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Corte dei Conti, varie loc., per problemi pensionistici

Re: Corte dei Conti, varie loc., per problemi pensionistici

Messaggioda panorama » lun gen 08, 2018 10:57 pm

pugliese, grazie per la tua approvazione ma, in questo forum a volte s'incontrano persone che ancora oggi non hanno capito il senso di altruismo (personalmente non ci guadagno nulla, anzi ci rimetto di tempo, di usura P.C. e di consumo energetico) e quindi a volte in mp. ricevo rimproveri, nonostante anche questi ultimi trovano l'utilità della mia prestazione.
panorama
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Re: Corte dei Conti, varie loc., per problemi pensionistici

Messaggioda naturopata » mer gen 10, 2018 4:15 pm

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE DEI CONTI Sent. 20/2018

SEZIONE GIURISDIZIONALE PER LA PUGLIA

in composizione monocratica, nella persona del Giudice Unico

Consigliere dott. Pasquale Daddabbo

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

sul ricorso iscritto al n. 33571 del registro di segreteria, proposto dal sig. XX, nato a XXX - C.F.: X, rappresentato e difeso dall'Avv. Pierpaolo DE VIZIO, entrambi elettivamente domiciliati in Roma al Viale delle Medaglie d’Oro n. 266, presso e nello studio dell’Avv. Angelo Fiore Tartaglia

Contro

il Ministero dell’Economia e delle Finanze, in persona del Ministro p.t.,

il Comando Generale della Guardia di Finanza - Reparto Tecnico Logistico Amministrativo Piemonte e

l’INPS, rappresentato e difeso dall’avv. Marcella Mattia, giusta procura ad lites per atto del notaio Palo Castellini, rep. n. 80974 del 21.7.2015, elettivamente domiciliata presso la sede INPS, in Bari alla via Putignani n. 108,

avverso

la comunicazione ricevuta in data 19.6.2017 con cui l’INPS ha informato il ricorrente che, in applicazione della sentenza n. 107/2017 dell’11.04.2017 della Prima Sezione Giurisdizionale d’Appello della Corte dei Conti, a decorrere dal 01.07.2017, è stata disposta la sospensione dei pagamenti sulla pensione recante n. 11096896 ed è stato accertato il debito per somme corrisposte e non più dovute per il periodo dal 1.05.2013 al 30.06.2017, pari ad €. 134.636,49,

per l’accertamento e la declaratoria del diritto del ricorrente a percepire la pensione ordinaria, a lui spettante in forza del provvedimento di congedo per riforma, oltre alla corresponsione degli interessi maturati in virtù del trattamento pensionistico, nonché ogni altro trattamento economico pensionistico connesso, dalla data del provvedimento di riforma.

Esaminati gli atti e i documenti tutti della causa;

Visti il D. Lgs. n. 174/2016;

Uditi, nella pubblica udienza del 19 dicembre 2017, l’avv. Pierpaolo De Vizio per il ricorrente, l’avv. Giuseppe Borrelli per l’INPS ed il Luogotenente Donato Pascazio per il Comando della Guardia di Finanza.

FATTO

Antonio Galante, già Brigadiere della Guardia di Finanza, in data 20.9.2006 veniva sospeso precauzionalmente dal servizio perché imputato per i reati di concorso in associazione per delinquere, corruzione e rivelazione di segreti d’ufficio.

In data 22 settembre 2008, in esito ad apposita istanza, veniva sottoposto a visita e giudicato dalla Commissione Medica Ospedaliera 1^ di Milano non idoneo permanentemente al servizio militare e d’istituto in modo assoluto e da collocare in congedo.

Quindi, il Re.T.L.A Piemonte corrispondeva al militare, in applicazione dell’art. 29 della L. n. 599 del 31.7.1954, gli assegni interi di attività dal 22.9.2008 al 21.12.2008 e la pensione ordinaria provvisoria dal 22.12.2008 al 30.6.2009, data di trasferimento della partita pensionistica all’INPS di Bari.

In data 28.5.2010, il Tribunale di Milano condannava, ex art. 444 cpc, il Galante alla pena (sospesa) di due anni di reclusione.

Il procedimento disciplinare, avviato a seguito del passaggio in giudicato della sentenza di condanna, veniva esitato dal Comando Interregionale per l’Italia Nord-Occidentale, in data 24 gennaio 2012, con l’irrogazione della sanzione disciplinare della perdita del grado per rimozione.

Conseguentemente, veniva modificata la causa della cessazione dal servizio da “cessazione dal servizio permanente per infermità” a “cessazione dal servizio permanente per perdita del grado”.

Il Re.T.L.A. Piemonte, tenuto conto del mutamento del titolo di cessazione dal servizio, constatava l’insussistenza dei requisiti di età ed anzianità contributiva e, conseguentemente, comunicava al X l’avvio del procedimento di revoca del trattamento di quiescenza e di ripetizione delle somme indebitamente percepite, invitando l’Istituto previdenziale a sospendere l’erogazione degli acconti di pensione provvisoria.

Il Reparto Tecnico Logistico Amministrativo Piemonte della Guardia di Finanza, con nota n. 223253/13 del 12.7.2013, intimava al X il rimborso di euro 29.204,49, (derivato da somme indebitamente percepite a titolo di assegni interi di attività relativi a tre mensilità, con decorrenza dal 22.9.2008 al 21.12.2008, ex art. 29 della Legge n. 599/1954; acconti pensione erogati ai sensi dell’art. 52, comma 1, del DPR 1092/1973 per il periodo dal 22.12.2008 al 30.6.2009; importi liquidati per la licenza non fruita) mentre INPS, con nota n. 900 del 24.7.2013, gli intimava la rifusione dell’importo di euro 121.933,24, derivato da somme indebitamente percepite a titolo di ratei pensionistici per infermità per il periodo dall’1.7.2009 al 30.4.2013.

Il X proponeva, pertanto, ricorso alla Corte dei Conti – Sezione Giurisdizionale Regionale per la Puglia per l’annullamento del provvedimento di revoca e sospensione della pensione e per la dichiarazione della sussistenza del diritto a percepire il trattamento pensionistico per infermità, concesso prima del provvedimento della perdita del grado per rimozione, con conseguenziale declaratoria del diritto a percepire i ratei maturati dal maggio 2013, aumentati di interessi e rivalutazione.

Con sentenza n. 606 del 2014 questa Sezione, in diversa composizione, accoglieva il ricorso proposto da sig. XX relativo alla irripetibilità dell’indebito pensionistico senza tuttavia pronunziarsi sul diritto al ripristino del trattamento di quiescenza.

Con ricorso per ottemperanza del 16.1.2015, il X chiedeva l’esecuzione del giudicato ed il ripristino del trattamento pensionistico con il pagamento dei ratei pensionistici non riscossi dal 1° maggio 2013, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali, nonché la condanna in solido delle amministrazioni convenute per il risarcimento dei danni derivanti dalla mancata esecuzione del giudicato.

Con sentenza n. 463 del 2015, questa Sezione, in diversa composizione, dichiarava l’obbligo del Re.T.L.A. Piemonte della Guardia di Finanza di dare esecuzione alla sentenza n. 606/2014 dichiarando il diritto al ripristino del trattamento di quiescenza per infermità con condanna dell’INPS al pagamento dei ratei arretrati con decorrenza dalla rata di maggio 2013, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria, alle condizioni di legge e sino all’effettivo soddisfo.

A seguito di appello, sia del Ministero delle Finanze che dell’INPS, la Sez. 1^ centrale di Appello, con sentenza n. 107 dell’11.4.2017, per quel che rileva in questa sede, “escluso che l’esigenza di convertire il giudizio di ottemperanza in giudizio di cognizione, con riguardo al ripristino della pensione di infermità, sia derivata da imprescindibili esigenze connesse alla esecuzione della sentenza n. 606 del 2014”, considerato che “la trasformazione del giudizio di ottemperanza in un giudizio di cognizione, lungi dal rispondere a meritorie esigenze di economia processuale, risulta integrare un ingiustificato stravolgimento della tipica funzione degli strumenti processuali previsti dall’ordinamento” ed osservando che “il ricorrente, stante l’omessa pronuncia della sentenza n. 606/2014 sul punto, volendo far valere le proprie ragioni sulla spettanza del diritto, avrebbe dovuto proporre appello ovvero proporre un nuovo autonomo ricorso di cognizione (Cass. civile, Sez. II, sent. n. 2855 del 12.2.2016) e, per altro verso, il Giudice territoriale non poteva surrettiziamente trasformare un giudizio di ottemperanza in un giudizio di cognizione volto a rimediare alla omessa pronuncia, adoperando impropriamente, nell’ambito del giudizio di ottemperanza, un rimedio, quale quello della conversione, preordinato ad altri fini”, ha, tra l’altro, accolto l’appello dell’INPS in relazione al ripristino della pensione per infermità.

L’INPS, con comunicazione notificata al Galante in data 19.06.2017, ha disposto, in esecuzione della sentenza n. 107/2017 della sezione di appello, la sospensione dei pagamenti sulla pensione recante n. 11096896 ed ha accertato il debito per somme corrisposte e non più dovute per il periodo dal 1.05.2013 al 30.06.2017 ammontanti ad Euro 134.636,49.

Con ricorso depositato in data 31.7.2017 il X ha impugnato la suddetta comunicazione dell’INPS, unitamente alla disposta interruzione dei pagamenti della pensione a partire dal mese di maggio 2013, chiedendo l’annullamento della stessa e la declaratoria del diritto a percepire la pensione ordinaria, a lui spettante in forza del provvedimento di congedo per riforma, oltre alla corresponsione degli interessi maturati in virtù del trattamento pensionistico di privilegio, nonché ogni altro trattamento economico pensionistico connesso, dalla data del provvedimento di riforma con conseguente condanna delle intimate Amministrazioni a corrispondere al ricorrente il relativo trattamento pensionistico ordinario, nonché ogni altro trattamento economico pensionistico connesso, con interessi legali e rivalutazione monetaria sulle somme maturate e non corrisposte e vittoria di spese di lite.

A fondamento del ricorso il difensore del X ha dedotto:

- l’impossibilità della sussistenza di una decorrenza retroattiva della sanzione disciplinare della perdita del grado per rimozione irrogata al ricorrente oltre che avuto riguardo al chiaro disposto dell’art. 21 bis della Legge nr. 241/90 ma anche al legittimo affidamento dell’interessato in ordine alla spettanza del trattamento pensionistico, che risulterebbe violato laddove l’Amministrazione rimettesse in discussione il titolo dello stesso;

- che il collocamento in congedo assoluto, nel caso di specie avvenuto per infermità ai sensi dell’art. 29 della Legge n. 599/1954 con decorrenza 22.09.2008 prevale sulla sanzione disciplinare successiva;

Ha invocato, in proposito il contenuto delle sentenze della Corte dei Conti: Sezione Prima Giurisdizionale Centrale d’Appello, nr. 48/2015 A del 13.01.2015, Sezione Seconda Giurisdizionale Centrale d’Appello, nr. 789/2015 del 27.10.2015, nr. 256/2016 del 01.12.2015, nr. 706/2016 del 21.06.2016, Sezione Terza Giurisdizionale Centrale d’Appello n. 463/2016.

Ha anche richiamato la sentenza n. 1741/2013 della Sezione Terza del Consiglio di Stato, secondo cui se l’Amministrazione abbia ritenuto, nell’esercizio del suo potere discrezionale, di avvalersi ancora delle prestazioni lavorative del dipendente, la destituzione non può essere fatta decorrere dalla data di inizio della sospensione cautelare ma deve decorrere dalla data di adozione del provvedimento di destituzione.

Ha, infine, contestato l’assunto dell’Amministrazione - secondo il quale il ricorrente in forza del provvedimento di perdita del grado per rimozione avrebbe perso il diritto al trattamento pensionistico ordinario in quanto non avrebbe maturato i requisiti minimi contributivi previsti dall’art. 59 della Legge n. 449/1997 - sostenendo che al ricorrente si applica l’articolo 1 comma 27 lettera b) della Legge n. 335/1995 esteso ai militari in forza del D.Lgs. n. 165/1997, nonché l’art. 11 comma 16 della Legge n. 537/1993, norme speciali non espressamente né implicitamente abrogate dalla L. n. 449/1997 (e dalla Legge 537/93).

Il Reparto Tecnico Logistico Amministrativo Piemonte della Guardia di Finanza, costituito in giudizio con memoria datata 18.9.2017, allegando che la revoca del diritto al trattamento pensionistico provvisorio, originariamente acquisito dal signor X in forza dell'art. 52, comma 1° del D.P.R. 1092/1973 (cessazione dal servizio per infermità) per aver raggiunto l'anzianità contributiva ivi prevista (almeno 15 anni di servizio utile, di cui 12 di servizio effettivo), si è resa necessaria a seguito della modifica della causa di cessazione dal servizio di cui al provvedimento emesso dal Comando Interregionale dell'Italia Nord Occidentale della Guardia di Finanza in ossequio a quanto disposto dall'art. 867, 5° comma, del Decreto Legislativo 15 marzo 2010, n. 66. In proposito ha dedotto che la legge n. 335/1995, nel disciplinare "ex-novo" le ipotesi di accesso al diritto alla pensione, all'art. 1, comma 32, ha fatto salva l'applicazione delle previgenti disposizioni nei soli casi di cessazione dal servizio per invalidità (derivante o meno da causa di servizio), intendendosi abrogate le altre fattispecie di accesso ai trattamenti pensionistici, tra cui quella determinata dalla perdita del grado "per rimozione" (art. 53, 3° comma) che, al pari della cessazione per invalidità, richiedeva nella norma abrogata un'anzianità contributiva utile a pensione pari almeno a 20 anni di servizio effettivo.

In ordine ai motivi di ricorso il predetto Comando della Guardia di Finanza ha eccepito, preliminarmente, il difetto di legittimazione passiva in merito al recupero delle somme riguardante i ratei di pensione per un totale di Euro 134.636,49, erogati esclusivamente dall'I.N.P.S. nel periodo intercorrente dal 01/05/2013 al 30/06/2017. Ha richiamato gli artt. 20 e 37 della L. n. 599/1954, e gli artt. 867, comma 5° e 923, comma 5°, del D.Lgs. 15 marzo 2010, n. 66 ed ha dedotto che in applicazione di tali disposizioni e della determina di perdita del grado del 24 gennaio 2012, sancita in conseguenza della citata sentenza emessa da Tribunale di Milano in data 28 maggio 2010, divenuta irrevocabile dal 4 marzo 2011, l’Amministrazione ha revocato la pensione concessa in origine per infermità. Ha dedotto, ancora, che non sussiste la violazione dell’art. 21-bis della legge 241 del 1990 in quanto la materia delle sanzioni disciplinari militari è regolamentata da apposita normativa a carattere speciale. Infine ha dedotto che non può sostenersi il legittimo affidamento del pensionato in quanto “la pendenza del procedimento disciplinare, per fatti gravi, già all'atto della cessazione dal servizio, doveva far considerare all'interessato la possibilità del sopravvenire di provvedimenti incidenti sulla sua posizione di Stato e conseguentemente, in senso negativo, sul diritto al trattamento di pensione”.

In base alle deduzioni sopra sintetizzate il Comando della Guardia di Finanza ha chiesto il rigetto del ricorso.

L’INPS, costituito in giudizio con memoria depositata in data 13.10.2017, ha preliminarmente eccepito l'inammissibilità del ricorso deducendo che la domanda di accertamento del diritto a pensione per infermità proposta dal Galante è stata già oggetto di altro giudizio definito con sentenza nr. 606/2014, passata in giudicato.

L’Istituto previdenziale ha eccepito altresì la carenza di legittimazione passiva quale ordinatore secondario di spesa evidenziando che la competenza alla liquidazione dei trattamenti del personale della Guardia di Finanza è stata acquisita dall'Istituto solo per i pensionamenti decorrenti dall'1.1.2010 e nella fattispecie il pensionamento è avvenuto in data 22.9.2008.

Nel merito l’INPS, richiamando una favorevole pronuncia della sezione terza di appello, ha chiesto il rigetto del ricorso in quanto infondato.

In subordine l’INPS ha chiesto di essere garantito e manlevato dal Ministero della Finanze, effettivo liquidatore della posizione pensionistica del ricorrente, da ogni e qualsiasi effetto pregiudizievole eventualmente scaturente dal presente giudizio a suo carico ed ha spiegato azione di regresso nei confronti del medesimo Ministero per la restituzione di quanto l'Istituto sia condannato a pagare al ricorrente, con interessi e rivalutazione dal giorno del pagamento a quello del soddisfo.

Nella Camera di Consiglio del 17.10.2017 il difensore del ricorrente, nel rinunciare all’istanza di sospensiva, ha chiesto l’anticipo dell’udienza di discussione del merito e con ordinanza resa a verbale è stata disposta l’acquisizione della seguente documentazione istruttoria:

- copia dei provvedimenti di sospensione dal servizio disposti nei confronti del ricorrente;

- copia della sentenza penale emessa dal Tribunale di Milano in data 28.05.2010

- copia del verdetto di “non meritevolezza” al grado formulato dalla commissione di disciplina.

Acquisita la documentazione istruttoria di cui sopra, il difensore del ricorrente in data 6.12.2017 ha depositato memoria difensiva con cui nel richiamare la sentenza della Sezione Terza di appello n. 463/2016 che aveva riformato quella di primo grado invocata dalla Guardia di Finanza e che in ordine alla non applicabilità dell’art. 21-bis della legge 241/1990 ha comunque interpretato l’art. 37 della L. n. 599 del 1954 nel senso che la rimozione del grado non può retroagire se al momento della cessazione del servizio per infermità non era stato avviato il procedimento disciplinare, ha dedotto che l’amministrazione della Finanza ha totalmente ignorato che il ricorrente dopo la sospensione precauzionale dall'impiego, in data 20.12.2006, era stato riammesso in servizio fino alla data del congedo. La difesa del ricorrente, ribadendo le argomentazioni difensive contenute nello scritto introduttivo, ha confermato le conclusioni ivi rassegnate.

All’udienza del 19.12.2017, l’avv. Pierpaolo De Vizio per il ricorrente si è riportato al contenuto ed alle conclusioni degli atti scritti insistendo per l’accoglimento del ricorso. Il Luogotenente Donato Pascazio per la Guardia di Finanza e l’avv. Giuseppe Borrelli per l’INPS si sono a loro volta riportati alle memorie in atti insistendo per il rigetto del gravame. Il giudizio è stato definito, come da dispositivo, letto nella stessa udienza, di seguito trascritto.

DIRITTO

Il giudizio all’odierno esame verte sul diritto o meno per il sig. X, ex sottufficiale della Guardia di Finanza, di mantenere la pensione ordinaria liquidata all’atto della cessazione dal servizio per infermità, nonostante la causa di cessazione, a seguito di successivo provvedimento di stato, sia stata mutata per perdita del grado. La revoca del trattamento a suo tempo concesso per accertata infermità viene, infatti, motivata dalla Guardia di Finanza, per il fatto che il ricorrente, successivamente incorso nella perdita del grado a decorrere retroattivamente dalla cessazione dal servizio, a tale data non era in possesso dei requisiti minimi contributivi ed anagrafici per la pensione di anzianità.

Preliminarmente deve esser disattesa l’eccezione di precedente giudicato sollevata dall’INPS.

Come chiarito nella parte in fatto la questione circa il diritto a conservare il trattamento di pensione originariamente concesso a seguito della cessazione per infermità non è stata mai delibata in sede giurisdizionale nonostante il sig. X l’avesse già sollevata nell’ambito del giudizio definito con la sentenza n. 604/2014.

In tale evenienza, come anche chiarito dalla sentenza n. 107/2017 della sezione di appello, non può essersi formato alcun giudicato circa una questione la cui delibazione è stata omessa nel precedente giudizio e pertanto la stessa uò essere validamente riproposta in un successivo giudizio.

Ciò premesso sotto il profilo processuale occorre puntualizzare in punto di fatto che:

- il sig. X, già Brigadiere della Guardia di Finanza, a seguito dell’applicazione della custodia cautelare in carcere (poi agli arresti domiciliari) per fatti di rilevanza penale, è stato sospeso precauzionalmente dal servizio, a mente dell’art. 20, comma 2, della legge n. 599/1954, dal 20 settembre 2006 al 19 dicembre 2006 ed è stato riammesso in servizio dal 20 dicembre 2006;

- il X è cessato dal servizio permanente per infermità e collocato in congedo assoluto a decorrere dal 22 settembre 2008;

- con sentenza in data 28.5.2010 (irrevocabile dal 4.3.2011) il GUP del Tribunale di Milano ha dichiarato ex art. 129 cpp il non luogo a procedere per alcuni fatti indicati nei capi di imputazione per i reati di concorso in associazione a delinquere e di rivelazione di notizie d’ufficio (art. 326, co. 1 e 3 cp) ed ha applicato, ex art. 444 cpp, per altri fatti riguardanti i predetti reati ed anche il reato di corruzione (art. 319 cp) la pena complessiva di due anni di reclusione con declaratoria di sospensione condizionale della stessa;

- a seguito di inchiesta formale avviata in data 30.6.2011 dal Comandante Regionale Piemonte della Guardia di Finanza, la Commissione di Disciplina con verbale del 18.11.2011 esprimeva il giudizio che il Brigadiere in congedo assoluto per riforma, XX, non è meritevole di conservare il grado ed il Comandante Interregionale dell’Italia Nord Occidentale della Guardia di Finanza con provvedimento del 24.1.2012 determinava la perdita del grado per rimozione a decorrere dal 22 settembre 2008 intendendosi così modificata la causa di cessazione dal servizio.

Ciò puntualizzato in punto di fatto la questione dirimente ai fini del presente giudizio riguarda, quindi, la rilevanza, anche a fini pensionistici, della sanzione di stato della perdita del grado e la retroattività della stessa.

Circa la normativa applicabile al caso di specie occorre evidenziare che pur se il provvedimento di stato richiama l’art. 867, co. 5, del D. Lgs. n. 66 del 2010 l’applicazione di tale codice dell’ordinamento militare agli appartenenti al corpo della Guardia di Finanza è stato escluso dalla più recente giurisprudenza del Consiglio di Stato.

Questa, proprio in un caso analogo a quello all’esame odierno in cui il sottufficiale era cessato dal servizio per infermità e poi era stato interessato da un provvedimento di perdita del grado con effetto retroattivo, si è espressa nel senso che nel sistema normativo della Guardia di Finanza, in relazione a quanto previsto dell’art. 1, c. 2 e dell’art. 2136 del COM (D. Lgs. n. 66/2010), vige tuttora la legge n. 260/1957 nella sua interezza, con tutte le sparse norme alle quale effettua un rinvio recettizio, compresa quindi la l. 599/1994 osservando poi che fin quando il legislatore, con le cautele del caso, vorrà estendere tutti gli istituti della disciplina militare pure alla GDF, restano ferme le norme disciplinari tuttora vigenti per detto Corpo e non altrimenti in modo espresso eterointegrate o rese compatibili con quelle del COM e, di conseguenza, senza possibilità di applicazioni analogiche fuori contesto, in particolar modo laddove già l’ordinamento di settore sia autosufficiente e, a più forte ragione, qualora si vogliano estendere in via analogica disposizioni sanzionatorie non specificamente previste in modo retroattivo a fatti da lungo tempo definiti ad altro titolo (cfr. sentenza Sez. IV^, sent. n. 1279 del 2017).

Ciò premesso deve, peraltro osservarsi che la disciplina contenuta nella legge 599/1954 e nel COM (D. Lgs. n. 66/2010) è sostanzialmente simile.

L’art. 37 della legge 599/1954 stabilisce che “Il sottufficiale, nei cui riguardi si verifichi una delle cause di cessazione dal servizio permanente previste dal presente capo, cessa dal servizio anche se si trovi sottoposto a procedimento penale o disciplinare. Qualora il procedimento si concluda con una sentenza o con un giudizio di Commissione di disciplina che importi la perdita del grado, la cessazione del sottufficiale dal servizio permanente si considera avvenuta, ad ogni effetto, per tale causa e con la medesima decorrenza con la quale era stata disposta”.

Tale disposizione risulta riproposta dall’art. 867, comma 5, del D. Lgs. n. 66/2010 a mente del quale “La perdita del grado decorre dalla data di cessazione dal servizio, ovvero, ai soli fini giuridici, dalla data di applicazione della sospensione precauzionale, se sotto tale data, risulta pendente un procedimento penale o disciplinare che si conclude successivamente con la perdita del grado…”.

In entrambi i testi normativi la retroattività degli effetti del provvedimento di stato si collega alla pendenza di un procedimento penale o di uno disciplinare all’epoca della cessazione per infermità, successivamente conclusosi con la perdita del grado.

A mente dell’art. 60 della legge 599/1954 la perdita del grado è conseguente, per quel che interessa in questa sede, alla condanna in sede penale per delitto non colposo, tranne che si tratti dei delitti di cui agli artt. 396 e 399 del Codice penale comune, quando la condanna importi l'interdizione temporanea dai pubblici uffici, oppure una delle altre pene accessorie previste ai nn. 2 e 5 del primo comma dell'art. 19 di detto Codice penale.

La suddetta disposizione è stata poi puntualmente riprodotta nell’art. 866, 1° comma, del d.lgs. n. 66 del 2010, statuente che “…la condanna per delitto non colposo che comporti la pena accessoria della rimozione o della interdizione temporanea dai pubblici uffici, oppure una delle pene accessorie di cui all’art. 19, comma 1, nn. 2) e 6) del c.p. (…)” era a comportare “La perdita del grado, senza giudizio disciplinare…” (norma dichiarata incostituzionale dalla Consulta, unitamente agli artt. 867, 3° comma, e 923, 1° comma, con sent. n. 268, del 15 dicembre 2016, nella parte in cui non prevedevano l’instaurarsi del procedimento disciplinare per la cessazione dal servizio per perdita di grado conseguente alla pena accessoria della interdizione temporanea dai pubblici uffici).

Nelle disposizioni su richiamate (così come identicamente in quelle contenute nel Codice dell’ordinamento militare, ma non di rilievo per l’ipotesi a processo) vengono espressamente individuati i casi e i presupposti condizionanti la retroattività, della perdita del grado per rimozione, al momento in cui si è verificata la diversa causa di cessazione dal servizio. E invero a tali fini è necessario, in termini imprescindibili, che il sottufficiale all’atto della cessazione dal servizio permanente sia sottoposto “…a procedimento penale o disciplinare”; tale condizione necessaria non era tuttavia sufficiente, atteso che era altresì indispensabile che il procedimento si fosse concluso “…con una sentenza o con un giudizio di Commissione di disciplina che importi la perdita del grado…”.

In sostanza, le disposizioni disciplinari della legge n. 599 del 1954 (come anche quelle contenute nel d.lgs. n. 66 del 2010) prevedevano che potessero retroagire le sole conseguenze di un procedimento penale o disciplinare già in essere alla data del congedo per infermità, non quelle derivanti da un procedimento successivamente instaurato. Invero, ove il procedimento, penale o disciplinare, pendente all’atto della cessazione dal servizio permanente si concludeva con la perdita del grado per rimozione, la stessa proprio perché riconducibile a un procedimento già aperto all’atto del congedo, doveva retroagire a tale momento. Cosicché, la causa del congedo era l’effetto immediato e diretto della perdita del grado per rimozione, con novazione del titolo della cessazione dal servizio, da congedo assoluto per infermità a perdita del grado.

Nel caso di specie il Brigadiere X all’epoca del collocamento in congedo per infermità, avvenuto con decorrenza settembre 2008, non era sottoposto a procedimento disciplinare e nei suoi confronti non emerge nemmeno con certezza che fosse stata già esercitata l’azione penale.

Il GIP del Tribunale penale di Milano applicava, a mente dell’art. 444 c.p.p., la pena complessiva di anni due di reclusione (in tale sede sospesa) in ordine ai reati ascrittigli.

In tale sentenza non è stata adottata alcuna interdizione temporanea dai pubblici uffici e nessuna altra pena accessoria siccome prevista ai nn. 2 e 5 del 1° comma, dell’art. 19 del c.p.

La perdita del grado è discesa, pertanto, dal procedimento disciplinare avviato nel corso del 2011, successivamente alla cessazione dal servizio permanente, e conclusosi con la determina del 2012 di rimozione, retroattiva al settembre 2008: per cui, la fattispecie di causa non era a rientrare in quella astratta delineata dal legislatore (a qualsiasi disciplina regolamentare si fosse fatto riferimento).

Inoltre non può non evidenziarsi che l’art 117 del d.P.R. n. 3, del 10 gennaio 1957, pur stabilendo che “…il procedimento disciplinare non poteva esser promosso fino al termine di quello penale e, se già iniziato, deve essere sospeso” non ea di ostacolo all’inizio del procedimento disciplinare posto che l’interpretazione di tale norma già all’epoca della sospensione precauzionale dal servizio era nel senso che il divieto di iniziare il procedimento disciplinare sussistesse solo nell’ipotesi in cui fosse stata già avviata l’azione penale (cfr. da ultimo CdS Ad. Pl. sent. n.1/2009).

Sicchè all’Amministrazione di appartenenza del dipendente non era impedito di attivare già all’epoca degli arresti il procedimento disciplinare, da sospendere nel momento in cui avrebbe acquisito contezza dell’esercizio dell’azione penale a carico del X.

Senonché l’amministrazione non solo non ha iniziato alcun procedimento disciplinare nell’immediatezza dei fatti di rilevanza penale che hanno determinato la misura cautelare personale a carico del ricorrente ma lo ha persino riammesso in servizio al termine della misura cautelare e mantenuto tale per circa altri due anni fino alla cassazione per infermità.

Alla luce di tale circostanze deve ritenersi che non possa darsi corso, ai meri fini di quiescenza, alla retroattività della perdita del grado per rimozione alla data del settembre 2008, poiché non ricorrenti a tale epoca i due requisiti (sottoposizione del Sottufficiale “…a procedimento penale o disciplinare” e conclusione degli stessi “…con una sentenza o con un giudizio di Commissione di disciplina che importi la perdita del grado…”) previsti dalla disciplina sora esposta, come interpretata dalla condisa giurisprudenza delle Sezioni Centrali di Appello (nello stesso senso si veda: Corte dei conti, Sez. 3^ di app., n. 527 del 8 novembre 2017, n. 463, del 03 ottobre 2016, Sez. 2^ centr., n. 1371, del 21 dicembre 2016, n. 706, del 06 luglio 2016, id. nn. 256, 257, 258, 259 del 10 marzo 2016, n. 789).

Alla luce di quanto fin qui considerato va riconosciuto il diritto del sig. XX alla conservazione del trattamento di pensione ordinario liquidato a seguito della cessazione dal servizio per infermità.

Deve dichiarsi, di conseguenza, che l’importo richiesto in restituzione dall’INPS con riguardo ai ratei pensionistici erogati dall’1.5.2013 al 30.6.2017, per l’importo di €. 134.636,49, non costituisce indebito pensionistico da recuperare.

Le altre eccezioni e la domanda di regresso sollevate dall’INPS devono essere disattese perché in contrasto con il diritto alla pensione per infermità riconosciuta in capo al ricorrente.

Considerata, comunque, la giurisprudenza non pienamente univoca, in ordine all’oggetto della controversia sussistono i motivi per la compensazione delle spese di lite tra le parti.

PER QUESTI MOTIVI

la Sezione Giurisdizionale della Corte dei Conti per la Regione Puglia, in composizione monocratica, definitivamente pronunciando in ordine al giudizio n. 33571:

- riconosce il diritto del sig. XX alla conservazione del trattamento di pensione ordinario liquidato a seguito della cessazione dal servizio per infermità;

- dichiara, di conseguenza, che l’importo richiesto in restituzione dall’INPS con riguardo ai ratei pensionistici erogati dall’1.5.2013 al 30.6.2017 per l’importo di €. 134.636,49 non costituisce indebito pensionistico da recuperare.

Spese compensate.

Fissa il termine di 60 giorni per il deposito della sentenza.

Così deciso, in Bari, all'esito della pubblica udienza del 19 dicembre 2017.

IL GIUDICE

F.to (Pasquale Daddabbo)



Il Giudice, ravvisati gli estremi per l’applicazione dell’art. 52 del D.Lgs. 30.6.2003, n.196

DISPONE

che a cura della Segreteria venga apposta l’annotazione di cui al comma 3 di detto art. 52 nei riguardi del ricorrente e degli eventuali dante ed aventi causa.

IL GIUDICE

F.to (Pasquale Daddabbo)

Depositata in Segreteria il 09/01/2018

Il Funzionario di Cancelleria

F.to (dott. Pasquale ARBORE)



In esecuzione del provvedimento del G.U.P., ai sensi dell’art.52, del decreto legislativo 30 giugno 2003, n.196, in caso di diffusione, omettere le generalità e gli altri dati identificativi del ricorrente e degli eventuali dante ed aventi causa.

Bari, 09/01/2018

Il Funzionario di Cancelleria

F.to (dott. Pasquale ARBORE)
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Re: Corte dei Conti, varie loc., per problemi pensionistici

Messaggioda panorama » mer gen 10, 2018 6:38 pm

personale della Guardia di Finanza,

facendo riferimento alla suindicata sentenza, ecco qui sotto alcuni brani.

------------------------------------------------------------------------------------------

1) - Circa la normativa applicabile al caso di specie occorre evidenziare che pur se il provvedimento di stato richiama l’art. 867, co. 5, del D. Lgs. n. 66 del 2010 l’applicazione di tale codice dell’ordinamento militare agli appartenenti al corpo della Guardia di Finanza è stato escluso dalla più recente giurisprudenza del Consiglio di Stato.

2) - Questa, proprio in un caso analogo a quello all’esame odierno in cui il sottufficiale era cessato dal servizio per infermità e poi era stato interessato da un provvedimento di perdita del grado con effetto retroattivo, si è espressa nel senso che nel sistema normativo della Guardia di Finanza, in relazione a quanto previsto dell’art. 1, c. 2 e dell’art. 2136 del COM (D. Lgs. n. 66/2010), vige tuttora la legge n. 260/1957 nella sua interezza, con tutte le sparse norme alle quale effettua un rinvio recettizio, compresa quindi la l. 599/1994 osservando poi che fin quando il legislatore, con le cautele del caso, vorrà estendere tutti gli istituti della disciplina militare pure alla GDF, restano ferme le norme disciplinari tuttora vigenti per detto Corpo e non altrimenti in modo espresso eterointegrate o rese compatibili con quelle del COM e, di conseguenza, senza possibilità di applicazioni analogiche fuori contesto, in particolar modo laddove già l’ordinamento di settore sia autosufficiente e, a più forte ragione, qualora si vogliano estendere in via analogica disposizioni sanzionatorie non specificamente previste in modo retroattivo a fatti da lungo tempo definiti ad altro titolo (cfr. sentenza Sez. IV^, sent. n. 1279 del 2017).

3) - Nel caso di specie il Brigadiere X all’epoca del collocamento in congedo per infermità, avvenuto con decorrenza settembre 2008, non era sottoposto a procedimento disciplinare e nei suoi confronti non emerge nemmeno con certezza che fosse stata già esercitata l’azione penale.

4) - Senonché l’amministrazione non solo non ha iniziato alcun procedimento disciplinare nell’immediatezza dei fatti di rilevanza penale che hanno determinato la misura cautelare personale a carico del ricorrente ma lo ha persino riammesso in servizio al termine della misura cautelare e mantenuto tale per circa altri due anni fino alla cassazione per infermità.
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Re: Corte dei Conti, varie loc., per problemi pensionistici

Messaggioda naturopata » gio gen 11, 2018 4:01 pm

Repubblica Italiana

In nome del popolo italiano

La Corte dei Conti

Sezione Giurisdizionale d’Appello per la Regione Siciliana

composta dai magistrati:

dott. GIOVANNI COPPOLA Presidente

dott. VINCENZO LO PRESTI Consigliere

dott. TOMMASO BRANCATO Consigliere-relatore

dott. VALTER DEL ROSARIO Consigliere

dott. GUIDO PETRIGNI Consigliere

ha pronunziato la seguente

SENTENZA n. 2 /A/2018

nel giudizio d’appello in materia pensionistica iscritto al n. 5767/P del registro di segreteria, promosso dal Procuratore Generale presso la Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Regione siciliana nei confronti di:

G. D. F., nato a Omissis il Omissis, rappresentato e difeso dall’avvocato Francesco Micali ed elettivamente domiciliato in Palermo, via Notarbartolo n. 49, presso lo studio dell’avvocato Rosaria Petrolà;

Ministero della difesa, in persona del Ministro p.t., rappresentato e difeso da sé stesso a mezzo del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri- Centro Nazionale Amministrativo-, legalmente domiciliato in Chieti Scalo, viale Benedetto Croce n. 154;

I.N.P.S., con sede in Roma, via Ciro il Grande n. 21, in persona del legale rappresentante pro-tempore, rappresentato e difeso dall’avvocato Tiziana Giovanna Norrito, elettivamente domiciliato in Palermo, via Laurana n.59;

avverso la sentenza n.70/2017, emessa dalla Sezione Giurisdizionale della Corte dei Conti per la Regione siciliana in data 3 ottobre 2016, depositata il 30 gennaio 2017, pubblicata in data 1 febbraio 2017;

visti tutti gli atti e documenti di causa;

uditi nella pubblica udienza del 19 settembre 2017 il relatore, consigliere Tommaso Brancato, il Pubblico Ministero, nella persona del Vice Procuratore Generale Pino Zingale, nonché l’avvocato Grazia Dallara, delegata dall’avvocato Francesco Micali, difensore d’appellato G. D. F., e l’avvocato Tiziana Giovanna Norrito, in rappresentanza dell’I.N.P.S..

FATTO

Con sentenza n. 70/2017, il Giudice Unico delle pensioni accoglieva il ricorso proposto da G. D. F. -già appuntato de Carabinieri collocato in congedo dall’1 marzo 2006- avverso il provvedimento con il quale il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri aveva disposto, a seguito della perdita del grado come causa di cessazione del servizio, la revoca del trattamento pensionistico per carenza del requisito dell’anzianità minima, nonché avverso i provvedimenti dell’INPDAP (oggi INPS) di revoca della pensione e di recupero delle somme indebitamente corrisposte.

In particolare, il primo Giudice affermava l’illegittimità dell’interruzione dell’erogazione della pensione e della procedura di recupero dei ratei nel frattempo percepiti, per l’asserita violazione della disciplina contenuta negli artt. da 203 a 206 del DPR n. 1092/1973.

Avverso tale sentenza, preponeva appello, ai sensi dell’art. 171 del Codice di giustizia contabile, approvato con decreto legislativo 26 agosto 2016, n. 174, la Procura Generale presso la Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Regione siciliana.

Con l’atto di appello, il PM esponeva i fatti in questi termini:

il Centro Nazionale Amministrativo del Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, con atto n. 1366 dell’11 aprile 2006, attribuiva al G. D. F., posto in congedo per riforma a decorrere dall’1 marzo 2006, il trattamento di quiescenza a titolo provvisorio a decorrere dal mese di giugno 2006, in ragione del possesso dei requisiti minimi di anzianità (almeno di 20 anni di servizio effettivo) previsti dalla normativa vigente per l’accesso al trattamento di pensione nei casi di cessazione dal servizio per inabilità fisica;

la Procura della Repubblica di Verona, in data 5 luglio 2004, esercitava l’azione penale nei confronti del menzionato militare per il reato di ricettazione;

il procedimento penale veniva definito con sentenza n. 43/2006, del 24 marzo 2006, con la quale il G. D. F. veniva condannato alla pena di mesi 4 di reclusione ed euro 200 di multa;

in seguito a tale condanna, l’Amministrazione, con decreto n. 222985/D-5-18 del 2 febbraio 2008, disponeva, con decorrenza dall’1 marzo 2006, la sanzione della perdita del grado per rimozione a causa di motivi disciplinari e la cessazione dal servizio permanente;

il Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri applicava alla fattispecie le disposizioni dettate dall’art. 37 della legge n. 599/1954 e, in conseguenza, considerava, come titolo di cessazione dal servizio, a tutti gli effetti, “la perdita del grado per rimozione per motivi disciplinari” (susseguente al comportamento illecito tenuto dal G. D. F., accertato con sentenza penale definitiva di condanna);

l’INPDAP, con nota n. 48001/cont. del 16 ottobre 2008, comunicava all’interessato la revoca della pensione provvisoria e, successivamente, emetteva ingiunzione per il recupero dei ratei, in ragione della perdita del diritto al trattamento di pensione per carenza dell’anzianità minima di servizio.

Avverso i provvedimenti n. 222985LX/1-3PBN, datato 7 marzo 2008, del Comando dei Carabinieri di comunicazione di interruzione del trattamento pensionistico e n. 48001/cont, datato 16 ottobre 2008, dell’I.N.P.S. di revoca della pensione e di recupero dei ratei, il G. D. F. proponeva ricorso alla Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Regione siciliana chiedendone l’annullamento, in quanto ritenuti lesivi dei propri diritti a causa dell’asserita erronea valutazione degli elementi sui quali le competenti Amministrazioni avevano fondato il negativo convincimento.

Eccepiva, al riguardo, l’inefficacia retroattiva di tutti gli atti impugnati, anche alla luce dell’avvenuto collocamento a riposo per inidoneità al servizio di istituto.

Il Giudice di primo grado con sentenza n. 70/2017 del 30 gennaio 2017, accoglieva il ricorso nella considerazione dell’asserita violazione della disciplina contenuta negli artt. da 203 a 206 del DPR n. 1092/1973.

Il PM, col ricorso nell’interesse della legge in trattazione, deduceva l’errore commesso dal primo Giudice nel far riferimento agli articoli 203-206 del DPR n. 1092/1973, in quanto le disposizioni in questione concernevano i provvedimenti definitivi del trattamento di quiescenza e non erano applicabili a quelli provvisori.

La Procura Generale, pertanto, evidenziava il contrasto tra le conclusioni a cui era pervenuto il Giudice di primo grado e il sistema normativo di riferimento ed i relativi consolidati indirizzi giurisprudenziali in materia.

Al riguardo, il PM sosteneva la piena legittimità dei provvedimenti di revoca e di recupero delle somme, adottati ai sensi dell’art. 60, n. 6 e del combinato disposto degli artt. 37 e 61 della legge n. 599/1954, il cui contenuto era stato sostanzialmente riprodotto dall’art. 923 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66.

In tale contesto, ad avviso della Procura appellante, al fine di accertare la sussistenza del diritto del De Francesco al trattamento di pensione era necessario far riferimento all’art. 6 del decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 165 e all’art. 59, commi 6 e ss., della legge 27 dicembre 1997, n, 449, vigente alla data dell’1 marzo 2006 per i casi di cessazione anticipata dal servizio diversi dal collocamento in congedo per inabilità fisica (tra cui la perdita del grado per rimozione per motivi disciplinari).

Tali disposizioni, infatti, avevano introdotto, a partire dall’1 gennaio 1998 (data in cui terminava la fase transitoria disciplinata dall’art. 1, commi 25, 26, 27 e 29 della legge n. 335/1995), requisiti anagrafici e di anzianità di servizio più gravosi rispetto a quelli precedentemente in vigore.

In particolare, sulla base di tali disposizioni, per poter conseguire la pensione, il G. D. F. avrebbe dovuto essere in possesso alternativamente:

a) di un’anzianità di servizio utile di anni 38, a prescindere dall’età anagrafica;

b) di un’anzianità di servizio di anni 35 unitamente ad un’età di almeno 57 anni;

c) della massima anzianità contributiva prevista dall’ordinamento di appartenenza…..unitamente ad un’età di almeno 52 anni (tabella B, allagata al d.lgs. n. 165/1997, come sostituita dall’art. 59, comma 12, della legge n. 449/1997).

Il PM evidenziava che il G. D. F. non era in possesso di alcuno dei requisiti sopra specificati e, di conseguenza, non poteva fruire di alcun trattamento di pensione.

In ordine al provvedimento di recupero dei ratei, il PM ha escluso la possibilità di ipotizzare la buona fede, in quanto l’interessato era consapevole della pendenza a suo carico del procedimento penale comportante la possibilità di declaratoria di cessazione dal servizio “per perdita del grado per rimozione” (ai sensi del combinato disposto dell’art. 60, n. 6 e dell’art. 37 della legge n. 599/1954).

Concludeva, pertanto, con la richiesta di annullamento dell’impugnata sentenza n. 70/2017 e conseguente rigetto di tutti i motivi di ricorso proposto dall’appuntato G. D. F. avverso i provvedimenti dell’Amministrazione.

In data 23 febbraio 2017, la medesima Procura generale depositava una memoria, nella quale esponeva dettagliatamente, in punto di fatto e di diritto, i motivi che avrebbero legittimato, nel caso in esame, il ricorso del PM in materia pensionistica, ai sensi dell’art. 171 del codice di giustizia contabile.

Con memoria depositata il 28 luglio 2017, si costituiva il G. D. F., chiedendo la conferma dell’impugnata sentenza.

L’INPS si costituiva con atto depositato il 23 agosto 2017, chiedendo l’accoglimento dell’appello proposto dalla Procura Generale.

In data 8 settembre 2017, il Ministero della difesa proponeva intervento adesivo all’appello del Procuratore generale, richiamandone integralmente i motivi.

Insisteva sulla censura relativa all’errata applicazione degli articoli 203 e seguenti del DPR 1092 del 1973. Per il resto, richiamando la vigente normativa, concludeva sostenendo che il G. D. F., dopo la condanna penale passata in giudicato, non aveva alcun diritto alla conservazione del trattamento di quiescenza.

Alla pubblica udienza del 19 settembre 2017, le parti intervenute hanno esposto il contenuto degli atti scritti, insistendo sulle rispettive posizioni processuali.

Ritenuto in

DIRITTO

Come evidenziato nell’esposizione del fatto, il presente giudizio è stato proposto “nell’interesse della legge” -ai sensi dell’articolo 171 del decreto legislativo 26 agosto 2016, n. 174 (Codice di giustizia contabile)- dalla Procura Generale avverso la sentenza n. 70/2017, con la quale il Giudice unico delle pensioni ha accolto il ricorso proposto da D. F. G., già appuntato dell’Arma dei Carabinieri, riconoscendo il diritto dello stesso al mantenimento del trattamento di pensione, revocato dalla competente Amministrazione a seguito della perdita del grado disposta per effetto della condanna penale riportata.

Preliminarmente, anche ai fini della verifica dell’effettiva ammissibilità dell’azione introduttiva del presente procedimento, appare opportuno procedere ad una sintetica ricostruzione normativa dell’istituto del “ricorso nell’interesse della legge” nello specifico ambito del processo pensionistico innanzi alla Corte dei conti.

L’istituto era già previsto dal Regio Decreto n. 1038 del 1933, che all’art. 76 recitava: “…il procuratore generale può ricorrere quando sia leso l’interesse dell’erario. Quant’egli ricorra in via principale, il termine per il deposito del ricorso decorre dalla data di registrazione alla corte dei conti del decreto di concessione di pensione, assegno o indennità….”.

Questo specifico potere del Procuratore Generale, così come affermato dalle Sezioni riunite della Corte dei conti nella sentenza n. 15/QM/2003, era ontologicamente connesso “…alla funzione liquidatrice della pensione originariamente attribuita all’Istituto e quindi all’esercizio, sia pure in via neutrale, di attività amministrativa da parte della Corte dei conti. Su queste funzioni istituzionali, nonché sulle ipotesi della natura del pubblico ministero in genere, suggerite dalle origini storiche del suo ufficio, si fondava la tesi che vedeva nel Procuratore Generale un sostituto processuale dell’Amministrazione, in quanto sia nella veste di controparte necessaria, sia in quella di attore principale, sia in quella di interveniente necessario, faceva valere formalmente, in nome proprio interessi sostanzialmente appartenenti alle Pubbliche Amministrazioni, nei confronti delle quali le decisioni adottate dal giudice erano destinate a dispiegare i loro effetti. Questa concezione, peraltro, era venuta meno dopo la introduzione della Costituzione repubblicana, che ha esaltato la funzione magistratuale del Pubblico Ministero ed il suo agire nell’interesse dell’ordinamento. In ogni caso, nel previgente giudizio pensionistico erano attribuiti al Procuratore Generale imprescindibili poteri istruttori e di impulso processuale, ai quali era raccordato il potere conferito dall’art. 76 del R.D. n. 1038/1933 di ricorrere in via principale. Va notato, tra l’altro, che l’art. 76 stabiliva il dies a quo per ricorrere nella data di registrazione alla Corte dei conti del decreto concessivo di pensione o di altra indennità, fatto non più verificabile, state le modifiche della funzione di controllo attribuite alla Corte dei conti….”

La successiva normativa, in particolare, l’art. 6, comma 6, del decreto legge n. 453/1993, convertito nella legge n. 19/1994, ha affermato testualmente “…..sono abrogate le disposizioni che prevedono e disciplinano le conclusioni e l’intervento del Procuratore generale nei giudizi in materia di pensioni civili, militari e di guerra, è fatto salvo il potere dello stesso di ricorrere in via principale nell’interesse della legge”.

Questa disposizione è stata oggetto di approfondito esame da parte delle Sezioni riunite di questa Corte dei conti, le quali, con la sentenza sopra richiamata n. 15/QM/2003, hanno, tra l’altro, affermato che:

a) l’art. 76 del R.D. n. 1038/1933, come tutte le altre norme del regolamento di procedura che disciplinano poteri ed attribuzioni del pubblico ministero nel processo pensionistico, è stato abrogato dall’art. 6 della legge n. 19/1994;

b) nel processo pensionistico conseguente alla riforma recata dalla legge n. 19/1994 e dalle successive modificazioni, il potere di ricorrere nell’interesse della legge è attributo al Pubblico Ministero al fine di tutelare l’interesse oggettivo alla realizzazione dell’ordinamento giuridico (interesse diverso ed quello delle parti sostanziali del processo pensionistico) e così ottenere la interpretazione uniforme della legge e impedire la violazione di principi di diritto;

c) il potere di ricorrere nell’interesse della legge è intestato al Procuratore Regionale incardinato presso la Sezione territorialmente competente a giudicare e, nei gradi successivi, al Procuratore Generale, al quale spettava, in via esclusiva, il potere di promuovere questioni di massima.

Con l’entrata in vigore del decreto legislativo n. 174 del 2016, l’art. 6, comma 6, del decreto legge n. 453/93, convertito in legge n. 19/1994, è stato espressamente abrogato dall’art. 4, lettera d, dell’allegato 3 al codice medesimo.

L’art. 171 del citato decreto legislativo, in termini sostanzialmente diversi dalle precedente normativa in materia di ricorso nell’interesse della legge, ha previsto che “ … in materia pensionistica il Pubblico Ministero può ricorrere in via principale innanzi alle Sezioni giurisdizionali di appello al fine di tutelare l’interesse oggettivo alla realizzazione dell’ordinamento giuridico, impedire la violazione della legge nell’applicazione di principi di diritto e ottenerne l’interpretazione uniforme”.

Dal tenore letterale della normativa in materia di ricorso nell’interesse della legge, si desume che l’istituto, nei termini con cui è stato disciplinato dall’art. 171 c.g.c., ha assunto un contenuto innovativo rispetto al precedente regime, per ultimo disciplinato dall’art. 6, comma 6, del d.l. n. 453/1993, convertito nella legge n. 19/1994.

Fatta questa premessa di ordine generale, diverse sono le questioni che appaiono meritevoli di essere approfondite, alla luce delle prospettazioni svolte, in questo giudizio, dalla Procura Generale.

In primo luogo, giova osservare che il Pubblico Ministero, nell’ipotesi in questione, non agisce nel processo contabile a tutela di un interesse concreto, corrispondente a specifiche articolazioni della pubblica amministrazione, ma estrinseca, invece, una esigenza di tutela dell’interesse alla attuazione dalla esatta applicazione della legge, nonché alla realizzazione dell’ordinamento giuridico, rispetto al quale non appare ragionevolmente possibile individuare un titolare.

Inoltre, per tali fini, la sua presenza nel giudizio consente al Giudice di provvedere al di là della domanda e delle difese delle parti interessate (ampliando, di tal guisa, l’ambito di cognizione delimitato dalle domande e dalle eccezioni delle parti).

In queste ipotesi, infatti, il Pubblico Ministero è solo parte processuale e non sostanziale, stante la sua estraneità al rapporto pensionistico dedotto in giudizio.

Ciò premesso, come rilevato dalla Procura Generale nel proprio atto di appello, si pongono diverse questioni di carattere generale, che il Collegio giudicante deve esaminare in via preliminare.

In primo luogo, occorre stabilire a quale ufficio del PM compete la legittimazione attiva per la proposizione del ricorso nell’interesse della legge.

Al riguardo, si osserva che il tenore letterale dell’articolo 171, che indica genericamente quale titolare del potere di impugnazione il Pubblico Ministero e non più il Procuratore Generale, lascia intendere che la legittimazione attiva spetti sia al Procuratore regionale sia al Procuratore generale.

È del tutto evidente che questa conclusione va correlata con l’osservazione che -svolgendosi, adesso, il relativo processo davanti le Sezioni giurisdizionali d’Appello, indipendente dall’ufficio che propone il ricorso (Procuratore Regionale ovvero Procuratore Generale) - lo ius postulandi spetta, in ogni caso, al PM incardinato presso il Giudicante e, quindi, al solo Procuratore Generale.

Va, quindi esaminata la questione dell’ammissibilità dell’appello del Procuratore Generale avverso una sentenza pensionistica di primo grado.

In passato, la disposizione abrogata prevedeva che la possibilità di promuovere il ricorso nell’interesse della legge avverso i provvedimenti di concessione della pensione adottati dalla competente Amministrazione.

Al riguardo, si osserva che il ricorso, nei termini disciplinati dall’art. 171 C.G.C., è inserito nel Capo V della parte IV espressamente intestato “Appello”.

E, in questo senso, il ricorso nell’interesse della legge, proposto dal Procuratore Generale avverso una sentenza di primo grado, deve ritenersi pienamente ammissibile.

Nella fattispecie in esame non si pone neanche la questione dei termini temporali entro i quali il PM debba promuovere l’appello, considerato che l’impugnativa risulta presentata in data 22 febbraio 2017, subito dopo la pubblicazione della sentenza di primo grado, pubblicata l’1 febbraio 2017.

Resta, ancora, da affrontare l’ulteriore questione sollevata dal Procuratore Generale in ordine agli effetti processuali delle sentenze pronunciate all’esito dell’appello promosso ai sensi dell’art. 171 del c.g.c. e, cioè, se la sentenza sia destinata ad incidere sulla fattispecie concreta dedotta nel giudizio d’appello, ovvero, se invece debba limitarsi ad una mera affermazione del principio di diritto in funzione “nomofilattica”.

Questa seconda soluzione deve escludersi, considerato che la funzione nomofilattica, già attribuita alle Sezioni riunite della Corte dei conti in forza dell’art. 1, comma 7, del decreto legge n. 453 del 1993, convertito in legge n. 19 del 1994, ha trovato conferma nell’art. 11 del c.g.c..

Pertanto, questa funzione, nell’ordinamento della giustizia contabile, resta riservata alle sole Sezioni riunite della Corte dei conti.

In conseguenza, gli effetti della pronuncia resa dalla Sezione d’Appello sul ricorso nell’interesse della legge sono destinati ad operare in ordine alla fattispecie dedotta nel relativo procedimento, senza assumere valenza di principio di diritto in funzione nomofilattica.

Sotto altro profilo, sempre in ordine agli effetti della pronuncia della Sezione d’Appello sul ricorso di cui all’art. 171 c.g.c., va esclusa la possibilità di qualsiasi riferimento, in via analogica, all’istituto giuridico previsto dall’art. 363 del codice processuale civile, ove è previsto che il ricorso nell’interesse della legge può proporsi dal Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione solo avverso sentenze passate in giudicato in quanto, proprio perché la pronuncia non ha effetto sul provvedimento del giudice di merito, la stessa non può che avere carattere nomofilattico per i casi futuri.

Il contenuto letterale dell’articolo 171, invece, non consente di ravvisare tale previsione; anzi, la disposizione precisa in maniera espressa che il ricorso nell’interesse della legge ha, tra l’altro, lo scopo di impedire la violazione della legge nell’applicazione dei principi di diritto e, ciò, non ha altro significato se non quello che la pronuncia è destinata ad operare sulla fattispecie concreta, con conseguente effetto demolitorio, ove beninteso il ricorso sia ritenuto fondato.

Fatte tali premesse di carattere preliminare, il Collegio può procedere all’esame del merito dell’appello proposto dal Procuratore Generale avverso la sentenza n. 70/2017, con la quale il Giudice unico delle pensioni ha accolto il ricorso proposto da G. D. F., già appuntato dei Carabinieri in congedo dall’1 marzo 2006 per inidoneità fisica, avverso i provvedimenti di revoca del proprio trattamento di quiescenza e di recupero delle relative somme indebitamente corrisposte, a seguito della perdita del grado disposta come conseguenza della condanna penale definitiva, riportata dallo stesso.

Come precisato nell’esposizione del fatto, il primo Giudice ha affermato l’illegittimità dell’interruzione dell’erogazione della pensione e della procedura di recupero dei ratei nel frattempo percepiti, per l’asserita violazione della disciplina contenuta negli artt. da 203 a 206 del DPR n. 1092/1973.

Con il proprio appello, il PM ha dedotto la violazione delle disposizioni di legge sopra menzionate, ritenute non applicabili alla fattispecie.

La questione all’esame del Collegio è stata trattata più volte da questa Sezione d’Appello con univoca giurisprudenza che può considerarsi consolidata.

In tale ottica, con riferimento ai fatti rappresentati nel ricorso della Procura Generale, si osserva che, nella fattispecie in esame, il provvedimento di revoca del trattamento di pensione è stato legittimamente adottato dalla competente Amministrazione con riferimento alle disposizioni di legge in vigore, applicando, in particolare, l’art. 923, comma 1, punto m), del decreto legislativo 15 marzo 2010, n. 66, (codice dell’ordinamento militare), che prevede, tra le varie cause di cessazione del rapporto di impiego dei militari, la perdita del relativo “status”.

Il successivo comma 5 del citato art. 923, testualmente recita: “il militare cessa dal servizio, nel momento in cui nei suoi confronti si verifica una delle predette cause, anche se si trova sottoposto a procedimento penale o disciplinare. Se detto procedimento si conclude successivamente con un provvedimento di perdita del grado, la cessazione dal servizio si considera avvenuta per tale causa”.

Nella fattispecie, il G. D. F. è stato collocato in quiescenza, in pendenza del procedimento penale, per inidoneità fisica ed a seguito della condanna, divenuta irrevocabile dal 24 marzo 2006, nei suoi confronti è stato adottato, come già evidenziato, il provvedimento della perdita del grado, ai sensi dell’art.861, comma 1, lettera e).

Pertanto, in base alle disposizioni di legge contenute nel sopra richiamato decreto legislativo, la cessazione dal servizio nei confronti del D. F., originariamente disposta a seguito della dichiarazione di non idoneità al servizio militare, deve ritenersi avvenuta per la perdita del grado, ai sensi del sopra menzionato dell’art. 923, comma 5, e con decorrenza dalla data dell’1 marzo 2006, giorno del collocamento a riposo, in applicazione dell’art. 867, quinto comma, del d.lgs. n. 66 del 2010.
All’intervenuta modifica del titolo di cessazione dal servizio, non più per
l’inidoneità al servizio militare, segue, come logica conseguenza, una diversa

disciplina in termini di trattamento di quiescenza.

In particolare, il Collegio osserva che la sussistenza o meno del diritto dell’appellante a fruire del trattamento di pensione va verificata alla luce del quadro normativo vigente all’epoca dell’interruzione del rapporto di lavoro, tenendo conto non più del rapporto di impiego alle dipendenze dell’Arma dei Carabinieri, di cui aveva perduto lo status, ma prendendo in considerazione il servizio svolto come dipendente statale.

In particolare, la situazione dell’odierno appellato va valutata sulla base della disciplina introdotta dall’art. 6 del decreto legislativo 30 aprile 1997, n. 165 e dell’art. 59, commi 6 e seguenti, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, norme vigenti alla data del 12 settembre 2005, per i casi di cessazione anticipata dal servizio.

Tali disposizioni, come esattamente evidenziato dall’Amministrazione, hanno introdotto, a partire dall’1 gennaio 1998 (data in cui è terminata la fase transitoria disciplinata dall’art. 1, commi 25, 26, 27 e 28 della legge n. 335 del 1995) requisiti anagrafici e contributivi per anzianità di servizio sensibilmente più gravosi rispetto a quelli previsti dalla precedente normativa.

In pratica, per poter conseguire la pensione il G. D. F. (come già sottolineato, a tutti gli effetti da ritenersi giuridicamente collocato in congedo in forza del provvedimento della “perdita del grado”) avrebbe dovuto essere in possesso alternativamente:

di un’anzianità di servizio utile di 38 anni, a prescindere dall’età anagrafica;

di un’anzianità di servizio utile di anni 35 unitamente ad un’età di almeno 57 anni;

della massima anzianità contributiva prevista dall’ordinamento di appartenenza…..unitamente ad un’età di almeno 52 anni (v. tabella B, allegata al decreto legislativo n. 147 del 1997, come sostituita dall’art. 59, comma 12, della legge n. 449 del 1997).

Dagli atti acquisiti al fascicolo processuale, invece, si desume che il G. D. F., nato il Omissis, alla data dell’1 marzo 2006 (di cessazione dal servizio), si trovava, sotto il profilo anagrafico e contributivo, nella seguente situazione:

aveva un’età di appena 45 anni ed un’anzianità contributiva utile ai fini della quiescenza di 26 anni;

non era, quindi, assolutamente in possesso di alcuno dei requisiti sopra specificati e, in conseguenza, sulla base delle disposizioni di legge menzionate, non poteva fruire del trattamento di pensione anticipato.

In questi sensi si è espressa, in relazione a casi analoghi a quello oggetto del presente giudizio, la più recente giurisprudenza della Corte dei conti (ex plurimis: Sezione III Centrale Appello n. 5/2013, Sezione II Centrale Appello n. 732/2011, Sezione Appello Regione siciliana n. 311/2013, n. 155/A/2017 e n. 128/A/2017).

In relazione ai requisiti minimi anagrafici e contributivi per il diritto al pensionamento di anzianità, nella fattispecie in esame, si osserva che, per effetto della perdita del grado, si è determinata la conseguente estinzione dello “status” di militare, con la contestuale inapplicabilità della normativa speciale e agevolativa ai fini dell’acquisizione del diritto a pensione con requisiti anagrafici e contributivi inferiori rispetto a quelli fissati per i restanti pubblici dipendenti.

In altri termini, non potendosi più considerare il G. D. F., al momento dell’interruzione del servizio, in possesso dello stato giuridico di “militare”, lo stesso soggiaceva, con effetti decorrenti da quel momento, alla disciplina introdotta dalla riforma del sistema pensionistico contenuta nella legge n. 449/1997.

Infatti, solo se in possesso degli ordinari requisiti fissati dalla menzionata normativa, il medesimo avrebbe potuto vantare il diritto alla pensione.

Fatte queste premesse, il Collegio giudicante rileva l’erroneità della motivazione del primo Giudice nel capo in cui ha affermato l’applicabilità alla fattispecie delle disposizioni contenute negli artt. 203 e seguenti del D.P.R. n. 1092 del 1973.

Al riguardo il Collegio ritiene che la disciplina sopra richiamata non sia assolutamente pertinente con la situazione giuridica del G. D. F., in quanto, nel caso di specie, il trattamento di pensione era stato concesso in via provvisoria (situazione che avrebbe da sola escluso l’applicabilità degli artt. 203 e seguenti) e, in ogni caso, deve escludersi ogni ipotesi di avvenuta modifica o revoca di un trattamento di pensione per motivi di “diritto”.

La fattispecie, come già sottolineato, è soggetta alla particolare disciplina di cui all’art. 923 del Codice dell’ordinamento militare che, in quanto disposizione speciale, prevale sui principi generali in materia di modifica e revoca della pensione di cui agli artt. 203 e seguenti del menzionato DPR n. 1093/1973.

In conclusione, la condanna definitiva, riportata dall’odierno appellato nel procedimento penale, ha determinato, per espressa previsione di legge, una condizione risolutiva del rapporto di impiego, con effetti sin dalla cessazione dal servizio senza che possa configurarsi la violazione delle norme invocate dall’appellante (Sezione giurisdizionale Centrale I di Appello, sentenza n. 128 del 20 aprile 2017).

Per le esposte argomentazioni, ritenendo fondati i motivi formulati nell’appello del Procuratore Generale, il Collegio dispone l’annullamento

dell’impugnata sentenza n. 70/2017.

G. D. F. al pagamento delle spese per entrambe i gradi di giudizio, liquidate in euro 1.000,00, a favore di ciascuna delle controparti (I.N.P.S. e Ministero della difesa) costituite.

PQM

La Corte dei conti- Sezione d’Appello per la Regione siciliana, definitivamente pronunciando, accoglie il ricorso nell’interesse della legge proposto dalla Procura Generale e, per l’effetto, annulla la sentenza n. 70/2017 del Giudice unico delle pensioni.

G. D. F. al pagamento delle spese per entrambe i gradi di giudizio, liquidate in euro 1.000,00, a favore di ciascuna delle controparti (I.N.P.S. e Ministero della difesa) costituite.

Così deciso, in Palermo, nelle camere di consiglio del 19 settembre e dell’8 novembre 2017.

L’Estensore Il Presidente

F.TO Dr. Tommaso Brancato F.TO Dr. Giovanni Coppola

Depositata in segreteria

Palermo,05/01/2018

Il direttore della segreteria

F.TO Dott. Fabio
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