disciplinare.

Ha resistito l’amministrazione intimata che, dopo avere ricostruito la scansione delle varie fasi del procedimento disciplinare e averne tratto la conclusione della legittimità del procedimento stesso, ha chiesto il rigetto del ricorso.

Il Tribunale ha ritenuto, in via preliminare, che alla fattispecie sottoposta al suo esame non fosse applicabile l’art. 1392 invocato dal ricorrente, bensì l’art. 1398, trattandosi di sanzione disciplinare della consegna semplice, il quale dispone unicamente che il procedimento disciplinare deve essere instaurato senza ritardo dalla conoscenza dell’inflazione o dal provvedimento irrevocabile che conclude il processo penale.

Tanto premesso e valutate le ragioni per cui l’amministrazione aveva disposto delle sospensioni del procedimento stesso, il Tribunale è giunto alla conclusione che il termine impiegato per la definizione del procedimento risultava di 83 gg. e quindi inferiore al termine di 90 gg. il cui rispetto era stato invocato dal ricorrente.

Avverso la sentenza ha prodotto appello l’interessato che, dopo una breve ricostruzione dei fatti, lo ha affidato ai seguenti motivi: 1) violazione art. 3 c.p.a. e 112 c.p.c.. Omessa valutazione delle norme invocate dal ricorrente nei vari e articolati motivi di ricorso e conseguente omessa pronuncia. Motivazione insufficiente ed erronea; 2) omessa pronuncia su un punto decisivo della controversia e violazione del principio della corrispondenza tra chiesto e pronunciato. Conseguente riproposizione di parte del primo e secondo motivo del ricorso. Violazione art. 2 comma 7 l. 241/90. Violazione e falsa applicazione art. 1029 d.p.r. 90/2010. Violazione e falsa applicazione art. 1370 c.o.m.; 3) erronea pronuncia sulla violazione dell’art. 1398 c.o.m..

Infine l’appellante denunzia l’erroneità della sentenza nella parte in cui ha condannato l’appellante al pagamento delle spese del giudizio di primo grado.

Le tesi dell’appellante sono state ulteriormente ribadite con memoria del 9.2.2018.

Si è costituita a difesa dell’amministrazione l’Avvocatura distrettuale dello Stato, che con le sue memorie ha concluso per il rigetto dell’appello.

All’udienza del 15 marzo 2018 l’appello è stato trattenuto per la decisione.

DIRITTO

L’appello è fondato.

I motivi dedotti dall’appellante, per ragioni di doverosa sinteticità, vanno esaminati assieme dal momento che i medesimi, sotto diversi profili, investono la medesima questione essenziale e cioè a dire entro quale termine dovesse essere concluso il procedimento disciplinare e se questo si fosse estinto per inattività dell’amministrazione, protrattasi ben oltre 90 giorni. Infatti, nella memoria difensiva, che riassume i termini dell’appello, l’appellante osserva che “il procedimento disciplinare iniziava con la contestazione degli addebiti in data 18.4.11, tendeva all’irrogazione della sanzione della consegna di rigore (a differenza di quanto affermato dal TAR), quindi a una sanzione disciplinare di corpo (art. 1358 c.o.m.) e avrebbe dovuto concludersi nel termine massimo di gg. 90 dalla contestazione degli addebiti (art. 1046 d.p.r. 90/2010 lett. h) n. 6) – termine ritenuto perentorio dall’appellante - e quindi entro il 17.7.11”.

Posto che il procedimento disciplinare si è invece concluso in data 1.3.12 - e cioè a dire quasi a un anno di distanza dal suo inizio - sussisterebbe la piena prova della illegittimità dedotta, dal momento che all’amministrazione non era consentito di sospendere il termine di conclusione del procedimento considerato che le ipotesi di sospensione sono tipizzate e disciplinate specificamente dalla legge.

A fronte delle censure sopra riportate osserva la difesa dell’amministrazione che si era proceduto a sospendere il procedimento disciplinare in quanto sussisterebbe un dovere dell’autorità di garantire all’incolpato impedito per malattia il pieno ed effettivo diritto alla difesa e che comunque se è pur vero che il militare non ha richiesto la sospensione “è altrettanto vero che con la sua acquiescenza ha confermato che era impossibilitato a difendersi”.

Il Consiglio ritiene che le tesi dell’appellante possano essere condivise.

Il primo luogo va ricordato che l’art. 1046, lett. h) n. 6 del d.p.r. 90/2010 nel prevedere la durata dei procedimenti disciplinari (di competenza) dispone testualmente che il “procedimento per l’irrogazione di sanzioni disciplinari di corpo (può avere la durata di) 90 giorni dalla contestazione degli addebiti”.

Nella vicenda esaminata è invece pacifico tra le parti che il procedimento disciplinare ha avuto una durata ben superiore a 90 giorni, considerato che, iniziato con la contestazione degli addebiti in data 18.4.2011, si è concluso in data 1.3.2012 e cioè a dire quasi a un anno di distanza dal suo inizio.

La lunghezza denunziata è dipesa da provvedimenti di sospensione del procedimento, adottati dall’amministrazione, a causa di malattie dell’incolpato, così che, ad esempio, dalla comunicazione dell’1.7.2011 di “interruzione” dei termini procedurali a quella dell’11.11.2011 di convocazione per la seduta del 4.12.2011 trascorrevano ben 130 gg senza che nessun atto venisse compiuto.

Il Collegio, pur riconoscendo che le sospensioni del procedimento disciplinare adottate dall’amministrazione tendevano a “venire incontro” alle esigenze dell’incolpato, che si trovava in condizioni di malattia, rileva che l’amministrazione non aveva il potere di allungare per tal via lo svolgersi del procedimento.

Infatti, sembra al Collegio che le ipotesi di sospensione del termine di conclusione del procedimento sono tipizzate e disciplinate specificamente dall’art. 1370 c.o.m., il quale espressamente affida all’incolpato la possibilità di chiedere il differimento dello svolgimento del procedimento e limita tale possibilità al caso in cui sussista un effettivo legittimo impedimento, specificando gli adempimenti che debbono essere posti in essere dallo stesso incolpato se la richiesta di differimento è dovuta a ragioni di salute. La norma non prevede che il differimento possa essere disposto d’ufficio dall’amministrazione, pur in situazione di malattia dell’incolpato.

Alla stregua della norma richiamata, pertanto, l’amministrazione non poteva adottare d’ufficio provvedimenti di sospensione del procedimento.

Anche la dedotta violazione dell’art. 120 d.p.r. 3/57 sembra al Collegio che sia meritevole di favorevole considerazione. La norma richiamata dispone testualmente che il procedimento disciplinare si estingue quando siano decorsi 90 gg dall’ultimo atto se nessun ulteriore atto sia stato compiuto, disposizione questa ripresa dall’art. 1392 comma 4 del c.o.m.

Se si considera, come sopra si è ricordato, che l’amministrazione ha lasciato trascorrere ben più di 90 giorni dalla comunicazione dell’1.7.2011 di interruzione dei termini procedurali a quella dell’11.11.2011 di convocazione per la nuova seduta, risulta palese la violazione della norma richiamata.

L’estinzione del procedimento disciplinare, alla stregua delle norme sopra richiamate, si sarebbe determinato per una duplice ragione: da un lato perché la sua complessiva durata è andata ben oltre i 90 giorni essendosi protratto per quasi un anno e in secondo luogo perché dalla intervenuta prima interruzione dei termini procedurali, avvenuta l’1.7.2011, sono trascorsi ben 130 gg per arrivare alla data dell’11.11.2011, quando è stata comunicata all’interessato la convocazione per la seduta del 4.12.2011.

Conclusivamente l’appello deve essere accolto perché è fondato.

La natura della controversia consente di compensare interamente tra le parti le spese di ambedue i gradi di giudizio.

P.Q.M.

Il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, in sede giurisdizionale, definitivamente pronunciando, accoglie l’appello, annulla la sentenza impugnata e, per l’effetto, annulla il provvedimento disciplinare impugnato in primo grado.

Spese compensate di ambedue i gradi di giudizio.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Palermo nella camera di consiglio del giorno 15 marzo 2018 con l'intervento dei magistrati:
Carlo Deodato, Presidente
Nicola Gaviano, Consigliere
Carlo Modica de Mohac, Consigliere
Giuseppe Barone, Consigliere, Estensore
Giuseppe Verde, Consigliere


L'ESTENSORE IL PRESIDENTE
Giuseppe Barone Carlo Deodato





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